Nella notte tra il 31 di ottobre e il primo di novembre inizia, tradizionalmente, il capodanno celtico, che si conclude all’11 di novembre. Nella notte di Samain il mondo dei vivi e quello dei morti, viventi in altra dimensione, comunicano. In omaggio a questa antica tradizione, mi piace svolgere una riflessione riguardante il “corpo di luce”, attingendo ad una sapienza antichissima, come quella degli Egizi e ai risultati della fisica moderna: due chiavi che potrebbero consolidare l’idea che l’umanità ha, dalla notte dei tempi, ossia che la vita non finisce con la morte del corpo fisico, ma prosegue in altro modo e in altra dimensione.

IL CORPO DI LUCE E I CODICI DELLA VITA

Occuparsi di Tradizione e tentare di ricavare dalla Tradizione il significato di codici tramandati nei secoli è un’operazione alla quale ci invita uno scienziato ed un esoterista come Isaac Newton.

“Newton – scrive infatti Frank Wilczek – era convinto che gli antichi avessero codificato la vasta conoscenza che possedevano in sistemi di simboli e testi esoterici …”. [1]

Nel Rinascimento letterati, scienziati, filosofi, artisti hanno cercato di decodificare il lascito degli antichi: non solo dell’antichità classica, ma di tutto il sapere che arrivava, soprattutto alla corte di Firenze, anche per la caduta dell’impero romano di Bisanzio nel 1453.

Un anno prima, il 15 aprile 1452, ad Anchiano, nasceva Leonardo da Vinci, che non solo ha cercato per tutta la vita di scoprire le leggi della natura, ma ha anche, con lo stesso impegno, tentato di capire i codici di quella che Newton ha definito la “vasta conoscenza” antica.

Tentiamo, dunque, di seguire le indicazioni di Newton partendo dalla Tradizione.

L’antico Egitto ci consegna una struttura dell’essere umano che rende più facile comprendere il passaggio tra i mondi di quanto lo possa la solita bipartizione tra corpo e anima o la tripartizione tra corpo, anima e spirito.

Khat o Get è il corpo, la parte più materiale dell’essere umano. Khat è il cadavere e Get è il corpo vivo.

Il Ba è l’anima intesa come essenza presente, come Akh manifesto.

Ib-Ab è il cuore-coscienza, sede di Sia (l’intelligenza) e controparte spirituale di Haty (il cuore materiale).

Khaibhit è il corpo eterico, un’ombra, un doppio immateriale che funge da collegamento tra il corpo e gli elementi incorporei dell’individuo.

Il Ka è la forza vitale universale che nell’essere umano diventa corpo energetico.

Il Sekhem è la forza di coesione dei vari elementi che costituiscono il corpo.

Il Ren è l’identità dell’essere, il nome occulto che mantiene in vita e conferma la vita. Nel nome occulto è racchiusa l’essenza della cosa nominata.

L’Akh o Akhu è il corpo di luce, l’ipostasi luminosa dell’eterna energia cosmica che si congiunge con il divino. L’Akhu, nell’essere umano incarnato esiste in potenza, ma per dargli corpo è necessario un lavoro su se stessi. L’Akhu determina il destino degli esseri umani risvegliati e li trasfigura.

Sakhu o Sa-Hu è l’intelligenza suprema (Sa), in azione (Hu). S (la sapienza) causa l’Akhu, il primo involucro dello “spirito divino”, ossia della particella di Sa che entra in azione.

Quando un essere umano si stacca dal mondo materiale si spegne il Ka, la forza vitale che nutre il corpo e cessa di essere attivo il Sekhem, la forza di coesione dei vari elementi che mantengono il corpo in ordine. Il Get, o corpo vivo, si trasforma in Khat, il cadavere. Il Ren, che possiamo considerare come il codice segreto dell’Io, ossia il codice che lega l’identità eterna con l’identità transeunte terrena, cessa di essere attivo. Il Khaibhit, il corpo eterico, un’ombra, un doppio immateriale che funge da collegamento tra il corpo e gli elementi incorporei dell’individuo, continua ad esistere per qualche tempo, per poi dissolversi.

