Nella ritualità massonica il numero tre è onnipresente e chi si appresta a seguire il percorso iniziatico proposto dalla Massoneria lo incontra sin dai primi passi. Tre, infatti, sono i passi dell’Apprendista, che ha simbolicamente tre anni. Il triangolo è la forma geometrica che maggiormente connota il Tempio: triangolare è l’ara, triangolari sono gli scranni del Maestro Venerabile e dei due Sorveglianti. Più avanti nel percorso, tre sono i Compagni che uccidono Hiram e tre sono i Maestri che lo fanno risorgere. Gli esempi potrebbero continuare, ma non è interessante elencare tutti gli aspetti trinitari o triangolari della ritualità massonica, quanto tentare di capirne il senso, il messaggio nascosto.

La chiave di comprensione è, a mio parere, nella Bibbia, che nella ritualità massonica è il “Libro della Legge” ed è aperta alla pagina del Prologo del Vangelo di Giovanni, dove è scritto: “Nel Principio (arché) era il Verbo (lógos, ndr) e il Verbo (lógos, ndr) era presso Dio [theón,ndr] e il Verbo (lógos, ndr) era Dio [théos, ndr]”. Egli [il lógos,ndr] era, nel principio [archè,ndr], presso Dio [theón, ndr]: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”.

Lógos è, nelle sue varie accezioni, verbo, vibrazione, relazione e azione ed è theós, il quale, in quanto derivante da theeîn, correre e da theâsthai, vedere, è azione e visione, ossia sguardo che determina l’azione e che ordina, cosicchè il cháos (radice indoeuropea cha che interviene in vari gruppi di parole quali chásco, cháino, che significano mi apro, mi dischiudo), nel suo dischiudersi diventa, sotto lo sguardo che agisce e ordina (l’azione osservante), il cosmo (radice indoeuropea kens, latino censeo dal significato di annuncio con autorità, decreto), ossia ciò che si impone.

Essendo il significato principale di lógos relazione, possiamo anche tradurre l’incipit del Prologo di Giovanni in questo modo: “Nel principio (arché) è la relazione (lógos) e la relazione (lógos) è nel principio (arché) presso l’azione (theon) e la relazione (lógos) è azione”.

Abbiamo, pertanto, un principio, un’azione e una molteplicità prodotta dall’azione: una trinità relazionale manifestativa.

A questo punto va introdotta un’ulteriore considerazione. Il Principio, o archè, è e diviene, ossia è in constante trasformazione. Lo pensavano i Druidi, come scrive Jean Markale, per i quali la creazione è continua. [i] Ed è così anche per Giovanni, visto che in théos è racchiuso il significato di un continuo muoversi verso la manifestazione.

Nel lógos come relazione è il “segreto” della manifestazione, ossia di tutto quello che chiamiamo realtà.

Nella fisica quantistica esiste un infinito campo di possibilità e di probabilità che collassano in «realtà»  allorquando un osservatore le osserva. La stranezza diventa meno strana se il concetto di osservazione è sostituito da quello di interazione.

“Qualunque interazione fra due oggetti fisici – spiega infatti Rovelli – vale come un’osservazione”, cosicché “la teoria dei quanti è la teoria di come le cose si influenzano”. [ii]

“Le caratteristiche di un oggetto – aggiunge ancora Rovelli  – sono il modo in cui esso agisce sugli altri oggetti. L’oggetto stesso non è che un insieme di interazioni su altri oggetti. La realtà è questa rete di interazioni”, ossia “una rete di relazioni di cui gli oggetti sono i nodi”.[iii]

Non possiamo non pensare all’immagine delle sinapsi e dei neuroni e immaginare il Tutto come un infinito cervello che ospita un’intelligenza infinita. Immagine suggestiva, che evoca il concetto di somiglianza.

Questa rete e questi nodi sono il tessuto di cui è costituita la realtà.

