“CHE LA FORZA SIA CON NOI”

Tavola Architettonica del Gran Maestro per l’inaugurazione della R:.L:. Yoda all’Oriente di Imola

Carissime Sorelle e carissimi Fratelli,

siamo riuniti nella R:.L:. che avete chiamato Yoda, parola che alcuni vogliono derivata dal sanscrito yodha col significato di “guerriero” e altri dall’ebraico yodea, ossia “colui che conosce”.

Trovo interessante unire i due significati in quello di “guerriero della conoscenza”, ossia di colui che combatte la propria ignoranza e persegue la via della conoscenza per conoscere se stesso, in relazione con gli altri e con il mondo.

Nell’ottobre 2019 il termine Jedi è stato inserito ufficialmente nell’Oxford English Dictionary con un significato letterale di «membro di un ordine di eroici monaci guerrieri in grado di controllare il mistico potere della Forza» e uno metaforico, di persona dalle abilità fuori dal comune, tanto da apparire soprannaturali. Come afferma Obi-Wan Kenobi in Guerre stellari, l’ordine Jedi è molto antico e conta più di mille generazioni, andando a perdere le sue origini negli albori della storia della galassia.

La saga, come altre saghe contemporanee, ci riporta al concetto di “ordine tradizionale”, così come dovrebbe, vorrebbe, potrebbe essere la Massoneria.

Il Cavaliere Jedi, di Star Wars, pronuncia l’invocazione: “Che la Forza sia con noi!”.

Che cos’è la forza?

La fisica ci dice che la forza è qualsiasi causa capace di modificare lo stato di quiete o di moto di un corpo; se applicata a un corpo non rigido ne causa la deformazione.

Le forze sono quindi le cause del cambiamento del moto dei corpi: possono mettere in moto un corpo che si trovava precedentemente in stato di quiete e viceversa.

C’è però una definizione più ampia, che descrive la forza come il mezzo che consente o determina lo svolgersi dell’azione materiale o spirituale, con maggiore o minore efficacia.

In questa definizione non c’è solo la materia, ma entra lo spiritus, il soffio, il fluire.

Fluire di cosa?

A spiegarcelo sono i Cavalieri Jedi.

Per i Cavalieri Jedi della saga stellare la “Forza” è la fonte dell’energia vitale che “spira” in tutto l’Universo, un’energia che taluni uomini predisposti ed iniziati ai suoi misteri, dopo un lungo noviziato (come apprendisti, “padawan”, di un maestro Jedi più esperto), possono imparare a percepire ed utilizzare per amplificare i poteri della propria mente e del proprio corpo.

Eccoci giunti in prossimità della risposta.

Lo spirare dell’energia vitale è l’energia vitale messa in movimento da una forza che ha mutato il suo stato di quiete.

Da dove nasce questa forza?

Quanto affermano i Cavalieri Jedi riguarda il Tutto che, come ho scritto nel mio: “Il Tutto divino”, “è l’atto che non deriva da altro che da se stesso.

Se così non fosse, il Tutto non sarebbe tutto e riceverebbe la potenza e l’impulso da qualcosa d’altro che sarebbe atto.

Il Tutto in quanto atto contiene in sé le infinite potenzialità trasformative.

Il Tutto, l’Essere che essenzialmente è e diviene in un’incessante trasformazione, è Energia intelligente, informata, significante e cosciente.

La “Forza” origina dal Tutto, è coessenziale all’energia.

Il Tutto, prendendo forma, facendosi campo, rende possibile trasformare la potenza in forza attuatrice. Le sue incessanti trasformazioni avvengono con il “formarsi”, ossia con il farsi forma e al farsi forma inerisce intrinsecamente il fine, il quale è conseguito con regole, codici, criteri predeterminati.

Nel Tutto di energia intelligente, informata, significante e cosciente è contenuta la Forza, l’impulso e tale impulso, come ci ricorda il Rigveda, V, 10, 129 è l’ardore: Tapas, che accende l’Amore Kama.

Questo impulso è il calore cosmico, l’ardore spirituale che fa nascere Eka, l’Uno, crea ŗta, la legge divina e satya, la verità.

Nel Rig Veda è scritto:

1 – All’inizio non c’era essere, né c’era non essere.

