LA MANIPOLAZIONE DEI SIMBOLI E LA NEGAZIONE DELLA STORIA

“Human lives matter”, “la vita umana conta”: la vita di tutti, di qualsiasi colore, religione, idea politica, nazionalità, etnia.

Lo slogan “black lives matter” (le vite nere contano) è solo apparentemente un grido di liberazione ed è nella sostanza uno slogan divisivo, in quanto tutte le vite contano. Uno slogan non divisivo dovrebbe essere “human lives matter” (le vite umane contano).

 La manipolazione dei simboli, la loro distruzione o il rovesciamento del loro significato non è cosa nuova. L’illusione dei manipolatori è di poter distruggere la storia, di fare tabula rasa e di tentare di rifondare ex novo il mondo, con una tracotanza tipica dei totalitarismi o delle esasperazioni fondamentaliste religiose.

Quando il cristianesimo, prima perseguitato, divenne religione di stato dell’Impero romano, occultò o trasformò i simboli religiosi del paganesimo, facendoli diventare simboli demoniaci o declinandoli in simbologia cristiana e, tuttavia, le antiche simbologie e gli antichi archetipi sono sopravvissuti nei secoli nell’inconscio collettivo dei popoli.

Archetipi e simboli non si possono distruggere, si possono manipolare, ma alla fine rinascono nella loro essenza, in quanto sono parte di un linguaggio universale che non è cancellabile.

Quando i nazisti decisero di eliminare dalla scena del mondo e dalla storia gli ebrei decisero che importante era la vita della razza pura germanica e che gli ebrei erano dei subumani. Così iniziò la giustificazione dello sterminio.

Siamo all’inizio di un nuovo tentativo nazista, travestito da guerra di liberazione dal razzismo.

Di fronte all’iconoclastia dilagante, che vorrebbe distrugge simboli e archetipi, per cancellare con essi la storia, anche la storia delle loro manipolazioni, sorgono infatti inevitabili alcune domande.

Quanto c’è di nazista nelle ideologie apparentemente umanistiche? Quanto c’è di scientismo cosmista nelle ideologie apparentemente umanistiche? Quanto c’è di follia totalitaria nello scatenamento della “disinfettazione” della storia, della distruzione delle radici e delle identità? Quanto c’è di perdita di senso nella demenziale rincorsa all’immortalità del corpo e nella più totale distruzione di ogni riferimento all’anima? Quanto c’è di manipolazione di movimenti iconoclasti da parte di chi vorrebbe instaurare un Nuovo Ordine Mondiale?

MITI, ARCHETIPI E SIMBOLI

I miti archetipici, anche se nati in uno specifico tempo e in uno specifico luogo, trascendono le loro specifiche origini e si riferiscono a idee condivise dall’intera specie umana. Le qualità e le virtù proprie del mito archetipico consistono nel fatto che lo si può usare per avvicinare persone diverse mettendo in risalto ciò che hanno in comune. In questo caso il mito archetipico assume un valore universale. Al contrario, quando un mito archetipico assume una caratterizzazione tribale, divide.

Lo slogan “black lives matter” (le vite nere contano) è solo apparentemente un grido di liberazione ed è nella sostanza uno slogan divisivo in quanto tutte le vite contano. Uno slogan non divisivo dovrebbe essere “human lives matter” (le vite umane contano).

La divisività del movimento “black lives matter” è, del resto, evidente nella distruzione di simboli che vanno ben oltre la stigmatizzazione dell’oppressione dei bianchi. Quando si sporca la statua di Voltaire, universalmente conosciuto per il suo trattato sulla tolleranza, si firma la propria appartenenza ad un tentativo divisivo, che intende penalizzare il mondo dei bianchi e sollecitarne l’oicofobia, già presente e ben visibile negli inginocchiati.

Presupposto essenziale della virtù dell’incontro, ossia della tolleranza, è la reciprocità. Se non c’è reciprocità c’è intolleranza.

L’intolleranza – ci avverte Salvatore Veca – si mostra come “promessa di reciprocità violata e negata, non mantenuta”. [i]

La tolleranza sociale, come virtù della convivenza di differenti mondi identitari, ha come imprescindibile il principio di reciprocità.

La tolleranza tra diversi fa necessariamente i conti con l’idea del mondo che ogni individuo ha.