Qui, di nuovo la fisica incontra l’antica tradizione egizia, dove la tessitura è tayt, che è al contempo tessuto. I testi egizi ci consegnano un rito della vestizione del Neter con un tessuto (tessitura, tessere). Il Neter femminile Reneunet offre una bandella (striscia di tessuto), essendo essa stessa la bandella, al Neter Amon, il Mn (nascosto) la cui parte femminile e manifestante è Amonet. Reneunet rivolge ad Amon le seguenti parole: “Parole dette da (Ren n) unet, Signora di … Tu ricevi questa tua bella (bendella), tu, ricevi questo tuo tessuto mâr, tu ricevi questo tuo tessuto menkhebet. Tu appartieni a lei, tu sei perfetto in lei, in questo suo nome dei quattro tessuti-menkhebet. Essa si unisce a te in questo suo nome di stoffa-idmi”. Amon appare ad Amonet, il suo aspetto femminile; è compiuto in lei ed è unito a lei. La vestizione con una tessitura-tessuto è un rivestire l’invisibile (il nascosto) rendendolo visibile; è un legare l’imponderabile a una materia ponderabile: uno spirito ad un corpo. Un concetto che ha una relazione diretta con l’incarnazione dell’essere umano.  Il produttore, l’azione del produrre e il prodotto si identificano.

La trinità acquista una maggiore evidenza: il Principio che progetta (Archè -Grande Architetto dell’Universo) e che con la propria azione realizza (Lógos – Artefice Demiurgo) è anche la Natura, ossia il prodotto del progetto e dell’azione demiurgica.

Deus sive natura, hanno detto Giordano Bruno e Baruch Spinoza: Dio ossia la natura.

Produttore, azione produttrice e prodotto sono tre aspetti di un’unica dinamica del Tutto, che è Uno e Trino.

La circolarità trinitaria

Una spiegazione dell’identità di Produttore, azione produttrice e prodotto è nella circolarità indicata dal serpente Kamutef, che è “il padre di sua madre”, l’autogenerato come Svayambhū, che risiede nelle Acque Madri. L’Essere è padre, madre e figlio; è contenitore e contenuto; è infinito e finito.

L’antica tradizione ci è riportata con efficacia mirabile da Dante Alighieri negli ultimi versi del Paradiso (XXXIII Canto), laddove scrive: “


Vergine madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che ‘l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’etterna pace

così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face

di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre,

sua disïanza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fïate

liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate.

Quel “Vergine madre, figlia del tuo figlio” è concetto uguale alla tradizione egizia, così come: “Nel ventre tuo si raccese l’amore, per lo cui caldo ne l’etterna pace così è germinato questo fiore”, ci ricorda il concetto vedico contenuto nel Rigveda, V, 10, 129, dove l’ardore Tapas accende l’Amore Kama. 

L’amore, in sanscrito Kama, è l’incontro Kam (Ka+m), l’unione tra la Luce creatrice Ka (potremmo dire la Vera Luce) e la realtà finita m, ossia tra l’infinito e il finito.

In Dante e nei Fedeli d’Amore la Sapienza è Donna o Madonna, Rosa, Fiore, Fonte, Fontana dell’Insegnamento, Amorosa Madonna Intelligenza. Madonna, come Beatrice, veste di rosso, di blu marino (il verde-blu) e bianco: i colori della Dea.

La trinità cristiana ripropone l’archetipica trinità del Principio produttore, dell’azione e del prodotto. Maria è donna mortale (natura) e, in quanto tale, prodotto dell’azione del lógos (Cristo), che è azione del Padre. Maria è contemporaneamente madre e figlia di suo figlio e paredra del Padre e, pertanto, di suo figlio.

L’essere umano, in seguito a quanto sin qui detto, è uno e trino: è prodotto, ma è al contempo azione e Produttore; è altro dal Tutto in quanto identità prodotta, ma è identico al Produttore in quanto Produttore, produzione e prodotto non sono altro che modalità di una stessa essenza.

Detto in altre parole, l’essere umano è “dio”, in quanto identità in relazione con l’insieme delle identità che costituiscono le infinite modalità del Tutto in perenne trasformazione.

Tornando alla ritualità massonica, che è l’oggetto della nostra riflessione, l’età dell’Apprendista è il segno di questa sua trinità e i suoi passi sono un’azione trinitaria. L’insieme della simbologia ricorda all’Apprendista che è uno e trino: essere umano, frutto di un’azione del Principio e, al contempo azione e Principio. Anche l’essere umano è Uno (identità), azione e Tutto.

Individui anche dopo la morte del corpo

Sorge a questo punto il tema dell’eternità, al quale sono connessi, nella millenaria riflessione, quelli di rinascita e di reincarnazione.

Molte tradizioni ci parlano di una vita oltre la morte del corpo materiale.

Nella Bhagavad Gita è scritto: “Ciò che è non può cessare di essere”.

