Il “massoevangelismo” o “vangelomassonismo”, ossia il rapporto tra chiese evangeliche e massoneria nell’arco temporale che va dal 1859 al 1914, è l’argomento, originale, di grande interesse storico e di fondamentale importanza per la documentazione del radicarsi delle due variegate istituzioni in Italia, del libro di Marco Novarino dal titolo: “Evangelici e liberomuratori nell’Italia liberale” (Claudiana).

Il volume, 538 pagine, ci consegna, anzitutto, prima ancora dell’intreccio evengelici-massoni, un quadro inedito della presenza evangelica in Italia e della sua battaglia al clericalismo, per dar vita ad uno Stato laico, entro il quale ogni confessione potesse essere libera di professare il proprio credo.

L’intreccio tra evangelici e massoni è, pertanto, anzitutto un impegno per affermare la libertà.

Due mondi, non unitari, ma variegati, si sono trovati uniti in alcune battaglie comuni che Marco Novarino sintetizza come “forte sentimento anticlericale e, di conseguenza, altrettanto attivismo in campo sociale per contrastare l’influenza dell’associazionismo cattolico; appoggio a quegli schieramenti politici contrari ad ogni tipo di dialogo con il Vaticano e che, al contempo, si battevano per il riconoscimento dei diritti civili e le libertà religiose; forte impegno nei campi dell’istruzione e della solidarietà e, infine, il sentirsi, sotto varie forme, eredi dei valori risorgimentali”.

La convivenza e la convergenza non sono state sempre facili e hanno visto alterni momenti di intesa e di incomprensione, ma i “fattori che favorirono la convivenza – scrive l’autore – furono poi rappresentati, sul piano ideale, dal sentimento di fratellanza cosmopolita, dalla fede nella possibilità concreta di un avanzamento morale e sociale della società per mezzo della scienza e dell’istruzione, delle battaglie in favore della libertà di coscienza, della laicità e infine dei diritti umani e civili”.

L’autore, fin dall’inizio (pagina 10) pone l’interrogativo fondamentale che si sono posti gli evangelici e che continua ad essere posto da chi si accosta al mondo massonico. Si trattava di capire, scrive Marco Novarino, “se essa [la Massoneria] fosse una formazione religiosa di tipo sincretico e dunque una sorta di chiesa universale del futuro o, al contrario, se essa fosse una società iniziatica fondata su una tradizione esoterica che nel tempo si era trasformata in una istituzione anticlericale, filantropica e razionalista”.

In queste poche righe è riassunto, con ottima sintesi, il problema, al quale va data una risposta, collocandolo nel contesto temporale nel quale è nato.

La risposta, se ci collochiamo nell’800 e agli inizi del ‘900 è che la Massoneria italiana era una società iniziatica fondata su una tradizione esoterica che nel tempo si era trasformata in una istituzione anticlericale, filantropica e razionalista.

Ed è con questi tre aggettivi che è necessario fare i conti.

La filantropia è connaturata con l’esperienza iniziatica massonica, che si occupa dell’amore dovuto all’essere umano e alla sua elevazione sociale e spirituale. La Massoneria è, conseguentemente, filantropica.

L’anticlericalismo ha senso se lo si intende come opposizione all’ingerenza del potere ecclesiastico nella vita politica, sociale e culturale del Paese, ma nel periodo del quale si occupa l’autore il termine aveva un carattere specifico di lotta politica al potere temporale del Papa che oggi non ha più senso.

Rimane invece aperto il tema posto dall’aggettivo razionalista, che fu alla base della più importante scissione della Massoneria italiana e di molte incomprensioni con gli evangelici. La questione è tuttora aperta, in quanto la ricerca della verità, che è l’obbiettivo fondamentale del percorso massonico, si svolge sia accostandosi, con la ragione, alla verità intesa come esatta corrispondenza, sia accostandosi, con l’intuito, alla verità intesa come svelamento.

