MASSONERIA, È SEMPRE GIUSTO NON PARLARE DI POLITICA E DI RELIGIONE?

Le Cattedrali per il Terzo millennio non possono che essere, per i Liberi Massoni, Cattedrali alla libertà, alla democrazia e alla difesa dell’essenza spirituale dell’essere umano, senza la quale non c’è l’Umanità e, tanto meno, il suo progresso, ma un transumanesimo illiberale e totalitario.

Per  costruire queste cattedrali è necessario fare i conti con ciò che la realtà ci pone di fronte in questo momento  storico di grande cambiamento.

Nel testo di Salvatore Farina, “Il Libro completo dei Riti massonici” (Gherardo Casini Editore) si legge che, nel Rituale di Apprendista, in apertura dei lavori nel Tempio, il Maestro Venerabile avverte che non è più permesso ad alcuno “di intrattenersi in questioni di politica e di religione”. Cosa significa? Ha ancora senso?

Ha ancora senso, in questo primo scorcio di terzo millennio, affermare che nelle Tornate nel Tempio non si deve parlare di politica e di religione? Non ha forse più senso chiarire il concetto, affermando che non si deve parlare di partiti, di politici, di fazioni elettorali e che è invece più che mai opportuno riprendere in mano il bandolo della matassa per ritessere la trama della politica sull’ordito dei principi e per riscoprirne il valore essenziale per il progresso dell’Umanità?

Non ha altrettanto senso chiarire, se si intende difendere l’essenza spirituale dell’essere umano, che è necessario parlare di religione, nell’accezione di accesso al sacro e alla ricerca del Fondamento, non di religioni, ossia di sistemi di credenze, più o meno strutturati, e del loro sviluppo sulla scena della storia?

E’ sufficiente fare un passo in avanti nella lettura dei Rituali della Massoneria per trovarci immersi nel tema dei principi relativi alle forme di governo e alla tentazione, tanto assurda, quanto ricorrente, di fare di un’eteria iniziatica un soggetto di governo.

Nel testo del Farina, infatti, in riferimento al secondo grado, si legge che durante la cerimonia di passaggio, all’Apprendista, che sta per diventare Compagno, sono fatti leggere alcuni cartelli e su uno di questi si trovano i nomi di Solone, di Licurgo e di Pitagora.

Il Maestro Venerabile spiega che Solone era uno dei sette saggi della Grecia, poeta e grande oratore, il quale diede ad Atene una costituzione democratica e partì per un volontario esilio quando vide i suoi concittadini accettare il giogo di Pisistrato. Riguardo a Licurgo, il Maestro Venerabile afferma che egli era nato a Sparta due secoli prima di Solone e che con le sue leggi fu l’artefice della grandezza di quella città dell’antica Grecia.

Pitagora, afferma il Maestro Venerabile, creò quella scuola filosofica italiana che diede così splendidi frutti.

La riforma di Solone, nota anche come riforma timocratica o censuaria consistette in una serie di provvedimenti volti al mantenimento dello status quo, ma al contempo votati a risollevare i ceti più bassi dalle condizioni in cui versavano e a garantire loro una, pur limitata e circoscritta, rappresentanza politica. L’ideale che Solone cercò di realizzare nelle sue riforme costituzionali fu quello dell’eunomìa, del buon ordinamento, cioè di un sistema di leggi che garantisse la giustizia, cercando di ridimensionare il potere e l’arbitrio indiscriminato degli aristocratici. Gli antichi attribuivano a Licurgo, personaggio di incerta storicità e datazione (variabile tra l’XI e il VII secolo a.C.) l’elaborazione della legge che fissava l’ordinamento politico di Sparta. Secondo la tradizione, tale legislazione, chiamata Grande Rhetra, sarebbe stata dettata a Licurgo dalla Pizia, sacerdotessa di Apollo a Delfi, con l’obbligo di mantenerla immutata nei secoli a venire. L’ordinamento politico di Sparta prevedeva due re (diarchìa), appartenenti a due famiglie (gli Agiadi e gli Euripontidi), le quali si ritenevano discendenti di Eracle, l’eroe mitico fondatore di Sparta; avevano compiti militari (comando dell’esercito) e religiosi. Vi erano, inoltre, cinque èfori (in greco, «custodi», «sorveglianti»), eletti fra tutti i cittadini, che restavano in carica un anno e avevano poteri molto estesi, compreso quello di giudicare gli stessi re. La gherusìa (o gerusìa), un consiglio degli anziani composto da 28 spartiati sopra i 60 anni, più i due re, preparava le leggi da approvare in assemblea e giudicava i reati più gravi. I membri della gherusìa si chiamavano geronti.  L’assemblea, chiamata a Sparta apélla, comprendeva tutti gli spartiati (e solo loro) con più di 30 anni, si riuniva una sola volta al mese, eleggeva gli èfori e i geronti, decideva sulla pace e la guerra, non poteva discutere, ma solo approvare o respingere le proposte di legge.

Quanto al riferimento a Pitagora, questo ci porta a riflettere su una concezione del governo della polis che ha connotato di sé i secoli e che rappresenta la parte del deposito pitagorico più discutibile e controversa, nonostante il valore dei suoi insegnamenti filosofici.

Pitagora, infatti, ha dato avvio all’utopia di un’élite che comanda il “gregge” degli umani in virtù di una propria sedicente competenza e di una propria sedicente saggezza. Un’utopia che ha ben poco di moderno e risponde all’archetipo del “Patriarca” a capo di una tribù di nomadi pastori; è pertanto un’idea tribale antica che oggi si veste con i panni del Nuovo Ordine Mondiale il quale vuole non migliorare l’Umanità, ma costruire una Nuova Umanità, composta da uomini nuovi, senza storia e senza radici. Non una società aperta, ma una società senza identità, al servizio di pochi ricchi sedicenti eletti che, se anticamente erano i proprietari del gregge (pecus), oggi sono i proprietari della pecunia.

L’utopismo, secondo Popper, conduce alla tirannia e al totalitarismo, in quanto il piano di governo della società (educazione del cittadino, ecc.) conduce ad un’identificazione della società con lo Stato e l’esigenza di condurre a “buon fine” l’esperimento induce a tacitare dissensi e critiche, comprese le critiche ragionevoli e quindi al controllo delle menti.  “Ma questo tentativo di esercitare il potere sulle menti – scrive Popper – inevitabilmente distrugge l’ultima possibilità di scoprire che cosa pensi veramente la gente, ed è evidentemente incompatibile con il pensiero critico. In ultima analisi tale tentativo deve per forza distruggere la conoscenza; e quanto più aumenterà il potere, tanto maggiore sarà pure la perdita di conoscenza”. [1]

La costituzione di un’élite di governo ripropone il concetto di società chiusa, ossia tribale, che è la notte della ragione e il trionfo della tracotanza. 

 Karl R. Popper, nel suo saggio “La società aperta e i suoi nemici”, sostiene il concetto, del tutto condivisibile, che “la democrazia fornisce una struttura istituzionale che permette non solo l’attuazione di riforme senza violenza, ma anche l’uso della ragione in campo politico”.[2]

L’eteria pitagorica, con la sua pretesa di esercitare il potere delle élite, ha fatto da paradigma alle teorie platoniche e a quelle successive da queste derivanti, le quali si appoggiano sul concetto di “popolo eletto”, che emerge dalla forma tribale della vita sociale e dall’esempio di società antica, dalla quale Platone trasse il suo modello.  

