di F. A.

Partendo dall’assunto che nella Kabballah vi è tramandato un insegnamento sulla creazione, possiamo notare che esso differisce molto dall’ebraismo rabbinico e dal cristianesimo moderno. La Kabballah insegna che la creazione è sempre esistita e sempre esisterà poiché è qualcosa al di là del tempo e dello spazio. La Kabballah dunque parla di qualcosa, un’entità, che noi possiamo chiamare Realtà o, seguendo un certo ragionamento, Natura. La Kabballah la chiama Ein Soph, l’Assoluto.

Il corollario che ne deriva è che la realtà tutta è trattata come un un’unità, la cosa è comprensibile anche razionalmente, ciò che invece ha bisogno di essere indagato è la dimostrazione che questa unità sia anche cosciente ed intelligente.

Si può subito affermare che l’intuizione si manifesta per analogia ed essendo l’uomo intelligente e cosciente lo stesso vale per la natura-tutto.

Facendo un discorso al limite del solipsismo possiamo indagare la coscienza del tutto. Come possiamo noi affermare che il tutto sia intelligente? Una prima risposta può pervenire dalla semplice affermazione che basta vedere l’universo, di come sia ordinato e funzioni in maniera orchestrale, ma questo non risolve la domanda iniziale, la meraviglia che esso ci provoca è già una condizione sufficiente di comprensione del tutto, peccato che essa è così sfuggente e la nostra meravigliosa intuizione svanisce lasciandoci un ricordo distorto.

La Kabballah è un sistema, un insegnamento, che esprime in maniera chiara ciò che solo la pura intuizione può raggiungere, Platone lo chiama Nous, ovvero quella conoscenza diretta della verità.

Secondo Platone vi sono vari livelli di conoscenza per arrivare a quella noetica; è un processo completamente esperienziale che parte dai sensi e procede fino al raziocinio per poi scavalcarlo e diventare reale conoscenza (mito della caverna). Ma come possiamo testare la bontà di tale intuizione? Se io entro in una stanza e vi trovo un tavolo sono completamente certo che chi, entrando dopo di me, veda lo stesso tavolo.

Questa certezza e ripetitività dell’esperimento è ciò che ha fatto la fortuna della scienza anche se le ultime avanguardie scientifiche stanno dimostrando come l’osservatore modifichi l’esperimento. L’oggettività dell’intuizione non è di così semplice dimostrazione poiché funziona diversamente.

Le convinzioni derivanti da un’intuizione tramite l’intelletto al culmine di un processo gnoseologico sono potentissime, anche più potenti dell’esperienza di vedere il tavolo nella stanza, ed il fatto che l’intera Tradizione Umana, depositaria di millenni di esperienze, concordi su delle intuizioni fondamentali dona un carattere di ultra oggettività a tali affermazioni.

Non esiste un sistema di pensiero antico che non ritenga la Realtà, o Natura, come un essere unico ed intelligente.

Per gli uomini arcaici come coloro che dipinsero le caverne di Lascaux o per chi costruì Gobleki Tepe la natura parlava e ne abbiamo dimostrazione da rappresentazioni in cui degli evidenti sciamani avevano delle sembianze zoomorfe.

Un uomo moderno potrebbe affermare che queste rappresentazioni fossero state fatte da persone ingenue, arretrate, intellettualmente poco evolute ed irrazionali. Tale affermazione dimostra che l’uomo moderno ha una forte presunzione di superiorità rispetto agli antichi mentre invece la superiorità è solamente una maggiore evoluzione tecnologica.

Chi ci può dimostrare che noi viviamo meglio di loro? Chi ci può dare certezza di comprendere il senso della vita più di loro? Riusciamo ad intuire le grandi verità metafisiche verso le quali loro non erano degni? Nessuno può darci tali certezze per il semplice fatto che le risposte a tali domande sono negative, purtroppo per noi. Oggi abbiamo affidato alla razionalità la totalità delle nostre esperienze, rinchiudendoci nei limiti insiti della sua natura razionale.

