L’utopismo, secondo Popper, conduce alla tirannia e al totalitarismo in quanto il piano di governo della società (educazione del cittadino, ecc.) conduce ad un’identificazione della società con lo Stato e l’esigenza di condurre a “buon fine” l’esperimento induce a tacitare dissensi e critiche, comprese le critiche ragionevoli e quindi al controllo delle menti.  “Ma questo tentativo di esercitare il potere sulle menti – scrive Popper – inevitabilmente distrugge l’ultima possibilità di scoprire che cosa pensi veramente la gente, ed è evidentemente incompatibile con il pensiero critico. In ultima analisi tale tentativo deve per forza distruggere la conoscenza; e quanto più aumenterà il potere, tanto maggiore sarà pure la perdita di conoscenza”. [i]

L’utopia di un’élite che comanda il “gregge” degli umani in virtù di una propria sedicente competenza e di una propria sedicente saggezza, ha ben poco di moderno e risponde all’archetipo del “Patriarca” a capo di una tribù di nomadi pastori; è pertanto un’idea tribale antica che oggi si veste con i panni del Nuovo Ordine Mondiale il quale vuole non migliorare l’Umanità, ma costruire una Nuova Umanità, composta da uomini nuovi, senza storia e senza radici. Non una società aperta, ma una società senza identità, al servizio di pochi ricchi sedicenti eletti che, se anticamente erano i proprietari del gregge (pecus), oggi sono i proprietari della pecunia.

La costituzione di un’élite di governo ripropone il concetto di società chiusa, ossia tribale, che è la notte della ragione e il trionfo della tracotanza. 

 Karl R. Popper, nel suo saggio “La società aperta e i suoi nemici”, sostiene il concetto, del tutto condivisibile, che “la democrazia fornisce una struttura istituzionale che permette non solo l’attuazione di riforme senza violenza, ma anche l’uso della ragione in campo politico”.[ii]

Lo scontro odierno tra l’utopia di un Nuovo Ordine Mondiale governato da élite al servizio del potere finanziario riprende antichi schemi.

L’eteria pitagorica, con la sua pretesa di esercitare il potere delle élite, ha fatto da paradigma alle teorie platoniche e a quelle successive da queste derivanti, le quali si appoggiano sul concetto di “popolo eletto”, che emerge dalla forma tribale della vita sociale e dall’esempio di società antica, dalla quale Platone trasse il suo modello che Popper chiama “il Gran Mito di Sparta”.

L’ottimo Stato di Platone è uno Stato di casta, ove la classe dirigente governa il suo gregge o armento umano.

“Per quanto riguarda l’origine della classe dirigente – scrive Popper -, si può ricordare che Platone parla nel Politico di un’epoca anteriore anche a quella del suo stato ottimo, quando « la divinità stessa guidava [gli uomini] al pascolo e presiedeva loro, come fanno ora gli uomini, i quali ….guidano al pascolo altri generi di viventi di loro meno nobili…»”.  E aggiunge: “Non si tratta affatto di una similitudine del buon pastore; alla luce di ciò che Platone dice nelle Leggi, questo passo deve essere interpretato assolutamente alla lettera. Infatti si afferma che questa società primitiva, che è anteriore anche alla prima e ottima città, è quella dei pastori nomadi sotto un patriarca”. [iii]

“Queste tribù nomadi, egli dice – continua Popper a proposito di Platone – si insediarono nelle città del Peloponneso, specialmente a Sparta, sotto il nome di «Dori»”, artefici, come ben fa notare Popper “del soggiogamento di una popolazione sedentaria ad opera di un’orda guerriera conquistatrice”, che ha come paradigma del governante il pastore patriarcale e la cui “arte di governare è una specie di arte del mandriano”.[iv]

Oggi l’arte del mandriano è incarnata dal modello cinese, ultimo sopravvissuto dei totalitarismi del ‘900 e, non a caso, guardato con simpatia dalle élite finanziarie che, proclamando la open society, di fatto realizzano la Mao society.

Il progetto platonico di città viene esposto in un lungo dialogo, la Repubblica. L’idea della Repubblica è quella di una polis fondata su un ordinamento tripartito: a capo i filosofi, che sanno agire in vista del bene comune; poi i guardiani, che si occupano di proteggere lo Stato; e infine il popolo. A ognuno di questi gruppi corrisponde una parte dell’anima: razionale, irascibile, concupiscibile; a ogni parte dell’anima corrisponde una virtù: sapienza, coraggio, temperanza. La virtù della giustizia consiste nell’equilibrio delle componenti della polis, così come la giustizia nella singola persona consiste nell’equilibrio delle componenti dell’anima.

La realizzazione dello Stato giusto o perfetto platonico richiedeva alcune condizioni che per l’epoca erano piuttosto insolite: identità di compiti e di educazione tra uomini e donne, compresi gli esercizi ginnici e i doveri militari; una comunanza, per i guardiani, di donne e di figli, con la conseguente abolizione della famiglia e la trasformazione dello Stato in una grande famiglia e l’affidamento del potere ai filosofi.

“Perciò le donne dei guardiani – afferma Platone – devono spogliarsi, dato che si vestiranno di virtù anziché di abiti; e cooperare alla guerra e negli altri compiti di guardia dello Stato, senza occuparsi di altro”. […]. “Queste donne di questi nostri uomini siano tutte comuni a tutti e nessuna abiti privatamente con alcuno; e comuni siano poi i figli, e il genitore non conosca la propria prole, né il figlio il genitore”.

