di Michele Manfredi Gigliotti

Il gioco dei tarocchi è certamente nato in Oriente: qualcuno sostiene in Cina; qualche altro dice in India. In verità, si ha traccia di tale esercizio  nei numerosi pittogrammi egizi[1] che, nella sostanza, altro non sono se non una rappresentazione della realtà e della storia attraverso le immagini avvalendosi, quindi, di una tecnica narratoria figurativa. La pittografia, quale linguaggio espressivo grafico, è già di per se stessa una manifestazione, ante litteram, dei tarocchi. Superate alcune perplessità iniziali, sembra, ormai, dato pacificamente acquisito che la penetrazione in Occidente dei tarocchi sia avvenuta ad opera dei Cavalieri Templari. I Templari appresero dell’esistenza dei tarocchi dai saraceni che avevano l’abitudine dell’uso delle carte illustrate. I monaci guerrieri ebbero sempre un buon rapporto con i saraceni, al punto che crearono, al loro interno, delle truppe speciali (turcopoli), che non servivano soltanto a combattere alla turca, contro gli islamici, quanto ne parlavano la lingua e, attraverso il loro comandante (turcopolerio), tenevano i contatti con l’intero islam. Il contingente era, per la maggior parte, costituito da musulmani che si erano convertiti al cristianesimo, ma non solo. Sono noti i buonissimi rapporti che i Cavalieri intrattenevano con gli Sciiti, seguaci del Veglio della Montagna, gli Assassini (dall’arabo hashishiyya), nonché con i seguaci della religione sufi. Occorre chiarire subito che i tarocchi furono inventati non già con finalità ludiche (funzione che, invece, assunsero in itinere e, soprattutto, in Occidente) ma, al contrario, con finalità di veicolare, mimetizzati e camuffati, messaggi criptati che, per varie ragioni, non potevano essere trasmessi apertis verbis, in quanto avrebbero prodotto l’applicazione di censure di vario genere. All’origine, i tarocchi erano usati dagli iniziati che intendevano trasmettere in modo istantaneo alcune notizie comprensibili soltanto agli altri affiliati attraverso le figure rappresentate nelle carte che si ricollegavano alle autentiche saghe del Graal e del Rex Deus[2]. La matrice e l’impronta orientali, vennero soppiantate da altri simboli legati alla iconografia alternativa dovuta ai Catari, ai Cavalieri Templari, alla cabala giudaica e, non ultimo, all’ermetismo greco[3]. La Chiesa aveva intuito subito che, attraverso i simboli dei tarocchi, si sarebbe potuta praticare una fondamentale attività esoterica (storicamente accertata quella dei Cavalieri Templari, la quale, ancora oggi, si perpetua nei riti delle fratellanze massoniche di tutto il mondo), al punto che essa ricorse a definizioni drastiche dei tarocchi, indicati come il “breviario del diavolo”[4], oppure come “i gradini di una scala che conduce dritto all’inferno”[5]. L’opinione più diffusa tra gli studiosi della storia dei Cavalieri Templari è che costoro avessero scoperto qualcosa di fondamentale e importante durante il soggiorno dei nove cavalieri in Gerusalemme, quando l’Ordine non era stato ancora costituito[6]. Oltre all’inventario del tesoro di Salomone (i c.d. rotoli di rame) e ai principi segretati delle tecniche edificatorie (che essi avevano appreso durante la diaspora in Egitto), è molto verosimile che gli Ebrei fossero venuti a conoscenza della narrazione di alcuni avvenimenti che saranno, poi, ripresi nei cosiddetti Vangeli Apocrifi  ritrovati nel secolo scorso a Nag Hammadi, in Egitto. I Templari si resero immediatamente conto di non potere diffondere quanto avevano appreso in quanto in aperto contrasto con l’insegnamento ufficiale della Chiesa. Da qui la necessità di ricorrere ad un linguaggio simbolico, di tipo totemico, al fine di divulgare il messaggio prescelto facendolo circolare, in tutta sicurezza, all’interno di una corrente di adepti in grado di saperlo leggere e interpretare. Per fare ciò i Cavalieri del Tempio si servirono di due veicoli espressivi: prima di tutto, delle cattedrali gotiche (ancora oggi, definite alla stregua di libri di pietra oppure bibla pauperorum, il libro dei poveri, in grado di potere essere letto anche da chi sconosce la scrittura alfabetica) per mezzo delle quali, sfruttando un simbolismo scultoreo, pittorico, architettonico e figurativo, i Cavalieri del Tempio hanno lasciato impresse nella pietra tutto il patrimonio culturale e sapienziale di cui erano venuti a conoscenza; in secondo luogo, delle carte dei tarocchi, opportunamente modificate rispetto alle originali orientali, attraverso le quali esprimere, quasi in una innocua ed innocente trama fumettistica, il racconto della loro visione delle cose terrene. In particolare, del mazzo dei tarocchi fanno parte 22 emblemi senza indicazione del seme, comunemente chiamati Arcani Maggiori o Trionfi. Essi si riferiscono alla struttura del COSMO, come le Stelle, la Luna e il Sole; alle VIRTU’, come la Giustizia, la Forza, la Temperanza; al POTERE, temporale e religioso, come il Re e la Regina, il Papa e la Papessa; alla CONDIZIONE dell’Umanità, come l’Eremita, il Matto, l’Appeso; al DESTINO, come il Giudizio, la Ruota della Fortuna, la Morte. Fra i testi ritrovati a Nag Hammadi, alcuni fanno riferimento al