Nel Vangelo di Luca è narrato di Marta e Maria e del loro rapporto con Gesù.

Scrive l’evangelista Luca: “Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella di nome Maria la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua Parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte buona, che non le sarà tolta”. (Luca 10,38-42).

 

Alla narrazione di Luca si accosta quella dell’evangelista Giovanni: “Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: «Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me»”. (Giovanni 12,1-8)

 

Senza entrare minimamente di entrare nel significato religioso, tentiamo di comprendere quale sia il messaggio criptato nei testi evangelici, facendo tesoro di quanto ci suggerisce Dante Alighieri, il quale nel Convivio scrive. “E a ciò dare a intendere, si vuol sapere che le scritture si possono intendere e deonsi esponere massimamente per quattro sensi. L’uno si chiama litterale, e questo è quello che non si stende più oltre che la lettera de le parole fittizie, sì come sono le favole de li poeti. L’altro si chiama allegorico, e questo è quello che si nasconde sotto ’l manto di queste favole, ed è una veritade ascosa sotto bella menzogna […]. Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che li lettori deono intentamente andare appostando per le scritture, ad utilitade di loro e di loro discenti […]. Lo quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso; e questo è quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale ancora [sia vera] eziandio nel senso litterale, per le cose significate significa de le superne cose de l’etternal gloria sì, come vedere si può in quello canto del Profeta che dice che, ne l’uscita del popolo d’Israel d’Egitto, Giudea è fatta santa e libera. Ché avvegna essere vera secondo la lettera sia manifesto, non meno è vero quello che spiritualmente s’intende, cioè che ne l’uscita de l’anima dal peccato, essa sia fatta santa e libera in sua potestate. E in dimostrar questo, sempre lo litterale dee andare innanzi, sì come quello ne la cui sentenza li altri sono inchiusi, e sanza lo quale sarebbe impossibile ed irrazionale intendere a li altri, e massimamente a lo allegorico. È impossibile, però che in ciascuna cosa che ha dentro e di fuori, è impossibile venire al dentro se prima non si viene al di fuori: onde, con ciò sia cosa che ne le scritture [la litterale sentenza] sia sempre lo di fuori, impossibile è venire a l’altre, massimamente a l’allegorica, sanza prima venire a la litterale”.

 

Ad aiutarci è il Prologo del Vangelo di Giovanni, il quale inizia con due parole greche: en arché (Ἐν ἀρχῇ), tradotto solitamente e malamente con:“In principio”, mentre andrebbe più correttamente tradotto con: “Nel principio”.

Il Prologo ci dice che il Lógos abita, soggiorna nell’Arché, ossia nel Principio.

Lógos, spiega Martin Heidegger, “può anche significare qualcosa che diviene visibile mediante la sua relazione a qualcosa, mediante la sua «relazionalità»” e, conseguentemente, “assume il significato di relazione e rapporto”. [i]

Che lógos abbia il significato e il valore di rapporto è convinzione anche di Paolo Zellini, il quale scrive: “L’infinito era assenza (stéresis), potenzialità pura, e qualsiasi cosa, per esistere e per durare doveva opporsi alla negatività del senza-limite. Era questo, nella matematica greca, il compito del lógos, del rapporto in cui si trovano i prodromi del numero moderno”.[ii]

“L’enumerazione – aggiunge Zellini – era una prerogativa del lógos, che alludeva a un’operazione di scelta e di raccolta, di aggregazione ordinata di diverse entità in un unico insieme”. [iii]

Un’ulteriore conferma di quanto sin qui affermato ci viene dalla funzione del termine lógos in quanto discorso che «lascia vedere». Lógos è azione “del trarre fuori l’ente di cui si discorre dal suo nascondimento e lasciarlo vedere come non nascosto”[iv], dove legein (λέγειν) significa apophàinestai, manifestare, ossia fenomenizzare.

In questo fenomenizzare è il rapporto lógos-luce.

“L’espressione greca phàinomen, a cui risale il termine «fenomeno» – scrive Heidegger – deriva dal verbo phàinestai, che significa manifestarsi; phainomenon significa quindi ciò che si manifesta, il manifestarsi, il manifesto; phàinestai stesso è una forma media di phàino, illuminare, porre in chiaro; phàino deriva dalla radice phà come phòs, la luce, il chiaro, ossia ciò in cui qualcosa può manifestarsi, rendersi visibile in se stesso”. [v]

Theós deriva dai verbi theeîn, correre e theâsthai, vedere, da cui deriva il sostantivo theós, malamente tradotto con Dio e meglio con “colui che corre verso l’evidenza”.