Queste linee guida dell rapporto tra uomini e donne non significavano il libero amore, ma accoppiamenti programmati dallo Stato al fine di ottenere la prole migliore, allevamento dei figli in istituzioni pubbliche, organizzate in modo tale che tutti potessero sentirsi membri di un’unica famiglia.

Lo Stato, secondo Platone, deve essere governato dai filosofi, in quanto: “A meno che i filosofi non regnino negli Stati o coloro che oggi sono detti re o signori non facciano genuina e valida filosofia, e non si riuniscano nella stessa persona la potenza politica e la filosofia”, non ci può essere “tregua di mali per gli Stati”.

Così prosegue Platone in vari passi della Repubblica: “Se, dissi io, o i filosofi non siano re nella loro città, o quelli che ora si dicon re e potentati non si diano onestamente e convenientemente a filosofare, e l’unica cosa e l’altra non coincidano nella stessa persona, (cioè) la potenza politica e la filosofia, e se quei molti che ora tendono separatamente all’una o all’altra cosa, non ne siano eliminati assolutamente, non ci sarà, caro Glaucone, riposo dai mali per lo Stato, e credo nenache per il genere umano, non che germogli nel (mondo del ) possibile e veda la luce del sole quell’ordinamento che ora nel discorso abbiamo descritto”.  […]. “Questo intanto sulle nature filosofiche sia per noi stabilito, chì esse sono amanti sempre della scienza che può chiarirli intorno a quella sostanza che sempre è e non varia mai per generazione o corruzione”. […]. “Il vero amante del sapere dovrebbe esser maturato in modo da tendere tutto verso l’essere, e che non si dovrebbe fernmare alla molteplicità delle singole cose che sono oggetto di opinione, ma andrebbe diritto e non lascerebbe rintuzzare e non cesserebbe del suo amore prima di raggiungere la natura dello stesso in ciascuna sua manifestazione….”.

La Repubblica di Platone non è solo un’asettica elaborazione filosofica, ma si pone come un manifesto politico, conseguente ad esperimenti reali e propedeutico alla loro continuazione.

In particolare, il riferimento è, come ben spiega Luciano Canfora, professore emerito all’Università di Bari, al governo utopico-sanguinario dei Trenta (404-403 a.C.), i cosiddetti «trenta tiranni», i quali, “pur dopo la sconfitta e il naufragio tragico del loro tentativo «palingenetico» hanno continuato a ritenere che si fosse trattato unicamente di un incidente di percorso, cioè di un esperimento da migliorare e riproporre”. [v]

Luciano Canfora ricorda come ci fossero esperimenti di governo pitagorico in corso in vari luoghi. “In Magna Grecia era in atto da tempo, con Archita, l’esperimento di governo pitagorico che, a sua volta, non era stato senza effetti come elemento ispiratore della costruzione platonica. Platone va in Sicilia a tentare la Kallipolis perché a Taranto c’è Archita che governa”. [vi]

Canfora ricorda le critiche del tempo all’opera di Platone, prima fra tutte quella di Aristofane.

Sotto tiro è il ruolo dei «guardiani», pronti a combattere non solo il nemico esterno, ma chi all’interno agisce male. Un ruolo ben interpretato da tutti i totalitarismi e da tutti i dittatori succedutisi nei secoli.

Canfora ricorda inoltre la “polarizzazione negativa che Platone ha suscitato contro di sé e contro il suo spregiudicato interventismo politico” e come un “poco letto Aristofonte compose un Platone nel cui unico frammento superstite dovuto, al solito, ad Ateneo (XII,552 E = fr.8K-A) qualcuno dice, forse rivolto a Platone medesimo: «così in pochi giorni ci farai tutti morti»!”. [vii]

Significativo l’attacco sferrato alla Kallipolis di Platone da Erodico di Seleucia, grammatico del II sec. a.C. (Contro il filosocrate). “I due punti più rilevanti su cui si concentra l’attacco – scrive Luciano Canfora – sono: la pretesa platonica di formare «l’uomo nuovo» come premessa fondante della Kallipolis e la deriva «tirannica» che immediatamente hanno preso coloro che, in varie città greche, dopo aver frequentato lui si sono impegnati in politica”. [viii] “In altri termini – sostiene ancora Canfora – l’Accademia non fu semplicemente un «pensatoio» (come non lo fu del resto la meno strutturata ma non meno efficace cerchia socratica). E’ evidente che volle essere anche una fucina di  potenziali «governanti» (…). Perciò, soprattutto perciò, dall’esterno è stata vista con sospetto: anche come un pericoloso luogo di formazione di aspiranti a governare in nome di allarmanti progetti”. [ix]

La teorizzazione iniziata dai pitagorici, proseguita nei secoli nella Repubblica di Platone, nella Città del Sole di Tommaso Campanella, nell’Utopia di Tommaso Moro, nella Nuova Atlantide di Francesco Bacone ha ispirato totalitarismi e dittature.

© Silvano Danesi


[i] Karl Popper, Miseria dello storicismo, Feltrinelli

[ii] Karl R. Popper, “La società aperta e i suoi nemici”, Armando

[iii] Karl R. Popper, “La società aperta e i suoi nemici”, Armando

[iv] Karl R. Popper, “La società aperta e i suoi nemici”, Armando

[v] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[vi] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[vii] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[viii] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[ix] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza