La Pasqua è una festa che risale alla più remota antichità ed è una delle grandi feste ebraiche, la Pesach, che prevedeva, a suo tempo, il pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme.

Per la durata di otto giorni, essa ricorda temporalmente, la liberazione dalla schiavitù d’Egitto ed, etimologicamente, il passaggio dell’Angelo.

Due ne sono le fasi: il giorno della Pesach che è celebrata la sera del 15 Nissan (marzo – aprile) e la settimana degli Azzimi.

La Legislazione rabbinica, che regola anche la celebrazione di questa festa, non ha dato mai la stura, per quanto se ne sappia, a serie difformità interpretative ed a serie controversie dottrinali, dato che quella legislazione sacra la ha precisamente codificata.

La Cristianità, nella totalità delle confessioni che essa racchiude, celebra, invece, a sua volta, con la Pasqua, la resurrezione di Gesù, Maestro e Salvatore.

Fu il Concilio di Nicea, nel 325, a stabilire la data alla prima domenica dopo il plenilunio di primavera e, cioè, fra il 22 marzo e il 25 aprile.

Ma con l’avvento della Nuova Eunomia, quella cristiana, per l’appunto, fondata sulla Parola che vivifica, non più sulla Lettera della Legge che uccide – tale è l’avvertimento del Maestro – le norme dottrinali, come pure gli insegnamenti e le rivelazioni, proprio perché non espressamente codificate, si prestano a diatribe interpretative.

Queste hanno, purtroppo, fin dai primi tempi, lacerato la comunità cristiana a differenza di quella ebraica, molto meno agitata e divisa della prima.

Diatribe, tante certamente, perché per Pasqua, ancor più che per il Natale, le perplessità e gli interrogativi si intrecciano con i dettami cattedratici, allorquando si è restii ad accertarne l’assolutismo, in quanto tale, in materia.

È, dunque, un arco ebdomadario quello cristiano, denominato Settimana Santa, nel quale si celebrano i Misteri della Passione del Figlio di Dio.

Ebbene, è proprio nella collocazione della Sua morte in un preciso giorno della settimana che viene a mancare il consenso, salvo che non si voglia attenersi fedelmente alla relazione evangelica della Sua Parola.

Ordunque, è stato ufficializzato che la crocefissione sia stata eseguita nel giorno che viene fatto coincidere con il nostro venerdì e che la resurrezione sia avvenuta il mattino del giorno che poi, si è chiamato domenica.

Se ne deduce facilmente, pertanto, che, in tal guisa, il lasso di tempo intercorso fra i due eventi è di un giorno e mezzo o, meglio, di due notti e un dì.

Va ancora precisato, per inciso, che per una giornata ebraica si intende il tempo che, iniziando la sera al tramonto del sole, va fino a quello successivo.

In aprile, quindi, la giornata incomincia per gli ebrei poco dopo le ore diciotto, secondo un calendario lunisolare, per l’appunto.

Ma, va ora detto, non aveva pur promesso e preannunciato il Maestro il segno di Giona e, cioè, che prima della Resurrezione, Egli sarebbe rimasto nel seno della Terra tre notti e tre

dì (Mt XII – 40)?

Si pone, di conseguenza, la chiarezza di una scelta decisionale, quella, cioè, di voler prestar fede alla Sapienza del vero Maestro oppure alla presunzione di sapienza di ben altri maestri di varia estrazione.

Ne risulta agevolmente che, nel primo caso, la crocifissione e, poi, la morte avvennero non la mattina né la sera del giorno che viene indicato ma in quello del YOM REVII, quarto giorno ebraico.

La resurrezione, infatti, sopraggiunge DOPO la sera del settimo giorno, YOM SHABBAT e cioè fra le ore 24 e le ore 6 della notte fra il settimo giorno ed il primo giorno YOM RISHON, della settimana ebraica (Mc XVI – 9) dopo tre giorni e mezzo, per l’appunto, come dovuto per la suprema Iniziazione.

Ne deriva, così, che il Maestro con i dodici discepoli, “mangiò la pasqua” nel Cenacolo la sera del YOM SHELISHI (terzo) e, cioè, la sera precedente il YOM REVII (quarto), nel quale fu catturato e crocefisso.

Può risultare agevole, conseguentemente, rilevare dal grafico che qui si propone, come, in ogni caso, la Passione del Signore non dovrebbe essere assegnata al nostro venerdì e ciò indipendentemente dal fatto che il giorno della Resurrezione YOM RISHON, abbia, nella corrente terminologia, il nome di domenica o finanche, di lunedì.

L’integrità dell’osservanza della celebrazione della Passione, della Pasqua da parte dei protocristiani, in fedeltà al citato preannuncio uscito dalla bocca del Maestro – il segno di Giona per l’appunto – rimase inalterato fino all’inizio del secondo secolo dell’Era volgare, fino a che i primi dissidenti non ne iniziarono l’opera di contestazione e di successiva disgregazione.

Ma la controversia è destinata a perdurare, favorita com’è dalle innumerevoli traduzioni, vari calendari e impietose manomissioni perpetrate sui testi evangelici per adattarli alla bisogna di parte.

Si legge, poi, dalle relazioni degli Evangelisti, di Luca in particolare, che grandi prodigi avvennero nelle ore della Passione del Redentore: la Terra tremò, il Sole si oscurò dalla ora sesta (12) fino all’ora nona (15).

La Natura tutta, terrestre e celeste, partecipò commossa alla morte dell’Uomo per eccellenza e con la massima evidenza.