 

Fatta questa digressione sulla bontà della conoscenza di qualsiasi epoca, anche quella dei primi sapiens, possiamo affermare che la Tradizione che si propaga nei millenni ha di certo un carico sapienziale che è la somma di tutte le intuizioni umane. Per la tradizione la risposta se la realtà è unica, cosciente ed intelligente è semplice. La risposta è chiamata Psyché, per dirla alla Platone, che al giorno d’oggi potremmo chiamarla Anima, anche se restringeremmo il campo dei significati che gli attribuiva Platone.

Quando Platone descrive gli ultimi momenti della vita di Socrate racconta la disperazione di amici e discepoli per l’imminente dipartita del maestro. Erano tutti tristi tranne lui, che ricorse a diversi argomenti:

Il primo è quello della reminiscenza, noi esseri umani nasciamo con una conoscenza pregressa ed abbiamo già delle informazioni che nessuno ci ha trasmetto dopo la nascita. Quindi l’anima è immortale perché preesiste al corpo e lo lascerà dopo il suo disfacimento. L’anima sopravvive al corpo ed è oggetto di premi o punizioni in base alla rettitudine della vita appena trascorsa, karma per dirla secondo i Veda.

Il secondo argomento è quello dei contrari: come ogni cosa in natura si genera dai suoi contrari, il caldo dal freddo, il sonno dalla veglia e viceversa, così la morte si genera dalla vita e la vita dalla morte.

Il terzo argomento è quello della somiglianza, l’anima è il luogo del Bene perché vi ha dimorato, solo nella psychè noi riusciamo a sperimentare il bene-essere, mentre il corpo ne è la prigione. Per questo l’anima ha le stesse caratteristiche delle Idee ed esse afferiscono a qualcosa di unico ed indivisibile, monoidés, incorruttibile e senza tempo.

Platone concepiva in maniera unitaria ogni aspetto della vita, partendo dagli attributi dell’anima, che conosce il Bene, egli aveva una visione anche della società ideale denominata Kallipolis.

Questa città si sarebbe dovuta dividere in tre gruppi sociali così come l’anima è divisa in tre centri emozionali.

La parte razionale è detta logismos che calcola e stabilisce, pondera. Quella irrazionale è divisa in due: epithymetikon che rappresenta gli istinti del corpo e thymoides che è la parte legata ai desideri. Questi tre attributi sono presenti in ogni essere umano che riesce a gestirli in maniera differente.

Nelle persone in cui preverrà l’epithymetikon essi assumeranno il ruolo sociale dei produttori ed il loro attributo sarà l’arte censoria ovvero la temperanza.

In coloro in cui prevarrà il thymoides diventeranno guerrieri ed il loro attributo sarà il coraggio nella battaglia mentre infine in coloro che predomina il logismos saranno gli arcontes (che più avanti farà coincidere con i filosofi) ed avranno il dono della sophia.

Così come l’anima per vivere in maniera retta deve equilibrare queste sue parti e lasciar governare il proprio lato filosofo così anche gli esseri umani devono suddividersi in ruoli specifici per raggiungere il bene.

Questa è una visione laica della società, non è democratica bensì punta sulla coscienza e sulla maturità dell’essere umano, i philosophes non sono migliori degli altri, come potrebbero dato che fanno tutti parte dell’unità naturale? Siamo tutti della stessa sostanza, ci differenziamo solamente per caratteristiche animiche e quindi caratteriali ed ognuno deve con onestà contribuire a modo suo al raggiungimento collettivo del bene.

Platone completa la descrizione dell’anima col mito di Er e col mito della biga alata ma non è questa la sede per approfondire l’argomento.

Tornando alla Kabballah, dopo aver accennato della Psychè di Platone, si può più facilmente comprendere come mai l’Ein Soph emana le dieci sephirot.

Esse sono aspetti che rappresentano il percorso della Psychè umana ma che nella tradizione corrisponde al percorso della Psychè dell’intera natura.