Dei nove elementi costituenti un essere umano vivo nel mondo materiale, al passaggio di quest’ultimo dallo status di Get a quello di Khat, ne rimangono tre: il Ba, che rappresenta la presenza dell’essenza e l’Akhu manifesto e che ci fa capire che la nostra identità non cessa con la morte del corpo materiale; l’Akhu, o corpo di luce e il Sakhu o Sa-Hu, il nostro “grumo” di pensiero in azione.

Che senso ha che noi, nella nostra più intima essenza, siamo una particella di Sa-Hu, ossia siamo dei grumi di pensiero che vivono in un corpo di luce?

1) Come ho scritto nel mio saggio: “Il Tutto divino”, poniamo che il Tutto, l’Essere che essenzialmente è e diviene in un’incessante trasformazione, sia Energia intelligente, informata, significante e cosciente.

 Come ho scritto sempre nel mio: “Il Tutto divino”: “Il Tutto è l’atto che non deriva da altro che da se stesso. Se così non fosse il Tutto non sarebbe tutto e riceverebbe la potenza e l’impulso da qualcosa d’altro che sarebbe atto. Il Tutto, in quanto atto, contiene in sé le infinite potenzialità trasformative. L’atto perfetto, secondo Aristotele, è enérgeia e all’atto inerisce intrinsecamente il fine. Il Tutto, l’Essere che essenzialmente è e diviene in un’incessante trasformazione, è Energia intelligente, informata, significante e cosciente. Prendendo forma, facendosi campo, rende possibile trasformare la potenza in forza attuatrice. Le sue incessanti trasformazioni avvengono con il “formarsi”, ossia con il farsi forma e al farsi forma inerisce intrinsecamente il fine, il quale è conseguito con regole, codici, criteri predeterminati”.

 2) Poniamo, inoltre, che l’essere umano, nella sua essenza, sia un nucleo densissimo di informazioni poste su fotoni ad altissima frequenza.

Il fotone è una particella priva di massa e, poiché non decade spontaneamente, la sua vita media è infinita. 

Un nucleo densissimo di fotoni ad altissima frequenza, conseguentemente, ha una vita media infinita.

La nostra vita infinita sarebbe, a questo punto, quella di un nucleo di informazioni poggianti su un corpo di luce. Meglio: un nucleo di energia intelligente, informata, significante e cosciente vivente in un corpo di luce.

 Vediamo se le affermazioni riguardanti l’essere umano come nucleo di informazioni poggianti su un corpo di luce hanno senso.

La questione fondamentale riguarda il fotone, il quale è il quanto di energia della radiazione elettromagnetica ed è il mediatore dell’interazione elettromagnetica. Storicamente chiamato anche quanto di luce, fu introdotto all’inizio del XX secolo, quando si capì che in un’onda elettromagnetica l’energia è distribuita in pacchetti discreti e indivisibili

Il fotone ha due possibili stati di polarizzazione ed è descritto dal vettore d’onda, che determina la lunghezza d’onda e la sua direzione di propagazione.

L’intuizione di Max Planck, basata sull’idea che il corpo nero potesse emettere/assorbire pacchetti di energia luminosa in ‘quanti’, si rivelò corretta e portò Einstein all’idea che la luce fosse composta di particelle, poi chiamate fotoni.

L’energia di un fotone è dalla formula

dove h è la costante di Planck e ν (ni) denota la frequenza dell’onda elettromagnetica.

La frequenza ha, pertanto, un’importanza enorme, in quanto al crescere della frequenza, cresce l’energia.

Dal punto di vista ondulatorio, un fotone ha una sua frequenza di vibrazione e una sua lunghezza. Il prodotto della frequenza ν (ni) con la lunghezza d’onda λ (lambda) è pari alla velocità di propagazione dell’onda, in questo caso della luce: λν=c.

Quindi all’aumentare della frequenza diminuisce la lunghezza d’onda.

Arthur Compton, riprendendo le teorie di Einstein (quanti di luce), pensò ai fotoni come particelle che, seppur prive di massa, sono dotate di quantità di moto e ne dimostrò la loro doppia natura.

Gli elettroni, a loro volta, si comportano esattamente come la luce.

I fotoni, pertanto, senza entrare nella complessità delle dimostrazioni di Compton, sono sia onde, sia particelle, in analogia con gli elettroni, anch’essi di duplice natura, ossia onde o particelle.