L’ottimo Stato di Platone è uno Stato di casta, ove la classe dirigente governa il suo gregge o armento umano.

“Per quanto riguarda l’origine della classe dirigente – scrive Popper -, si può ricordare che Platone parla nel Politico di un’epoca anteriore anche a quella del suo stato ottimo, quando « la divinità stessa guidava [gli uomini] al pascolo e presiedeva loro, come fanno ora gli uomini, i quali ….guidano al pascolo altri generi di viventi di loro meno nobili…»”.  E aggiunge: “Non si tratta affatto di una similitudine del buon pastore; alla luce di ciò che Platone dice nelle Leggi, questo passo deve essere interpretato assolutamente alla lettera. Infatti si afferma che questa società primitiva, che è anteriore anche alla prima e ottima città, è quella dei pastori nomadi sotto un patriarca”. [3]

“Queste tribù nomadi, egli dice – continua Popper a proposito di Platone – si insediarono nelle città del Peloponneso, specialmente a Sparta, sotto il nome di «Dori»”, artefici, come ben fa notare Popper “del soggiogamento di una popolazione sedentaria ad opera di un’orda guerriera conquistatrice”, che ha come paradigma del governante il pastore patriarcale e la cui “arte di governare è una specie di arte del mandriano”.[4]

Oggi l’arte del mandriano è incarnata dal modello cinese, ultimo sopravvissuto dei totalitarismi del ‘900. Non a caso il modello cinese è guardato con simpatia dalle élite finanziarie che, proclamando la open society, di fatto vogliono realizzare una società governata da loro stesse.

Il progetto platonico di città viene esposto in un lungo dialogo, la Repubblica. L’idea della Repubblica è quella di una polis fondata su un ordinamento tripartito: a capo i filosofi, che sanno agire in vista del bene comune; poi i guardiani, che si occupano di proteggere lo Stato; e infine il popolo. A ognuno di questi gruppi corrisponde una parte dell’anima: razionale, irascibile, concupiscibile; a ogni parte dell’anima corrisponde una virtù: sapienza, coraggio, temperanza. La virtù della giustizia consiste nell’equilibrio delle componenti della polis, così come la giustizia nella singola persona consiste nell’equilibrio delle componenti dell’anima.

La realizzazione dello Stato giusto o perfetto platonico richiedeva alcune condizioni che per l’epoca erano piuttosto insolite: identità di compiti e di educazione tra uomini e donne, compresi gli esercizi ginnici e i doveri militari; una comunanza, per i guardiani, di donne e di figli, con la conseguente abolizione della famiglia e la trasformazione dello Stato in una grande famiglia e l’affidamento del potere ai filosofi.

“Perciò le donne dei guardiani – afferma Platone – devono spogliarsi, dato che si vestiranno di virtù anziché di abiti; e cooperare alla guerra e negli altri compiti di guardia dello Stato, senza occuparsi di altro”. […]. “Queste donne di questi nostri uomini siano tutte comuni a tutti e nessuna abiti privatamente con alcuno; e comuni siano poi i figli, e il genitore non conosca la propria prole, né il figlio il genitore”.

Queste linee guida dell rapporto tra uomini e donne non significavano il libero amore, ma accoppiamenti programmati dallo Stato al fine di ottenere la prole migliore, allevamento dei figli in istituzioni pubbliche, organizzate in modo tale che tutti potessero sentirsi membri di un’unica famiglia.

Lo Stato, secondo Platone, deve essere governato dai filosofi, in quanto: “A meno che i filosofi non regnino negli Stati o coloro che oggi sono detti re o signori non facciano genuina e valida filosofia, e non si riuniscano nella stessa persona la potenza politica e la filosofia”, non ci può essere “tregua di mali per gli Stati”.

Così prosegue Platone in vari passi della Repubblica: “Se, dissi io, o i filosofi non siano re nella loro città, o quelli che ora si dicon re e potentati non si diano onestamente e convenientemente a filosofare, e l’unica cosa e l’altra non coincidano nella stessa persona, (cioè) la potenza politica e la filosofia, e se quei molti che ora tendono separatamente all’una o all’altra cosa, non ne siano eliminati assolutamente, non ci sarà, caro Glaucone, riposo dai mali per lo Stato, e credo nenache per il genere umano, non che germogli nel (mondo del ) possibile e veda la luce del sole quell’ordinamento che ora nel discorso abbiamo descritto”.  […]. “Questo intanto sulle nature filosofiche sia per noi stabilito, chì esse sono amanti sempre della scienza che può chiarirli intorno a quella sostanza che sempre è e non varia mai per generazione o corruzione”. […]. “Il vero amante del sapere dovrebbe esser maturato in modo da tendere tutto verso l’essere, e che non si dovrebbe fernmare alla molteplicità delle singole cose che sono oggetto di opinione, ma andrebbe diritto e non lascerebbe rintuzzare e non cesserebbe del suo amore prima di raggiungere la natura dello stesso in ciascuna sua manifestazione….”.

La Repubblica di Platone non è solo un’asettica elaborazione filosofica, ma si pone come un manifesto politico, conseguente ad esperimenti reali e propedeutico alla loro continuazione.

In particolare, il riferimento è, come ben spiega Luciano Canfora, professore emerito all’Università di Bari, al governo utopico-sanguinario dei Trenta (404-403 a.C.), i cosiddetti «trenta tiranni», i quali, “pur dopo la sconfitta e il naufragio tragico del loro tentativo «palingenetico», hanno continuato a ritenere che si fosse trattato unicamente di un incidente di percorso, cioè di un esperimento da migliorare e riproporre”. [5]

Luciano Canfora ricorda come ci fossero esperimenti di governo pitagorico in corso in vari luoghi. “In Magna Grecia era in atto da tempo, con Archita, l’esperimento di governo pitagorico che, a sua volta, non era stato senza effetti come elemento ispiratore della costruzione platonica. Platone va in Sicilia a tentare la Kallipolis perché a Taranto c’è Archita che governa”. [6]

Canfora ricorda le critiche del tempo all’opera di Platone, prima fra tutte quella di Aristofane.

Sotto tiro è il ruolo dei «guardiani», pronti a combattere non solo il nemico esterno, ma chi all’interno agisce male. Un ruolo ben interpretato da tutti i totalitarismi e da tutti i dittatori succedutisi nei secoli.

