In un precedente articolo dal titolo: “La conoscenza e la religione nel percorso massonico” ( https://laboratoriocasadellavita.it/2020/08/16/la-conoscenza-e-la-religione-nel-percorso-massonico/) ho scritto che il massone è etico in quanto, riconoscendo se stesso come scintilla divina, si tende, con la conoscenza, verso il suo abitare (ethos) nel Tutto.

Ne deriva la necessità di distinguere tra i due concetti, spesso ritenuti equivalenti, di etica e di morale.

L’etica è abitare

Il vocabolo etica deriva da ethos, solitamente tradotto con costume. Il termine è stato introdotto nel linguaggio da Aristotele come parte della filosofia che studia la condotta dell’uomo, i criteri in base ai quali si valutano i comportamenti e le scelte.
 Con la traduzione solita non è però d’accordo Martin Heidegger, il quale, nella “Lettera sull’«umanismo»”, scrive: “In genere si è soliti tradurre: «Il carattere proprio è per l’uomo il suo demone». Questa traduzione pensa in modo moderno e non greco. Ηθος significa soggiorno (Aufenthalt), luogo dell’abitare. La parola nomina la regione aperta dove abita l’uomo […]. Il detto, allora, significa: l’uomo, in quanto è uomo, abita nella vicinanza di Dio”. Aggiunge Heidegger: “«Ηθος Ανθρωπῳ Δαιμων», dice lo stesso Eraclito: «Il soggiorno (solito) è per l’uomo l’ambito aperto alla presenza del dio (dell’in-solito)»”.

L’eracliteo «Ηθος Ανθρωπῳ Δαιμων», «Ethos anthropoi daimon» (frammento 119 Diels Kranz), è, come s’è detto,  tradotto solitamente con un riferimento al carattere. Nella versione heideggeriana, che introduce il concetto di etica come soggiorno, come abitare, il rapporto essere umano daimon si propone come apertura dell’essere umano incarnato alla presenza del daimon, cosicché l’etica diviene la conoscenza da parte degli uomini di se stessi come daimones, la qual cosa conferisce significato preciso all’imperativo scritto sul frontone del Tempio di Delphi: “Conosci te stesso”.

E’ necessario, a questo punto, un approfondimento del concetto di daimon.

In Esiodo, vissuto tra i secoli VIII e VII a.C., il demone è lo stato post mortem che assumono gli esseri della prima generazione aurea e che: “stanno sulla terra, custodi dei mortali”. [1]

Nella religione orfica il demone è l’essenza stessa dell’anima, imprigionata nel corpo per una colpa compiuta e da cui cerca di liberarsi.

Socrate riferisce di un dàimon o “guida divina” che lo assiste spesso in ogni sua decisione. «C’è dentro di me non so che spirito divino e demonico; quello appunto di cui anche Meleto, scherzandoci sopra, scrisse nell’atto di accusa. Ed è come una voce che io ho dentro sin da fanciullo; la quale, ogni volta che mi si fa sentire, sempre mi dissuade da qualcosa che sto per compiere, e non mi fa mai proposte».[2]

Il demone non propone e non impone, ma consiglia.

«Gli stoici – scrive Diogene Laerzio – dicono, poi, che esistono anche alcuni dèmoni che hanno simpatia per gli uomini, che vigilano sulle cose umane, e anche che esistono eroi, ossia le anime sopravvissute dei virtuosi.»[3]

Marco Aurelio indica come demone l’anima intellettiva, che va curata e privata di turbamenti:

«Inoltre rimane la cura di non insozzare il demone che ha preso dimora nel nostro petto, la cura di non turbarlo con impressioni confuse e molteplici; di mantenerlo sereno e benigno, tributandogli rituale e onore come a un Dio; e non dire nulla che sia contrario al vero; non fare nulla contro giustizia.»[4]