Il concetto è ben espresso dal vocabolo tedesco weltanschauung, che, suggerisce Jung, può essere definito non solo come “concetto di mondo”, ma anche come “la maniera con cui si guarda al mondo: visione del mondo e della vita” e aggiunge: “E’ lecito parlare di visione del mondo solo quando si è almeno fatto seriamente il tentativo di formulare concettualmente o intuitivamente il proprio orientamento, cioè di comprendere perché ed a quale scopo si agisce e si scrive in questa o in quella maniera”. [ii]

“Ogni più alto stato di coscienza – afferma Jung – è condizione di una visione del mondo. Ogni coscienza di ragioni e di intenti è, in germe, una visione del mondo. Ogni accrescimento dell’esperienza e della conoscenza significa un ulteriore passo nell’evoluzione della visione del mondo. Modificando l’immagine che egli si crea del mondo, l’uomo pensante modifica anche se stesso. L’uomo il cui sole gira ancora attorno alla terra è diverso da quello la cui terra è un satellite del sole. Non per nulla il pensiero dell’infinito di Giordano Bruno rappresenta uno degli inizi più importanti della coscienza moderna”. [iii]

“In altri termini – sostiene ancora Jung – non è indifferente avere una visione del mondo e avere l’una piuttosto che l’altra, poiché non soltanto noi creiamo un’immagine del mondo, ma questa, di rimando, modifica anche noi”. [iv]

“L’errore fondamentale di ogni visione del mondo – ci avverte Jung – è la sua singolare tendenza ad essere considerata essa stessa come la verità delle cose… “. [v]

E qui si annidano il fanatismo e l’intolleranza.

Come afferma Voltaire, “bisogna dunque che gli uomini comincino con non essere fanatici per meritare la tolleranza”. [vi]

Lo stato di diritto è lo stato che elimina la violenza e che è intollerante unicamente con gli intolleranti.

In questa intolleranza con gli intolleranti cominciamo ad intravvedere il limite della tolleranza. Un limite che, se non osservato, può tramutarsi in accondiscendenza, connivenza, vigliaccheria.

La tolleranza, virtù dell’incontro, non può pertanto essere esercitata nei confronti di chi non vuole l’incontro, ma la sottomissione, la conversione, l’adesione ad un’ideologia, ad una religione, ad uno schema. Qui la virtù della tolleranza ha il suo limite e deve trasmutarsi nella virtù del respingimento dell’intollerante che vuol sottomettere. Alla tracotanza e all’aggressione si risponde con la forza della legittima difesa. Altrimenti non si è tolleranti; si è vigliacchi.   

IL SIMBOLO E’ IL LINGUAGGIO DEGLI ARCHETIPI

Il simbolo (da sym ballein = riunificare) è la parte emergente di un archetipo, che rinvia costantemente a ciò che emerso non è.

“Il simbolo – scrive Jean C.M. Travers – si scopre come un essere sensibile, avente consistenza propria, ma attraverso il quale si scorge una relazione di significato. Prima di significare, possiede già di per se stesso la sua propria natura. Dapprima si presenta come un essere sconosciuto per sé stesso, e solamente dopo, come un essere avente una relazione di significato con un altro termine”. [vii]

“Lo stesso autore cita queste parole di Brunetièr: «Il simbolo è immagine, è pensiero… Esso ci fa cogliere, tra noi e il mondo, alcune di quelle affinità segrete e di quelle leggi oscure che possono oltrepassare la portata della scienza, ma che non sono, per questo, meno certe. Ogni simbolo è in questo senso una specie di rivelazione». Il simbolismo è, infatti, una vera scienza che ha le sue regole precise e i cui principi emanano dal mondo degli Archetipi”. [viii] 

“La conoscenza e l’intelligenza del divino – dice Giamblico (De Misteriis, II, II) – non basta per unire i fedeli a Dio, altrimenti i filosofi, con le loro speculazioni, realizzerebbero l’unione con gli dei. E’ la esecuzione perfetta e superiore all’intelligenza di atti ineffabili, è la forza inesplicabile dei simboli che dà l’intelligenza delle cose divine”. [ix]

I quattro livelli del simbolo

Nel suo “Il codice segreto dei Templari”, Tim Wallace Murphy, citando Jhon Baldock (The Elements of Christian Symbolism, Shaftesbury, Element Books, 1997),  dà una definizione del rapporto con il simbolo di estremo interesse.   

Il primo approccio col simbolo – scrive Murphy – ha una valenza meramente esterna, superficiale e non mostra un significato più profondo e nascosto. Penetrando il secondo livello, si va oltre, grazie anche alla nostra sempre più raffinata conoscenza introspettiva del simbolo. Il testo comincia ad essere letto non soltanto con gli occhi, ma con la mediazione di una percezione che esula dai sensi, capace di affrancarlo dal dominio e dalla servitù dello spazio e del tempo. Approdati al terzo livello di interpretazione si deve procedere con grande cautela, perché, purtroppo, si corre sovente il rischio di informare di noi, delle nostre aspettative e in ragione della nostra sensibilità, il significato autentico del simbolo, attribuendogli un senso personale, che scaturisce dalla formidabile stimolazione cui va incontro la mente in questi frangenti. Invece la mente deve aprirsi e restare in questa condizione, per consentire alla valenza interiore del simbolo di dare il via a quel lavorio psicologico che lo mette in correlazione sul piano dello spirito con l’idea e l’immagine che vuole rappresentare, fino a condurlo all’interno della nostra personale esperienza di vita. A questo livello il simbolo acquisisce una speciale rilevanza per il soggetto che diventa più consapevole di sè e sviluppa una relaziohne intima e trascendentale con il resto del creato. Tuttavia, anche in questo momento si corre un rischio potenziale, vale a dire quello di far vibrare la propria accresciuta consapevolezza in un senso troppo personale ed egoistico, invece di assumere questa nuova crescita come un valore positivo, capace di permettere altri ed ulteriori proficui sviluppi spirituali.   Relativamente al quarto livello, Murphy riporta testualmente quanto scrive Baldock. “Al quarto livello, quello anagogico …. l’importanza che prima veniva ascritta all’aspetto fisico e materiale del simbolo scompare, per fondersi in una nuova, inedita forma di conoscenza … il simbolo stesso si dissolve e ciò che rappresenta incomincia ad occupare in modo totale ed assoluto la mente della persona. Dalla visione personale ci si eleva così a un’altra che va ben oltre la comprensione della mente razionale; è una condizione in cui sembra più corretto dire che invece di pensare è il pensiero stesso che entra in noi e ci permea. Questo è lo stadio in cui si innescano la contemplazione o la meditazione”.