Il concetto è, a mio parere, chiaro: la morte, intesa come totale dissoluzione dell’individualità, non ha alcun senso.

Quanto afferma la Bhagavad Gita è in sintonia con la pienezza dell’individualità affermata dalle Triadi, dove si legge che vi sono tre “differenze di ogni essere umano: l’awen, la memoria e la comprensione; poiché sono complete per ciascuno e non possono essere condivise con altri, e ognuno è completo e non ci possono essere due completezze per ogni cosa. (XXIII). Inoltre nella XXXIV Triade è scritto: “Tre cose che il Demiurgo dà ad ogni essere vivente, ossia: la pienezza della sua natura, la completa distinzione della sua individualità  e l’originalità del suo awen primitivo in rapporto ad ogni altro. Allora ognuno è se stesso rispetto agli altri”.

; né è possibile che due esseri siano identici in ogni cosa; perché ognuno di questi sarà completo in ciò che gli è caratteristico. Per questo e non vi è nulla di completo senza la comprensione dell’intera misura che potrebbe appartenergli”.  

Il concetto è ulteriormente chiarito da come è affrontato nella concezione taoista. A tale proposito, Alexandra David Neel, nel suo saggio sull’immortalità e la reincarnazione, scrive: “«Ricercare» l’unione con il Tao, con il Tutto, con l’Uno denota una mancanza completa di comprensione. Quest’unione non è stata prodotta: essa esiste, essa è sempre esistita. “«Qual era il tuo viso prima che tuo padre e tua madre fossero nati» è un problema (un koan) che i Maestri di Scuole Zen pongono da secoli ai loro discepoli. Questo viso non differisce da quello che io ho oggi. Ecco ciò che è da capire, da vedere. Io non devo «rendermi immortale». L’Eterno È, nello stesso tempo unità e diversità, io e l’altro: il Tao, suprema immutabilità che produce tutto, senza agire”. [iv]

Il tuo viso è la tua presenza, la tua individualità. Visus è in origine l’astratto di videre, vedere, cioè di vista, sguardo, immagine. Ritorna, in altro modo, il concetto di immagine e simiglianza, ma anche quello di theâsthai, quel vedere da cui deriva théos, l’azione manifestativa.

Il tuo viso è, per dire lo stesso concetto in antico egizio, il tuo Ba, ossia l’evidenza del tuo Sa-Hu, della tua intelligenza in azione.

L’Eterno È, nello stesso tempo unità e diversità, io e l’altro. Il Tutto è il Produttore, il prodotto e la produzione, cosicché le sue modalità nell’esistere, compresa quella dell’essere umano, non devono rientrare da alcunché, in quanto non sono mai uscite, ma sono emanate come “modo” di essere dell’Essere. Il modo di essere dell’essere umano è al contempo unità e diversità, ossia individualità e unità con il Tutto.

Come si “modalizza” il Tutto, come si trasforma nelle molteplici individualità, rimanendo se stesso. Alexandra David Neel, nel suo saggio sull’immortalità e la reincarnazione, utilizza l’immagine di un’energia latente: un «respiro». “L’espirazione, o soffio, crea tutto ciò che esiste. Se non si teme di usare questa singolare fraseologia si può dire che il mondo, proveniente dal caos, è stato «soffiato» nel vuoto”. [v] Ci sono soffi sottili e soffi pesanti, ma, Alexandra David Neel, afferma  “ciò che veramente anima il corpo dell’uomo è un soffio puro (senza contaminazioni) emanato direttamente dal Tao. Incarnandosi, il soffio puro si mescola con gli elementi pesanti che costituiscono la sostanza pesante del corpo. “Quando gli uomini escono dalla matrice – puntualizza Alexandra David Neel – lo spirito primordiale risiede nel piccolo luogo situato tra gli occhi, ma lo spirito cosciente risiede sotto il cuore. Questo cuore è dipendente dal mondo esteriore”. [vi]

E’ la separazione di questo superiore respiro degli elementi pesanti che causa la morte. Nessun elemento di cui è composto l’individuo è sostanzialmente immortale.