Plutarco scrive:«Platone, Pitagora, Senocrate, Crisippo, seguaci dei primitivi scrittori di cose sacre, affermano che i Dèmoni sono dotati di forza sovrumana, anzi sorpassano di molto per estensione di potenza la nostra natura, ma non posseggono, per altro, l’elemento divino puro e incontaminato, bensì partecipe, a un tempo, di una duplice sorte, in quanto a una natura spirituale e sensazione corporea, onde accoglie piacere e travaglio; e tale elemento misto è appunto la sorgente del turbamento, maggiore in alcuni, minore in altri. Così è che anche tra i dèmoni, né più né meno che tra gli uomini, sorgono differenze nella gradazione del bene e del male».[5]

Alessandro d’Afrodisia sostiene che il daimon di ogni uomo consiste nella sua stessa natura.[6]

Plotino affida al «daimon che ci è toccato in sorte»[7] il compito di guidarci nell’ascesa al soprasensibile, tramite la forza dell’eros e della bellezza. Poiché il pensiero cosciente e puramente logico non è sufficiente, si tratta anche in questo caso di un’ispirazione mistica, della scintilla di uno spirito divino grazie a cui è possibile elevarsi dalla dimensione materiale a quella intellegibile. Secondo Porfirio lo stesso Plotino era assistito «da uno di questi demoni che sono prossimi agli dei». [8]

Il significato di daimon può venire accostato per certi versi all’angelo custode, o alla nozione di guida o genio tutelare.

Una spiegazione egizia

Una  spiegazione più vicina al vero significato  del daimon ci viene dalla tradizione egizia.

“Gli akhu, o «spiriti» – sostiene in proposito Dimitri Meeks -, appartengono piuttosto al mondo dei morti, sia che un tempo siano stati vivi, sia che facciano parte della popolazione autoctona, e questo spiega le apparenti contraddizioni della loro natura. Tra loro si incontreranno, di volta in volta: defunti in pace, fantasmi, démoni, malvagi, geni benevoli o esseri superiori senza alcun interesse per il mondo dei vivi”. [9]

Cosa sono, in sostanza, gli Akhu?

Akhu nella tradizione degli antichi egizi, è il primo nucleo dello spirito divino quando si incarna nell’essere umano; è ipostasi luminosa dell’eterna energia cosmica, corpo di luce. Oggi potremmo dire il campo elettromagnetico del cuore, che è la sede di Sa-Hu, l’intelligenza somma in azione, della quale l’essere umano è una porzione, un quanto, un frattale.

Akhu è la goccia di luce, la scintilla divina nella quale abita Sa-Hu, che rende l’essere umano simile al Tutto, al Fondamento infinito di energia informata, significante e cosciente che possiamo chiamare Arché o Grande Architetto dell’Universo.

Essere etici è pertanto essere coscienti di essere, durante questo percorso di vita, particelle o quanti di Sa-Hu, di essere abitanti e abitatori di Sa-Hu e di essere anche abitatori del tempo, rivestiti di Akhu e di un corpo materiale.

L’essere umano, conoscendo se stesso, scopre di essere una trinità vivente su più piani di esistenza, un abitante (ethos) di vari stati dell’Essere.

Pinocchio e il percorso iniziatico

Nel racconto del massone Carlo Lorenzini , in arte Carlo Collodi, “Le avventure di Pinocchio, al quarto capitolo il burattino  incontra il grillo parlante. Pinocchio ha disubbidito a Geppetto, lo ha fatto arrestare e si è allontanato da casa come un vagabondo.

A questo punto l’autore si pone il problema di dare al burattino una coscienza ed essendo Pinocchio ancora di legno, la sua coscienza gli viene data come suggerimento esterno: il Grillo Parlante.

“Giunto dinanzi a casa, trovò l’uscio di strada socchiuso. Lo spinse, entrò dentro, e appena ebbe messo tanto di paletto, si gettò a sedere per terra, lasciando andare un gran sospirone di contentezza. Ma quella contentezza durò poco, perché sentì nella stanza qualcuno che fece:– Crì – crì – crì!”.

Il Grillo Parlante spiega a Pinocchio che abita in quella casa da molto tempo, ma il burattino non vuol sapere di avere una coscienza.

“Io sono il Grillo-parlante, ed abito in questa stanza da più di cent’anni.– Oggi però questa stanza è mia, – disse il burattino, – e se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro”.