Che cosa ricopriva l’insondabile profondità delle acque

e com’era e dov’era il riparo? Non c’era l’atmosfera

né, al di là di essa la volta celeste.

2 – Non c’era morte allora, né immutabilità.

Non c’era giorno. Non c’era notte.

Quell’Uno viveva in sé e per sé, senza respiro.

Al di fuori di quell’Uno, c’era il Nulla.

3 – C’era oscurità, all’inizio, e ancora oscurità,

in una imperscrutabile continuità di acque.

Tutto ciò che esisteva era un vasto Vuoto senza forma.

Quell’Uno era nato per la potenza dell’Ardore.

4 – All’inizio sorse l’Amore, che era il primo seme della Mente.

Scrutando nei loro cuori i sapienti scoprirono, con la loro saggezza,

il legame tra l’essere e il non-essere.

5 – Chi veramente sa? Chi potrebbe dire quando ci fu questa creazione?

E quale ne fu la causa?

Gli dei vennero dopo la sua emanazione.

Chi dunque può dire donde essa ebbe origine?

6 – Colui dal quale la creazione provenne,

può averla decisa egli stesso. Oppure no.

Colui che vigila nell’alto del cielo forse ne conosce l’origine. E forse no.

 Rigveda, V, 10, 129

 La forza compare nel Rituale massonico con tutta la sua evidenza emanatrice.

La sintesi mirabile del farsi mondo del Principio o Arché, che ho definito come il Tutto di energia intelligente, informata, significante e cosciente, è nel Prologo del Vangelo di Giovanni, aperto sull’Ara.

En archê ên ho Lógos, kai ho Lógos ên pros ton Theón, kai Theòs ên ho Lógos.

Nel Principio era il Lógos,
il Logos era presso Theón
e il Lógos era Theós.

Theós è azione demiurgica del Tutto.

 Ttheós deriva dai verbi theeîn, correre e theâsthai, vedere, da cui deriva il sostantivo theós, significante: “colui che corre verso l’evidenza”: il Demiurgo.

Theós, nel Vangelo di Giovanni, è Lógos.

Il Prologo acquista il suo insostituibile ruolo di chiave scientifica del mito, in quanto sintesi estrema del divenire al mondo, ossia della legge del farsi mondo del Principio.

Siamo in presenza di un’azione. Un’azione che rischiara e evidenzia, manifesta, ossia trae l’ente dal suo nascondimento, così come nella meccanica quantistica avviene per l’evento, che è interazione di eccitazioni dei campi.

Il termine lógos assume, alla luce di quanto sin qui scritto, il significato di azione, di parola, di discorso, di azione illuminante e di potere improntante; soprattutto, di relazione e di rapporto.

Si potrebbe, schematizzando, affermare che nell’Arché, la tenebra, l’abisso, il silenzio, l’apeiron, risiedono:

  • il Sophon, l’aperto (la potenzialità dell’apertura), che è la Luce della Ragione che rischiara il mondo (ragione intesa come potenza dell’Essere);
  • Fanes- Eros, la Luce al di là della luce, che è impulso, essenza primigenia vivificatrice dell’universo;
  • Lógos, che è azione, energia, vibrazione, lavoro e che è l’aspetto creativo dell’Archè, che risponde alla Ragione del Sophon e all’impulso di Fanes-Eros, creando materia e vita universale (zoé).

La Forza è Eros e l’azione è Lógos.

Possiamo dire, parafrasando il Cavaliere Jedi: “Che Eros sia con noi”.

Essendo il Tempio massonico Tempio dell’essere umano, l’Ara è, simbolicamente, il cuore umano.

L’Ara rappresenta il cuore o, meglio, il luogo dove il cuore egizio spirituale JB o AB si unisce al cuore materiale Haty.

Nella convinzione, suffragata da molti elementi, che la ritualità massonica, codificata da Elias Ashmole nel ‘600 sia erede della ritualità osiriaca, rivestita con panni biblici al fine di evitare conseguenze indesiderate, data l’epoca, l’Ara rappresenta il cuore di un complesso corporeo che è così definibile:

Khat o Get è il corpo, la parte più materiale dell’essere umano. Khat è il cadavere e Get è il corpo vivo.