Il percorso è alchemico ed è bidirezionale, in risalita riporta l’uomo dal suo aspetto più materiale a quello puramente metafisico. Mentre l’inverso è una descrizione della natura come Uno-Tutto che discende e si differenzia attraverso i dieci aspetti.

Senza voler intraprendere il difficile discorso di esplicitazione delle dieci sephirot ma arricchendo il discorso su ciò che serve a noi riguardo la tradizione, si può accennare che Keter è l’assoluto che, da stato di quiete, si accorge di avere una volontà, così si differenzia in Cochmah e si accorge di essere divenuto cosciente di sé stesso per poi successivamente fluire in Binah, l’intelligenza di sé stesso e quindi impara a pensare.

Queste prime tre sephirot ritrovano infine una prima sintesi in Tipheret, la bellezza, quella bellezza che è una prima realizzazione. Quando l’assoluto concepisce Tipheret sta bene, poiché giace presso il bello.

Le sephirot all’interno dell’albero della Kabbalistico si trovano su due colonne, quella di destra che rappresenta gli aspetti attivi della natura (o psychè o anima) e la loro caratteristica comune è quella di possedere una naturale volontà che propende all’attività a tutti i costi mentre le sephirot che si trovano presso la colonna di sinistra hanno caratteristiche passive e fungono da mediatrici del furore attivo di quelle situate sulla colonna opposta.

I Cabalisti, però, hanno voluto rappresentare soprattutto i viaggi che l’assoluto compie tra queste sephirot, questi viaggi non rappresentano semplici spostamenti ma veri e propri concetti archetipali che determinano la Psychè della natura.

Da Kether a Cochmah vi è l’archetipo del viaggio, da Dhochmah a Binah vi è l’archetipo della magia, mentre da Kether a Tiferet vi è l’archetipo che nella tradizione dei tarocchi è la Papessa.

Questi collegamenti tra tutte le sephirot sono ventidue in totale, proprio come le lettere dell’alfabeto ebraico, proprio come gli arcani maggiori dei tarocchi e come le dita della mano più le lune che vi sono in un anno proprio per rimarcare l’origine naturale della tradizione.

I tarocchi descrivono il percorso dell’iniziato che risale l’albero cabalistico ma contestualmente anche il percorso dell’assoluto che emana il tutto, l’albero non ha una direzione obbligata ed in ultima istanza Kether corrisponde a Malkhut e viceversa.

La carta da prendere in considerazione per il nostro discorso è quella della Papessa. Carta numero 2 e terzo archetipo essa è il simbolo dell’assoluto in viaggio verso la bellezza, questa carta ha chiare simbologie ebraico-massoniche secondo la gran parte delle rappresentazioni tradizionali, in essa sono rappresentate le due colonne del tempio di Salomone, la B e la J, che corrispondono alle due colonne dell’albero sephirotico appena dette. La papessa è seduta su di un trono giacente su di un pavimento a scacchi. E’ il primo archetipo femminile ed indagare come mai sia rappresentato proprio da una donna, papessa per di più, è quanto mai fondamentale alla comprensione della Tradizione.

L’archetipo del centro fu elaborato dal mondo agricolo, quando le popolazioni stanziali del mediterraneo non erano ancora state invase da quelle di cacciatori raccoglitori indo europee patriarcali. Quel mondo agricolo aveva compreso che la natura non era solo furore e distruzione ma anche madre e generatrice di vita, la natura veniva identificata col pianeta terra e dunque col principio femminile. La relazione maschile-femminile, ovvero azione maschile e reazione femminile, era sacra e serviva a perpetuare l’esistenza oltre che il sostentamento.

A Creta, ci dice Esiodo, 1700 anni prima di Cristo la sacerdotessa era la Dea dei serpenti. Il serpente che striscia sulla nuda terra rappresenta il maschile che agisce sul femminile.

