A volte ci sono cose che colpiscono l’attenzione, così, diciamo per caso (il caso non credo esista).  M’incuriosisce un beep inatteso, un messaggio che mi avvisa di essere (quasi) in quell’altro Paese: il roaming si attiva e, proattivo e diligente, avvisa. Mi guardo un po’ attorno, in questo stretto, alberato vialetto periferico, d’un paesetto periferico, tra altrettanto periferici monti e poche, residue chiazze biancastre di quella vecchia neve ancora non sciolta. Ne restano poche. Il messaggio comunque aveva senso, perché m’accorgo stavolta di trovarmi dalle parti di una vecchia dogana, una di quelle dove una volta c’erano guardie di qua e guardie di là, oggi rimpiazzate da qualche stondato paletto bicolore e da un cartello sempre sull’attenti, colorato e vigile, che avvisa del fatto che di là c’è un altro Paese e che solo si può procedere con documenti validi per l’espatrio e nessuna merce non dichiarata. Doganieri declassati a freddo metallo. Corsi e ricorsi.

Comunque trovarsi sul filo di un cambio così repentino, da stare di qua o di là intendo, col piede destro verso strudel e ricche fondue di gustosi, caldi formaggi di “vere mucche” e il sinistro puntando pantagruelici zamponi, lenticchie e uvette, fa sempre un certo effetto. Eppure non è di certo la prima volta che mi capita di essere in bilico tra due mondi, quasi ci sono abituato. Tra due professioni, tra due case, tra due diverse chiome, tra due sentieri, tra due libri, tra due idiomi, tra due odori, tra due voci e ora, ancora una volta, tra due Paesi. Come in cima a una coppia di carte da gioco affiancate solo in alto, sempre in costante, precario equilibrio, a costruire forse un castello, forse un ponte ma sempre al limite del crollo. È una situazione impossibile da mantenere a lungo. È un equilibrio instabile. Bisogna andare, che sia di qua o di là ma bisogna andare, me ne rendo conto. È la magia del confine. E io vado. Scelgo il di qua.

Seguo il piccolo ruscello, ora ingigantito dalla tanta neve ormai quasi tutta sciolta e torno verso il laghetto. La stradina, ora asfaltata, ospita su un lato i soliti tombini, qualcuno affannato di copiosa acqua, altri tra più freddi brividi di anonimi cavi elettrici. Mi piacciono, sono diversi dai consueti ai quali sono assuefatto per consuetudine, perciò mi soffermo a fissarli con un po’ d’attenzione. E proseguendo, li conto.

Ce ne sono dapprima tre, uguali tra loro, chiaramente costruiti in serie, con quei motivi ripetuti allo stremo, fitti e monotoni, tutti uguali, tutti evidentemente prodotti dallo stesso stampo. Però poi c’è il quarto, differente. Un tombino fuori dal coro. Tutti quei quadratini ripetitivi e monotoni, qui non ci sono. C’è evidentemente un centro ma attorno gli si muovono curiose curve, dolci e convergenti a coppie, oltre a qualche altra losanga e ad altri segmenti rettilinei. Disegnano qualcosa. Interessante.

Certo, sono solo dei coperchi di vecchi tombini. Però c’è qualcosa, in me che li noto o in loro stessi che lì chissà da quanto risiedono, qualcosa che merita una sosta. Forse esagero, forse sono solo annoiato in questa vigilia resa drammaticamente fredda da incomprensibili, sciocche regole emanate da governanti cialtroni e incompetenti. Però non è normale scovare simboli cosi numerosi e fitti in un solo oggetto. Anzi no, sono due, perché anche il quinto è identico, con gli stessi segni, le stesse proporzioni e, curiosamente, orientati in maniera identica. Strano, perché sono coperchi circolari di comuni tombini circolari. Però, tanto per cominciare, entrambi giacciono tra Oriente ed Occidente. Sia in senso macroscopico per così dire, perché la linea immaginaria che li unisce, in quel punto della stradina, viaggia tra Est ed Ovest. Però anche perché all’interno del cerchio c’è un rombo, il cui asse maggiore è proprio orientato (casualmente?) secondo l’asse degli equinozi, appunto tra Oriente ed Occidente. Agli equinozi, Est è sicuramente Est ed Ovest è sicuramente Ovest, nonostante tutto, nonostante la precessione – appunto – degli equinozi che però solo fa sentire il suo peso in maniera percettibile dopo millenni, nonostante quindi il trascorrere del tempo, almeno ragionando su scala umana. Un punto (quasi) fermo. Brevissimo, perché solo dura un istante, ma praticamente fermo. Sugli equinozi ci si può contare. Solo che si deve essere lì a rendersene conto, magari preparando l’attesa, magari scherzandoci un po’ su, magari giocando, magari meditando. A pensarci bene il rombo in questione rimanda all’antico archetipo della vesica piscis, la mandorla, l’origine della vita, la Sacra Madre, la Fertilità. Ma sono solo coperchi di tombini per la via. Vabbé, comunque decido di fermarmi ancora un po’.