Questo fenomeno è chiamato dualità onda particella.

Potrebbe essere in questa dualità, in questa doppia natura, il segreto che permette ad un corpo di luce di dare vita terrena ad un corpo materiale e ad un corpo materiale, quando cessa la sua vita terrena, di ridare vita ad un corpo di luce? Se così fosse, la Tradizione ci avrebbe annunciato una trasmutazione che oggi la fisica ci fa intravedere come possibile e ragionevole.

La fisica ci dice che tutto è energia e che il rapporto tra energia e materia è dato dalla velocità della luce, secondo l’ormai famosa formula di Einstein: E=mc2 .

L’energia è uguale alla massa per la velocità della luce al quadrato. Conseguentemente la massa, ossia la materia, è energia molto lenta.

Dalla materia si è ricavata energia durante millenni: dal fuoco alla fissione dell’atomo, ma solo recentemente si è prodotta materia dalla luce: due fotoni in laboratorio hanno dato origine a un elettrone e a un positrone.

Il nuovo esperimento ci dice che il Tutto si trasforma senza limiti.

Il tutto di energia prende forma e si trasforma incessantemente e al farsi forma inerisce intrinsecamente il fine, il quale è conseguito con regole, codici, criteri predeterminati.

Tutto cambia, cambiano gli eventi, cambia la realtà, ma non cambiano le leggi che governano il cambiamento.[2]

Queste regole, questi criteri, sono quelli che la scienza indaga, scoprendoli come fattori regolatori della natura.

Tra questi emerge un numero che la tradizione considera magico, l’1,618…, indicato con la lettera greca Ø (Phi), detto numero aureo, che è alla base della proporzione aurea, ossia della bellezza e dell’armonia. [3]

Il numero aureo 1.6180 …….. (o il suo inverso 0,618), viene considerato come il fattore che declina l’energia verso le sue forme, il criterio di creazione delle forme.

L’intero universo che conosciamo, dal nostro DNA alle galassie, esiste e si espande seguendo sempre la stessa proporzione matematica, ossia la proporzione aurea.

L’Intelligenza della Natura[4] ha lasciato ovunque la sua impronta, sotto forma di Phi.

Il numero aureo è alla base dell’ordine e dell’armonia. [5]

Ne consegue che, essendo l’essere umano una parte del Tutto energia, la sua esistenza è ordinata dalle stesse leggi generali che presiedono alle infinite trasformazioni dell’energia e il numero aureo è il criterio fondamentale che presiede alle forme della vita.

Da qui il motivo per il quale la percezione umana vede nelle proporzioni auree l’ordine e il bello. La nostra percezione funziona con gli stessi parametri della realtà percepita (è isomorfa).[6]

Il fatto che il criterio delle forme sia la proporzione aurea, ossia una proporzione che è legata ad un numero infinito, implica un concetto di dinamicità che è del tutto evidente in tutto l’universo.

Lo stesso criterio di dinamicità è riscontrabile nell’altro numero fondamentale con il quale ci troviamo a fare i conti quando pensiamo alla forma: il pi greco, π ossia il 3,14…………

Nel disegno a penna e inchiostro su carta di Leonardo da Vinci, divenuto famoso come “L’uomo vitruviano”[7], conservato nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, quello che è sicuramente uno dei più grandi scienziati che la storia ci abbia consegnato, evidenzia la doppia natura dell’essere umano, usando i simboli del quadrato e della circonferenza, ossia del finito e dell’infinito e mette in relazione tra di loro il numero aureo e il pi greco, che costituiscono i criteri dell’ordine e dell’armonia.

Fig 1
Non così evidente è il rapporto tra il cerchio e il quadrato nei quali si trova inscritto il disegno dell’essere umano.Come è ben evidenziato nel disegno (figura 1), l’essere umano risponde al criterio della proporzione aurea, ossia al numero aureo Ø (Phi). Tale proporzione è oggi facilmente riscontrabile con adeguate misurazioni.