Costruire la propria immortalità

“L’uomo che aspira all’immortalità deve «costruirsela». [vii] “«Divenire immortale» nel taoismo – spiega Alexandra David Neel -, ha anche un altro significato. Questa espressione non significa necessariamente una lunghissima esistenza nel corpo fisico, malgrado essa comporti e confermi lo stesso, questo significato. Il senso principale è: unirsi con il «Principio eterno» e, di conseguenza elevarsi al di sopra della natura”. [viii]

Cosa significa unirsi se si è già uniti? Significa prenderne atto, ossia divenirne coscienti. Il famoso apollineo: “Conosci te stesso” assume il preciso significato del prendere coscienza e conoscenza del rapporto tra il Tutto e l’essere umano, che del Tutto è una modalità dotata di individualità e che, come il Tutto, agisce e si trasforma.

Dire, come è detto: “Io sono Quello”, non è altro che affermare la propria essenza modale del Tutto.

“I precetti che ci sono trasmessi – scrive spiega Alexandra David Neel – ci invitano ad intraprendere senza indugi la nostra ricerca sull’Essenza. E facendolo, occorre evitare di seguire una strada sbagliata. Il Fiore d’Oro è la luce. Ci si serve di questo termine come di un’espressione visiva per definire il vero potere trascendente del Grande Uno”.[ix]

Nell’Advaita Vedanta, scrive ancora Alexandra David Neel, “questo universo e ciscuna delle nostre anime personali sono l’Esistenza in Sé, il Brahman senza pari. Conoscere, realizzare la nostra unità sostanziale con il Brahman è essere consapevoli della nostra immortalità”. [x]

Come si costruisce la propria immortalità? Una risposta, riguardante il corpo di luce, ci viene dalla tradizione taoista.

Scrive in proposito Alexandra David Neel : “Di conseguenza non dovrò fare altro che far circolare la luce; è questo il più profondo e il più meraviglioso dei segreti. Se si permette alla luce di circolare a sufficienza per molto tempo in un cerchio essa si solidifica. Ed è allora, il corpo spirituale naturale. Ed è la condizione di cui è stato detto nel libro del sigillo del cuore: «Silenziosamente t’involverai in alto». E’ detto anche: «Concentrando i propri pensieri si può volare e nascere in cielo». Il cielo non è l’immensa volta blu, ma il luogo dove il corpo è costruito nel posto del potere creatore. Se si persevera in questa pratica si svilupperà, naturalmente, oltre al corpo materiale, un altro corpo spirituale”. [xi]

Una risposta riguardante la costruzione del corpo materiale ci viene dal Tibet.

Il Tibet ci consegna un aspetto interessante dell’incarnazione dell’essenza umana come costruzione di un corpo. Cosa si incarna? Secondo idee popolari è il namshe, forma abbreviata di namparshépa: un «principio» che conosce.

Qui è necessario soffermarsi sul concetto di principio che conosce, ossia un’essenza intelligente e cosciente.

Il namshe emigra e lascia il vecchio corpo «come si lascia un vestito usato per indossarne un altro» (Bhagavad Gita). “Questo nuovo corpo non gli è estraneo, come il vestito acquistato in un negozio è estraneo a chi lo indosserà. E’ il manshe che ha, egli stesso, nel corso della sua unione con il corpo materiale, tessuto e confezionato il vestito che si appresta a riceverlo. Questo processo di «confezione» è continuo”. [xii]

L’essenza intelligente e cosciente, il nostro lapis exilis, tesse il proprio corpo e lo confeziona su misura con un processo continuo, che ora possiamo chiamare omeostasi in termini di mantenimento delle relazioni tra le varie componenti corporali al fine del mantenimento in esistenza del corpo stesso, ma il confezionare su misura significa anche farne il veicolo giusto per compiere l’esperienza terrena.

“Il namshe però, non è libero di scegliere a suo piacimento il nuovo corpo che abiterà. Questo gli è imposto dal gioco automatico delle cause e degli effetti: il «gioco dell’azione» (karma), a proposito del quale Alexandra David Neel scrive: “Soltanto gli ignoranti parlano di punizioni e ricompense. Non c’è che la legge inesorabile, superiore e razionale delle cause e degli effetti, «dell’atto e dei suoi frutti», dicono i Tibetani”. […] “Nulla di ciò che appare, di ciò che si manifesta, su di un piano o su di un altro dell’esistenza può essere cancellato, annullato. Tutto si trasforma continuamente, niente è duraturo e nello stesso tempo niente si distrugge. Gli elementi degli eventi, che vediamo in sogno, i personaggi che incontriamo, le azioni che commettiamo sono parti di noi stessi, legate alle molteplici cause e che ci hanno formati, alle cause che costituiranno domani il nuovo individuo che saremo. Non lo stesso di quello di ieri e non differente da lui. Essere «responsabile» significa essere «causa» […]. Essere una ri-nascita in una immortale serie di ri-nascite”. [xiii]

Anche nell’induismo è presente il concetto di costruzione del proprio corpo.