Canfora ricorda inoltre la “polarizzazione negativa che Platone ha suscitato contro di sé e contro il suo spregiudicato interventismo politico” e come un “poco letto Aristofonte compose un Platone nel cui unico frammento superstite dovuto, al solito, ad Ateneo (XII,552 E = fr.8K-A) qualcuno dice, forse rivolto a Platone medesimo: «così in pochi giorni ci farai tutti morti»!”. [7]

Significativo l’attacco sferrato alla Kallipolis di Platone da Erodico di Seleucia, grammatico del II sec. a.C. (Contro il filosocrate). “I due punti più rilevanti su cui si concentra l’attacco – scrive Luciano Canfora – sono: la pretesa platonica di formare «l’uomo nuovo» come premessa fondante della Kallipolis e la deriva «tirannica» che immediatamente hanno preso coloro che, in varie città greche, dopo aver frequentato lui si sono impegnati in politica”. [8] “In altri termini – sostiene ancora Canfora – l’Accademia non fu semplicemente un «pensatoio» (come non lo fu del resto la meno strutturata ma non meno efficace cerchia socratica). E’ evidente che volle essere anche una fucina di  potenziali «governanti» (…). Perciò, soprattutto perciò, dall’esterno è stata vista con sospetto: anche come un pericoloso luogo di formazione di aspiranti a governare in nome di allarmanti progetti”. [9]

La teorizzazione iniziata dai pitagorici, proseguita nei secoli nella Repubblica di Platone, nella Città del Sole di Tommaso Campanella, nell’Utopia di Tommaso Moro, nella Nuova Atlantide di Francesco Bacone ha ispirato totalitarismi e dittature.

LA LIBERTÀ, LA DEMOCRAZIA E IL WELFARE SONO OGGI IN PERICOLO DI ESTINZIONE.

E qui arriviamo ad uno dei punti centrali del nostro ragionamento: il pericolo che libertà, democrazia e conquiste sociali siano condotte verso l’estinzione.

“Mai la libertà, dacché è divenuta il diritto moderno, ha corso maggiori pericoli di quanti ne corra ora”.

Tale affermazione, contenuta nel Rituale del 30° del Rito Scozzese Antico e Accettato, così come ce lo propone il testo del Farina (Il libro completo dei Riti massonici), ha il sapore di una profezia riguardante la drammatica attualità.

Una pandemia devastante ha posto l’essere umano di fronte alla sua fragilità e ne ha messo a nudo i deliri di onnipotenza. Gli umani, braccati da un nemico sconosciuto, mentre tentano di frenarne la ferocia e di combatterne la potenza, si sono asserragliati nelle loro moderne grotte, mentre la natura circostante sembra respirare sollevata dall’oppressione di una presenza antropica che ha perso il senso del limite e della necessaria collaborazione.

La pandemia ha messo a nudo un’idea di progresso falsa, in quanto basata sul potere di pochi e su un uso della tecnologia che, progressivamente e subdolamente, sta mettendo limiti sempre più stretti alla libertà individuale e di pensiero e sembra indirizzata ad un asservimento generale dell’Umanità, in un moderno Medioevo, dove pochissimi comandano, pochi eseguono le direttive di chi comanda e la gran massa degli esseri umani subisce ed ubbidisce.

Nel mondo odierno si confrontano sistemi democratici, alla cui costruzione la Massoneria ha dato un contributo determinante e sistemi totalitari, che la Massoneria ha combattuto e ha il dovere di combattere.

In questo inizio del Terzo millennio è in discussione il concetto di fratellanza, che nei sistemi democratici ha assunto le vesti concrete del welfare, ossia di uno Stato che guarda alla salute psicofisica dei suoi cittadini, attuando presidi, come la scuola, il sistema sanitario, la difesa dei più deboli, la cura degli anziani.

La tragedia pandemica ha messo a nudo uno degli aspetti più crudeli della progressiva perdita del concetto di fratellanza: il rispetto e la cura degli anziani, che sono i nostri padri e che diventano i nostri Avi. Chi non ha cura dei propri Avi, chi non li onora, è un’anima velenosa e di questi tempi si sono sentite voci e si è assisto a pratiche nefande che considerano gli anziani scarti di produzione, pesi da eliminare, perché costosi per un’idea di progresso che è fatta di produttori e consumatori asserviti al mercato, assurto a nuovo dio al quale rendere omaggio.

La decimazione degli anziani e le carenze dei sistemi sanitari ha messo a nudo la progressiva eliminazione del welfare che, in altri termini, si chiama fratellanza.

Il concetto di progresso dell’Umanità è stato contrabbandato per progresso economico, produttivo e tecnologico, sempre più affidato all’automatismo algido degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, che già si ipotizza sostituirà quella umana, in una logica disumanizzante e illiberale che può sfociare in uno Stato totalitario mondiale, già ipotizzato profeticamente da Orwell e ben descritto in un film famoso: Matrix, dai risvolti iniziatici.

Sta tornando, come non si era visto da tempo, la censura, accompagnata dall’idea che sia lo Stato a decider cosa sia vero e cosa non lo sia, con sistemi di controllo che evocano quelli degli Stati totalitari dello scorso secolo e della Santa Inquisizione. All’informazione si vuol sostituire la formazione, con intenti pedagogici tipici dei regimi illiberali.

La libertà di espressione è un diritto inalienabile del cittadino in uno Stato democratico.

Il concetto di uguaglianza, conquista della democrazia, intesa come parità di opportunità per tutti i cittadini, da corroborare con il merito e la verifica, è messo drasticamente a rischio con il declino del welfare. 

A questa deriva la Massoneria ha il dovere di opporsi, con idee, progetti, azioni, per costruire le cattedrali del Terzo millennio che, come le cattedrali del primo e del secondo dell’era volgare, devono essere un inno all’armonia e alle leggi della natura.

La libertà è il bene principale dell’essere umano, affermato sin dal momento nel quale un profano bussa alla porta del Tempio. Gli si chiede, infatti, se è un essere umano libero, perché la libertà è la qualità prima, imprescindibile, irrinunciabile di ogni Massone.

Ad affermarlo in modo chiaro e fuor da ogni dubbio sono i Rituali massonici dei primi tre gradi e, in forma dichiarativa esplicita ed impegnativa, in quelli  del Rito Scozzese Antico ed Accettato nelle formulazioni che ci offre il Farina.

IL MASSONE, AVVOCATO DEL DEBOLE E DEL POPOLO, È AGENTE DI RIFORMA E DI PROGRESSO.

Nel 9° grado, il Massone è “un agente di riforma e di progresso: è l’avvocato del debole e del popolo: odia il potere insolente, impudente, l’usurpatore: ha la missione di istruire gli ignoranti, di soccorrere i disgraziati, di rialzare tutti coloro che sono caduti in basso. Per raggiungere tal fine il Massone agisce, combina le sue azioni in maniera di riuscire, detesta la vana agitazione, il turbamento inutile e lo sforzo inane”.

“La Massoneria insegna che il potere è una delega avuta dal popolo: la delega cessa quando l’interesse del popolo lo richiede. Il contratto è rotto se il potere non osserva la sua missione: la resistenza al potere usurpato è un’obbligazione sorgente dall’obbligo di mantenere intatto il progresso raggiunto dallo spirito umano”.

Non solo: “È vergognoso soffrire volontariamente e mettere ai piedi di un tiranno l’indipendenza acquistata dalla coscienza dell’uomo”.

La Massoneria dice ai suoi Fratelli: «Se l’intelligenza o la fortuna vi chiameranno a delle posizioni elevate, ricordatevi che colà i vostri interessi e quelli della vostra famiglia cessano di aver diritto su di voi avendo voi alienato a profitto del pubblico il vostro riposo e la vostra personalità, non avendo voi conquistato il posto, ma avendo il posto conquistato voi, il vostro tempo e la vostra forza. Accetterete lealmente le conseguenze di tale alienazione che avete fatta volontariamente: la vostra coscienza soltanto dovrà dominare le vostre azioni e funzioni: sarete al servizio del vostro paese, ma non potrete servirlo che secondo la vostra ragione. Se occorrerà affrontare persone più potenti di voi, il vostro dovere sarà di lottare anche se avrete la certezza di soccombere: se il pubblico si ingannerà, il vostro dovere sarà quello di sacrificare e di rinunciare alla vostra popolarità, di cedere il posto a coloro che potranno accettare le sue decisioni con la sincerità delle loro proprie convinzioni”.