Theós, nel Vangelo di Giovanni, è Lógos.

Ed ecco che il Prologo acquista il suo insostituibile ruolo di chiave dei testi, in quanto sintesi estrema del divenire al mondo, ossia della legge del farsi mondo del Principio.

 

ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος

 

En archê ên ho Lógos, kai ho Lógos ên pros ton Theón, kai Theòs ên ho Lógos.

 

Nel Principio era il Lógos,
il Logos era presso Theón
e il Lógos era Theós.

 

Siamo in presenza di un’azione. Un’azione che rischiara e rende evidente, manifesta, ossia trae l’ente dal suo nascondimento.

 

Il termine lógos assume, alla luce di quanto sin qui scritto, il significato di azione, di parola, di discorso, di azione illuminante e, soprattutto, di relazione e di rapporto.

 

E’ opportuno ricordare che Anassimandro chiama l’Archè ápeiron: illimitato, imperituro, indistruttibile, immortale, inesauribile, ciò che si muove interminabilmente, il senza morte e senza distruzione. L’Archè è ápeiron e l’ápeiron di Anassimandro è, scrive Fink, “il theion inteso come phýsis, la natura onnipresente, sempre assente, inesauribile, che racchiude in sé morte e vita, che genera ed annienta…”. [vi]

To theion, ci ricorda Fink, è quel neutro che non è un’astrazione degli dèi personali, bensì ciò di cui gli dèi sono simbolo e riflesso. “Gli dèi – scrive Fink – sono potenze dell’Essere che, nel loro vigere, vengono percepite dal pensiero…”. [vii]

L’ ápeiron di Anassimandro è l’abisso che fa uscire tutte le cose e che di nuovo le riprende in sé.

L’ápeiron compie interminabilmente l’ekkrinesthai, la disseparazione delle cose, spingendole nell’esserci.

La chiave che ci fornisce il testo citato di Giovanni è il nesso tra Principio, formazione, forma, ossia: Arché, Logós, Morphé.

 

Morphé (μορφή) è forma sensibile, alla quale si sccompagnano termini come σχήμα (skhēma, modo in cui una cosa si presenta) ed είδος (èidos, forma intelligibile).

 

 

Va sottolineato che “in arché” non ha il significato di un inizio temporale, che separa un prima da un dopo, ma di un principio principiante.

L’arché in Parmenide è l’Essere e il fondamento di tutte le cose. In Aristotele l’arché consiste nell’essere origine e fondamento per l’Essere, il divenire e il conoscere.

Arché, femminile in greco, deriva dalla radice indoeuropea *ark, che ha il significato di contenere, trattenere. *Ark è scrigno, arca. Arca dell’alleanza.

Arché è, dunque, un illimitato abisso, chiuso e silenzioso, fondamento di tutte le cose (ta panta) ed è phýsis che, secondo Aristotele, è l’uno originario, che è sempre, che permane e che è imperituro. La phýsis è l’arché di tutte le cose, divina, creatrice.

In Anassimandro, come spiega Eugen Fink, la phýsis “è il fondamento non cosale di tutte le cose percepibile nel pensiero, fondamento che permane imperituro in tutto il loro trapassare. La phýsis stessa non appare; è l’ente ad apparire, ma tutto ciò che appare viene fuori dal grembo della phýsis e in esso ritorna”. [viii]

La phýsis, in Eraclito, è l’eterna madre immutabile, il fondamento materno del mondo da cui erompe la luce che assegna alle cose (ta panta) la visibilità; è il grembo che tutto partorisce, è la Dea Madre.

La phýsis è l’Essere come origine. La phýsis è l’inapparente, il velato, la profondità dell’Essere chiuso in sé. “La natura – scrive Eraclito – ama velarsi”.

L’arché è dunque phýsis, fondamento, abisso, grembo partoriente da cui erompe la luce come sophon, l’uno sapiente, la ragione del mondo di cui scrive Eraclito.

Il sophon è l’aperto, “il chiarore della comprensione in cui unità, totalità ed Essere appaiono diradati nel loro rapporto reciproco”. [ix]

Il sophon è l’aletheia dell’Essere e in Eraclito è il saphes, il chiarore della luce: fuoco semprevivente. Fuoco cosmico, che assegna alle cose la visibilità del loro aspetto; è il fulmine che nel frammento 64 Eraclito indica come la potenza che governa tutte le cose nel loro insieme (ta panta).

E l’ordine simbolico del fuoco è quello cosmologico del lógos, ossia del sophon: ragione che attraversa il cosmo e custodisce la vicenda dell’apparire.

Il lógos in Eraclito “è l’articolazione ontologica che attraversa l’aperto, il principio strutturale del sophon…; è la forza improntante e disponente”[x], che impronta e dispone le cose.

 

Il Prologo del Vangelo di Giovanni evidenzia il reciproco rapporto tra l’origine (archè, phýsis) e il lógos come luce che evidenzia tutte le cose che sono nell’origine e le impronta, le ordina, dà loro visibilità.

L’origine, arché, phýsis, è un principio creatore del quale il sophon è l’aspetto ordinante e, in quanto lógos, improntante e custodente in un continuo avvicendarsi di krisis, separazione, e di krasis, mescolanza: due vocaboli la cui radice *kr è anche quella di creare, ossia di fare.

Nel Prologo leggiamo che tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui [il lógos], ossia che l’attività creatrice dell’origine è propria del lógos, che è nell’origine presso se stesso.

 

Fatta questa ampia disamina dei termini e considerato che Gesù in Giovanni è il lógos, vediamo cosa possono significare le due sorelle e il loro rapporto con il lógos.

 

Marta è uno dei nomi femminili più antichi esistenti, ed era già molto diffuso in ambienti orientali già dal V secolo a.C. Potrebbe derivare dall’aramaico Miryam, antica forma dialettale di Maria, oppure dall’ebraico Mar ovvero ‘signore’ e quindi significare ‘signora, padrona’.

Si tratta di un nome di origine semitica, basato sul termine armaico מרתא (maretha, femminile di mār o mara), che significa “signora”, “padrona”.

Per Maria la teoria più accreditata propone un’origine egizia, basata su mry o mr (rispettivamente “amata” e “amore”). Troviamo in Egitto nomi come quello della principessa Meritamon, amata da Amon.

 

Marta e Maria sono due aspetti di una sola persona, di ognuno di noi. C’è la parte profana, terrena, che si affaccenda in molte cose, che è signora, padrona della vita di ogni giorno e c’è la parte che è rivolta ad ascoltare il lógos.

Quale delle due parti è la migliore, non in assoluto, ma per noi stessi?

La narrazione evangelica risponde che è quella rivolta ad ascoltare il lógos, ossia a collegarci con l’azione, la parola, il discorso, l’azione illuminante e, soprattutto, la relazione e il rapporto del Principio.

Possiamo trovare lo stesso concetto nel rapporto tra Ātman, la nostra essenza, il nostro soffio vitale, la nostra anima individuale, il nostro Sé con il Brahman, ossia l’anima del Tutto.

“Vedi l’unità nella diversità, l’Uno divino appare nelle molte forme, immensa è la sua vastità, indescrivibile la sua gloria. Tutte le infinite terre, i soli e i pianeti che sono visti e quelli oltre la nostra percezione, esistono per suo comando. Accesa in varie forme, l’eterna fiamma è Una. Illuminando il mondo con i raggi dorati all’alba, dipingendo le nubi della sera con cangianti colori, il sole è uno.” (Rig Veda)

Il lógos è l’eterna fiamma, il fuoco che sempre vive di Eraclito.

“Mutamento scambievole di tutte le cose col fuoco e del fuoco con tutte le cose, allo stesso modo dell’oro con tutte le cose e di tutte le cose con l’oro”. ( Eraclito – fr. 90).

“Quest’ordine universale, che è lo stesso per tutti, non lo fece alcuno tra gli dèi o tra gli uomini, ma sempre era è e sarà fuoco sempre vivente, che si accende e si spegne secondo giusta misura”. (Eraclito – fr. 30).

Nella narrazione dell’incontro tra Marta, Maria e Gesù è criptato il nostro incontro con la nostra essenza nel suo incontro con l’Essenza.

 

Interessante anche la narrazione di Giovanni, laddove scrive:“Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento”.

Ungendo i piedi di Gesù con il nardo Maria lo riconosce come l’unto, il messia. Il messia, salvatore e risolutore del tempo attuale, è l’instauratore di un tempo nuovo e definitivo (eschaton), di felicità e perfezione. Il messia abolisce la realtà attuale e la sostituisce con una nuova realtà metastorica. Il messia è colui che è inviato dal Signore, ossia è l’azione del Principio.

