Pochi mesi or sono l’Unesco ha nominato Patrimonio dell’Umanità un sito dell’isola di Gran Canaria, conosciuto comeRisco Caido. Si tratta di un famoso luogo, sempre al centro delle più antiche tradizioni canarie, oggetto di molti miti e leggende, oltre che di storia documentata del XV secolo, momento della “conquista” spagnola (mi permetto di virgolettare il termine conquista perché solo assume accezione positiva per i “conquistatori”. Per i conquistati invece si trattò di violenta e umiliante espropriazione armata. Alcuni ancora oggi li definiscono “depredatori”).

Tornando a Risco Caido, si tratta di un luogo che trasuda ancestrali forme di spiritualità, direttamente connesse all’osservazione del cielo, ai cicli naturali associati a semina e raccolto, alle percezioni antiche circa le diverse divinità che all’epoca costituivano importanti riferimenti e vere e proprie colonne portanti delle civiltà che lì vivevano, sia dal punto di vista sociale che spirituale e, perché no, anche magico.

Tra i molti elementi che quel luogo annovera a livello sia archeologico che storico, ce ne sono alcuni direttamente relazionati con la vita e l’organizzazione sociale degli antichi indigeni, conosciuti (impropriamente) come Guanches (in realtà è quello il termine descrittivo degli abitanti di un’altra isola dell’arcipelago, Tenerife).

In particolare alcune grotte, dette “cuevas” in spagnolo, erano abitate; altre ospitavano veri e propri luoghi di culto. L’Unesco ha rivolto gran parte delle attenzioni ad una di queste, di realizzazione artificiale e dunque volutamente caratterizzata per uno scopo preciso, la Cueva numero 6.

È un sito molto particolare, perché nella parte alta di una parete c’è un’apertura scavata attraverso la quale sole e luna lasciano passare i loro raggi di luce che, nei momenti cruciali dell’anno come solstizi ed equinozi, illuminano con precisione alcuni bassorilievi sulle pareti opposte (i link precedentemente indicati riportano anche alcuni video esplicativi).

Gli archeologi hanno individuato con unanime consenso quelle incisioni triangolari a vertice in basso, illuminate direttamente dai raggi solari in corrispondenza di solstizi ed equinozi con estrema precisione, il chiaro riferimento al triangolo pubico, simbolo della fertilità per eccellenza. I molti bassorilievi con forma di triangoli pubici decorano gran parte della cueva n.6 e, in funzione del periodo dell’anno, alcuni assumono protagonismo, risultando “accesi” dal sole che, per così dire, li feconda.

Recentemente un giovane laureato in tecniche turistiche, José Ángel Rodríguez, ha fatto notare un interessante particolare. L’interpretazione consueta e consolidata di quei triangoli pubici affiancati in bassorilievo è appunto quella di valorizzare il simbolo della fertilità. Tutto quello che c’è tra un triangolo e l’altro, ovvero altri triangoli ma con il vertice in alto, sarebbero dunque semplici resti della parete originale dovuti alle incisioni. Questa nuova interpretazione invece avanza tutt’altra ipotesi: si volevano valorizzare esplicitamente anche i triangoli rivolti verso l’alto. Del resto un triangolo orientato verso l’alto evidentemente lascia pensare ad una piramide.

L’ipotesi, davvero affascinante per quanto mi riguarda, concentra l’attenzione su un ulteriore dettaglio: uno di questi “triangoli” rivolti verso l’alto contiene un’incisione che lascia pensare chiaramente all’Occhio di Horus. Precisamente il sinistro, quello caratterizzato dal numero 63 di 64, come tra l’altro sottolineato in un’infinità di pubblicazioni, tra le quali anche in Codice Neftis.

È questa una possibile lettura che potenzialmente molto può dire, per spiegare altre importanti evidenze archeologiche in tutta la fascia nordafricana, arcipelago canario incluso. Penso immediatamente alla Montagna Sacra di Tindaya, nell’isola di Fuerteventura. Alcune delle incisioni podomorfe lì ritrovate puntano direttamente ad alcune stelle che per gli antichi egizi indicavano precisamente Horus.

Ho la sensazione di avvertire la possibilità che i cerchi possano lentamente chiudersi, che le informazioni atomizzate e apparentemente tra loro sconnesse siano in realtà tasselli di un unico, gigantesco e sapiente mosaico. Molte antiche saggezze possono essersi stratificate e mescolate tra loro a seconda delle epoche e delle localizzazioni particolari, inglobando culture differenti ma con riferimenti comuni all’origine, come ben descritto in un articolo di Silvano Danesi dal titolo Il sacro Occhio di Horus e la stella dell’ascesa. È naturale pensare che l’indiscutibile influenza della cultura degli antichi egizi abbia in qualche modo pervaso tutto il mondo raggiungibile via mare e non solo, per lo meno nella fascia equatoriale. C’è anche da dire che, tornando all’immagine in evidenza, al triangolo con l’Occhio di Horus se ne affianca un altro alla sua destra, caratterizzato da un foro circolare. Magari le due forme sono relazionate o relazionabili tra loro. È quello un sole? Un altro riferimento stellare? Un semplice, incidentale foro? L’elemento mancante al 63/64, separato ma vicino e complementare?

Quel sessantaquattresimo mancante all’Occhio di Horus, quello che rimanda a completare l’Uno, a ricercare con caparbietà l’elemento finale, pur se magari irraggiungibile, che è dono e obiettivo al contempo; quello che solo Toth, ovvero il dio della Conoscenza può concedere, deve ancora costituire il principale traguardo verso cui tendere. Ritrovando tasselli, cercandoli con ostinazione, riconoscendoli al presentarsi, magari con la gioiosa, a volte illusoria consapevolezza avvertita di essere sul giusto cammino. I cerchi si possono chiudere. L’importante è esserne coscienti.