Infine: «Non nascondete mai la vostra opinione: commettereste un abuso di fiducia se non vi ritiraste dalla vita pubblica quando vi trovaste ad avere delle idee diverse da quelle dei vostri mandanti”.

Nel 18° Grado è contenuto un insegnamento impegnativo: l’idea della difesa del diritto anche, se necessario, per mezzo delle armi, vale a dire l’idea cavalleresca.

“Durante l’oscura epoca medioevale – è scritto – la Cavalleria rappresentava la rivendicazione del diritto individuale: la difesa del debole, il giusto orgoglio del buon diritto, la protesta contro l’arbitrio. Nei tempi in cui tanti pregiudizi regnavano come despoti, sembra che l’uomo abbia avuto bisogno di dividere il lavoro: ad alcuni incombe l’idea scientifica, ad altri l’addolcimento dei costumi, ad altri ancora la conservazione dell’energia. Occorsero queste tre cose, amore, coraggio e scienza, per aver ragione del nemico, per giungere alla risoluzione pacifica, quando potè esserlo, violenta, quando fu necessario. Al naturalista laborioso, al dolce apostolo della tolleranza, la Massoneria aggiunse il Cavaliere. Dei tre, essa fece il Massone Rosa Croce. Dopo averlo armato di scienza e di libertà, gli dette una spada”.

Al Massone Rosa Croce, conseguentemente, è detto: “Che il debole e l’oppresso trovino in te un difensore risoluto; se occorrerà, dovrai salvare la Patria dalla tirannide da qualunque parte venga, sia dall’alto, sia dal basso. Che la tua intelligenza penetri le leggi del mondo. Che la giustizia esalti l’animo tuo. Sii libero! Sii felice nelle tue azioni …”. 

LA MASSONERIA SEGUE LA LEGGE DEL LÓGOS E CONTRASTA ASSOLUTISMO E TIRANNIA.

Nel 30° Grado, il Massone riceve dalla tradizione templare il dovere di lottare contro l’assolutismo.

“Così – si legge nel testo del Farina – uscendo dalla tortura, il Procuratore Generale del Tempio, Pierre de Bononia, diceva: «Il più gran bene che è dato all’uomo di possedere è il libero arbitrio». Un tal bene, il più prezioso fra tutti, non lo vogliamo per noi soli, vogliamo concederlo anche agli altri, ma sopra tutto, noi intendiamo proteggerlo e difenderlo presso coloro ai quali sarà contestato, lo fosse anche dai nostri stessi amici”.

Nel Rituale del 4° Grado si legge: “Noi abbiamo giurato fedeltà al dovere, qualunque esso sia. Il dovere comprende l’obbedienza alla Legge e, di conseguenza, la lotta contro la tirannia, poiché ogni tirannia è la negazione della Legge”.

Di quale Legge si tratta? Lo spiega lo stesso Rituale laddove è scritto: “Al di sopra di ciò voi sentirete l’immutabile ed eterna «legge che rappresenta la Massoneria, la legge del lavoro, la legge della trasformazione, la legge del movimento».

Più esplicito il 30° Grado dove, dopo un accenno ad un “focolare misterioso”, è scritto, sempre nel testo offerto dal Farina: “Tale è probabilmente il miglior simbolo della Realtà assoluta della quale la logica proclama l’esistenza, quando a mezzo del pensiero si sopprimono tutti i limiti di durata e di spazio. Vi è là un’immagine che può egualmente venire accettata dalla religione e dalla scienza. Se tale Realtà non è riconoscibile, noi possiamo almeno definire il suo modo d’azione nel tempo e nello spazio; è ciò che noi chiamiamo Lógos; è ciò che nel linguaggio simbolico della filosofia contemporanea viene chiamato Energia. Anche qui noi siamo impotenti a scoprire la natura intima di questo primo fattore; tuttavia, ciò che più è importante, noi possiamo stabilire che l’Energia opera secondo delle leggi fisse, accessibili al nostro intelletto”.

E ancora: “Così l’Energia, a mezzo della quale si rivela la Realtà che serve di base all’universo, appare, tanto nel mondo morale che in quello fisico, come il Potere eterno che lavora per l’armonia”.

Il 30° Grado ci parla di Energia, la stessa della quale si parla nei testi antichi della sapienza egizia, alla quale si richiama la tradizione massonica.

Nei testi egizi antichi troviamo infatti, a questo proposito, due definizioni molto interessanti: “Sono il Dio grande venuto al mondo da solo. Chi è? L’energia. L’oceano di energia primordiale. Il padre degli dèi”. Tomba della regina Nefertari.

Nei testi attribuiti a Ermete Trismegisto (La rivelazione di Ermete Trismegisto, Lorenzo Valla) si legge: “Dio energia che tutto comprende (CHII). L’energia di Dio è costituita dall’intelletto e dall’anima (CHXI). Dio è tutte le forme (Trattati X).

Riguardo al Demiurgo, ossia all’Artefice, al Logos (azione dell’Arché) i testi egizi sono altrettanto interessanti: “Io sono l’Eterno, sono la luce divina che è uscita dall’energia primordiale con il nome di Divenire. La mia anima (Ba) è di natura divina. Sono colui che ha creato il verbo. Vengo alla luce da solo, ogni giorno la mia vita è l’eternità”. Testi dei Sarcofagi.

LA RELIGIONE DEL LÓGOS È RICERCA DEL FONDAMENTO

Da quanto sin qui esposto è chiaro che la Massoneria ricerca il fondamento, il “primo fattore” e identifica nel Lógos l’agente della manifestazione di tutto quello che chiamiamo realtà.

Non è senza un preciso motivo che sull’Ara, all’apertura dei lavori massonici, si trovi il Vangelo di Giovanni aperto  al Prologo. Quella della Massoneria non è un’opzione religiosa nel senso di adesione ad una credenza specifica, ma è la presa di coscienza che in un testo sapienziale è contenuta, in forma sintetica e mirabilmente scientifica, la spiegazione della dinamica con la quale il Principio (Arché) dà luogo alla molteplice realtà per mezzo del Lógos, che è la sua azione attuativa.

Soffermiamoci sul concetto di religione, che il latino ci consegna con religio, religionem che ha il significato di “considerazione” o “cura riguardosa” e deriverebbe da un supposto verbo religere, composto dalla particella re- che accenna a frequenza e legere, scegliere. In senso figurativo è cercare e guardare con attenzione.

In questo senso la Massoneria potrebbe essere considerata una religione: la religione del cercare e del guardare con attenzione; la religione della continua ricerca per risalire dal molteplice al Fondamento, per accedere al sacro, per conoscere l’essenza, a partire dall’essenza propria di ogni essere umano. 