La Dea natura era chiamata Eurinome e nella teogonia di Esiodo essa apparendo improvvisamente dal Caos si mette a danzare per ordinarlo, così il Caos disordinato divenne Cosmos, ordine. Il mito racconta che quando apparve la Dea non aveva nulla su cui appoggiarsi quindi cominciò a danzare verso sud finché dalle sue spalle non arrivò un vento che lei percepì come distinto da essa, si girò per afferrarlo e sfregandolo tra le mani apparve il serpente Ofione che ebbro della sua danza ordinatrice le si avvinghiò attorno per inseminarla.

Questo mito così simbolico si ritrova anche in altre tradizioni, in quella induista abbiamo Shiva e Parvati, in cui Shiva è il serpente e Parvati Eurinome.

Shiva rappresenta il fuoco distruttore e creatore ma il combustibile gli è dato dalla sua consorte ovvero la shakti che dona vita ed energia. Shiva senza Parvati è il signore del sonno, colui che altro non è che una forma nel vuoto, mentre insieme alla shakti, che è indomabile ed infinita energia, riesce ad indirizzare la creazione.

Quindi il principio attivo, Ofione-seprente, Shiva, Yang è volontà di potenza, istinto a muoversi, a cambiare continuamente, è il fuoco del logos di Eraclito che penetra. Il principio femminile Eurinome, Parvati, Yin invece è quella terribile energia informe che diventa principio passivo solo quando disposta a farsi penetrare, altrimenti non riuscirebbe, da sola, a contenere e condurre la potenza creatrice attiva.

Ecco perché i due ruoli sono interdipendenti l’uno dall’altro, nella tradizione egizia possiamo notare un’inversione di questa rappresentazione. Il dio Geb è maschile e rappresenta il passivo, la terra, mentre Nut è il principio femminile attivo rappresentato dal cielo ed inarcato sopra Geb. L’immagine rappresenta un amplesso in cui il maschile è sotto in quanto subisce l’azione del femminile che governa l’azione. Questo mito così poetico è così lontano dalla nostra moderna visione dualistica del tutto. Eraclito parlava di opposti che si fondono, nel vangelo di Tommaso troviamo scritto “quando farete in modo che due siano uno e farete si che l’interno sia come l’esterno e l’alto come il basso, e quando farete del maschio femmina una cosa sola, cosicchè il maschio non sia più maschio e la femmina non più femmina, allora entrerete nel Regno”.

Ogni aspetto della natura si trasforma nel suo opposto, proprio perché è il suo opposto, in quando abitano entrambi “nell’Uno” in un eterno “panta rei”, come ci suggerisce il pavimento a scacchi della Papessa e della Massoneria.

Parmenide sosteneva che esiste l’Uno e l’Uno soltanto mentre Eraclito parlava del continuo divenire, oggi ignorantemente nelle scuole si contrappongono questi due filosofi ma in realtà entrambi, come abbiamo visto, avevano scovato la realtà dietro il velo e queste affermazioni sono entrambe vere e coerenti tra loro.

Oggi non conosciamo più il concetto di Bene-Essere, di unione degli opposti, piuttosto pensiamo che la felicità risieda in ciò che ci manca ed a cui tendiamo ossessivamente avendo indossato l’anello della brama che ci incatena alle nostre emozioni più misere.

Questa deriva razionale e bestiale è lo Yin che si è deteriorato, è il pilastro sinistro, femminile, non più equilibrato dallo Yang, che è diventato inconscio. Purtroppo l’aspetto femminile razionale soffoca il nostro aspetto maschile gettandolo nell’inconscio provocandoci nevrosi e violenza recondita, ecco perché si parla di ritrovare il femminino sacro e di addomesticarlo. Nella civiltà del così detto patriarcato in realtà l’archetipo del Padre è defunto, è un guscio vuoto e non riesce più ad equilibrare un femminile devastato. Ovviamente maschile e femminile sono due aspetti polari presenti in tutte le cose, che non si faccia l’errore di intenderli come uomo o donna. Oggi viviamo in un’epoca di passività totale, non viviamo bensì “funzioniamo” e l’Ego ha preso il sopravvento sulle nostre altre capacità.