A prima vista, oltre al rombo centrale, è impossibile non notare l’esagramma, la stella a sei punte. Alcuni lo relazionano solo al simbolo di uno stato mediorientale (la stella di Salomone, figlio di Davide, è una rappresentazione piuttosto comune) ma si tratta di un simbolo molto più antico, a proposito del quale sono stati scritti fiumi di parole. Aristotele, posizionando i suoi triangoli verso l’alto e verso il basso, riassumeva i quattro elementi. L’esoterismo da sempre ne fa il simbolo del Mago. Altre famose letture ne individuano l’intreccio tra macroprosopus (mondo grande) e microprosopus (mondo piccolo): ciò che è sopra è sotto e ciò che è sotto è sopra, una maniera per dire tra l’altro che l’essere umano è immagine (piccola) della realtà che lo genera (grande) ed anche per sottolineare l’intreccio tra Spirito e Corpo. I cabalisti fin dalla notte dei tempi parlano della Vera Bellezza, il cui Fondamento è la Verità. È anche il simbolo della Madre, l’archetipo della vita stessa attraverso l’immagine della fertilità. In altri ambiti l’esagramma rappresenta il Grande Architetto, il principio assoluto dell’esistenza.

È sempre e solo un tombino ma, visto che c’è ancora quasi un’ora di luce, continuo a girarci un po’ attorno per studiarlo meglio.

La stella disegna al suo interno un esagono regolare. Sei è il numero che identifica il dio Toth degli antichi egizi, ovvero la Conoscenza, l’unico che può ricreare l’ultimo sessantaquattresimo del distrutto occhio di Horus, come approfondito anche in Codice Netfis. È il numero dato sia dalla somma che dal prodotto dei primi tre numeri interi positivi (1+2+3=1x2x3), un numero che porta con sé un’infinità di altri richiami e simboli. È proprio questo che mi stupisce, il gran numero di simboli rappresentati in questo discreto circolo, incastonato un po’ in disparte, tra i grigi grani d’asfalto di un’antica stradina di periferia. E siccome i simboli lasciano riferirsi ad altre realtà più grandi che solo vengono richiamate alla mente di chi li osserva tramite il meccanismo mentale, grafico e visivo dell’associazione d’idee, comincio a pensare che lì ci deve essere stata la mano di qualcuno molto speciale. Qualcuno che, senza dirlo, voleva forse dire qualcosa ai passanti, ai viandanti sulle terre di confine.

I vertici interni dell’esagono centrale convergono verso il centro (come dicevano alcuni testi antichi “sette è il centro di sei”, nel senso che il centro dell’esagono è il suo settimo punto), congiungendosi con una specie di sole dai sei raggi, simboleggiati da altrettante figure che paiono essere mezze ellissi adagiate radialmente lungo la piccola circonferenza centrale. Si accennano così i sei triangoli equilateri interni all’esagono. Alcuni magari potrebbero vederci in quella specie di piccolo sole un simbolo tipicamente padano ma a me ricorda in qualche modo, molto meno prosaicamente e sempre per associazione d’idee, l’egizio Fiore della vita.

 Il sole è ormai tramontato, torno verso casa ma intanto gli scatto un paio di foto. E visto che ci sono, continuo a contare tutti gli altri tombini che incontro sulla strada. Dunque, oltre ai primi tre – per così dire – normali, ci sono questi due meravigliosi oggetti, poi per diversi metri nessun altro; cioè sono una prima fila di cinque, fatta di un tre sommato a un due. Due, come fossero simboliche basi di altrettante colonne d’accesso ad un Tempio.

Dopo un po’ riprende la sequenza con altri dieci tombini normali, poi la sequenza si interrompe. Quindici in tutto. Mi viene in mente che quindici è tre per cinque, come dire la perfetta ripetizione di cinque; e la sequenza di cinque era caratterizzata alla fine da quei due gioielli. Cinque per due fa dieci, la seconda parte della sequenza. Il numero quindici poi, è fatto dalle cifre uno e cinque, che sommate tornano a fare sei, la Conoscenza.

Ok, sono solo tombini, ora fa freddo e la mia mente ha divagato abbastanza per stasera, devo ancora comprare un panettone. Però ad ogni passo verso casa me ne convinco sempre di più: per me, lì abitava un massone.