Questo particolare momento della storia del mondo vede confrontarsi due idee di futuro: una, propugnata dalle élite finanziarie e tecnologiche, che pensano ad una nuova forma di feudalesimo globale, con, in Occidente, un cattolicesimo funzionale e con un’alleanza con regimi dittatoriali; l’altra, che rivendica radici, patrie, più affine al modello borghese del ceto medio produttivo territoriale.

Si ripropone, su larga scala, quanto avvenne nell’Europa medievale, quando lo scambio tra sicurezza e libertà andò a discapito di quest’ultima.

In questo scontro, com’è già avvenuto, si agitano i fantasmi dei “nemici” e la Massoneria è da alcuni considerata correa delle teorie del Nuovo Ordine Mondiale in animo di dar luogo a un Grande reset globale, per formare un mondo di ricchi, tecnologicamente avanzati, accanto al quale far esistere una massa informe di servi del bancomat, indottrinata dal pensiero unico globalista.

Ebbene. La Massoneria è, storicamente, altro dalle mire del neofeudalesimo, essendo stata, anche nel periodo feudale e nelle condizioni date, un’area di libero pensiero e di creatività.

Per valutare la realtà della Massoneria, valga come esempio, quanto affermato da un illustre massone come Giuseppe Zanardelli, che fu primo ministro nel Regno d’Italia, il quale riscrisse il Codice penale, abolendo la pena di morte e al quale i campani dedicarono la famosa canzone “Torna a Surriento”.

Giuseppe Zanardelli, nell’ambito di una discussione (oggi molto attuale) sull’assetto dell’Italia (federalista o centralista), nel suo: “Della storia dei feudi”, scrive che sono i comuni, piccoli e  piccolissimi, ad essere i centri ideali intorno a cui costruire le federazioni. “Il fulcro delle autonomie federaliste – scrive Gangemi – rimane per Zanardelli l’individuo, la cui libertà egli non vede svilupparsi dalla città (cioè dalla borghesia) o dall’impero (cioè dall’aristocrazia feudale)”,[1] ma dalla libertà economica, che nel Medioevo era la proprietà allodiale, deposta, nei secoli bui, nelle mani dei guerrieri, scambiando la sicurezza con la perdita della libertà.

Ecco il punto: la libertà è strettamente connessa con la libertà economica, che esclude il monopolio, e muore quando si scambia la libertà con la sicurezza e con la protezione.

Sul contributo della Massoneria, in quanto tale, non dei singoli massoni, al Risorgimento è aperta da tempo una discussione tra gli storici e tra gli stessi massoni. La retorica unitaria, presente anche in molti convegni promossi dai vari Ordini massonici e orientata ad una sorta di appropriazione dei meriti di un periodo storico che, ben al di là dei suoi risultati finali, rimane controverso, ha oscurato alcuni elementi essenziali che, per quanto mi riguarda, mi portano a sostenere la tesi che la Massoneria in quanto tale non abbia dato un contributo significativo alla stagione risorgimentale, mentre un grande impegno è sicuramente riscontrabile nell’opera di molti massoni alla costruzione dell’Italia post risorgimentale.

“Occasionalmente – scrive in proposito il professor Franco Della Peruta – viene riproposto il dibattito sulla presenza o meno della Massoneria nella Penisola come istituzione fra il 1855 e il 1860 e sulla sua partecipazione al processo risorgimentale. Nessun documento soddisfa in senso positivo ai due quesiti”.[2]

Ora, per dare un primo sostegno a quanto ho asserito, propongo all’attenzione del lettore quanto sostenevano alcuni illustri protagonisti del Risorgimento come Carlo Cattaneo, Giuseppe, Arcangelo Ghisleri e Gabriele Rosa. Tre uomini che saranno, negli anni successivi all’unità del Paese, anche dei punti di riferimento per la Massoneria italiana.