L’uomo leonardesco è al contempo uno e doppio ed è inscritto sia nel cerchio, che è simbolo dell’infinito, la cui geometria è legata al numero 3,14……., ossia al Pi greco, sia nel quadrato, che è simbolo del finito o, se vogliamo, in termini più moderni, dello spazio-tempo, che è la “scatola” nella quale siamo racchiusi nella nostra dimensione corporea.

Il Tutto è l’ ὀλός (Ólós: tutto, intiero, indiviso, compiuto).

Il cerchio ha un rapporto diretto con l’ Ólós, il Tutto di energia, in quanto l’ologramma[8] è la scrittura di se stessa dell’energia in quella che noi chiamiamo realtà.

L’Olos, il Tutto di energia, scrive se stesso nella linearità spazio-temporale, così come un cilindro sumero si imprime su una tavoletta d’argilla (fig 2).

Fig. 2

Questa impronta avviene secondo il criterio in base al quale ogni piccola parte contiene le informazioni del Tutto.

Il π (pi greco) è, dunque, il numero dell’azione, dello srotolarsi e il Phi – Φ  è numero della forma, ossia della molteplicità individualizzata.

Il quadrato, l’altra figura geometrica nella quale è inscritto l’essere umano leonardesco, è simbolo del finito, ma, come sempre accade, anche il simbolo del finito contiene un elemento infinito: la radice di 2 che riguarda la diagonale e che fu bandita da Pitagora, che di numeri irrazionali non ne voleva sapere.

Leonardo ci mette sotto gli occhi un insieme simbolico il quale ci dice che l’essere umano ha una sua dimensione infinita, che potremmo chiamare intelligenza universale o, come spesso viene chiamata, “spirito” o, ancora, in chiave psicologica il Sé e una dimensione finita, che riguarda la sua forma, la quale ha uno spazio e un tempo, un suo ordine e una sua armonia e che quando questi vengono meno, viene meno anche la forma.

L’essere umano quadrato è provvisorio e va manutenuto, per far sì che la sua provvisorietà sia mantenuta il più a lungo possibile.

L’essere umano, tuttavia, è anche circolare, ossia ciclico, infinito, come il 3,14…… che, come s’è visto, è il numero che indica l’azione ologrammatica dell’energia.

C’è un aspetto che riguarda la saggezza popolare. Di una persona molto razionale si dice che è quadrata. In effetti il quadrato è una figura geometrica fatta di numeri razionali, ma nasconde un numero irrazionale: la radice di due e qui Leonardo ci dice che la conoscenza non è solo razionale, ma un insieme di razionalità e di irrazionalità, di ragione e di intelletto, di esperienza e di intuito.

Inoltre, Leonardo ci invita a considerare il segreto della quadratura del cerchio.

Non è questo il luogo per entrare nei dettagli della possibilità matematica di quadrare il cerchio e nemmeno per affrontare, in merito, la curiosa geometria della piramide di Cheope, ma la quadratura del cerchio ha due significati importanti: l’uno relativo alla completezza dell’essere umano e l’altro scientifico, riguardante il rapporto tra energia e materia.

Quadrare il cerchio, in termini di completezza dell’essere umano, significa non dimenticare mai la compresenza della materia e dell’energia o, se si preferisce, della carne e dello spirito.

Un approccio olistico all’essere umano è esattamente questo: la quadratura del cerchio.

Dal punto di vista scientifico, oggi sappiamo che la materia non solo è energia lenta (m=E/c2), ma che è una curvatura dello spazio tempo. Senza spazio e senza tempo non esiste la materia. Senza che, con l’infinito cerchio, sia compresente il finito quadrato, non esiste l’essere umano nella sua dimensione incarnata.

L’essere umano leonardesco potrebbe suggerirci molte altre riflessioni, ma un aspetto va ancora sottolineato. Leonardo scriveva come se fosse stato di fronte ad uno specchio. Anche il suo disegno, pertanto, va visto in modo speculare, cosicché la sinistra è anche destra e il sopra è anche sotto. Ancora una volta Leonardo ci indica la duplicità della natura umana e il come noi possiamo e dobbiamo sempre guardarla nella sua interezza e complessità.

La forma del corpo umano è regolata dalle leggi dell’armonia, ossia dalla proporzione aurea, presente nell’arte sin del canone egizio antico, basato su 18 quadrettature, sia in quello moderno, basato su 22 quadrettature.