Fatti mirabili, per davvero, che non potevano passare inosservati né, tantomeno, sotto silenzio anche in ambienti estranei alla cerchia palestinese.

Già alcuni profeti dell’antico Testamento e, poi, scrittori del sacro e del profano accennarono a questi fatti nei loro annunci ed opere, cui è agevole riferirsi con ampio criterio di scelta.

Plinio, ad esempio, ad altri ancora, tramandarono che il suolo tremò non solo a Gerusalemme ma fino a Nicea stessa ed in altri dodici città dell’Asia Minore dove caddero molte case.

Ma è il fenomeno dell’oscuramento del Sole e dell’estensione delle tenebre sulla superficie dell’orbe terracqueo a costituire la fonte primaria di controversia con gli scienziati, nonché gli interrogativi rimasti senza risposta.

Amos, il profeta, predisse, già nel 750 a.c. che: “Avverrà in quel giorno – dice il Signore – che il Sole sparirà nel mezzogiorno e oscurerà la Terra nella piena luce del giorno”.

E, parimenti, un altro, Gioele: “Il Sole e la Luna si oscureranno e le stelle ritireranno il loro splendore”.

Dotti ed esegeti biblici affrontarono la questione, avanzando ciascuno la propria ipotesi: San Gregorio, San Cirillo di Alessandria, San Girolamo, San Leone e Origene, Teodoreto ed Eutimio si sforzarono, tutti, di delucidare l’avvenimento, spiegandolo variamente.

Alcuni ipotizzarono un accumulo di spesse nuvole che causarono le tenebre, a somiglianza della nona piaga di Egitto al tempo di Mosè.

Spiegazione semplicistica, in verità, tenendo presente la stagione primaverile e la posizione del Sole allo Zenith o quasi.

Argomentazioni scientifiche ed astronomiche sono state sostenute qua e là ma ogni tentativo di accredito di esse è fallito perché confutabile proprio nell’ambito della scienza medesima.

Se è ipotizzato, ad esempio, che le tenebre potessero essere state causate da un’eclisse di Sole.

Ma ben sapendo che un’eclisse di Sole avviene soltanto nel novilunio e che la morte del Salvatore è, invece, coincisa con il plenilunio – ricorreva la Pesach, per l’appunto – questa tesi o ipotesi che sia, viene confutata, dato che si tratta di un palese anacronismo in astronomia.

Molte altre argomentazioni scientifiche sono state avanzate in tutti i tempi, non ultima, recentemente, quella della teoria ondulatoria della luce, ma nessuna di esse ha potuto fornire esaurienti spiegazioni all’oscuramento del Sole fra l’ora sesta e la nona di quel pomeriggio cruciale.

Ciò considerato e resici conto che né la logica razionale né lo stadio attuale della conoscenza delle leggi del piano fisico potranno, in alcun modo, fornire la chiave di un prodigio di tal portata, si pone la necessità di un’alternativa di ricerca, quella, cioè cha va condotta lungo una direttrice di tutt’altra natura.

E’, di fatti, non altrove se non nella Rivelazione evangelica, ma celata, con grande evidenza, fra le righe della narrazione di quei fatti mirabili che può essere trovata la chiave tanto cercata.

Riferiscono, dunque, Matteo e Marco che il Maestro, presi con sé Pietro, Giacomo e Giovanni “li condusse alla Montagna” sul monte Tabor, per l’appunto e che quivi si trasfigurò.

In mezzo a Mosè ed Elia si appalesò ai tre il Cristo, il sublime Essere Solare “il cui volto era sfolgorante come il Sole e la cui veste era splendente come la Luce”.

Ebbene, se illuminati, hic oportet verbum, della presa di coscienza di un simile evento e posti, poi, di fronte all’interrogativo se la luce del Sole fisico, dinanzi allo splendore della Luce irradiante del Sole spirituale: il Cristo – al momento del Suo “rientro” nelle dimensioni metafisiche, senza, tuttavia, lasciare la Terra, secondo la Sua promessa – potesse reggere o meno senza ottenebrarsi, è proprio nell’evento del Tabor che può essere rintracciata la chiave dell’enigma.

Ma non è tutto.

La scienza positivista, che procede a tentoni nelle sue indagini, deve ritrarsi davanti alla superiorità di tanti eventi che prodigiosamente si svolsero in seno all’Umanità, riscattata da quel sacrificio.

La Scienza dello Spirito, pertanto, la integra, giungendo dove essa non può pervenire, limitata com’è al piano fisico.

È l’investigazione superiore a fornire ulteriori apporti alla conoscenza dell’Evento pasquale, secondo il risultato dell’indagine retrospettiva condotta da un alto Iniziato Rosa+Croce all’inizio del XX secolo.

Non si tratta di calcoli astronomici ma di investigazione metafisica, per l’appunto, secondo la quale gli aspetti planetari, al compimento della grande Opera sul Golgotha, si presentavano sul grafico qui pubblicato.

L’opposizione della Luna al Sole è evidente, stante in atto il plenilunio pasquale: la quadratura di Saturno in ambedue i luminari è marcata, del che si può dedurre l’oscuramento della luce.

Il dolore cosmico per il dramma che si svolge sulla Terra, al cospetto del Cielo, viene evidenziato anche dalla quadratura fra le due copie degli altri pianeti allora conosciuti.

Allorché l’annuncio: “è compiuto” si espanse negli spazi, in concomitanza al forte grido del Salvatore che rendeva lo Spirito, era il pomeriggio del 3 aprile del trentatreesimo anno della Teofania, alle ore 3.