Maria cosparge i piedi. Non spetta a lei versare l’olio dell’unzione sul capo. Maria cosparge i piedi, che sono l’aspetto di azione del lógos, il suo camminare nella vita, il suo essere manifestante.

Infine, i capelli. Da sempre i capelli sono simbolo di energia. Maria asciugando i piedi unti del lógos si collega, con l’energia del suo capo, all’energia del principio in cammino nella manifestazione.

Anche in questa immagine allegorica troviamo il rapporto tra Ātman e Brahman, tra il Sé individuale e l’anima del Tutto.

Infine, Lazzaro, il cui nome Deriva da Lazarus, forma latinizzata del greco biblico Λάζαρος (Lazaros), variante di Ελεαζαρ (Eleazar) usata nel Nuovo Testamento. Eleazar deriva dall’ebraico אֶלְעָזָר (‘El’azar), che significa “Dio ha aiutato”, o “colui che è assistito da Dio”.

Lazzaro è un risorto, ossia un essere umano che ha recuperato pienamente la coscienza della sua dimensione animica, il suo “corpo di luce”, il suo rapporto con il lógos.

Nel quadretto di famiglia, offertoci da Giovanni, c’è l’indicazione di cosa significhi l’apollineo “Conosci te stesso”, quando si declina nelle varie azioni che l’essere umano deve compiere, per passare da uno stato di profanità (Marta) a quello di iniziato (Maria) e a quello di risorto (Lazzaro). Il cammino è passare dal piombo all’oro, dalla materia alla luce, dal corpo materiale al corpo di luce.

Lo spiega San Paolo.

Nella Lettera ai Corinzi, San Paolo ci conferma che dopo la morte torneremo ad essere l’uomo del cielo:“Ma qualcuno dirà: «Come risorgono i morti? […] Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo. Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste. Vi dico questo, o fratelli: carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che si corrompe può ereditare l’incorruttibilità. Ecco, io vi annuncio un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba”.

Ancora più esplicito San Paolo è nella prima lettera ai Corinzi, dove tratta il modo della resurrezione.

“Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?». Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo. Non ogni carne è la medesima carne; altra è la carne di uomini e altra quella di animali; altra quella di uccelli e altra quella di pesci. Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, e altro quello dei corpi terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle: ogni stella infatti differisce da un’altra nello splendore. Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale”.

Negli atti di Filippo (apocrifo del IV secolo) Gesù insegna: “Se non farete che il sotto divenga il sopra, che la destra divenga la sinistra, non entrerete nel regno, perché tutto l’universo è volto nel senso contrario e così ogni anima che è in esso”.

L’inversione è l’atto del volgersi dell’anima dal mondo sensibile a quello intelleggibile, evocando la multidimensionalità. Un concetto, quest’ultimo, che rinvia ad importanti orizzonti scientifici.

E’ nel volgersi, come Dante nella natural burella, che si apre la via del Sé.

E’ ben chiaro, il concetto, anche in quel linguaggio iconico che è nei Tarocchi, con la sequenza della Forza (XI), dell’Appeso (XII) e della Morte (XII).

Nella narrazione evangelica è criptato quello che Emilio Servadio rende manifesto come percorso iniziatico, alla fine del quale è presente il corpo di gloria.

“Al limite [del percorso], e infine, il «corpo» si trova retto da un principio immateriale e radiante di cui è in tutto e per tutto lo strumento. Il capovolgimento iniziatico è ora completo. Al «corpo» volgare è succeduto il «corpo magico» o «corpo di resurrezione» – ossia in termini alchemici, il piombo è stato totalmente trasmutato in oro”.

Volgersi al lógos è un capovolgimento iniziatico che Maria esegue ascoltando la sua parola e collegandosi alla sua energia.

[i] Martin Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi

[ii] Paolo Zellini, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi

[iii] Paolo Zellini, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi

[iv] Martin Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi

[v] Martin Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi

[vi] Eugen Fink, Le domande fondamentali della filosofia antica, Donzelli editore

[vii] Eugen Fink, Le domande fondamentali della filosofia antica, Donzelli editore

[viii] Martin Heidegger, Eugen Fink, Eraclito, Laterza

[ix] Martin Heidegger, Eugen Fink, Eraclito, Laterza

[x] Martin Heidegger, Eugen Fink, Eraclito, Laterza