Il Ba è l’anima intesa come essenza presente, come Akh manifesto.

Ib-Ab è il cuore-coscienza, sede di Sia (l’intelligenza) e controparte spirituale di Haty (il cuore materiale).

Khaibhit è il corpo eterico, un’ombra, un doppio immateriale che funge da collegamento tra il corpo e gli elementi incorporei dell’individuo.

Il Ka è la forza vitale universale che nell’essere umano diventa corpo energetico.

Il Sekhem è la forza di coesione dei vari elementi che costituiscono il corpo.

Il Ren è l’identità dell’essere, il nome occulto che mantiene in vita e conferma la vita. Nel nome occulto è racchiusa l’essenza della cosa nominata.

L’Akh o Akhu è il corpo di luce, l’ipostasi luminosa dell’eterna energia cosmica che si congiunge con il divino. L’Akhu, nell’essere umano incarnato esiste in potenza, ma per dargli corpo è necessario un lavoro su se stessi. L’Akhu determina il destino degli esseri umani risvegliati e li trasfigura.

Sakhu o Sa-Hu è l’intelligenza suprema (Sa), in azione (Hu). S (la sapienza).

Il cuore, in questo contesto, è la sede della Sapienza, ossia l’Ara è “sedes Sapientiae” e dell’impulso (Forza) con il quale la Sapienza si fa mondo e vita.

Non a caso sull’Ara è deposto il fuoco perenne (il Testimone), l’eracliteo fuoco sempre vivente, il Tapas.

L’Ara triangolare (questa la sua forma corretta) coniuga Archè (principio) con Eros (impulso, forza), con Lógos (azione dell’Arché) e la realtà molteplice (l’Arché nella molteplicità delle forme, ossia Phýsis).

In questo contesto, l’accensione delle Luci o Stelle da parte del Maestro Venerabile e dei due Sorveglianti ha un significato di attivazione del cuore del Tempio.

L’accensione delle tre stelle rappresenta l’azione che imita quella del Principio, il quale, mediante il Lógos, dà origine all’infinita manifestazione della realtà spazio temporale.

La rappresentazione sacra, non solo attiva il cuore della Loggia, ma collega l’evento terreno dell’accensione delle Stelle con l’evento cosmico della manifestazione (ciò che è in alto è come ciò che è in basso e viceversa) e, dulcis in fundo, ci invita a considerare il grande segreto della vita umana: la connessione del nostro nucleo essenziale informativo, rivestito di luce, la nostra “immagine essenziale”, il nostro cuore JB, con il cuore materiale Haty.

I due cuori pulseranno all’unisono per tutto il tempo della nostra esistenza terrena.

Possiamo ora, dopo aver compreso il profondo significato della saga, invocare, con il Cavaliere Jedi: “Che la Forza sia con noi”, perché è dall’ardore con cui ci relazioniamo al mondo che scaturisce l’Amore, il grande daimon del quel parla Diotima a Socrate.

La linea guida fondamentale alla quale orientarci, al quale ci orientano i nostri daimones, e che trovate nel Rituale di primo grado, è Amore, Eros, il “grande daimon” dell’amore.

Eros “è qualcosa di intermedio fra mortale e immortale” e ”ha il potere di interpretare e di portare agli dèi le cose che vengono dagli uomini e agli uomini le cose che vengono dagli dèi”. Ogni “desiderio per le cose buone e dell’essere felice per ciascuno è il grandissimo e astuto Eros”.

Nel dialogo tra Diotima e Socrate emerge il punto centrale, nodale, essenziale, del percorso massonico: l’Atto d’Amore.

L’Atto d’Amore, dice Diotima, “è un parto nella bellezza, sia secondo il corpo, sia secondo l’anima”. “Tutti gli uomini, o Socrate – continua Diotima – sono gravidi secondo il corpo e secondo l’anima” e Amore è “generare e partorire nella bellezza”.

Perché l’amore della generazione alberga negli esseri umani?

“Perché – dice Diotima – la generazione è ciò che ci può essere di sempre nascente e di immortale in un mortale”.

Alcuni uomini sono fecondi nel corpo e altri nell’anima.

