“L’uomo del Tao vive nel Tao come un pesce nell’acqua.

Se cerchiamo di insegnare ad un pesce

che l’acqua è fisicamente composta

da due parti di idrogeno e una di ossigeno,

il pesce si metterà a ridere”.

Al Chung-liang Huang[1]

L’attualità geopolitica ci propone ogni giorno il rapporto conflittuale, per alcuni, collaborativo, per altri, con la Cina.

Anche oggi, come nel passato, c’è chi percorre la Via della Seta, con logiche mercantili e chi percorre la Via del Tao, con afflato spirituale.

Nel passato la prima opzione fu incarnata dal veneziano Marco Polo, nato il 15 settembre del 1254, il quale viaggiò sulla Via della Seta fino alla Cina (allora Catai) dal 1271 al 1295; divenne ambasciatore del Gran Khan Kubilai  e descrisse il suoi viaggi dediti al commercio, compiuti con il padre e lo zio, nella sua opera Il Milione.

“Quando gli due fratelli e Marco giunsero alla gran città ov’era il Gran Cane, andarono al mastro palagio, ov’egli era con molti baroni, e inginocchionsi dinanzi a lui, cioè al Gran Cane, e molto si umigliarono a lui. Egli li fece levare suso, e molto mostrò grande allegrezza, e domandò loro chi era quello giovane ch’era con loro. Disse messer Nicolò: «Egli è vostro uomo e mio figliolo». Disse il Gran Cane: «Egli sia il benvenuto e molto mi piace»”. (Il Milione).

Trecento anni dopo, nel 1552, a Macerata è nato Matteo Ricci, gesuita, matematico, cartografo e sinologo. Vissuto al tempo della dinastia Ming, naturalizzato con il nome di Lì Mădòu, in Cina Ricci indossò gli abiti del bonzo e si dedicò all’apprendimento della lingua e dei costumi cinesi, Ricci, con l’intenzione di farsi cinese tra i cinesi. Abbandonato l’abito del bonzo e vestito quello degli studiosi cinesi, divenne uno studioso di Confucio e un assertore della possibilità che alcuni principi confuciani potessero  essere accolti nel cristianesimo, avendo trovato somiglianze tra la cultura confuciana e la filosofia greca.

I due italiani, chi in un modo, chi nell’altro, sono i precursori di un approccio mercantile e culturale che oggi trova epigoni nel Segretario di Stato del Vaticano e nella linea filo cinese di Bergoglio.

La Via del Tao, come quella del buddismo (contrastata da Matteo Ricci) è lontana dagli interessi degli italiani del XIII e del XVI secolo, nonché da quelli odierni.

Eppure l’incontro tra l’Occidente e l’Oriente non può essere solo di convenienza mercantile o di scambio politico filosofico.

L’incontro, se vuole essere fecondo, deve camminare su altre vie, più profonde e, tra queste, in particolare, sulla Via del Tao, la cui impostazione filosofica è oggi la più vicina alle modalità con le quali ragiona la fisica moderna, a tal punto da prestare alla stessa le parole che la filosofia occidentale non possiede, a meno ché non si torni al pensiero enigmatico e profondissimo di Eraclito.

Di questo rapporto tra il Tao e la fisica moderna è testimone il testo di Fritjof Capra, “Il Tao della fisica”, iniziatore di una ormai lunga serie di riflessioni in materia.

Un contributo alla riflessione sul rapporto tra Oriente ed Occidente non può che partire da una considerazione apparentemente banale: ogni Occidente ha un proprio Oriente il quale è, a sua volta, l’Occidente di un Oriente.

Le relazioni tra gli orienti e gli occidenti sono variate nel corso della storia e quelle che oggi chiamiamo cultura occidentale è il portato di più incontri di orienti e di occidenti antichi.

L’Oriente degli Egizi era la Masopotamia assiro babilonese, erede della cultura sumera, così come lo era per la Grecia.

