Di Franco Rabbi

I maestri delle religioni dovrebbero imparare forse a rinunciare all’idea del dio personale, cercando di tentare un’unificazione del multiforme, senza temere una conoscenza maggiormente di tipo razionale e meno fideistica. Del resto la divinità ha perfetti attributi più di tipo quantitativo che qualitativo, poiché sono gli stessi attributi che costituiscono il significato di “essenza”.

Silvano Danesi, nel suo: “Tutto è divino” (www.ilmiolibro.it) ricorda che su una tavoletta di smeraldo, un testo scritto in lingua araba e tradotto in latino nel 1250, attraverso alcuni scritti ermetici, viene messa in rilievo la presenza di una sostanza primordiale che, a sua volta, generebbe tutto quanto è sparso nell’infinito. Tale sostanza è detta telesma, grande magico agente manifestantesi come materia associata al movimento, sostanza fluida e vibrante.

Il termine télesma, che deriva dal verbo τελέω il cui significato è compio, agisco, mando ad effetto, è la radice della parola talismano: infatti τελεσμός significa anche consacrazione, propriamente quindi compimento rituale e sacro e in relazione con riti compiuti.

D’altra parte l’antica teologia egiziana afferma che l’universo sarebbe nato per l’azione di una divinità luminosa, generando vita nell’atmosfera e nelle acque: l’aria atmosferica e l’acqua darebbero origine, con il loro divenire e i loro cambiamenti, a quanto intercorre fra cielo e terra.

Cielo e terra, a loro volta, darebbero origine a quattro distinte divinità successive.

Il telesma primordiale sarebbe il generatore del tutto, dal cielo al suolo e dal suolo al cielo.

Forse, a questo punto, è lecito ricordare la tesi di Ermete Trimegisto riguardante il Sole come padre, la Luna come madre, il Vento, trasportatore nel grembo materno, e la Terra come nutrice.

L’Autore pone la tesi che il vocabolo telesma, magico agente manifestantesi come materia sempre in movimento, fluida e vibrante, possa essere rappresentativo anche delle grandezze fisiche fondamentali che appartengono ai rispettivi Campi Fisici, gravitazionale, elettromagnetico, ecc.

Grandezze fisiche che, dovendo fra loro mettersi in correlazione, definiscono e descrivono il reale, o meglio la sua immagine, come morfologia e proprietà.

L’Autore osserva che le mutue connessioni e le interazioni delle grandezze fisiche dagli Egizi sono definite Tessuto, cioè intrecci di fili che vestono l’invisibile o il nascosto, rendendolo visibile e che fra loro possono essere effettivamente interdipendenti.

A tale fine, cioè la connessione, tuttavia appare indispensabile la mediazione, cioè l’intervento del pensiero e della ragione, vale a dire del λόγος.

Appare quindi il λόγος, combinazione prodigiosa di volontà, intelligenza, coscienza e informazione. Ancora: gli antichi Egizi consideravano un grande dio essere il creatore del λόγος, insieme di anima e intelletto, attribuendogli il significato di principio universale del tutto: l’αρχή, grande divinità rappresentativa o coincidente con l’energia, grandezza indistruttibile e costante, continuamente diveniente sotto forme diverse, ma eterna.

Il concetto di logos, con i suoi significati di Razionalità, Intelligenza, Pensiero, Informazione formativa è facilmente associabile a quello di Luce, illuminazione da intelligenza della volontà: infatti il termine  deriva dal  verbo λεγω che significa raccolgo, raduno, scelgo, parlo, enumero, conto, rispondo, ordino, comando, quindi con una grande varietà di significati anche differenti fra loro. Ancora: enumerare, rapportare di un oggetto le sue proprietà geometriche e fisiche, come lunghezza, spessore, colore, ecc., significa rendere manifesto (σαφής) qualcosa che a prima vista non permette di coglierne l’intima sua natura a differenza del suo aspetto superficiale esterno, ecco il senso di ILLUMINARLO.

La grande varietà dei significati del verbo λεγῳ esprime la grande potenza del λογος   presente nell’αρχή, nel PRINCIPIO, dal quale successivamente si stacca creando, enumerando e ponendo fondamento. L’αρχή viene definita απειρου come ILLIMITATA, IMMORTALE se il suo  attributo è cioè ILLIMITATO.

