Sostantivo o presente indicativo? Dipende. Magari mi riferisco a un sentiero, un percorso già tracciato. È il ruolo dei sostantivi, quello di descrivere cose. O magari sto esprimendo la mia condizione, occasionale o meno, di viandante. C’è un’importante differenza tra le due accezioni, del resto ovvia, perché mentre la prima descrive qualcosa, allude a una forma materiale e solo potenzialmente richiama la possibilità di un movimento, la seconda indica un’azione in corso. È il ruolo dei verbi, quello di descrivere azioni.

Il sostantivo in questo caso indica un qualcosa che in genere non ci appartiene: quel sentiero è lì perché qualcun altro l’ha tracciato. Solo raramente conosciamo l’autore materiale e neanche risulta così interessante saperlo, perché l’importante è rendersi conto dell’evidenza: è lì. Comunque abbiamo delle certezze: è sicuramente opera umana, anche se la destinazione potrebbe essere qualsiasi. Qualcuno come noi, in un tempo imprecisato e per ragioni non sempre note, lo ha fatto. Ci sono volute delle braccia, delle gambe e probabilmente anche degli attrezzi per farlo. Qualcuno ha compiuto un lavoro. Ma anche per quello sconosciuto autore, prima di iniziare l’opera c’era solo una possibilità, quella di iniziare a tracciarlo oppure no. Sarà stato lui (o lei) ad avere l’idea oppure qualcun altro? Avrà avuto lui quella visione, avrà valutato lui la necessità di indicare un cammino? E comunque, chi ha avuto l’idea ha valutato uno scopo pratico da raggiungere o solo l’ha reso possibile? Fatto sta che quel cammino ora è lì, non sappiamo molto altro al riguardo, quasi mai. Però possiamo studiare. Quello che è certo è che c’è stato chi ha avuto un’idea, chi l’ha valutata, chi ha pianificato la sua esecuzione e chi l’ha concretizzata. Un cammino già fatto quindi, è comunque un progetto, realizzato a suo tempo da chissà chi.

Nonostante però sia lì, non tutti lo notano. E non si tratta di valutarne l’evidenza oggettiva, la sua visibilità o appariscenza, questa è questione relativa, soggettiva. C’è chi lo vede e chi no.

Tra chi non lo vede c’è sicuramente chi crede di non averne bisogno, altri non avvertiranno la necessità di vederlo, altri ancora avanzeranno distratti da mille altre cose e, seppur sfiorandolo da un punto di vista di prossimità, passeranno oltre, dando priorità a quelle mille altre cose. Cioè chi non lo vede lo fa per distrazione, per superficialità, per presunzione o per ignoranza.

Anche tra chi invece lo vede ci sono molte possibilità causali. Magari lo notano casualmente, ammettendo solo per un momento che in questo Universo abbia senso di parlare di caso; oppure perché semplicemente amano fare passeggiate o perché cercano di raggiungere un punto particolare; alcuni saranno attratti dalle sue caratteristiche più evidenti, come la forma, il tipo di suolo, le decorazioni, le rifiniture. Altri lo noteranno perché incuriositi dall’incertezza verso il suo ruolo: a che serve? Dove porta? Avrà una fine? Tutte domande queste ultime che in comune hanno la stessa molla, la curiosità.

Sembra dunque prioritario, per prima cosa, accorgersi delle evidenze, nel senso di aprire gli occhi. Perché il cammino va cercato o semplicemente notato. E poi farsi delle domande, passo imprescindibile questo per poi porsi degli obiettivi.

Questo è passo sufficiente ad aprire delle possibilità: possiamo decidere – o no – di percorrerlo un cammino. E ancora, le motivazioni alla radice di questa decisione possono essere le più diverse, alcune molte simili a quelle della prima fase, quella della iniziale presa di coscienza dell’evidenza. Si può decidere di non avventurarsi per il cammino per avversione al cambiamento di stato, per paura delle possibili conseguenze negative, per timore rispetto alla possibilità di incontrare altri lungo la via, per supposta mancanza di tempo o perché si pensa di avere cose più importanti da fare. O più presuntuosamente si può ritenere che la strada attualmente percorsa sia l’unica importante e dunque non ne servono altre.

Sembra qui importante sottolineare che esistono delle priorità, d’accordo; però soprattutto esiste la necessità di attribuire un valore adeguato al criterio che si utilizza per attribuirle, quelle priorità.

In ogni caso, alcuni scelgono di avventurarsi, di muoversi, ognuno con le proprie motivazioni. Si può decidere di intraprendere un cammino per esempio per noia, per non sapere che altro fare; oppure per necessità di raggiungere un luogo o magari per svago, per fare esercizio o, ancora una volta, per curiosità. Si può anche non sapere coscientemente il perché si è attratti da un determinato cammino, si possono intraprendere nuovi percorsi in maniera del tutto istintiva, guidati dall’inconscio. Qui mi sembra dovuto sottolineare, comunque e in ogni caso, l’importanza di vincere la paura dell’ignoto per poter avanzare.

