La questione dell’intervento nella guerra mondiale costituì un elemento di divisione della Massoneria italiana, che ormai vedeva sgretolarsi, da tutti i versanti, il suo indirizzo laico e risorgimentale, messo a dura prova dalle correnti irrazionalistiche.

Il Grande Oriente di Palazzo Giustiniani si schierò fin dal 1914 per l’intervento a fianco della Francia e dell’Inghilterra. Il 21 settembre del 1914, dopo i primi netti pronunciamenti filo intesisti (ritornavano i vecchi amori per la Francia) in un comizio al Teatro Costanzi a Roma Ernesto Nathan sostenne che la Massoneria doveva spezzare il triangolo confessionale costituito dall’alleanza tra la Germania luterana, l’Austria papista e la Turchia musulmana.

Nelle dichiarazioni interventiste si intrecciavano più motivazioni: l’unità della Patria da concludere, il Risorgimento da compiere, ma anche la guerra rivoluzionaria intesa come autoredenzione gnostica.

Una delle motivazioni, fa notare Gianni Vannoni, era quella che vedeva nella distruzione dell’Impero Austro-Ungarico, quella dell’ultimo vestigio del Sacro Romano Impero e della concezione sacrale del potere, elaborata dalla teologia cattolica. Motivazioni che si accompagnavano a quelle di Mussolini, per il quale la Chiesa era neutralista per amore dell’Austria vaticanesca e temporalista.

I massoni lombardi si dimostrarono alquanto freddi nei confronti delle tesi interventiste e questo determinò una linea delle logge locali aderenti all’Obbedienza del Grande Oriente contraria alle posizioni di Palazzo Giustiniani. Una linea resasi evidente sia con un’adesione individuale piuttosto limitata alla “campagna di mobilitazione civile massonica”, sia con un’aperta presa di posizione in occasione di un convegno al quale le logge lombarde di Brescia, Milano, e Bergamo parteciparono assieme a 34 dignitari e alle officine di Genova, Savona, Piacenza, Parma e Cuneo.[i]

In un primo momento la posizione della Gran Loggia d’Italia fu contraria all’intervento, anche a causa della vicinanza di Raoul Vittorio Palermi agli ambienti tedeschi e austriaci.

Va ricordato che nel 1915 Saverio Fera, fondatore della Serenissima Gran Loggia, morì e gli succedettero nell’ordine i Fratelli Ricciardi e Burgess, il quale spostò la sede in Piazza del Gesù. Raoul Vittorio Palermi era Luogotenente del Sovrano Gran Commendatore Burgess e redattore capo del quotidiano “Il popolo romano”, diretto da un certo Chauvet, di ispirazione austriaca e sostenuto finanziariamente dalle ambasciate d’Austria e Germania. Palermi lasciò il giornale il 31 ottobre del 1915, sei mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia.

Le posizioni di Piazza del Gesù tuttavia subirono ben presto un’inversione di tendenza. Il Grande Oriente venne accusato di “rinunciatarismo”, ossia di proclamare l’intervento ma di non essere conseguente, soprattutto sulle vicende dalmate e Piazza del Gesù venne definita “vera e autentica Massoneria” dove si giura al grido di “O Fiume o morte”.

Esponente di punta del nuovo orientamento fu Gabriele D’Annunzio, affiliato alla loggia XXX Ottobre di Fiume, della quale era Venerabile Attilio Prodam.

Le iniziative interventiste erano ispirate da Ettore Ferrari, Gran Maestro dal Grande Oriente, il quale in data 6 settembre 1914 aveva diramato una circolare favorevole all’entrata in guerra motivata. “Poichè certe ore non si rimuovono nella storia – ammonì il Gran Maestro – ed è follia e sciagura lasciarle trascorrere senza intenderle e senza afferrare l’opportunità che esse offrono, noi crediamo che l’Italia mal provvederebbe a se stessa se rimanesse assente dal tragico cimento nel quale si decidono, per più generazioni, le sorti d’Europa”.[ii]

A Cremona, alla testa degli interventisti c’era il Fratello e deputato socialista Leonida Bissolati, che in conseguenza delle sue posizioni fu espulso dal partito. A Milano gli interventisti avevano la loro guida in Giuseppe Pontremoli, dignitario del Grande Oriente.

In Milano su 1742 Fratelli ben 1130 si dichiararono ostili alla guerra e pochissimi risultarono gli interventisti anche nella città di Como, Bergamo e Brescia. Tra i neutralisti lombardi più autorevoli ricordiamo Mario Chiaraviglio, Angelo Pavia deputato, Antonio Cefaly senatore e Giovanni Villani.

Il censimento dei massoni bresciani, redatto da un “Fratello 33” al fine di verificare la disponibilità ad aderire alle tesi interventiste, è rivelatore delle posizioni delle logge locali sulla questione dell’intervento o della neutralità alla vigilia della prima guerra mondiale.

Nel 1916, in piena guerra, ebbe luogo a Milano un congresso delle Camere superiori della Lombardia. I temi relativi al conflitto non vennero trattati, a sottolineare la disapprovazione massonica lombarda della guerra.

I liberi Muratori italiani tuttavia, malgrado le diverse posizioni, durante la guerra si prodigarono intensamente nell’assistenza alle famiglie dei combattenti, ai feriti, ai profughi e nel sostegno dei Fratelli al fronte; ad esempio vennero elevati al grado superiore i Fratelli Luigi Rizzo, 30°, affondatore della Santo Stefano e Francesco Baracca, asso dei piloti da caccia. Nel 1917 il generale Luigi Capello (massone del Grande Oriente d’Italia) fondò gli Arditi e nel gennaio del 1919 nacque, per opera dei reduci dalle prime linee, l’Associazione per gli arditi d’Italia.


[i]Aldo A.Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, pag 406 e 408

[ii] A. Mola – op. cit. pag.339