L’archetipo del centro lo ritroviamo in altri simboli equivalenti alla Papessa come ad esempio l’Ankh degli egizi, esso indica la vita ma anche il suo opposto, la morte. E’ una croce ansata in cui vi è equilibrio femminile (l’ovale superiore) e ed il mascolino sacro (la T inferiore). La vita è ancora una volta nell’equilibrio e questo simbolo lo ritroviamo virtualmente anche nell’albero sephirotico. La colonna centrale, quella ineffabile dell’albero sephirotico, è l’Ankh che gli egizi identificavano con la colonna vertebrale del Dio Osiride e lo chiamavano Djed (che guarda caso è proprio simbolo di stabilità).

Migliaia di anni prima di Cristo, prima dei primi filosofi, l’uomo era addivenuto al concetto che il Bene-Essere è stabilità, è centro. Circa duemila anni dopo Cristo muore ed abbandona la terra e l’uomo. Così la natura torna a vagabondare sulla terra, perde lo Djed, il centro, la stabilità.

La croce di Cristo è l’Ankh ed il centro dell’Ankh è il centro della croce ovvero il Cuore di Cristo: Cristo è stabilità, è vita, è il Logos, il messaggio, la Via e la Verità. Esso c’invita al viaggio e alla Magia, egli ha trasformato la morte in Vita compiendo l’opera alchemica.

Ma col passare dei secoli i simboli non sono più uniti ed ognuno di divide dall’altro, velandosi ancora di più.

Cristo non rappresenta più, con la sua morte, la Psychè che muore all’egoismo per riconnettersi all’Arché grazie all’azione del Logos.

Morte e rinascita (o per meglio dire “muori e divieni(risorgi)”) sono la testimonianza a livello psichico di un fine che non è un fine anzi è l’inesistenza che ci fa ritornare continuamente, come il serpente Uroboro che mangia la propria coda. Ma questo movimento è circolare solo visivamente, non si può mai tornare sullo stesso punto, mangiare la propria coda ancora una volta.

Il serpente che avvolge Eurinome così come i serpenti che avvolgono il bastone di Hermes, altro simbolo di equilibrio e benessere, di concordia. In Grecia aveva funzione di quietare le liti e le divisioni che portavano malessere, era infatti lo strumento degli araldi e degli ambasciatori.

Di nuovo unione tra principi, il centro, la stabilità, un movimento spiraliforme.

La stessa spirale che è il graduale percorso di Dante presso i tre regni, la spirale che diventa labirinto in molte rappresentazioni cristiane, ma anche a Cnosso culla della tradizione minoica, così nella svastica vedica, in particolare la parola svastica deriva da svastì ovvero dalla radice Su che vuol dire bene e astì che vuol dire essere, quindi bene-essere.

Ma ancora troviamo lo stesso messaggio nella tradizione cinese tramite il filosofo Lao Tzè che ci espone il Tao.

Il Tao è l’uno-tutto di cui si è appena detto, una realtà unica, una natura monade venuta dallo Zero ma che in profondità è non essenza, senza attributi come il Brahman vedico e l’Ein Soph cabalistico. Perché all’inizio del Tao non c’è nulla, nemmeno il Tao stesso, assente, imperturbabile. Poi improvvisamente emana sé stesso dal nulla. È come nella Kaballah, è come nell’induismo.

Maschile e femminile sono le due polarità che lo caratterizzano. Lao Tzè faceva l’esempio di un uomo che cammina con una canna di bambù sulla schiena ed alle due estremità vi sono due secchi. Questi secchi rappresentano lo yin e lo yang, essi devono essere equilibrati per permetterci di proseguire il cammino. Il bambù rappresenta il Tai Chi, ovvero il collegamento.

In queste visioni ancestrali ma analoghe è potente il messaggio di ricercare il centro del labirinto dove si trova l’equilibrio, il Logos, il Cristo. Ci viene suggerito di equilibrare le due polarità e di fecondarle.

La Tradizione è potente e sempre vera, essa ci indica la strada e noi dobbiamo percorrerla soprattutto in questo periodo storico in cui siamo così lontani da essa.