Dell’armonia presente nel corpo umano sono testimoni alcuni esempi, come quelli delle figure sottostanti, che danno l’immediata percezione di quanto è asserito.

Se le proporzioni esterne del corpo umano sono intuibili come armoniche, ben diversa è la percezione che possiamo avere degli organi interni, alcuni dei quali, tuttavia, sono organizzati con modalità frattaliche, anch’esse soggiacenti alle leggi di armonia

Un frattale è un oggetto geometrico che si ripete nella sua forma allo stesso modo su scale diverse.

E’ interessante notare come la moderna fisiologia descriva gli apparati respiratori come un fitto intreccio che si sviluppa secondo una regola frattalica.[9]

Le recenti acquisizioni matematiche relative ai frattali ci dicono che una scogliera, apparentemente dalle forme geometriche caotiche, di fatto è organizzata secondo una geometria frattalica. Strutture frattaliche sono molto diffuse in natura e alcune di esse sono evidenti.

I frattali sono rappresentabili con la Curva di Koch, la quale consente di costruire strutture complesse e ramificate, come un albero. Strutture che sono regolate dalla sezione aurea, ossia dal numero aureo Φ.

Il fattore di riduzione (quello che consente di rendere sempre più piccola ed uguale a se stessa la forma iniziale), infatti, è pari a 1/phi, ovvero il reciproco della Sezione Aurea.

Ora, oltre agli alberi, sono facilmente riconoscibili in una geometria simile anche altre forme naturali, come ad esempio le strutture vascolari o i bronchi.

Il rapporto aureo si rinviene anche nella struttura a doppia elica del DNA, la molecola polimerica che racchiude l’informazione genetica di ciascuno di noi, la quale ha una struttura a doppia elica, costituita da due spirali che si intrecciano. La molecola di DNA misura in lunghezza 34 angstrom e in larghezza 21 angstrom. Questi numeri, 34 e 21 , sono numeri nella serie di Fibonacci e il loro rapporto 1,6190476 è molto vicino al Phi , 1,6180339.

Una delle caratteristiche più significative del nostro essere “umani” è la capacità di pensare, di simbolizzare, di creare significati.

Siamo per lo più esseri audio-visivi e siamo dotati di intelligenza simbolica e del potere di immaginare . [4]

Bessel Van Der Kolk afferma che “gli esseri umani sono creature che creano significati”. [5]

Cosa è l’immaginazione?

E’ mettere un’informazione in un’immagine; è tradurre un’idea, un pensiero in immagine.

E un pensiero cosa è?

E’ informazione in azione.

Immaginare è, dunque, mettere l’informazione in azione in un corpo luminoso.

Nel verbo immaginare si annida il segreto della nostra essenza racchiusa in un corpo di luce.

Siamo nella nostra essenza immagini somiglianti, non uguali. Immagini del Tutto, simili al Tutto, in quanto determinazioni del Tutto, ma individui e in quanto immagini, photo-grammi, esseri di luce: nuclei di energia informata, intelligente, significante e cosciente in un corpo di luce, ossia in un’immagine.

 

Possiamo ora pensare all’essere umano come un sa-hu posto in akhu, ossai come un nucleo di informazioni in azione in un corpo di luce: un’immagine dello “srotolamento” dell’ Ólós (π), che, come tale, segue i criteri propri dei fotoni (E=hν) e che, incarnandosi, segue i criterio del Φ e i codici del Dna.

 

 

 

[1] Frank Wilczek, Una bellissima domanda, scoprire le leggi della natura, Le Scienze

[2] Come spiega Frank Wilczek (Una bellissima domanda, scoprire le leggi della natura, Le Scienze), la simmetria, in generale, è cambiamento senza cambiamento e secondo il teorema di Emmy Noether, le stesse leggi della fisica che valgono oggi valevano in passato e varranno in futuro.