credo gnostico, sempre bandito e messo all’indice dalla Chiesa. Fra gli gnostici il riferimento a Maria Maddalena era come alla “donna che conosceva ogni cosa”, poiché Gesù le aveva rivelato segreti fondamentali che erano stati tenuti nascosti agli altri discepoli. E’ noto come i Cavalieri Templari avessero un culto particolare, oltre che per San Biagio il terapeuta, per Maria Maddalena, al punto che sono parecchi a credere che le statue della Madonna con il Bambino delle Cattedrali gotiche, rappresentino, in realtà, Maria Maddalena con la figlia avuta da Gesù e dalla quale avrebbe avuto origine, in Francia, la dinastia Rex Deus (i Merovingi). Vediamo, ora, il valore simbolico di alcune figure dei tarocchi. Nell’Arcano quindicesimo troviamo il Diavolo, il quale, anziché con intenti esecrandi, mefistofelici e demoniaci è tratteggiato in modo grottesco e, per la prima volta, in modo gastrocefalo, ossia con la testa, sede dell’intelligenza e del pensiero, anatomicamente collocata al posto del ventre e, a volte, anche più in basso. Nell’Arcano sedicesimo è rappresentata una torre che si sgretola letteralmente perché colpita da un fulmine. Assieme ai resti murari cadono anche alcune figure umane a testa in giù. L’Arcano rappresenta la catastrofe e la punizione, ma anche l’egoismo, l’avidità, la superbia. C’è chi vede in questa figura un’allusione ancora a Maria Maddalena, con riferimento al nome Magdala che in lingua aramaica significa, appunto, “Torre”. La figura dell’Appeso (un giovane uomo appeso per una caviglia, raffigurato nell’Arcano dodicesimo, con una gamba accavallata sull’altra)[7] rappresenta la sofferenza e la rinascita con riferimento al culto dionisiaco. Nel rituale, infatti, detto di Dioniso dell’albero gli adepti appendevano la statua del Dio ai rami di un albero, attendendone la morte simbolica e la conseguente rinascita: il riferimento alla rinascita e alla rigenerazione della natura è di tutta evidenza. La morte simboleggia nell’Arcano tredicesimo un accadimento di rinnovamento e di nuova vita, attraverso la trasmutazione e il passaggio a un nuovo status di maggiore perfezione rispetto a quello precedente: é, così, un segno positivo. Nella raffigurazione del carro (settimo arcano dei tarocchi) è evidente il riferimento al carro di Osiride che è trainato da due sfingi, una nera e l’altra bianca. Il carro non è altro che un simbolo per ribadire il trionfo e la vittoria dello spirito e della volontà sul mondo animale dominato dalla materia. La figura del Re, che sta nell’Arcano quarto, simboleggia certezza, fermezza e stabilità. Si riferisce a ogni genere di autorità a partire da quella paterna, dell’aio, del precettore, dell’autorità costituita. La Regina (Lama terza) è il potere primigenio, quello in grado di dare la vita attraverso il travaglio del parto. Il riferimento a Iside, Demetra, Cibele, insomma alla Grande Madre Mediterranea, è innegabile. Il Papa e la Papessa: il primo, più che il Capo della Chiesa rappresenta la Sapienza. Egli personifica la forza equilibratrice, moderatrice e di mediazione. Anche la Papessa (dai più identificata ancora con Maria Maddalena)[8] incarna la Sapienza per quello che le avrebbe rivelato Gesù. Tuttavia, dato l’alone di mistero che circonda questa figura, ella è anche ritenuta la Regina della Notte, rappresentando tutto ciò che è occulto e  misterioso. Restano da esaminare altri due Arcani tra quelli più importanti. Il Sole, simbolo riveniente dalla cultura egizia e classica, è ritenuto il generatore e alimentatore della vita tramite il suo calore. Rappresenta, altresì, il trionfo della luce sulle tenebre, del giorno sulla notte, della ragione sul pregiudizio. Rappresenta, inoltre, l’elemento mascolino della natura, mentre quello femminino è rappresentato dalla Luna. E’ risaputo come il culto di Zoroastro aveva avuto un’unione sincretica con quello di Mitra, identificato con il Sol Invictus. Questo culto, discendente dal sincretismo tra le due correnti cultuali, fu la religione maggiormente diffusa a Roma prima dell’avvento del Cristianesimo. L’ultimo simbolo da esaminare è quello del Bagatto, ossia il Giocoliere. La figura simboleggia la forza individuale dell’Uomo, il suo potere di dominare con la mente la materia spiegandola al proprio volere. Egli rappresenta il “depositario dei processi d’iniziazione, altri non essendo se non Hermes travestito”[9].  I nove prototemplari, che per nove anni avevano scavato sotto le fondamenta del Tempio di Erode il Grande, avevano certamente rinvenuto reperti d’inestimabile valore, come parte del tesoro del Tempio, ma soprattutto fondamentali e decisivi manoscritti su questioni vitali della religione ebraica. Essi ritennero, così, alla stregua di custodi del nuovo culto del Tempio, tramite il loro Gran Maestro divenuto re e sacerdote di tale culto, di dovere effettuare la fusione simbolica delle due colonne del Tempio, Boaz (mishpat: il potere politico) e Jachin (zedec: il potere religioso). In questa nuova ottica, i Cavalieri Templari erano ricorsi, per l’istruzione dei novizi e per non insospettire la Chiesa, al linguaggio di pietra delle Cattedrali Gotiche e ai simboli pittorici dei Tarocchi.