“Da Romagnosi, che per primo elabora il concetto di Stati Uniti d’Europa – scrive Giuseppe Gangemi nell’introduzione al testo: “Cattaneo-Ghisleri-Zanardelli, La linea lombarda del federalismo” – si sviluppano tre filoni federalisti, più o meno consapevoli nei confronti della filosofia di Vico, che potremmo indicare in questo modo: la linea veneta del federalismo (attraverso il bresciano Andrea Zambelli, e l’influenza anche di Rosmini, si sviluppa l’insegnamento di Angelo Messedaglia che prosegue con Fedele Lamperico, Luigi Luzzatti, Emilio Morpurgo e Giuseppe Toniolo e si conclude con la grande lezione federalista di Silvio Trentin); la linea bresciana del federalismo (attraverso il bresciano Zambelli, si sviluppa l’azione politica di Giuseppe Zanardelli che non ha, tuttavia, continuatori); la linea lombarda del federalismo (attraverso Carlo Cattaneo e Arcangelo Ghisleri si sviluppa una concezione federalista dello Stato che influenzerà Filippo Turati, Leonida Bissolati e le prime organizzazioni radicali repubblicane e socialiste…)”.[3] Tre filoni federalisti che, scrive ancora Cangemi, “si sono contrapposti, con diversa efficacia, all’influenza che ha avuto in Italia, come altrove, la tradizione statalista che va da Hobbes a Hegel e oltre”[4] e che venne guidata dall’alto, prima da Cavour e poi dai suoi successori.

Carlo Cattaneo, al quale i massoni dedicheranno nel tempo numerose logge, nel suo scritto del 1884: “La città considerata come principio delle istorie italiane”, ipotizza la centralità dei comuni, con città più vicine al concetto di regione statalizzata che a quello di Stato vero e proprio e propone, in base ad un diritto federale, come diritto dei popoli, una federazione intorno a regioni totalmente autonome tra loro, da configurarsi come veri e propri stati.

Di Giuseppe Zanardelli abbiamo detto.

Gabriele Rosa, altro grande protagonista lombardo della fase risorgimentale e della prima fase dell’Italia unita, che ritroveremo massone nella Loggia Arnaldo dopo l’annessione della Lombardia al Piemonte, fu un reduce dallo Spielberg che nel 1860 offerse a Lodovico Frapolli la prima candidatura al Parlamento.[5]

La vicenda umana, politica e culturale di Gabriele Rosa[6] ha abbracciato quasi il corso di un secolo, snodandosi dagli anni delle cospirazioni fino alla crisi di fine Ottocento, quando nel contesto italiano parvero avere il sopravvento istanze reazionarie. Rosa appartenne quindi a due generazioni: a quella del federalismo risorgimentale – che ebbe in Carlo Cattaneo il suo più alto interprete, di cui il Rosa fu, con Alberto Mario e Mauro Macchi, uno dei più fedeli seguaci – e a quella repubblicana dell’Italia unita, che si apriva in taluni, sia pure in una declinazione eclettica e riformista, al socialismo.

Rosa fu cattaneano convinto quanto a concezioni politiche e ad orientamento degli studi. Reduce dai tre anni di carcere duro scontati nello Spielberg, entrato in contatto con Cattaneo grazie al suo saggio sulle miniere di ferro in Lombardia pubblicato sul “Politecnico”, egli aveva fatto parte di quella cerchia di intellettuali, frequentatori delle riunioni serali nella casa milanese del “gran lombardo”.

Nei primi decenni postunitari, insieme ad Agostino Bertani, Mauro Macchi, Alberto Mario, Rosa compose quella “pattuglia non troppo nutrita di ‘discepoli’ autonomisti e federalisti” dell’area democratico-repubblicana che si richiamava a Cattaneo nell’avversare l’unitarismo accentratore del nuovo Stato, aspirando a un ordinamento repubblicano federativo, imperniato sulla struttura elementare del Comune. Ispirandosi al modello statunitense e svizzero, e sensibile alle tradizioni repubblicane e federali radicate in Italia fin dall’età comunale, Gabriele Rosa individuava nel Comune, di “piccole dimensioni”, contrapposto quindi a quello più esteso della concezione mazziniana, il nucleo dell’autogoverno locale, e tale da garantire la “vita libera e commossa delle singole membra” della compagine statuale.