L’Oriente di Alessandro Magno era l’India.

L’Oriente dei Baschi, il popolo che ripopolò l’Europa dopo l’ultima glaciazione, così come quello delle popolazioni del Neolitico europeo, era quello dei Kurgan, gli indoeuropei provenienti dalle steppe russe e successivamente distintisi nelle popolazioni degli Sciti e dei Celti, il quali, nell’Età del Ferro, diedero vita alle culture di Hallstatt (Austria), di La Thene (Svizzera) e di Golasecca (nei pressi di Varese).

L’Egitto antico, dal quale deriva gran parte delle radici della cultura europea, è sul 30° meridiano (oltrechè, per una strana “coincidenza”, sul 30° parallelo), ossia sulla stessa longitudine di Bisanzio e di Murmansk. Possiamo ben dire che l’Egitto antico è Occidente, nell’accezione moderna con la quale è denominata la cultura europea, ossia, appunto, “occidentale”.

C’è, infine, un altro Oriente, quello derivante da “oriri”, che significa l’Origine dalla quale veniamo e che ha un suo Occidente, l’Aldilà, che è il luogo verso il quale andiamo.

La cultura occidentale ha una molteplicità di radici antichissime, alle quali si è aggiunta quella cristiana che ha dato un contributo significativo alla coscienza europea, attualmente in crisi oicofobica. La radice cristiana è stata dominante per secoli, in quanto la Chiesa cattolica apostolica romana ha ereditato e continuato l’impero romano, dopo la sua fine. Oggi c’è un altro impero che rischia di finire.

L’ordine economico mondiale, che dalla seconda guerra mondiale ruota intorno agli Stati Uniti, è al capolinea? Nel 2050 gli Usa potrebbero essere la terza economia mondiale dopo Cina e India? Sarà così o l’attuale confronto cambierà i percorsi e le prospettive? Riuscirà l’Occidente a salvaguardare la propria cultura, le proprie conquiste, la propria peculiarità? Tutti questi cambiamenti rendono necessaria una nuova governance mondiale o un ritorno alle patrie e agli stati, dopo un periodo di dominio dell’idea di un nuovo ordine mondiale e di una globalizzazione senza confini?

L’umanità del terzo millennio ha davanti a sé scelte esistenziali decisive per la sua stessa sopravvivenza sul pianeta.

La Terra può fare a meno dell’essere umano. L’essere umano non può fare a meno della Terra.

Riflettere sulla cultura dell’incontro tra Occidente e Oriente è quanto mai necessario.

Richard E. Nisbett, psicologo sociale e cognitivo americano, nel suo “Il Tao e Aristotele”, dopo aver descritto le diverse modalità con le quali occidentali e orientali pensano e interpretano se stessi, il mondo e la realtà e dopo aver preso in considerazione l’idea, tutta occidentale, che il pianeta deve “occidentalizzarsi” e l’altra, opposta, che si possa avere una prosepttiva di “divergenza duratura”, propone l’idea che tra pensiero occidentale e pensiero orientale possa esserci una convergenza.

“Si deve però considerare – scrive infatti E.Nisbett – un terzo punto di vista, cioè che il mondo potrebbe essere sulla strada della convergenza, invece che della divergenza duratura, ma una convergenza fondata non puramente sull’occidentalizzazione, ma anche su un’orientalizzazione e su nuove forme cognitive basate sull’amalgamarsi dei sistemi sociali e dei valori”. [2]

Nisbett elenca alcune tendenze occidentalizzanti in atto in Oriente e altre orientalizzanti in atto in Occidente e, soprattutto, evidenzia un aspetto fondamentale, ossia il fatto che “gli occidentali sperimentano sistemi logici che non richiedono che un’affermazione debba essere vera o falsa. Alcuni grandi fisici del XX secolo, come Nils Bohr – sottolinea lo psicologo americano – hanno attribuito il loro progresso nella meccanica quantistica alle idee orientali”. [3]