L’Enciclopedia Treccani, a proposito del termine religione, ci avverte che “l’origine storica del concetto ha per lungo tempo impedito un’adeguata comprensione di quelle formazioni culturali che comunemente si chiamano religioni e che sono di origini particolari e diverse: non è necessario infatti che una religione implichi un concetto di Dio, abbia articoli di fede, comprenda azioni di culto, né forme di carattere morale; come massimo comune denominatore di ogni complesso chiamato religione si può ritenere il rapporto di un gruppo umano con ciò che esso ritiene ‘sacro’, tenendo tuttavia presente che anche quest’ultimo concetto è indefinibile e storicamente condizionato”.

“Il termine religione – scrive a sua volta Umberto Gorel Porciatti – deriva dal latino religio ed è di etimologia incerta. Secondo la più accreditata etimologia la radice comune è quella del verbo relegere che vale anche aggomitolar di nuovo, scorrere di nuovo, risolcare; come tale è data da Cicerone (De Nat. Deorum, II, 28)….L’etimologia da religare – rilegare, legar dietro, attaccare, aggiogare – è quella di Lattanzio (Instit. VI, 28)”. [10]

Tra le possibili etimologie preferisco quella che fa discendere il vocabolo religione dalla particella re, che significa frequenza, e dal verbo legere, che equivale a scegliere e, in senso figurato, a cercare, guardare con scrupolosa cura. Cercare è il modo essenziale per conoscere.

Per questo motivo un massone non può essere un libertino (colui che esercita il libero pensiero) irreligioso, in quanto il suo operare è costante ricerca, rilettura, osservazione scrupolosa, sulla via illimitata della Conoscenza.

Nulla a che fare, dunque, la sua religiosità con le “religioni”, ossia con i sistemi ideologici che si occupano, a vario titolo, del Divino. Tali sistemi ideologici, che hanno origine in pensieri frutto della mente umana eretti allo status di verità rivelate, assiomatiche, dogmatiche, elaborano in seguito scolastiche che costituiscono il tentativo di trovare ad essi vie d’accesso razionali.

La Massoneria, come già detto, postula l’esistenza di un Fondamento, ma ne ricerca la conoscenza seguendo la via della sua azione e della sua manifestazione, senza sentirsi limitata dall’idea della rivelazione.

TRANSUMANESIMO: IL VIRTUALE SURROGATO DELL’ANIMA E DELLO SPIRITO

In questo scorcio di inizio del terzo millennio, l’essere umano è disorientato e rischia di essere costretto nello spazio tempo della sua vita terrena, schiavo di illusioni transumananti.

La Massoneria ha oggi il compito sacro di riportarlo all’Oriente, al suo oriente, ossia alla presa di coscienza della sua essenza.

E’ questo un compito immane, ma necessario, in quanto siamo in presenza di teorie come il cosmismo e il transumanesimo che rischiano di snaturare l’essere umano e, conseguentemente l’Umanità intera.

Il virtuale al posto dell’animico e dello spirituale apre le porte ad una religione cibernetica, perfettamente funzionale alla finanza, che è, a sua volta, la virtualità dell’economia reale. 

Il confronto in atto non è solo politico, geostrategico, finanziario; è di mutamento antropologico.

La cibernetica e la genetica stanno diventando sempre più invasive della sfera relativa all’essenza dell’essere umano.

Le applicazioni della cibernetica sono arrivate ad un punto cruciale.

Cibernetica deriva dal greco kybernḗtēs, dal significato di pilota di nave e, oggi, in discussione, da parte dell’avanzare della cibernetica, è proprio il pilota che, in altri termini, è il complesso conoscitivo, sensoriale e coscienziale dell’essere umano, a partire dal suo cervello.

Il vascello, ossia il corpo umano, nella sua complessità omeostatica, è oggi messo a dura prova dalla genetica che, se da un lato lo aiuta a risolvere molte malattie, dall’altro lo può modificare nella sostanza. La genetica, infatti, è arrivata al codice.

Un esempio eclatante viene dalla Cina, che starebbe conducendo esperimenti su esseri umani, nello specifico membri dell’Esercito Popolare di Liberazione, al fine di sviluppare soldati che possano vantare capacità biologiche che superino anche quelle del più addestrato soldato, qualcosa che, in fin dei conti, abbiamo visto solo in qualche film di fantascienza o di supereroi. Per ottenere questo scopo i cinesi starebbero utilizzando la tecnologia CRISPR, una delle tecnologie di manipolazione genetica tra le più avanzate, ma anche tra le più discusse. In campo medico la tecnologia CRISPR viene usata per modificare i genomi e, ad oggi, è uno degli strumenti genetici più importanti in assoluto. Lo strumento può essere utilizzato per alterare in maniera relativamente facile le sequenze di DNA e ciò ha portato a molte applicazioni, tra le quali la correzione di difetti genetici e il contrasto e la prevenzione di malattie che vedono proprio nei geni le loro cause principali. Le preoccupazioni riguardano soprattutto eventuali applicazioni che si possono fare di questa tecnologia per modificare i geni al fine di aumentare le prestazioni di una persona o modificare le sue caratteristiche genetiche per scopi non medici.

SEMNOTEI, PERCHÈ L’ETICA SIA COMPAGNA DI GENETICA E DI CIBERNETICA

La Massoneria, in questo contesto, ha di fronte a sé nuove prove, così come le ha avute nei secoli passati, e ha il compito di combattere la tendenza disumanante, riportando costantemente l’essere umano a conoscersi come tale. 

In questa nuova temperie la Massoneria deve mettere a guardia della cibernetica e della genetica l’etica, secondo le accezioni eraclitea e heideggeriana di “soggiorno”, di abitare alla presenza del divino. 

L’eracliteo «Ηθος Ανθρωπῳ Δαιμων», «Ethos anthropoi daimon» (frammento 119 Diels Kranz), tradotto solitamente con un riferimento al carattere., è apertura verso il daimon.
Anche nella versione heideggeriana, che introduce il concetto di etica come soggiorno, il rapporto essere umano-daimon si propone come apertura dell’essere umano incarnato alla presenza del daimon, cosicché l’etica, da non confondere con la morale, diviene la conoscenza di se stessi come daimones, angeli, scintille del fuoco sempre vivo, al che acquista significato preciso l’imperativo scritto sul frontone del Tempio di Delphi: “Conosci te stesso”.

Conoscere se stessi nelle accezioni eraclitea e heideggeriana significa essere semnotei.

Così erano definiti dai greci i druidi, i grandi saggi del mondo celtico.

I druidi erano in primo luogo filosofi, conoscitori delle leggi della natura e dell’etica. Erano inoltre medici, giuristi e giudici, astronomi, profeti, in quanto la loro conoscenza permetteva loro di prevedere il corso degli avvenimenti e veggenti, in quanto capaci di vedere chiaro e a fondo nella dinamica della realtà, nell’anima degli uomini, nelle grandi leggi che presiedono alla manifestazione dello Spirito.

Che fossero veggenti lo dice il loro stesso nome, dru-wid, molto vedenti, dove il vedere è strettamente connesso con la conoscenza della parte più intima della realtà, oltre l’apparenza. Erano anche considerati semnnotei e su questa loro caratteristica mi soffermo, in quanto attiene al tema dell’etica.