Cosa conviene all’anima?

“La saggezza e altre virtù”.

L’essere umano impara a riconoscere la bellezza nei corpi, la bellezza nell’anima e, al colmo dell’iniziazione, la bellezza nel Bello in sé.

E’ in questa linea guida che acquistano significato gli aspetti generativi dell’Antropocosmo e le varie fasi dell’iniziazione, che conducono alla conoscenza della scintilla divina che è in noi e che è riflesso del Bello in sé: immagine fatta a immagine e somiglianza.

L’essere umano impara la sua eternità, che implica la generazione, nel corpo e/o nell’anima, ossia l’Atto d’Amore, senza il quale l’essere umano viene meno al suo destino.

Il conoscere se stessi, principio fondamentale del percorso massonico, è ri-conoscere il proprio daimon, ossia quella parte essenziale ed immortale di noi che ci guida, in quanto persone (maschere sul teatro della vita terrena) a realizzare il nostro progetto compiendo Atti d’Amore, ossia atti creativi.

Concludo con una sollecitazione alla ricerca riguardante Ercole, l’archetipo che è relativo al Primo Sorvegliante e che riguarda la forza e che coniuga l’impulso Eros, con l’azione Lógos.

Ercole è Eracle ed è il celtico Ogmios

Jean Markale vede in Gargantua “l’«avatar» del dio celtico Ogmios o Ogma, gigante protettore delle strade che soggioga gli umani con l’incantesimo della sua parola”. [i]

E Ogma è, nella tradizione druidica, come ci informa Luciano di Samosata, Ercole, ovvero Eracle, al quale la tradizione attribuisce, tra l’altro, la fondazione di Alesia.

“Nella loro lingua nazionale i Celti – scrive Luciano di Samosata – chiamano Ercole Ogmios e lo rappresentano in una forma singolare. E’ un vegliardo avanti negli anni, con la parte anteriore della testa calva; i capelli che rimangono sono bianchi: la pelle è rugosa, bruciata fino a essere brunita come quella dei vecchi marinai, si potrebbe prendere per un Caronte o Japhet delle dimore sotterranee del Tartaro, tutto fuorché Ercole. Ma, tal quale è, ha un aspetto d’Ercole: porta sospesa la pelle di leone e tiene nella mano destra la clava; la faretra è fissata alle sue spalle, nella mano sinistra ha un arco teso: queste sono tutte le caratteristiche di Ercole. Credo che sia stato per avversione degli dei ellenici che si è pensato a un oltraggio simile alle forme del dio, che ci si voleva vendicare, nella rappresentazione figurata, delle sue invasioni in quel paese e delle sue rapine, allorquando alla ricerca delle mandrie di Gerione egli visitò e vinse la più parte dei paesi occidentali. E io non ho tuttavia rivelato ciò che egli ha di più strano in questa rappresentazione: questo Ercole vegliardo attira a sé un gran numero di uomini legati per le orecchie e avendo per legami delle catenelle d’oro e d’ambra che sembrano collari molto belli. A dispetto delle loro deboli catene, essi non cercano di fuggire, nonostante sarebbe facile; lontani dal resistere, dall’irrigidirsi e dal girarsi all’indietro, essi seguono, tutti quanti, gioiosi e contenti, il loro conduttore coprendolo di lodi, cercando tutti di raggiungerlo e, non volendo superarlo, svolgono la corda come se fossero stupiti di volersi liberare. Ciò che mi è parso più singolare lo voglio dire immediatamente. Il pittore, che non sapeva dove mettere l’inizio della catena, poiché la mano destra tiene già la clava e la sinistra l’arco, ha perforato la punta della lingua e le ha fatto tirare gli uomini che seguono; il dio si gira verso di loro e sorride. A questa vista restai per lungo tempo in piedi guardando stupefatto, imbarazzato, irritato. Un Gallo che era vicino a me e non ignorava la nostra letteratura, come era comprensibile dalla correttezza dei termini greci di cui faceva uso, molto esperto, penso, nelle scienze nazionali, mi disse: «Voglio darvi la soluzione dell’enigma, poiché vedo che questa figura vi mette in grande tribolazione. Noi Celti rappresentiamo l’eloquenza non come voi Greci con Hermes, ma con Ercole, poiché Ercole è molto più forte. Se gli si attribuisce l’apparenza del vegliardo, non siate sorpreso, poiché l’eloquenza arriva alla sua maturità solo nella vecchiaia, se in tutti i casi i poeti dicono il vero: “Lo spirito dei giovani è mutevole, ma la vecchiaia si esprime più saggiamente con la gioventù”. E’ per questo che il miele cola dalla bocca di Nestore e che gli oratori troiani parlano con una voce fiorita di gigli, poiché ci sono dei fiori dal nome di gigli se ho buona memoria. Non stupitevi di vedere l’eloquenza, rappresentata sotto forma umana da un Ercole vecchio, condurre con la sua lingua degli uomini incatenati per le orecchie, non è per insultare il dio forato. Io mi ricordo, del resto, che ho appreso da voi alcuni versi comici “I coraggiosi hanno tutti la punta della lingua forata”. Infine, è per la sua eloquenza completa, pensiamo, che Ercole ha compiuto tutte le sue prodezze e per la sua capacità persuasiva che egli ha superato tutti gli ostacoli. I discorsi sono per lui dei tratti pungenti che portano diritti all’obbiettivo e toccano le anime: voi stessi dite che le parole sono alate». E’ tutto quello che ha detto il Celta”. [ii]