[1] Si deve a Antoine Court de Gébelin (1725-1784), pastore protestante di vastissima cultura,       fondatore, a Parigi, della celeberrima loggia Les Amis Réunis, il collegamento, per la prima volta, dei tarocchi agli Egizi.

[2] T. WALLACE-MURPHI, Il codice segreto dei Templari, Newton Compton editori, Roma 2006.

[3] M.HOPKINS,G. SIMMANS,T.WALLACE-MURPHI, Rex Deus, Shaftesbury, Element Books, 2000 traduzione italiana, Il codice segreto del Graal, Newton Compton, Roma, 2006.

[4] M.HOPKINS,G. SIMMANS,T.WALLACE-MURPHI, Rex Deus (op. cit.).

[5] R.CAVENDISH, The tarot, Bounty Books, London, 1986.

[6] T. WALLACE-MURPHI, op. cit.-I Cavalieri c.d. precursori erano: Ugo di Payns, Andrea di       Montbart, Pagano  di  Montdidier, Goffredo di  Saint Omer, Arcibaldo di  Saint Amand, Goffredo di Bisol e, infine, ma non ultimo, Ugo di Champagne.

[7] Il rito  dell’ accavallamento  di  una  gamba  sull’altra  fu  fatto  proprio dai  Templari. I cavalieri,  infatti, seppellivano i loro  morti con la gamba  destra  accavallata  ad   “X”  sulla  sinistra  per  riferirsi  alla  lettera  “TAU”,  che  era l’ ultima  lettera dell’alfabeto  ebraico e, per questo, simboleggiava la fine, cioè la morte.

[8] E’ cosa nota che nella Chiesa cristiana primitiva era diffuso il convincimento che il primo papa non fosse stato San Pietro, bensì Maria Maddalena, che  derivava  il  suo potere da, come già detto, direttamente da Gesù in persona. Che Gesù avesse un particolare rapporto con Maria Maddalena che andava al di là di quello che egli aveva con tutti gli altri discepoli è attestato anche nel Vangelo di Filippo che, però, per questo e per altro, è stato dichiarato     apocrifo dalla Chiesa  e, quindi,  non  attendibile.  In  un  testo noto con il titolo di Pistis Sophia,  Pietro si lamenta con il Maestro per il fatto che Maria sia solita monopolizzare  la conversazione senza tener conto  del diritto di  precedenza dovuto agli  apostoli uomini. A tale osservazione, Gesù risponde che  chiunque,  uomo o donna, sia investito dello Spirito è destinato da Dio a parlare-(E. PAGELS, I Vangeli gnostici, Milano, Mondadori, 1982). Rammentiamo che due secoli dopo la morte di Bernard de Clairvaux  (a cui si deve l’istituzione del culto della Vergine  Nera), dopo che la Chiesa aveva provveduto a fare sparire la  carta  della papessa dal mazzo dei tarocchi, si era diffusa la voce dell’esistenza, in tempi recenti, di un pontefice donna di nome Giovanna, la quale, salita al soglio pontificio, avrebbe assunto il nome di  Giovanni VIII

[9] C. GATTO TROCCHI, I Tarocchi, Newton Compton, Roma 1995