L’etimo di semnoteo conosce varie possibili definizioni. Sul prefisso sem non ci sono versioni diverse tra di loro: deriva da sim (quella particolare molteplicità che è l’unità), dalla radice indoeuropea *sem dal significato di uno o assieme o tutt’uno. Theós potrebbe riferirsi alla radice Thýo, sacrificare. Mircea Eliade (Storia delle credenze religiose) ne esclude l’appartenenza all’area dayus. “Esso – scrive – deriva dal radicale indicante l’anima, lo spirito del morto” e lo confronta con il lituano dwesiu, respirare, con lo slavo duch, respirazione, con dusa, anima. “Possiamo dunque supporre – afferma Mircea Eliade – che theós, dio, derivi dall’idea dei morti divinizzati”. V’è, tuttavia, un’interpretazione che maggiormente mi convince e che si riferisce alla radice thea, che significa vedere, contemplare, da cui theáomai: guardo, contemplo, sono spettatore. E’ un’interpretazione del significato di semnoteo che meglio si addice al druida e che collima con il suo praticare l’etica.

Il soggiornare presso l’Essere, questo farsi ospitare, è proprio del semnoteo, ossia del druida, nella sua tensione verso l’unità con l’Essere e nel suo essere osservatore, contemplatore dell’Essere. 

L’etica è, dunque, un soggiornare che implica una tensione conoscitiva verso l’unità che si esplica nell’osservazione e nella contemplazione, ossia in una costante apertura, disponibilità al darsi dell’Essere. L’etica è tensione verso la conoscenza della sapienza del divino, dell’infinito campo informativo dal quale scaturiscono le realtà dei mondi.

Se l’universo, come ipotizzano gli scienziati, è essenzialmente informazione e i frammenti fondamentali di informazione che generano l’universo vivono alla scala di Plank in forma di bit, il semnoteo modernamente inteso è colui che sa ricevere le informazioni che promanano dal campo informativo che chiamiamo l’Essere.

Praticare l’etica, come facevano i druidi, è praticare il soggiorno ed è rendersi disponibili alla conoscenza. L’essere umano etico è colui che segue la via della conoscenza, la quale presuppone libero pensiero, scevro da dogmi, verità rivelate, schemi mentali e pregiudizi.

L’etica non è una costellazione valoriale, derivante da un Superente, come ad esempio il Sommo Bene, ma tensione conoscitiva, un aprirsi alla conoscenza, un’accettazione del costante sopravvenire del nuovo.

Essere semnotei significa essere disponibili ad ascoltare l’Essere, la voce dell’Essere che nell’orizzonte dell’apparire dà all’uomo notizie degli enti.

Qui incontriamo la Natura, la Phýsis che, nel pensiero dei presocratici, è l’apparire dell’Essere. Quando “i primi filosofi pronunciano la parola phýsis, essi – scrive Emanuele Severino – non la sentono come indicante quella parte del Tutto che è il mondo diveniente. …..Phýsis è costruita dalla radice indoeuropea bhu, che significa essere e la radice bhu è strettamente legata (anche se non esclusivamente, ma innanzitutto) alla radice bha, che significa «luce» e sulla quale è appunto costruita la parola saphés”[11] , dove saphés significa chiaro, manifesto, evidente, vero.

“La vecchia parola phýsis significa «essere» e «luce» e cioè l’essere nel suo illuminarsi”.[12] Vera Luce.

Phýsis è “il Tutto che si mostra”[13] come verità incontrovertibile.

Severino ci ricorda che kósmos deriva dalla radice indoeuropea kens. “Essa – scrive il filosofo bresciano – si ritrova anche nel latino censeo che, nel suo significato pregnante significa «annunzio con autorità»: l’annunziare qualcosa che non può essere smentito, il dire qualcosa che si impone. Ci si avvicina al significato originario di kósmos se si traduce questa parola con «ciò che annunziandosi si impone con autorità». Anche l’annunziarsi è un modo di rendersi luminoso. Nel suo linguaggio più antico, la filosofia indica con la parola kósmos quello che essa indica con la parola phýsis: il Tutto, che nel suo apparire è la verità innegabile e indubitabile”. [14] Kosmos non è mondo, ma “invisibile armonia sottesa al chaós”[15] La Vera Luce è armonia sottesa al chaós.

La phýsis, dunque, è kósmos e l’antica Dea Madre Universale era kosmós, cosmica. 

Sempre Severino, alla cui chiarezza espositiva ci affidiamo, scrive che epistéme, comunemente tradotto con scienza, è “lo «stare» (stéme) che si impone «su» (epí) tutto ciò che pretende negare ciò che «sta»: lo «stare» che è proprio del sapere innegabile e indubitabile e che per sua innegabilità e indubitabilità si impone «su» ogni avversario che intenda negarlo o metterlo in dubbio. Il contenuto di ciò che la filosofia non tarda a chiamare epistéme è appunto ciò che i primi pensatori (ad esempio Pitagora ed Eraclito) chiamarono kósmos e phýsis”. [16]

LA VERA SCIENZA È COMPRENSIONE DELLA PHÝSIS: IL TUTTO CHE SI MOSTRA.

La vera scienza è, dunque, la comprensione della  phýsis, della Natura, del Tutto che si mostra.

Phýsis è kósmos ed è epistéme e phýsis è il rendersi evidente, l’apparire dell’Essere che, tuttavia, rimane nascosto.

“Se il mondo è phýsis che «dischiudendosi si manifesta», l’uomo si lascia sorprendere dallo stupore proprio di chi si meraviglia di fronte allo spettacolo cosmico che si dispiega”. [17]

E’ questa la condizione del semnoteo, del druida, dell’iniziato.

Nel pensiero filosofico antico troviamo la parola arché, “dimensione da cui tutte le cose provengono e in cui tutte ritornano”[18], ma anche “forza che determina il divenire del mondo”[19], quindi anche legge che lo governa (in altre parole Ritam, Recht).

L’arché è, nel pensiero dei primi pensatori greci, “l’unità da cui tutte le cose provengono e in cui tutte ritornano”[20]. Un’unità intesa come identità che ogni singolo ha con ogni altro.

Arché o àrchi, come árchein, dal significato di principio, di essere a capo, di essere il primo di una serie e primo nel tempo e dal tempo (archaîos=antico) derivano dalla radice *arh dal significato di valere, meritare, potere, esser degno, superiorità, eccellente, primeggiare, grado superlativo. Tutti significati attribuiti alla Dea che è Potnia (potente), eccelsa (Brighit) e che è la prima e il principio.

Se analizziamo ora la parola archetipo, notiamo come sia composta da arché e typos (immagine, impronta). Gli archetipi sono dunque le immagini, le impronte dell’Arché, ossia della dimensione da cui tutte le cose provengono e in cui tutte ritornano e la forza che determina il divenire del mondo.

Il massonico concetto di Architetto dell’Universo (archi-tékton, capo costruttore) è dunque traducibile nell’azione del Principio che costruisce l’esistente: il Lógos.

La phýsis è (Anassimando) apeiron, ossia infinito, illimitato, immenso, originaria unità degli opposti ed è non solo arché, ma anche stoichéion, elemento unificatore del molteplice.