In questi protagonisti del Risorgimento è ben lontano il concetto di uno stato unitario italiano, ma ancora più chiaro è Arcangelo Ghisleri, il quale nel suo: “Lo stato italiano e il problema del decentramento”, scrive dell’arretrato e semifeudale Regno Piemontese. Un regno che non rispetta storia e cultura e autonomie territoriali dei territori conquistati. Ghisleri, citando Cattaneo, scrive: “Il Piemonte, affermando l’egemonia militare, doveva porsi in grado di procedere anche con l’egemonia civile. Ma gli uomini, che si fecero per dodici anni arbitri delle cose, paghi d’esercitare la potenza e non curanti di farsene strumento di progresso, si lasciarono sopraggiungere dagli eventi. Quindi la necessità d’applicare in fretta e furia i pieni poteri a riparare i danni dell’ostinata inerzia e di moltiplicare gli atti legislativi, intantoché non vi erano legislatori”.(Carlo Cattaneo, nella prefazione al vol. IX del Politecnico 1860 citato da Ghisleri).[7] “Si allude – scrive ancora Ghisleri – con queste parole a quel vero colpo di Stato, perpetrato nel 1859 a danno e disdoro dei Lombardi, degli Emiliani, dei Toscani, nell’istante medesimo in cui queste generose popolazioni, vissute sino allora nella consuetudine delle loro naturali guarentigie amministrative, che neppure i rovesciati governi assoluti avevano mai abolite, per amore dell’unità proclamavano l’annessione al regno Sardo”.[8]

Sorge un quesito: unità dell’Italia, che nei secoli non è mai stata uno stato unitario, se non al tempo dell’Impero romano, che guardava ben oltre i confini della penisola, o anschluss, come si direbbe oggi, dei territori italiani da parte del Regno piemontese, retto da una dinastia dai pochi pregi e dai molti difetti?

Un breve cenno ai fatti dell’epoca, rinviando ovviamente ai testi di storia del Risorgimento, dà l’idea di come il risultato di uno stato unitario sia stato, in gran parte, il frutto delle alchimie politiche di Francia e Inghilterra.

Successivamente all’incontro di Plombières con Napoleone III,  il 21 e 22 luglio 1858 e dopo la firma del trattato di alleanza difensiva fra Francia e Regno di Sardegna del 26 gennaio 1859, Cavour, il 24 aprile 1859, riuscì a farsi dichiarare guerra dall’Austria, con inizio delle ostilità il 27 aprile. Alla fine della Seconda Guerra di Indipendenza, l’11 luglio, l’armistizio di Villafranca riconosceva al Regno di Sardegna la Lombardia (con l’esclusione di Mantova), ma non il Veneto, ceduto soltanto dopo la Terza Guerra d’Indipendenza.

Già dal maggio 1859 le popolazioni del Granducato di Toscana, della Legazione delle Romagne (Bologna e la Romagna), del Ducato di Modena e del Ducato di Parma avevano cacciato i propri sovrani e reclamavano l’annessione al Regno di Sardegna, soprattutto grazie, secondo l’opinione di alcuni storici, alla sapiente azione di agenti provocatori pilotati dal Governo piemontese.

Il 24 marzo 1860 Cavour sottoscrisse la cessione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia ed ottenne in cambio il consenso di Napoleone III all’annessione di Toscana ed Emilia-Romagna al Regno di Sardegna.