“Sono convinto – afferma pertanto a conclusione del suo libro Nisbett – che Oriente e Occidente si incontreranno grazie all’avvicinamento di ognuno nella direzione dell’altro. Est  e Ovest possono contribuire alla realizzazione di un mondo più omogeneo dove le peculiarità sociali e cognitive delle due culture saranno entrambe rappresentate ma trasformate, come i singoli ingredienti di una macedonia, che sono riconoscibili ma appaiono diversi, perché ognuno di essi modifica l’insieme. E’ lecito sperare che questa macedonia contenga gli elementi più gustosi e maturi di ciascuna cultura”. [4]

Quali sono le principali differenze di pensiero che distinguono Occidente e Oriente?

“Gli occidentali – scrive Nisbett – sono inclini alla categorizzazione, intesa come strumento per conoscere quali regole applicare agli oggetti in questione, e la logica formale svolge un ruolo rilevante nella risoluzione dei problemi. Al contrario, gli asiatici orientali prestano attenzione non solo agli oggetti, ma anche a tutto ciò che li circonda, il mondo sembra più complicato e la comprensione degli eventi presuppone sempre l’analisi di numerosi fattori che interagiscono in maniera complessa e non deterministica. Gli orientali ritengono che la logica formale giochi un ruolo limitato nella risoluzione dei problemi: infatti le persone troppo interessate alla logica sono spesso considerate immature”. [5]

Caratteristiche occidentaliCaratteristiche orientali
  
Forte senso di identità del singolo.Armonia – “Ogni essere era prima di tutto il membro di una collettività o, piuttosto, di molteplici collettività: il clan, il villaggio e, specialmente, la famiglia”. [6] Godere di un’esistenza tranquilla vissuta in un contesto agreste e caratterizzato da una rete sociale armonica.
Categorizzazione della realtà.Visione olistica – Gli eventi hanno sempre luogo in un campo di forze. Tutte le cose sono profondamente collegate e ognuna di esse è alterata dal contesto.
Libertà di esercitare le proprie attitudini.Consapevolezza dell’importanza dell’agire collettivo – Il bisogno di godere di stima della comunità (la faccia).
Esaltazione dell’agire individuale.Una genialità prettamente empirica, non un interesse astratto per il pensiero e la ricerca scintifici. Il sinologo e filosofo Donald Munro, citato in Nisbett, scrive: “Nel confucianesimo non vi era alcun pensiero sul conoscere che non implicasse delle conseguenze sul fare”. [7]
Logica lineare aut-aut – Principio di non contraddizione.Interazione degli opposti – Lo yin più vero è lo yang che è nello yin.
  
La natura è oggettivata.Nel taoismo: grande amore per la natura; religione della meraviglia, della magia e dell’immaginazione; considerava la natura come risultato dell’interazione tra la natura e gli eventi umani.
  

Se l’incontro avviene sulla Via della Seta e della cultura confuciana, la macedonia rischia di essere difficilmente componibile in modo armonico.

Vediamone il motivo.

L’enciclopedia Treccani descrive così, sinteticamente, la figura e l’opera di Confucio, il quale “vissuto in Cina fra il 6° e il 5° secolo a.C., andò per tutta la vita in cerca di un sovrano cui insegnare i principi morali indispensabili per regnare saggiamente e unificare la Cina. I discepoli continuarono a diffondere il suo insegnamento; ma il confucianesimo riuscì a prevalere solo nel 10° secolo d.C., quando divenne il punto di riferimento essenziale per la cultura e la società cinesi: per diventare funzionari di Stato era necessario superare un esame e dimostrare la conoscenza dei testi confuciani. Questa situazione è durata fino all’inizio del 20° secolo; ma ancora oggi, i valori affermati da Confucio godono di grande considerazione”.