Nell’induismo Jiva, che ha la dimensione di un pollice, è il principio vitale che sopravvive al corpo e che si costruisce un corpo. Lo Jiva “molto più importante del corpo umano, precede la forma fisica e compare nel mondo con la nascita dell’essere umano. Infatti, esiste da un periuodo di tempo inconcepibile, ed ha viaggiato, di reincarnazione in reincarnazione, fino al momento in cui è apparso sulla terra in sembianze umane”. [xiv]

Lo Jiva che si ritrova in una matrice umana si ricorda le circostanze delle vite precedenti. Quando nasce, la sua memoria si oscura gradatamente. [xv]

Rinasciamo sempre in questo mondo? O in altri mondi?

La domanda non solo è lecita, ma è il frutto dell’osservazione dei simboli del Tempio massonico, dove il filo a piombo che pende dalla volta celeste sull’Ara ci ricorda che siamo qui e ora, in un mondo spazio temporale trino (larghezza, lunghezza, spessore), ossia volumetrico, con il necessario corollario del tempo. Anche qui interviene il tre come imprinting esistenziale primario relativo all’incarnazione.

Alcuni intellettuali tibetani “prefigurano rinascite di tipo immateriale: ri-nascita nel mondo delle idee, perennità delle idee che sono state comunicate agli altri in un modo o nell’altro o anche semplicemente concepite in segreto”. [xvi]

Anche il druidico Gwynfyd è un mondo dove si vive, mantenendo la propria individualità e agendo. Questo concetto è ben chiaro da quanto è affermato nella Triade XXXVII, dove è scritto:Le tre caratteristiche di ogni essere vivente nel cerchio di Gwynfyd: il compito [lavoro, quindi azione], il privilegio [ossia una sua legge individuale], l’Awen [ossia il suo “soffio vitale”].

Una triplice consapevolezza

Il percorso massonico, anche alla luce di quanto sin qui detto, acquista il significato di una triplice acquisizione di consapevolezza.

L’Apprendista ri-nasce con una nuova consapevolezza del suo essere un corpo naturale che, in quanto tale, è inserito a pieno titolo nella dinamica Principio-Progettista-Produttore/Artefice-Azione-Attuazione/Modalità-Matrix-Materia.

L’Apprendista si sente investito dal tre: ha tre anni, cammina con tre passi. Tutto gli ricorda il suo essere uno e trino.

La seconda acquisizione di consapevolezza riguarda il prendere atto, come Compagno, di essere un corpo animato e di essere dotato non solo delle facoltà del corpo materiale, ma anche di quelle dell’anima.

La terza acquisizione di consapevolezza riguarda il suo essere una “pietra” intelligente e cosciente [kepha, cervello, simbolo, nella tradizione giudaico cristiana, dell’intelligenza], racchiusa in un corpo di luce messo in atto da un “soffio” e destinato, alla morte del corpo materiale, a rimanere come dimora dell’essenza.

© Silvano Danesi


[i] Jean Markale, Il Druidismo, Mediterranee

[ii] Carlo Rovelli, Helgoland, Adelphi

[iii] Carlo Rovelli, Helgoland, Adelphi

[iv] Alexandra David Neel, Immortalità e reincarnazione, Ecig

[v] Alexandra David Neel, Immortalità e reincarnazione, Ecig

[vi] Alexandra David Neel, Immortalità e reincarnazione, Ecig

[vii] Alexandra David Neel, Immortalità e reincarnazione, Ecig

[viii] Alexandra David Neel, Immortalità e reincarnazione, Ecig

[ix] Alexandra David Neel, Immortalità e reincarnazione, Ecig

[x] Alexandra David Neel, Immortalità e reincarnazione, Ecig

[xi] Alexandra David Neel, Immortalità e reincarnazione, Ecig

[xii] Alexandra David Neel, Immortalità e reincarnazione, Ecig

[xiii] Alexandra David Neel, Immortalità e reincarnazione, Ecig

[xiv] Alexandra David Neel, Immortalità e reincarnazione, Ecig

[xv] Alexandra David Neel, Immortalità e reincarnazione, Ecig

[xvi] Alexandra David Neel, Immortalità e reincarnazione, Ecig