Ercole-Eracle-Ogmios è l’eloquenza, la parola: il Lógos.

Ercole è anche l’eroe delle prove, perché nel viaggio terreno ci sono prove da superare e le 12 fatiche di Ercole ci suggeriscono un rapporto con lo zodiaco, ossia con il passaggio da un segno all’altro.

Passaggio che rappresenta una tappa del nostro tragitto psicologico con gli archetipi.

Nelle fatiche del celtico Brian, equiparate a quelle di Ercole da Bernard Sergent, “vi è anzitutto una coerenza geografica: il punto di partenza del percorso che Brian ed i fratelli devono effettuare è indicato in maniera assolutamente netta: dovranno iniziare con le Mele del giardino delle Esperidi, «a oriente del mondo», il che dimostra come questa tradizione sia indipendente dalla cultura ellenica dei redattori del testo, se consideriamo che gli Antichi situavano tale giardino ad Ovest, e che il viaggio dei tre eroi deve iniziare ad oriente. Dopo tale impresa essi raggiungono il re di Grecia e poi il re di Persia: con un tragitto piuttosto incoerente dopo essersi spinti sino al punto più orientale, si dirigono a Sud-Est (come si evince dalla posizione dei due paesi menzionati in rapporto all’Irlanda). In seguito si recano da Dobhar, re di Sicilia: in altre parole, gli eroi vanno ad Ovest, girando intorno all’Irlanda passando per il Sud. Si allude così ad una dextratio, come l’Irlanda e tutto il mondo indoeuropeo l’hanno conosciuta e praticata, con indubbia connotazione solare: il percorso da oriente ad occidente, passando per il sud, è quello che il sole effettua quotidianamente”.[iii]

Il percorso di Brian e dei fratelli è una dextratio.

Diverso il percorso di Eracle o Ercole, le cui fatiche, posizionate sullo Zodiaco seguono il possibile seguente percorso: Leone, Scorpione, Bilancia, Capricorno, Sagittario, Vergine, Acquario, Toro, Ariete, Cancro, Gemelli, Pesci.

La prima prova riguarda il leone di Nemea ossia il processo dell’individuazione.

Lascio a voi di proiettare Ercole sullo zodiaco, di scoprirne le valenze simboliche, archetipiche e, di correggere, se lo ritenete, il percorso.

Buon lavoro.

*Silvano Danesi è Gran Maestro della Serenissima Gran Loggia Nazionale Italiana degli A:.L:.A:.M:., Tradizione di Piazza del Gesù, Grande Oriente di Roma

[i] Jean Markale, L’enigma dei Catari, Sperling

[ii] Luciano di Samosata, Discorsi, Ercole, 1-7   Da C.J Guyonvarc’h, Magie, Médicine et divination chez les Celtes, Paris, Payot.

[iii] Bernard Sergent, Celti e Greci, Mediterranee