Testimone della fine di una civiltà durata 1.500 anni e vissuto in un periodo di anarchia, Confucio, come spiega Alberto Castellani nell’introduzione ai “Dialoghi”, guardava alla tradizione con la nostalgia di chi voleva restaurare un ordine sociale basato su regole precise. Regole che Castellani, ricordando la tradizione, riassume come segue: “La supremazia di un capo sulla massa; l’autorità paterna, sindacante l’andamento della famiglia, è di già assai accentuata fin d’allora. La vita a base patriarcale, ma tuttavia pervasa da un sano senso di collettivismo, sbocca di necessità nel concetto del patriarcato sociale: ossia di una società ormai costituita che per difendersi nella sua più alta forma raggiunta, ha bisogno di un duce: allora come il Popolo lega quella sua eredità al Predestinato, al Figlio del Cielo (T’ien Tsŭ), l’Imperatore, a sua volta, perché questo legato non gli sfugga, investe, in ogni parte del territorio, persone capaci di aiutarlo ad esercitare e a conservare il suo mandato divino. Le prime basi per un regime feudale sono così tracciate. Non come da noi, in Occidente, dove l’individuo con lotte aspre e con baldanza guerriera elabora, per se stesso, attraverso una serie di faticose conquiste, l’idea dello Stato, ma, al contrario, in Cina, è tutta la collettività di un popolo che, concorde, dopo la più pacifica penetrazione, attraverso il più armonico e indisturbato svolgimento, si sente arrivata da un pezzo allo stato di cui ora chiede anche all’esterno il suggello definitivo. Da noi l’individuo è tutto: indaga, scopre e fonda; in Cina l’individuo è subordinato all’insieme, in quanto che doveri ben precisi gli incombono, prescritti da quel Tutto di cui egli deve sentirsi una parte. La libera forza individuale non ha posto a predica; l’uomo sta alla società, ormai immutabilmente redatta, come la cellula all’organismo. La pietà filiale, il rispetto dei giovani per i vecchi, del fratello minore per il fratello maggiore, virtù essenziali per i Cinesi, praticate anch’oggi come allora, perché considerate i capisaldi della vita collettiva, traggono la loro più intima origine dalla particolare struttura di questa società agricola, democratica e comunista. Anche la religione non si svolse separata dall’idea dello Stato. L’Imperatore è anche il Pontefice; i suoi funzionari politici sono anche i suoi sacerdoti. Egli ha la custodia del Popolo: se sacrifica al Cielo è per lui; se invoca i geni dei monti, dei fiumi e dei boschi è per lui, per il suo bene: ma se, dimentico di questa sua alta protezione, lo tiranneggia e lo aspreggia, allora il Cielo gli ritira il mandato; cioè: il Popolo lo sbalza dal trono. Tracce di questa concezione si rinvengono nel mito e nella prei- storia cinese che giova far conoscere in brevi tratti”. [8]