“Anche in Eraclito – scrive Severino – la phýsis è sia stoichéion, sia arché: sia l’identità delle cose diverse e opposte (ossia la loro legge e il loro ordine), sia il luogo divino dove tutti gli opposti sono originariamente ed eternamente raccolti e dove la legge delle cose è il contenuto della suprema sapienza del Dio, da cui procede ed è governato il divenire cosmico”. [21]

Essendo la phýsis, come s’è visto, l’apparire dell’Essere, la phýsis rimane sul confine del Tutto. Questo apparire sul confine è un’immagine che ben si attaglia alla druidica Nona Onda, “estremo confine della Terra, al di là del quale – scrive Philip Carr Gomm – si estendono i mari neutrali”.

La Nona Onda è l’estremo confine del soggiorno: un confine non statico, ma estremamente diveniente, poiché le onde continuamente si creano e si infrangono, rappresentando esse stesse il trasformarsi dello spirito (soffio divino) in vibrazione energetica, che è anche materia. Oltre la Nona Onda (il 9 è anche il numero della Dea, della Virgo, dell’energia) si estendono i mari neutrali, l’Oceano primordiale, il Punto Zero, Ceugant, l’Essere, la infinita informazione.   

Navigare sulla Nona Onda è solcare le acque del soggiorno, le stesse dove è nata Afrodite, spuma del mare primordiale.

Analizziamo ora anche il vocabolo chaós. Il chaós, dalla radice indoeuropea cha o gha indica apertura, dischiudersi.

Il chaós, scrive Severino, è “l’immensità dello spazio originario, l’apertura immensa, cioè non misurabile, illimitata. Tutti gli dei e tutti i mondi si pensano al suo interno. Il chaós è la dimensione più ampia che il mito greco sia riuscito a pensare. Ciò che gli manca, per possedere il significato filosofico del Tutto, è il motivo in base al quale poter escludere che qualcosa si trovi al di fuori di esso”. [22]

L’Essere non è chaós e non è l’Uno (identità di ogni singola cosa con le altre: arché e stoichéion). L’Essere è Tutto. E’ Ceugant, il cerchio vuoto che tutto comprende. E’ zero.

Essere, da  *es,  in sanscrito “asus” che significa vita, vivente, ciò che in sé e per sé sussiste (la radice indogermanica bhû-bhue, si ricollega al greco phýo, che significa schiudersi, imporsi, predominare, da cui phýsis e phýein).

“Fondamento dell’essere – scrive Umberto Galimberti – è il fondo abissale (Abground) che si dischiude”. [23]

Phýsis (phýo, dischiudersi),  il rendersi evidente del Nascosto, se vogliamo usare un simbolo sacro del mondo druidico, è rappresentabile con un triskel, che appunto rappresenta il dischiudersi, lo sbocciare e il tenersi dell’essere nel suo sbocciare in una trinità dicibile con: Skiant, Nerz, Karantez, dove Skiant è la sapienza dell’Essere (informazione proiettata, progetto), Nerz è la sua  forza (energia) e Karantez è l’amore (a-mors= vita), energia che si fa materia.

Tradotto in chiave massonica: Minerva (sapienza che illumina), Ercole (forza che rende saldo, impronta e stabilizza) e Venere (natura, vita, che irradia e compie nella bellezza).

Possiamo dire, in altri termini, che phýsis è il rendersi manifesto dell’Essere con la Sapienza, la Forza e l’Amore (Vita).

Soggiornare presso l’Essere, essere semnotei, druidi, significa sapersi collegare al livello profondo da cui emana la consapevolezza, poiché il Tutto è intelligenza cosciente.  

In quest’ottica, in base a questo approccio, anche la Natura, intesa come la Grande Dea Madre Universale, assume un significato che ci riporta all’etica, ad una tensione conoscitiva che coglie i vari stati dell’Essere nella sua incessante manifestazione.  

LA CONOSCENZA INIZIATICA È THEORÍA E EPISTÉME

Un cammino iniziatico ha come obbiettivo la conoscenza, intesa come theoría e come epistéme (la Vera Luce, la luce sacra della somma sapienza) e la ricerca come progressivo avvicinamento alla verità del Fondamento.
Theoría è contemplazione del lógos e, essendo il lógos l’azione e il mostrarsi dell’archè, ossia del Fondamento, contestualmente e necessariamente, è la theoría dell’arché, della phýsis e, infine, dell’ólos, il Tutto

Riassumendo il contenuto di alcuni frammenti eraclitei, Miroslav Marcovich, scrive che “a livello logico il lógos è valido universalmente e opera in tutte le cose” (114 + 2 DK), che “a livello ontologico, il lógos è un sostrato al di sotto della pluralità sensoriale delle cose: è una unità sottostante a questo ordinamento del mondo”; che “a livello epistemologico, riconoscere il lógos, è condizione necessaria per una reale e corretta conoscenza dell’ordinamento del mondo” (30DK) e, infine, che “a livello etico di comportamento, il lógos, è una regola di corretta condotta di vita (…)“.[24]  Scrive Eraclito: “Le cose di cui c’è vista e udito e percezione queste in verità io preferisco” (fr.55DK) e aggiunge: “Gli occhi sono testimoni più fedeli degli orecchi” (Fr 101 a DK). Tuttavia Eraclito ci avverte che: “Cattivi testimoni sono occhi ed orecchi per gli uomini, se questi hanno anime che non ne comprendono il linguaggio” (fr.107 DK) e che: “L’apprendere molte cose non insegna l’intelligenza; altrimenti l’avrebbe insegnato a Esiodo e Pitagora; e anche a Senofane e Ecateo”. “La percezione sensibile e l’esperienza – commenta Miroslav Marchovic – richiamano la condizione basilare per l’apprendimento del lógos onnipresente, ma questa non è la sola condizione: altre ne sono richieste, fra cui l’intelligenza, la facoltà di interpretare correttamente i dati dell’esperienza e l’intuizione. Senza tali condizioni l’uomo non può raggiungere il lógos, né ottenere la sapienza (nous), rimanendo ad uno stadio sterile”. [25]

La Verità secondo cui il Tutto si costituisce è Dike, la giustizia. Adikía è l’ingiustizia, il non avere timore di Dike, la Verità secondo cui il Tutto si costituisce.

Eschilo, nelle Eumenidi, afferma: “Chi potrà ancora, città o mortale, venerare la giustizia, se non nutre la mente nella luce”.
Eschilo nell’Agamennone afferma che nutrire la mente con questa luce è darle la potenza.

E la Vera Luce è la sapienza, che è epistéme.

“La vita della città e del mortale – afferma Severino – ha “potenza” solo se si sottomette all’archè della verità che salva” e questa vita è quella dove il deinón-arché [il timore dell’arché] sorveglia la mente e le dà la luce del sapere che salva (sōphroneîn)”. [26]

La hýbris è la “volontà di ogni singola forza del mondo di imporsi alle altre forze, senza tener conto dell’Ordinamento eterno di Dike”.
Nel linguaggio di Eraclito, hýbris indica il raddoppiamento di adikía […] che «deve essere spento» (Fr.43)”.

Nella temperie odierna la hýbris è in azione in molteplici forme ed è compito del Massone opporre alla hýbris il cammino iniziatico che ha come obbiettivo la conoscenza, intesa come theoría e come epistéme (la vera luce, la luce sacra della somma sapienza) e la ricerca come progressivo avvicinamento alla verità del Fondamento.