Nel marzo 1860, quindi, restavano in Italia tre soli Stati: il Regno di Sardegna, con Piemonte (inclusa Aosta), Liguria, Sardegna, Lombardia (eccetto Mantova), Emilia, Romagna e Toscana; lo Stato della Chiesa, con Umbria (inclusa Rieti), Marche, Lazio e le exclave di Pontecorvo e Benevento; il Regno delle Due Sicilie, con Abruzzo (inclusa Cittaducale), Molise, Campania (incluse Gaeta e Sora), Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia. A questi tre stati indipendenti va aggiunta la presenza dell’Impero Austriaco di Francesco Giuseppe, che ancora poteva essere considerato una potenza con forti interessi nella penisola italiana, poiché possedeva intere regioni come il Veneto, il Trentino e il Friuli, oltre al territorio mantovano. La Francia inoltre, da sempre alleata del papato, si trovava nell’ambiguo ruolo di potenza protettrice di Roma e di principale alleato del Regno di Sardegna. Un’ambiguità che permise a Napoleone III di mantenere una decisiva influenza sulle vicende italiane e che sarà derminante nel 1860. Napoleone III, difatti, impediva al Regno di Sardegna tanto un’azione contro l’Austria (col suo mancato sostegno), quanto un’azione contro Roma (con la sua esplicita opposizione). Restava, pertanto, ai piemontesi un unico bersaglio possibile: Napoli.

Il Regno delle Due Sicilie si presentava come un obiettivo conseguibile, anche per il fatto che il reame borbonico era divenuto una presenza scomoda per la Gran Bretagna, con la quale le relazioni, inaspritesi nel 1836 con la “questione degli zolfi”, erano divenute decisamente cattive.

Il regno meridionale era ancora lo stato più esteso e, teoricamente, più potente della penisola. Poteva fare affidamento su un esercito (il più numeroso d’Italia) di 93 mila uomini (oltre a 4 reggimenti ausiliari di mercenari) e sulla flotta più potente di stanza nel Mediterraneo (11 moderne fregate, 5 corvette e 6 brigantini a vapore, oltre a vari tipi di navi a vela). Particolare importanza ebbe, per lo svolgersi degli avvenimenti successivi, nell’autunno-inverno del 1859 l’azione abbozzata da Francesco II, di concerto con Francesco Giuseppe, a sostegno delle rivendicazioni di Pio IX, di Leopoldo II di Toscana e dei Duchi di Modena e Parma per rientrare in possesso dei loro possedimenti in Italia centrale.

L’iniziativa si scontrava direttamente con gli interessi vitali di Torino e, di conseguenza, di Parigi, dal momento che Napoleone III, per giustificare la guerra all’Austria di fronte all’opinione pubblica francese, doveva annettere alla Francia i territori oggetto degli accordi di Plombières.

Nel corso degli anni vi erano state diverse ribellioni che i Borbone avevano dovuto sedare: la rivoluzione indipendentista siciliana del 1820, la rivoluzione calabrese del 1847, la rivoluzione indipendentista siciliana del 1848 e quella calabrese dello stesso anno, ed il movimento costituzionale napoletano del 1848.

Dal punto di vista militare, fondamentale era stata la vicinanza con l’Austria. Per due volte, infatti, i Borbone avevano riguadagnato il trono in seguito all’intervento degli eserciti austriaci.

L’unica delle forze opposte ai Borbone che mostrasse la volontà di scendere in armi, in quel 1860, era l’autonomismo siciliano. Molti dei quadri dirigenti della rivoluzione del 1848 (tra cui Francesco Crispi) erano espatriati a Torino e avevano maturato un atteggiamento politico decisamente liberale e unitario.