Il termine αρχè, consonante con τό ϑειον, il PRINCIPIO, è consonante con il DIVINO: quindi l’ αρχή è l’ ILLIMITATO DIVINO che incessantemente  compie DISCERNIMENTO, (εκφαινειν τό παν), in quanto provvista del LOGOS che le permette di raccogliere, scegliere, enumerare quanto esiste nelle sue forme differenziate, visibili, intelligibili e provviste non solo di μορφή e di  φύσις, ma anche dotate di  ειδος, cioè della proprietà di avere forma non solo intelligibile, ma anche VISIBILE.

Qui compare il concetto  di esistenza, di VITA, ESISTENZA, ESSERE, i cui fondamenti sono nell’ αρχή  vista come φύσις.

Eraclito spiega che LOGOS significa “lasciare che le cose parlino, permettendo a loro d’imporsi, manifestandosi”, poiché il manifestarsi delle cose corrisponde alla verità dell’essere, αλεϑεια, il cui attributo è “chiara, limpida”, σαφής , vale a dire verità sicuramente manifesta, come la luce che la illumina.

Eraclito afferma che il Tutto è compreso nell’Uno, cioè tutte le cose sono Uno e con le loro differenze restano unificate dalla loro identità , per cui le cose differenziate “stanno” nel Tutto che include sia l’Uno, sia tutto quanto da esso proviene e che ad esso deve ritornare: un poco come la Terra e le Piante, che da essa provengono e che ad essa ritornano.

Quindi coincidenza fra il Tutto, cioè l’Uno, con l’Archè provvista di Logos e il Demiurgo che lavora sul Tutto e per il Tutto; infatti δημιυργός è la combinazione di δήμος  e εργμα, popolo e azione, cioè AZIONI per il TUTTO.

L’Autore incidentalmente suggerisce un cambiamento della mentalità corrente, proponendo di considerare la possibilità di un pensiero sulla ”non esistenza”, contemporaneo ad uno sulla “non-non esistenza”, come pensare ad un vuoto, però ricco di possibilità almeno allo stato potenziale.

Forse la Fisica Quantistica di Werner Heisemberg e di Max Planck può venire in aiuto a tale proposito con il Principio d’Indeterminazione per le particelle, relativo alla dimostrata impossibilità di determinare con assoluta esattezza le loro coordinate spaziali, contemporaneamente alla assoluta esattezza della nostra conoscenza delle loro quantità di moto,  per cui la posizione nello spazio di queste non è identificabile con una terna di coordinate x,y,z, ma è rappresentata dalla loro distribuzione statistica, cioè dalla probabilità al posto della certezza.

Del resto la natura dualistica del reale già alla fine del 1600 apparve quando Newton e Huygens, basandosi su prove sperimentali trattarono la natura della luce: il grande Inglese per via corpuscolare, l’altrettanto grande Olandese per via ondulatoria, arrivando alla conclusione della sua duplice natura, onde e con l’aggiornamento quantistico, fotoni.

L’incessante continuità dei riferimenti alle antiche religioni, egizia, sumerica, celtica, ai loro miti e leggende, assieme alla loro successiva storica sistemizzazione dei relativi contenuti ad opera della filosofia greca, permette al lettore di comprendere perché la versione greco-ebraica della Bibbia sia sta in grado di trasmetterci la pangenesi universale per opera divina.

L’autore possiede una formidabile quantità di conoscenze teologiche, antropologiche, lessicali e glottologiche, senza ombra di dubbio frutto della sua personale attività di ricerca: dall’analisi critica delle svariate informazioni provenienti dai molteplici  specialisti presenti nella vasta bibliografia, alla ancora più complessa attività di sintesi dei contenuti informativi e questo spiega la sua formazione filosofica e storica .

La lettura dell’opera risulta oltremodo impegnativa per la necessità di collegare fra loro alcuni temi in precedenza posti come basi e indispensabili per alcune conclusioni.

Sembra che l’autore, una volta forniti gli argomenti necessari come basi, lasci al lettore la scelta libera, o il compito della sintesi, per cui un suggerimento mio personale sarebbe di ridurre il senso della frammentarietà comunicativa, certamente dovuta alla molteplicità dei temi e dalla diversità della loro provenienza.

Come esempio, appare poco chiaro e per il contesto dell’opera difficilmente comprensibile a mio parere, il riferimento alla costante α di struttura fine, mentre significativamente interessante è il richiamo del processo di annichilazione delle loro masse per l’elettrone incontratosi con il positrone, con formazione di radiazione γ: dalla materia all’energia del campo elettromagnetico, anche se a tutt’oggi non mi risulta essere stata osservata l’operazione inversa, cioè dall’energia elettromagnetica alla  materia.