“Questa costituzione, tanto ammirata dal Maestro – prosegue Castellani – inquadra l’uomo nella società come il soldato nell’esercito: regole fisse (li) escludono la sua volontà personale; la sua vita è prestabilita fino nei suoi più minuti dettagli; il suo dovere è di stendersi in questo letto di Procuste che trova pronto, nascendo. In alto l’Imperatore e i Principi, in basso il Popolo, diviso in gruppi di otto famiglie: l’Imperatore e i Principi hanno il monopolio dell’intelligenza, il Popolo ha quello dell’obbedienza: ogni individuo è considerato come un piccolo dente che nella gran rota dell’organismo statale ha il suo piccolo vano ove ingranare: l’obbligo è la molla prima di ogni azione individuale. Ma errerebbe chi credesse che tra il basso e l’alto non ci fosse armonia: il Popolo ha investito il predestinato, il Predestinato veglia e regola, per i suoi attributi semidivini, il buon andamento del Popolo: questi, dalla sua fatica quotidiana, intuisce che la fatica dell’Imperatore, nel suo atteggiamento immobile, supera, per complessità e profondità, la sua. Nel suo concetto l’Imperatore è il vero intermediario tra il Cielo e la Terra; perciò è anche Pontefice, e i suoi funzionari come altrettante propaggini della sua duplice potenza. Il Figlio del Cielo ha il suo culto che s’indirizza prima al Cielo e poi ai Geni terrestri: il Popolo ha il culto dei Lari e degli Antenati. Così l’idea religiosa si trova commista all’idea di Stato. Tre grandi Duchi (San Kung) formavano il supremo consiglio e sei Ministri (Liu Ching) eseguivano gli ordini. La Cina sotto gli Chou era divenuta come una federazione di Stati che trovavano in uno di essi (quello di Chou) la loro unità imperiale. Si comprende subito dove si trovi il tallone di Achille per uno Stato così fatto: se chi è a capo della federazione non è una forte personalità, che tenga desto nei Principi feudatari il sentimento della propria supremazia, i legami che tengono unito l’insieme si andranno man mano allentando fino alla disgregazione. Così difatti av- venne. Ai tempi di Confucio le cose erano già arrivate a tal punto che più oltre non potevano andare: non solo il Principe si ribella all’Imperatore, ma il servo al Principe: una follia di potere invade gli animi tanto più quanto più esso si palesa cosa irraggiungibile o caduca. Quando nasce Confucio, il caos dell’anarchia ondeggia per tutto: spettacolo imponente e miserando! Una grande civiltà durata 1500 anni stava naufragando lentamente per sempre”. [9]

Confucio, come scrive Castellani “sente che solo dal passato glorioso egli potrà spremere il farmaco efficace per la salute delle generazioni presenti. […]. Ting Kung, succeduto un anno prima nel Reame di Lu, ormai in piena anarchia, al fratello Chao Kung, morto in esilio, chiama Confucio e gli affida il governo della città di Chung Tu. Ora gli è porta finalmente occasione di sperimentare, se le sue teorie vanno d’accordo con la realtà: sembra di sì perché in breve tempo opera prodigi: le strade si mondano di ladri; regolati sono i rapporti tra uomo e donna; mitigate le tasse; reso più dignitoso il consorzio; addolcito il trattamento del popolo; abolito il soverchio lusso dei funerali. Egli si fa notare in tal modo che Ting Kung, lo crea Ministro dei Lavori pubblici e della Giustizia. Egli ha ormai breve spazio per applicare la sua dottrina che aspira ad arrivare allo Stato perfetto mediante il rinnovamento etico dell’uomo; ciò che non è perfetto non dura. Per quanto la Realpolitik sia, dopo tutto, il suo scopo, vede in questa meno che una parvenza se non si appoggia sopra una solida base spirituale, materiata d’amore e di giustizia. Tutta la sua adorazione va ai fondatori della terza Dinastia, cioè a Wu Wang, Wen Wang e Tan, il Duca di Chou, che insieme ai tre primi Imperatori Yao, Shun e Yü, formano la schiera dei così detti «Sette Saggi». […].[10]

Il seguito della storia lo vede, a causa di rivolgimenti di potere, esule e peregrinante per il mondo alla ricerca di “un Principe di buona volontà che capisca la portata dei suoi ammaestramenti, i quali si prefiggono di rinnovare il mondo, risuscitando il passato”. [11] “Egli – scrive Castellani – ci appare in quel periodo di disordine, di anarchia, di dissolvimento, come l’erede legittimo di una grande civiltà defunta ch’egli medita ancora di imporre al suo popolo: il suo «ritorno ideale» non è ripiegamento ma volontà conscia di resurrezione”. [12]

La Via della Seta e l’incontro con la cultura confuciana rappresentano, per l’Occidente, una scelta di convenienza commerciale e, nel contempo, un approccio filosofico che percorre gli antichi e mai abbandonati sentieri delle repubbliche dei saggi, degli aristocratici, delle élite che comandano e del popolo che obbedisce. Sentieri che nella loro accezione nobile si presentano nelle forme della Repubblica di Platone e dei vari scritti filosofici che da questa prendono spunto e che, nella forme meno nobili si sono realizzati nel feudalesimo e nelle dittature.