[3] L’idea del Tutto-Uno che si manifesta nel molteplice è antica e diffusa in molte tradizioni. Nel Dioniso orfico, ad esempio, abbiamo la bella immagine del dio che si guarda allo specchio e vede il mondo. L’immagine orfica ci fa capire che Tutto è Uno ed è molteplice e che il molteplice non è altro che una modalità del Tutto-Uno. In questa immagine antica ci è trasmesso il messaggio che il Tutto-Uno Dioniso è qualcosa di più della somma delle sue parti, perché include le relazioni tra le parti e la coscienza della rete relazionale. Inoltre il dio si guarda allo specchio ed è lo sguardo, ossia l’osservazione, che determina la molteplicità e la coscienza della stessa, in perfetta sintonia con quanto ora afferma la fisica quantistica riguardo all’osservazione, la quale fa collassare l’onda delle probabilità in un fenomeno specifico.

[4] È possibile definire il Tutto come energia intelligente, informata, significante e cosciente? In qualche modo è possibile in base ai principi della fisica moderna e a quanto ci giunge dalla sapienza antica.

“La materia come tale non esiste! Tutta la materia – sostiene Max Plank, uno dei padri della fisica quantistica – non esiste che in virtù di una forza che fa vibrare le particelle e mantiene questo minuscolo sistema solare che è l’atomo. Dobbiamo presumere che dietro questa forza esista una mente conscia e intelligente. Questa mente è la “matrice” di tutta la materia”.

Nei testi egizi antichi troviamo, al riguardo, due definizioni molto interessanti: “Sono il Dio grande venuto al mondo da solo. Chi è? L’energia. L’oceano di energia primordiale. Il padre degli dèi”. (Tomba della regina Nefertari).

Nei testi attribuiti a Ermete Trismegisto (La rivelazione di Ermete Trismegisto, Lorenzo Valla) si legge: “Dio energia che tutto comprende (CHII). L’energia di Dio è costituita dall’intelletto e dall’anima (CHXI). L’energia di Dio è costituita dall’intelletto e dall’anima (CHX). Dio è tutte le forme (Trattati X).

Riguardo al Demiurgo, ossia all’Artefice, al Lógos (azione dell’Arché) i testi egizi sono altrettanto interessanti: “Io sono l’Eterno, sono la luce divina che è uscita dall’energia primordiale con il nome di Divenire. La mia anima (Ba) è di natura divina. Sono colui che ha creato il verbo. Vengo alla luce da solo, ogni giorno la mia vita è l’eternità”. (Testi dei Sarcofagi).

[5] Il numero aureo Phi – Φ (si legge “fi”) 1.618033988749894848204586834365638117720309180…, è un numero trascendente (anche se i matematici razionalisti lo chiamano “irrazionale”), ovvero un numero infinito, che non può essere mai computato completamente.

Phi assieme a π (3,14159 26535 89793 …….), costante matematica dove la lettera greca è stata scelta in quanto iniziale perifereia, circonferenza, costituisce la coppia dei numeri archetipici più importanti e significativi.

[6] Il numero, essendo un archetipo, nell’essere umano è, in quanto archetipo, “un’immagine autonoma primitiva, che, preconscia, è universalmente presente nella costituzione della psiche umana”. (C.G.Jung, La simbolica dello spirito, Fabbri ed).

[7] Marco Vitruvio Pollione è stato un architetto e scrittore romano, attivo nella seconda metà del I secolo a.C., considerato il più famoso teorico dell’architettura di tutti i tempi. Il suo trattato De Architectura è stato il fondamento dell’architettura occidentale fino alla fine del XIX secolo.

[8] L’ologramma è la scrittura dell’Olos. Gramma, infatti, deriva dal greco -γραμμα (di parole come διάγραμμα, diagramma o epigramma ἐπίγραμμα, ecc.), dallo stesso tema di γράϕω, grapho, «scrivere».

[9] Anche in questo caso le intuizioni degli antichi e la scienza moderna sono in accordo.

Per gli antichi Greci, infatti, nel petto (stethos), sono alloggiate le frenes (polmoni), il tŷmos (sangue respiro), il cuore (ker o kradin) e l’etor, ossia l’agente che determina la respirazione e il battito del cuore.

Il petto è la sede dell’anima-respiro, che dipende dall’energia (menos) ed è connessa con l’ardore, il calore.

Nei dotti polmonari, definiti come “pukinai” (fitto intreccio), come le fronde dei rami di un albero (immagine vegetale del corpo umano), si riteneva circolasse il tŷmos, il principio vitale che pensa, prova sensazioni e induce all’azione.