Le accuse rivolte da alcuni settori del mondo evangelico a quello libero muratorio, come spiega l’autore, sono state “nel tempo quelle di essere una nuova confessione religiosa, oppure, un’associazione razionalista e atea”.

Ed è sul versante della contestazione alla declinazione razionalista che si colloca la scissione condotta da Saverio Fera, dalla quale discende ancora oggi la presenza in Italia di due filoni massonici ben distinti: quello detto di Palazzo Giustiniani (Grande Oriente d’Italia) e quello detto di Piazza del Gesù, composto da una galassia  di Ordini, frutto di una complessa vicenda di ricostruzione della Massoneria ferana dopo il secondo dopoguerra.

Pastore evangelico, Saverio Fera, era definito, ricorda l’autore, “capace e attivo, ma anche intransigente e polemico” e, riguardo alla politica, schierato con il progetto crispino.

Veniamo, seguendo Fera, alla scissione del 1908.

Dopo la gran maestranza di Nathan, fu scelto come successore il repubblicano e scultore Ettore Ferrari.

Nathan, inaugurando la nuova sede della Massoneria a Roma, aveva chiarito che “la Massoneria non esercita sulle coscienze alcuna coazione anti-religiosa, ma le lascia compiemente libere, davanti all’Infinito Creatore, di integrare in quelle forme che meglio credono la immagine delle forze gigantesche che muovono l’universo”.

Ferrari era spostato su un versante progressista e di sinistra.

“Dopo l’assemblea del 1906 – ricorda Marco Novarino – il Grande Oriente d’Italia si propose come punto di riferimento e agente di coesione per la sinistra laica e riformista”, aprendo così una fase di scontro con i fautori di una linea moderata.

L’occasione dello scontro tra i fautori della linea Ferrari e quelli di una linea moderata fu la presentazione alla Camera della riforma Bissolati per la piena laicizzazione della scuola, con il divieto di impartire in qualsiasi forma l’insegnamento religioso.

La posizione di Bissolati ebbe l’appoggio di una parte del mondo evangelico e del Grande Oriente d’Italia e la mancata approvazione della sua proposta di legge, nel 1908, ebbe come conseguenza l’espulsione dal Grande Oriente dei deputati che non l’avevano votata.

La “mano dura”, ricorda l’autore, fu il casus belli  che diede al pastore Saverio Fera l’opportunità di diventare il catalizzatore della corrente moderata e a “partire da quel momento i fautori di una Massoneria tradizionale-ritualistica guardarono a lui come futuro leader”.

L’occasione per la scissione venne dal tentativo di unificare il Rito Simbolico con il Rito Scozzese. Tentativo che acuì il dissenso tra il Sovrano Gran Commendatore Achille Ballori e Saverio Fera, il quale era il suo Luogotenente. Ballori si dimise, fu rieletto e si dimisi nuovamente.

Fera, a quel punto, fu investito della carica di Reggente e il 1° maggio 1908 “comunicò ufficialmente al mondo massonico internazionale, ma anche a quello profano nostrano, la nascita di un nuovo governo con naturalmente lui al vertice”.

Due anni dopo, nel 1910, Fera dette vita alla Serenissima Gran Loggia d’Italia, comunemente denominata, negli anni successivi, “di Piazza del Gesù”.

Il testo di Novarino si chiude con la prima guerra mondiale, ma dopo la lettura della sua ricorstruzione rigorosa dei fatti, degli avvenimenti, delle posizioni iniziatiche, religiose e politiche, c’è da augurarsi che l’opera prosegua per affrontare la complessa vicenda che dal 1914 porta al Fascismo e le vicende di molti massoni, protagonisti, in ambiti diversi, di alcuni degli episodi storici più significativi del primo dopoguerra. Valga per tutti l’esempio del massone Gabriele D’Annunzio e dell’impresa fiumana, con la formulazione della Carta del Carnaro, dovuta al massone Alceste De Ambris e promulgata l’8 sttembre 1929 a Fiume. Carta che servirà, in seguito, come base per la formulazione della Costituzione della Repubblica Italiana.