Sono i sentieri che oggi pensano di percorrere gli assertori del Nuovo Ordine Mondiale, voluto e gestito dalla finanza internazionale.

Ben altra via è quella del Tao, che si apre all’incontro tra la la scienza, che va oltre la logica deterministica e l’antica filosofia cinese, dove il non-essere non è il nulla; è la Via, la Madre che dà origine all’essere e il Tao, immutabile e in continuo movimento, richiama il concetto di campo quantico.

Oggi i fisici, scrive Robert Lanza, affrontando il tema dell’energia onnipervasiva o energia del punto zero e “ritengono che questa sottostante «energia del vuoto» non sia soltanto onnipresente, ma complessivamente enorme. […]. Nel frattempo – aggiunge Lanza – chiariamo bene una cosa: se il cosmo è soffuso di un’energia che fa ampiamente sfigurare le onde di luce e i campi elettrici che ci circondano, questo significa che la sostanza dell’Essere, la natura di tutte le cose, il vero Sé che soggiace alla consapevolezza e alla vita stessa, l’apparente vacuità che sembra essere la matrice, il cavalletto, lo scenario di tutte le umane sventure, è invece un’entità di inconcepibile potenza. La sua energia va oltre gli standard! Il potenziale è illimitato. Il fatto che non riusciamo a vederla o a percepirla non significa niente: i nostri sensi sono architettati per percepire quello che ci è utile nella vita quotidiana. Quale vantaggio avremmo se riuscissimo a percepire l’accecante ultraenergia che permea ogni recesso della realta? Allora cambiamo il nostro modo di vedere il cosmo. Proviamo a concepire le entità visibili come oggetti fluttuanti che si materializzano dalla soggiacente energia del vuoto, ben più potente, ma ignota, in quanto impercettibile alla vista”. [13]

L’energia onnipervasiva della quale parla Lanza, che è la sostanza dell’Essere, richiama concetti propri della filosofia taoista.

Nel Tao Te Ching infatti è scritto: “Il Tao che può essere detto non è l’eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l’eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra, quando ha nome è la madre delle diecimila creature. Perciò chi non ha mai desideri ne contempla l’arcano, chi sempre desidera ne contempla il termine. Quei due hanno la stessa estrazione anche se diverso nome ed insieme sono detti mistero, mistero del mistero, porta di tutti gli arcani”.

Il Tao è indicibile in quanto inconoscibile e non commensurabile, ma quando si mostra, ossia è nominato, entra nel misurabile ed è madre di tutte le particolari esistenze. Il Tao è un vuoto che genera, ma non è mai pieno di ciò che genera, in quanto è perennemente generante: esiste da sempre e si manifesta rendendosi simile alla sua polvere, ossia alla molteplicità. La similitudine con il concetto di campo quantico, di energia onnipervasiva, di sostanza dell’essere è evidente. Nel Tao Te Ching, infatti è scritto: “Il Tao viene usato perché è vuoto e non è mai pieno. Quale abisso! sembra il progenitore delle diecimila creature. Smussa le sue punte, districa i suoi nodi, mitiga il suo splendore, si rende simile alla sua polvere. Quale profondità! sembra che da sempre esista. Non so di chi sia figlio, pare anteriore all’Imperatore del Cielo”.

Il Tao Te Ching richiama, inoltre, la filosofia eraclitea. Infatti afferma. “Sotto il cielo tutti sanno che il bello è bello, di qui il brutto, sanno che il bene è bene, di qui il male. È così che essere e non-essere si danno nascita fra loro, facile e difficile si danno compimento fra loro, lungo e corto si danno misura fra loro, alto e basso si fanno dislivello fra loro, tono e nota si danno armonia fra loro, prima e dopo si fanno seguito fra loro. Per questo il santo permane nel mestiere del non agire e attua l’insegnamento non detto. Le diecimila creature sorgono ed egli non le rifiuta le fa vivere ma non le considera come sue, opera ma nulla si aspetta. Compiuta l’opera egli non rimane e proprio perché non rimane non gli vien tolto”.