E questo perché l’iniziato è conscio del fatto che la “vera potenza non è hýbris, la prevaricazione che si oppone all’Ordinamento divino del mondo, ma è la potenza che da tale Ordinamento è concessa all’uomo, così come nell’«Inno a Zeus» si dice che il sapere che salva è un «dono» (cháris, v.182) dei demoni che siedono sul vero trono di Dio”. [27]

“In quanto organizzata e dominata da hýbris, la vita è «oppressa dal padrone» (bíos despotoúmenos)”. [28]

L’agire secondo Dike e seguendo la Vera Luce ha una conseguenza soteriologica. Chi è «giusto» è un «essente» che «non verrà completamente annientato». “Questo significa, certamente, che il giusto, a differenza dell’ingiusto, può rimanere nel mondo sino ai limiti estremi del tempo che è concesso ai mortali. Ma il suo «non essere completamente annientato» significa anche che vi è qualcosa di lui, e non dell’ingiusto, che sfugge all’annientamento, e cioè appartiene all’Essere, eternamente salvo dal niente, in cui è custodita l’essenza di tutte le cose”. [29]

Chi non vede secondo l’occhio di Dike (o di Maat, se il concetto è declinato nell’antico linguaggio degli egizi) è soggetto all’empietà e all’annientamento. La hýbris (l’empietà) è, infatti, connessa con l’ingiustizia, cosicché “la radicalità dell’annientamento dei mortali” riguarda coloro i quali si sono “lasciati dominare da hýbris, “mentre chi è “«giusto» […] è un «essente» […] che «non verrà completamente annientato»”.

Il tema dell’annientamento e della salvezza è presente nel rito osiriaco, che è all’origine dei riti eleusini, dove il cuore del defunto, sede dell’intelligenza, posto sulla bilancia di Maat, la Giustizia (come Dike) deve essere più leggero (esente da ingiustizia e da hýbris) della piuma della stessa Maat. Se il cuore è più leggero, il defunto si trasmuta in un Osiride giustificato, immortale e con un corpo di luce; se, al contrario, il suo cuore è più pesante della piuma di Maat, il defunto è annientato e la sua essenza non è salva. Il cuore che viene pesato non è il cardio, ma JB (o AB), il cuore energetico, il cuore di luce, che per essere tale, e quindi più leggero di qualsiasi elemento materiale, si deve essere svestito di ogni attaccamento materiale. Attaccamento che è la conseguenza di ingiustizia e di hýbris, cosicchè chi crede di essere potente in base alla hýbris e all’ingiustizia è condannato a rimanere nella materialità alla quale si è così fortemente affezionato.

La virtualità, con la quale si vorrebbe sostituire la dimensione animica del “corpo di luce”, che avvolge l’essenza, non salva dall’estinzione e dall’annientamento.

I VENERABILI CUSTODISCONO IL TIMORE DI DIKE

L’agire secondo Dike e seguendo la Vera Luce, nella consapevolezza della conseguenza soteriologica, è il dono che l’iniziato riceve dal suo percorso ed è anche l’imperativo categorico che egli acquisisce man mano procede sulla via.

Tanto più, questo imperativo categorico, che deriva dalla conoscenza di se stessi, è il viatico dei venerabili.

Infatti, il sébas, il venerabile, è anzitutto il deinón (il timore di Dike) e venerabili sono coloro che custodiscono il timore e sono pertanto dikastaí (giudici e giudici anzitutto di se stessi).

Il giuramento che i giudici sapienti rispettano è dunque la volontà di rimanere nella verità, di mantenersi stabilmente al culmine della sapienza e della vera potenza.

E rimanere nella via della Vera Luce non significa sempre andar bene a questo mondo, così come lo vuole il pensiero dominante.

“Essendo in questo mondo –  afferma Meng Tzu – ci si deve comportare in una maniera che piaccia a questo mondo. Fintanto che una persona è buona tutto va bene…Se si volesse biasimare una tal persona non si troverebbe niente a cui rifarsi…essa condivide con gli altri le pratiche quotidiane ed è in armonia con le meschinità del mondo…essa piace alla moltitudine ed è retta con se stessa. E’ impossibile imbarcarsi sulla via di Yao e Shun [due famosi saggi] con una persona del genere. Da qui il nome di “nemico della virtù”. Confucio disse: “…Non mi piace l’onest’uomo del villaggio, potrebbe essere confuso con il virtuoso”.

“Soltanto coloro che agiscono a partire da disposizioni che essi risultano avere da un lungo processo di coltivazione proprio nel momento dell’azione – commenta F.J.Varela – meritano, secondo Meng Tzu, l’appellativo di veramente virtuose. […] Il tratto più importante che distingue il vero e proprio comportamento etico è allora il fatto che esso non nasce da semplici modelli abituali di regole”. [30]

 Sin dai primi passi sulla via iniziatica proposta dalla Massoneria troviamo alcune indicazioni precise relative al percorso che colui che bussa alla porta del Tempio (il pro fanum) intraprenderà. Se tu tieni alle distinzioni umane, esci: qui non se ne conoscono.
Se tu temi di essere scoperto e corretto dei tuoi difetti, ti troverai male fra noi. Se la tua anima ha sentito lo spavento, non andare più oltre.
Se tu sei capace di simulazioni, trema: sarai scoperto.
Vigilanza e Perseveranza.
Se tu perseveri, sarai purificato; uscirai dall’abisso delle tenebre e vedrai la Luce. Se la curiosità ti ha condotto qui, vattene.
Sin dal suo esordio sulla via, colui che vuole percorrere il sentiero iniziatico dovrà rispondere a tre domande:  “Che cosa dovete all’Umanità?
Che cosa dovete alla Patria?
Che cosa dovete a voi stesso?”.  

Non sono domande poste una volta per sempre. Ogni giorno della sua esistenza il Massone deve rispondere a queste tre domande e le risposte non possono essere solo concettuali, ma parole di potenza, ossia azione consapevole, pensiero che si fa verbo, lógos e che produce lavoro per le cattedrali del terzo millennio.

© Silvano Danesi*

Gran Maestro

della Serenissima Gran Loggia Nazionale Italiana degli A:.L:.A:.M:.

Tradizione di Piazza del Gesù – Grande Oriente di Roma


[1] Karl Popper, Miseria dello storicismo, Feltrinelli

[2] Karl R. Popper, “La società aperta e i suoi nemici”, Armando

[3] Karl R. Popper, “La società aperta e i suoi nemici”, Armando

[4] Karl R. Popper, “La società aperta e i suoi nemici”, Armando

[5] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[6] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[7] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[8] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[9] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[10] Umberto Gabriel Porciatti, Simbologia massonica, Atanor

[11] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[12] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[13] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[14] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[15] Umberto Galimberti, Tramonto dell’Occidente, Feltrinelli

[16] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[17] Umberto galimberti, il Tramonto dell’Occidente, Feltrinelli

[18] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[19] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[20] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[21] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[22] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[23] Umberto Galimberti, Il tramondo dell’Occidente, Feltrinelli

[24] Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[25] Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[26] Emanuele Severino, Il giogo, Adelphi

[27] Emanuele Severino, Il giogo, Adelphi

[28] Emanuele Severino, Il giogo, Adelphi

[29] Emanuele Severino, Il giogo, Adelphi

[30] F.J.Varela, Un know-how per l’etica, Laterza