Comunque percorrerlo è impossibile senza introdurre pesantemente il concetto di movimento. Si deve per lo meno iniziare a camminare. La cosa ha delle sottili ripercussioni, credo piuttosto profonde perché, per prima cosa, ogni viaggio comincia con il primo passo. C’è bisogno di un cambiamento, se non altro della posizione di partenza. Poi c’è da proiettarsi in avanti, perché per compiere il passo è imprescindibile perdere l’equilibrio. Altrimenti si resta fermi. Ci si deve affidare a quell’attrattiva, intrigante indeterminazione dovuta all’incerto fluire in avanti del proprio baricentro, ci si deve affidare a questa – forse illusoria – mancanza d’appoggio stabile. Ci si deve per forza sbilanciare per compiere qualunque passo. Non c’è altro modo per muoversi con le proprie forze, si deve necessariamente abbandonare la effimera certezza della conseguita stabilità. Per avanzare, ci si deve sbilanciare.

Anche viaggiando poi si possono sperimentare diversi atteggiamenti, in funzione delle differenti situazioni e stati d’animo che di volta in volta accompagnano ciascun passo. Ci si può sentire solo stanchi o si può gioire del panorama; si possono ascoltare le voci e i suoni all’intorno. Ci sono alcune vibrazioni estremamente sottili da apprezzare, come la voce del vento che a volte impetuoso ostacola, spinge o accompagna. Si può approfittare per riflettere su dettagli mai valorizzati prima o per studiare strategie. E si può, soprattutto, ascoltare. Anzi si deve ascoltare. Perché a volte, la costante pressione mentale del ragionamento allontana la possibilità della percezione fine: ancora una volta, distrae. Rendersi conto di ciò che c’è intorno è già di per sé dare valore al viaggio, che potenzialmente è solo un’attività come altre. Notare la presenza di altri e di altro attorno a sé stessi è ciò che rende il viaggio degno d’essere intrapreso, secondo me. Acuire i sensi comporta rendersi conto di realtà che la routine quotidiana impedisce di apprezzare, altre dimensioni, altre “anime” con le quali interagire. E perché no, la propria. Anzi, prima di tutto la propria.

Inevitabilmente dunque, intraprendere un cammino è un’esperienza. Si sperimentano cose, se ne capiscono altre, si tenta di valorizzarne altre ancora. Si riesce a cogliere attimi e significati prima oscuri. E qui il gioco si fa più complesso, perché quanto appreso può spegnersi col proprio viaggiare o può essere trasmesso, tramandato, propagato. Chissà quante altre vite possono far tesoro di quanto appreso da ciascun viandante lungo la via. È questa anche una bella responsabilità, perché trovare il modo di convogliare fuori da sé stessi, trasmettere le proprie esperienze perché siano in qualche modo fruibili ad altri, non sempre è così facile. Ma è tremendamente utile. È il compito delle guide di cammino.

Parlando in generale, muoversi, viaggiare, è prima di tutto libertà. Le drammatiche pratiche coercitive, di fatto lesive dei diritti e delle libertà fondamentali così duramente conquistate dai nostri padri a prezzo del loro sangue, i confinamenti e i coprifuochi degli ultimi tempi ci fanno apprezzare ora molto più del solito questo aspetto: si possono muovere gli spiriti liberi.

A volte la molla può essere la necessità di allontanarsi da un determinato passato; a volte può essere, in positivo, il desiderio di conoscere genti, tradizioni e culture diverse.

Comunque, nonostante si possa intraprendere un percorso sia in maniera cosciente, sia guidati dall’inconscio che chissà come lo suggerisce, di fatto per iniziare è necessario sbilanciarsi in avanti, quasi lanciarsi vincendo ogni tipo di paura. La paura è il nemico giurato della libertà. L’importante è viaggiare per alimentare mente e spirito, cuore e cervello (non a caso così centrali, metaforicamente e non, nello sviluppo delle più antiche civiltà conosciute).

I mondi che si possono visitare, tra l’altro infiniti, possono essere “reali”, nel senso della loro percepibile concretezza ma anche no. Ad esempio si può viaggiare all’interno di sé stessi, della propria essenza ed è forse quel tipo di esperienza la più difficile da intraprendere, quella che richiede la maggiore, ostinata intensità di forza d’animo. Perché cammini del genere portano a cercare e a credere in quello che ancora non c’è, ovvero alle dimensioni che ancora mancano alle singole esperienze, qualsiasi cosa voglia dire una simile espressione, dato che necessariamente  questa prevede approfondimenti del tutto personali.

Diciamo che, riassumendo, in ogni dato istante, fotografando un momento, ci si accorge che sempre c’è chi inizia un viaggio, chi lo approfondisce al di là degli aspetti materiali e chi si offre come riferimento, come guida per chi ne facesse libera richiesta.

La dimensione spirituale di ciascuno (si badi bene: non religiosa ma spirituale) avanza con velocità e direzioni sempre differenti; c’è chi ha acquisito il necessario livello di coscienza per capire che ha senso porsi delle domande circa la propria esistenza e c’è chi no. Forse il compito delle guide è anche quello di suggerire l’unica, preziosissima chiave per avanzare in qualunque tipo di ricerca: il dubbio.