Eraclito, non diversamente, sostiene: “Dio è giorno e notte, inverno ed estate; guerra e pace, sazietà e fame; e prende varie fogge proprio come il fuoco, il quale, quando è commisto a spezie, viene nominato a seconda del profumo di ciascuna di esse”. (Fr 77=67DK).

Di Eraclito è la trasmutazione reciproca degli opposti, che significa la loro mutua identità: l’identità dei contrari, così come “era permanente identità dell’essere nel divenire cangiante dei fenomeni e nella successione dei tempi”. [14]

Il fuoco (aither, etere) di Eraclito è sempre-vivo, immortale e divino ed è l’essenza sottostante a tutte le cose, che soggiace a cambiamenti qualitativi.

“Questo ordinamento del mondo, il medesimo per tutti, nessuno degli dèi o degli uomini lo ha fatto, ma è sempre stato, è, e sempre sarà: un fuoco sempre-vivo, che di misura si accende e di misura sui spegne”. (Fr. 30DK;20B).

Sembra di leggere quanto potrebbe dire uno scienziato odierno a proposito di particelle che nascono e si annichilano nel campo quantico e di misurazione (ossia osservazione) che accende o spegne, ossia collassa l’onda. Intuizione? O Sapienza?

“Sapienza – sosteneva Eraclito – è una cosa sola: conoscere il Pensiero (l’Intelligenza) da cui tutte le cose sono pilotate per ogni dove”. (41DK; 19B). E Sapienza condivide la propria radice etimologica con Sophon, l’aperto (la potenzialità dell’apertura), che è la Luce della Ragione che rischiara il mondo (Ragione intesa come potenza dell’Essere). Sophos è Sapiente e Sophia è Sapienza. Il Sophos è l’aspetto sapiente dell’Arché. Sophia è la Sapienza divina. La Sapienza divina è l’apertura che consente la manifestazione, ossia un atto creativo: un atto erotico. Phanes è infatti Eros, la Luce al di là della luce che è impulso, essenza primigenia vivificatrice dell’universo. La radice comune è φῶς (phaos/phōs. Un particolare significato di luce in greco si ha, infatti, con φῶς (phaos/phōs), la cui radice corrisponde a quella del verbo phainō, che significa “mostrare”, “rendere manifesto”. Il termine greco phos originariamente non indica soltanto la luce come mezzo per vedere ma anche la luce che emana la verità raggiunta tramite la conoscenza.

E’ sulla Via del Tao che l’incontro tra Oriente e Occidente può dare i suoi frutti migliori, proiettando la tensione della ricerca verso il fondamento di ogni cosa, dal quale emergono le regole che presiedono all’esistenza di ogni cosa.

Questo incontro è possibile oggi in quanto, come sostiene Vittorino Andreoli, il “determinismo come necessità è morto. La fisica quantistica ha abbandonato l’antica concezione del determinismo su cui era fondata la fisica meccanica”. [15] “la scienza non è che una classificazione e una classificazione non può essere vera ma solo comoda”. [16] “Un metodo di misura – aggiunge Andreoli – ha una propria vita in cui è possibile distinguere il momento della scoperta, che ne vede la massima applicazione, il periodo della maturità in cui vengono applicate le prime analisi critiche e infine la fase del deterioramento. In quest’ultima fase sono più frequenti i deliri, cioè la forzata difesa e un’applicazione indiscriminata ad ogni evento. […]. [17]K. Göedel, afferma ancora Andreoli, “affermando «la non dimostrabilità» della coerenza di una qualunque teoria formale che soddisfi certe ipotesi stabilite, all’interno della stessa teoria, sostiene la impossibilità di eliminare un quid di dubbio sulla dimostrabilità dei sistemi logico formali che sono alla base della logica matematica”.[18]

La scienza perde così ogni illusione e pretesa di assoluto e si apre ad un nuovo orizzonte concettuale e metodologico.