I fatti successivi sono noti e non ci dilunghiamo nel narrarli, ma è opportuno sottolineare come, durante l’impresa dei Mille, oltre alle navi piemontesi, altre imbarcazioni solcassero le acque del Tirreno: quelle inglesi. Il contrammiraglio George Rodney Mundy, vicecomandante della flotta mediterranea della Royal Navy, aveva ricevuto ordine, dal suo governo, di assumere il comando del grosso delle unità navali della sua flotta e di incrociare nel Tirreno e nel canale di Sicilia, effettuando frequenti scali nei porti delle Due Sicilie, oltre che a scopo intimidatorio e di raccolta di informazioni, anche al fine di attenuare la capacità di reazione borbonica e di assistere l’impresa. Lo sbarco dei garibaldini fu favorito, infatti, anche dalla presenza nel porto di Marsala di due navi da guerra della Royal Navy, giunte per proteggere le imprese inglesi della zona, come i magazzini vinicoli Woodhouse e Ingham. Presenza che finì per condizionare l’operato della Real Marina del Regno delle Due Sicilie ed il ritardo con cui le navi da guerra borboniche giunsero nelle acque marsalesi.

E’ evidente, da questi brevi cenni, che l’unificazione della Penisola in uno Stato unitario sotto la dinastia dei Savoia è stata il frutto sì di moti liberali, di moti di popolo, ma soprattutto di strategie internazionali, che hanno visto in campo gli interessi dell’Austria (alleata dei Borbone) e della Francia e dell’Inghilterra. Interessi che sono proseguiti negli anni e fino ai giorni nostri, con interventi obliqui e spesso segreti.

Anschluss, dunque, più che unificazione.

In altri termini, molto più ampi, oggi l’interrogativo riguarda l’Europa.

Il 9 ottobre 2010 la Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori di Piazza del Gesù, Palazzo Vitelleschi, ha tenuto un convegno a Brescia sul tema: “Contributo dei Lombardi all’Unità d’Italia”, nel corso del quale ho avuto modo di tenere una relazione nella quale mi sono permesso di suggerire che il concetto di patria, ossia del luogo dei padri, sia riconsiderato e volto nel concetto, più antico, di matria, ovvero il luogo delle madri, che evoca archetipicamente la Grande Dea Madre Universale e il conseguente patto tra la Terra e la tribù e tra la Terra, la regalità e la sacerdotalità. La legittimazione del potere regale, anticamente, veniva dal riconoscimento del re da parte della Terra, con la quale simbolicamente si coniugava, a garanzia della fecondità e della prosperità del popolo. Il sacerdote, ovvero il saggio sapiente, garantiva che il patto non venisse infranto. La matria è la terra dalla quale siamo nati; è la nostra principale radice. La patria, dunque, luogo degli antenati, ai quali dobbiamo onore in quanto apritori delle vie che oggi percorriamo, muove in noi emozione in quanto ha sussunto e pertanto sottende quello di matria, ovvero della Terra in cui siamo nati. 

Gli altri concetti di patria appartengono all’orizzonte delle medaglie.

Alla domanda: “Quale il contributo della Massoneria all’unità d’Italia?”, la risposta è che il contributo della Massoneria alla costruzione dell’Italia unita è stato considerevole, oserei dire strategico, mentre quello alla realizzazione dell’unità del Paese nella fase risorgimentale è stato marginale.

© Silvano Danesi


[1] Cattaneo-Ghisleri-Zanardelli, La linea lombarda del federalismo, Gangemi editore

[2] Franco Della Peruta, introduzione a: La Massoneria italiana nel decennio post unitario – Ludovico Frapolli Franco Angeli Editore

[3] Cattaneo-Ghisleri-Zanardelli, La linea lombarda del federalismo, Gangemi editore

[4] Cattaneo-Ghisleri-Zanardelli, La linea lombarda del federalismo, Gangemi editore

[5] Luigi Polo Fritz, op. cit.

[6] Per le notizie sulla biografia di Gabriele Rosa vedi: Fondazione Bergamo nella storia – Piazza Mercato del Fieno – Bergamo

[7] Cattaneo-Ghisleri-Zanardelli, La linea lombarda del federalismo, Gangemi editore

[8] Cattaneo-Ghisleri-Zanardelli, La linea lombarda del federalismo, Gangemi editore