Pinocchio non è disposto a condividere la stessa stanza, ossia se stesso, con la sua coscienza, la vuole mandare fuori casa e senza che questa si volti indietro, ossia senza guardarlo in faccia.

Pinocchio burattino è una testa di legno senza capacità di conoscere in sé il daimon.

Nei capitoli successivi Pinocchio nominerà due volte il Grillo Parlante e lo farà entrambe le volte in preda alle lacrime e al rimorso, essendo entrato in un percorso trasformativo che lo farà diventare un essere umano.

Il percorso iniziatico è simile al percorso di Pinocchio: da testa di legno a essere consapevole del proprio essere Akhu e del proprio essere Sa-Hu.  Gli esseri umani sono forme pensiero rivestite di luce.

Veniamo ora al tema della morale.

Il vocabolo morale deriva dal latino mos, costume. La morale, pertanto, attiene ai costumi, i quali cambiano con il tempo e sono diversi da luogo a luogo. Difficile, conseguentemente, stabilire una morale unica, valida per sempre e in ogni luogo, salvo che non si faccia derivare tale morale da una religione o da un apparato ideologico.

Per la Massoneria la morale, come è scritto nei suoi rituali,  “è la scienza della concezione etica della vita, che riposa sulla ragione umana; la legge naturale, universale ed eterna che regge tutti gli esseri intelligenti e liberi: scienza ammirevole, che ci insegna i doveri e l’uso ragionato dei nostri diritti”.

Il messaggio è chiaro: possiamo raggiungere con la ragione, con la scienza e con la conoscenza la consapevolezza del nostro essere forme pensiero rivestite di luce e di un corpo materiale.

La morale non è comportarsi in modo da essere bene accetti.

“Essendo in questo mondo ci si deve comportare in una maniera che piaccia a questo mondo. Fintanto che una persona è buona tutto va bene…Se si volesse biasimare una tal persona non si troverebbe niente a cui rifarsi…essa condivide con gli altri le pratiche quotidiane ed è in armonia con le meschinità del mondo…essa piace alla moltitudine ed è retta con se stessa. E’ impossibile imbarcarsi sulla via di Yao e Shun [due famosi saggi] con una persona del genere. Da qui il nome di “nemico della virtù”. Confucio disse: “…Non mi piace l’onest’uomo del villaggio, potrebbe essere confuso con il virtuoso”. (Meng Tzu).

Commenta Varela: “Soltanto coloro che agiscono a partire da disposizioni che essi risultano avere da un lungo processo di coltivazione proprio nel momento dell’azione meritano, secondo Meng Tzu, l’appellativo di veramente virtuose. […] Il tratto più importante che distingue il vero e proprio comportamento etico è allora il fatto che esso non nasce da semplici modelli abituali di regole”. [10]

La morale del massone è il suo costume nel senso del suo nuovo abito mentale, della sua nuova forma mentis, che lo rende libero di avventurarsi sulla via della conoscenza senza pregiudizi e senza farsi condizionare dalle compiacenze.

Il massone deve coltivare la virtù, che è la forza di proseguire sulla via della conoscenza senza indugi, senza condizionamenti, per la sola tensione di essere fino in fondo conoscente e cosciente di essere abitante (ethos) di se stesso e del Tutto.

Acquistano qui un significato particolare le due qualità essenziali del massone: essere libero e di buoni costumi ed è di queste qualità che devono accertarsi i tegolatori quando incontrano chi bussa alla porta del Tempio.

Il percorso massonico non è per i benpensanti, ma per i virtuosi.

© Silvano Danesi


[1]Esiodo, Le opere e i giorni, Bompiani.

[2]Platone, Apologia di Socrate.

[3]Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei filosofi illustri Libro VII, 151.

[4] (Marco Aurelio, Colloqui con sé stesso Libro III, 16)

[5]Plutarco, Iside e Osiride, 25

[6] Alessandro di Afrodisia, Sul destino.

[7] Plotino, Enneadi, III, 4.

[8] Porfirio, Vita di Plotino, 10.

[9] Dimitri Meeks, in AAVV, Geni, Angeli e Demoni, Edizioni Mediterranee

[10] F.J.Varela, Un know-how per l’etica, Laterza