“Ci sembra auspicabile – commenta in proposito Andreoli – che ogni modello di misura venga distolto dal periodo di una sua assolutizzazione che lo proponga come unico metro di comprensione […]. Con il razionalismo è entrato nell’umanità questo mostro, questa concezione per cui è comprensibile un fenomeno solo se ne viene scoperta la causa. […]. Il sistema logico è dunque uno dei possibili modi di strutturare una realtà, anche se storicamente nel mondo noccidentale si è imposto sul piano gerarchico come «il» sistema”. [19]

Per percorrere la via dell’incontro tra il Tao e l’Occidente della fisica quantistica, che si apre alla metafisica, è necessario tornare al periodo assiale.

A ben vedere gli ingredienti della macedonia alla quale si riferisce Nisbett sono ben presenti sin dal periodo “assiale” o “aurorale” dell’umanità, dove Arché, Apeiron, Tao, Ceugant esprimono lo stesso concetto.

“Jaspers – scrive in proposito Umberto Galimberti – ritorna al «periodo assiale» dell’umanità in cui l’Occidente ancora non si distingue dall’Oriente, perché il pensiero, nell’ápeiron o nel Tao, pensa, sotto la differenza linguistica, quella stessa cosa che poi resterà impensata nella terra della sera”. [20] Heiddeger scrive di ritorno all’epoca “aurorale” del pensiero greco. “Per questo compito – commenta Galimberti – non serve la logica che regola il «pensato», ma il linguaggio cifrato e il mito che dell’«impensato» sono i gelosi e rispettosi custodi”. [21]  Mýthos è “parola che dice” e dire per i Greci significa anche manifestare.

Il linguaggio proprio della Massoneria è simbolico e il simbolo attinge agli archetipi e ai miti, i quali, sempre più, quando opportunamente decodificati, sono validati dalla fisica e dalla biologia che, per esprimersi, utilizzano un linguaggio che esula dalla logica formale occidentale.

In questo ritorno aurorale, la via iniziatica proposta dalla Massoneria, se ben intesa e ben praticata, offre a chi la frequenta tutta la sua attualità e la sua validità nel formare una forma mentis adatta alla conoscenza, così come ci viene sempre più proposta dai paradigmi della scienza moderna che evocano il linguaggio del periodo assiale.

La Massoneria, fenomeno squisitamente occidentale, nell’accezione di cultura occidentale europea, mostra la sua universalità autentica nel proporre un linguaggio e una forma mentis aurorale che in gran parte l’Occidente ha perduto.

© Silvano Danesi


[1] Premessa di Al Chung-liang Huang a Alan W.Watts, Il Tao: la via dell’acqua che scorre, Ubaldini Editore

[2] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[3] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[4] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[5] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[6] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[7] Citato in Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[8] Alberto Castellani, introduzione a: I dialoghi di Confucio, Liber.Liber.

[9] Alberto Castellani, introduzione a: I dialoghi di Confucio, Liber.Liber.

[10] Alberto Castellani, introduzione a: I dialoghi di Confucio, Liber.Liber.

[11] Alberto Castellani, introduzione a: I dialoghi di Confucio, Liber.Liber.

[12] Alberto Castellani, introduzione a: I dialoghi di Confucio, Liber.Liber.

[13] Robert Lanza, Oltre il biocentrismo, il Saggiatore

[14] Eraclito, Prefazione di Rodolfo Mondolfo, Bompiani

[15] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[16] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[17] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[18] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[19] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[20] Umberto Galimberti, Il tramondo dell’Occidente, Feltrinelli

[21] Umberto Galimberti, Il tramondo dell’Occidente, Feltrinelli