“La meta del processo di trasformazione – scrive Anselm Grün – [x] consiste nell’unificazione degli opposti, nell’autorealizzazione dell’uomo. Il contrasto di fondo di fronte a cui si trova l’uomo è la tensione tra spirito e istinto. Si tratta allora di far passare l’energia degli istinti a un’altra forma, “per esempio ad una forma di pensiero o di sentimento (idea e valore); ciò sulla base e con l’aiuto di un archetipo preesistente… Il fascino che parte dall’archetipo fa si che l’energia dell’istinto (libido) devii dal percorso originale e si aggrappi al corrispondente spirituale”[xi] La trasformazione degli istinti avviene dunque, secondo Jung, a causa dell’azione dell’archetipo. Ma gli archetipi vengono attivati tramite riti e simboli, e portati alla conoscenza. Jung chiama i simboli “trasformatori”. Come una centrale di energia idrica trasforma l’energia dell’acqua in energia elettrica, così i simboli trasformano l’energia biologica in energia spirituale”.

“I simboli – scrive Jung[xii] – funzionano come trasformatori, in quanto trasferiscono la libido da una forma inferiore a una forma superiore”.

Gli archetipi e gli schemi archetipici vanno oltre la razionalità e trovano la loro forma espressiva nei simboli, i quali trovano risonanza nell’inconscio.

L’attivazione e la manipolazione degli archetipi e dei simboli ha pertanto un valore fondamentale nella determinazione di percorsi costruttivi o distruttivi, unificanti o divisivi.

Per lo scrittore francese Michel Tournier, scrivono Baigent, Leigh e Lincoln, “un «diabolo» è un simbolo divenuto autonomo, mutato in legge o principio autosufficiente, un mostro di Frankenstein scatenato, che vuol schiavizzare, se non distruggere, le persone che avrebbe dovuto servire. I simboli possono essere pericolosi e, come dice Tournier, chi di simbolo ferisce, spesso di simbolo perisce”. [xiii]

Esempi recenti di apparati simbolici “diabolici” sono stati, nel Novecento europeo, il Nazismo e lo Stalinismo. Himmler, con la Thule e l’Ordine germanico, voleva instaurare una nuova religione a capo della quale c’era lui con dodici sommi sacerdoti. Stalin, dopo aver studiato da sacerdote in un seminario teologico a Tiflis, si era rivolto, come molti dirigenti sovietici, al Cosmismo, nella ricerca dell’immortalità.

“Se i principi «spirituali» vengono distorti – scrivono Baigent, Leigh e Lincoln – il potenziale di distruzione è semmai maggiore rispetto al materialismo. Lo «spirito», se sfugge di mano, è molto più pericoloso della semplice materia. La «guerra santa» può essere la meno santa di tutte le guerre, che sia condotta da fondamentalisti islamici in Medio Oriente o da fondamentalisti cristiani in America”. [xiv]

Se si sostituisce “human lives matter  (le vite umane contano) con “black lives matter” (le vite nere contano) si compie una mistificazione pericolosa, che genera intolleranza e che, dietro un apparente movimento di liberazione dai fantasmi della storia, ne evoca i peggiori: quelli dell’intolleranza e dell’eliminazione delle identità, così come hanno fatto il nazismo, lo stalinismo, il maoismo, il regime cambogiano di Pol Pot.


[i] Salvatore Veca, Introduzione a Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

[ii] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[iii] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[iv] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[v] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[vi] Voltaire, Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

[vii] Jules Boucher, La simbologia massonica, Atanòr

[viii] Jules Boucher, La simbologia massonica, Atanòr

[ix] Jules Boucher, La simbologia massonica, Atanòr

[x] Anselm Grün, Il coraggio di trasformarsi, San Paolo edizioni

[xi] La citazione di Anselm Grün è riferita a C.G. Jung, Lettere, 20

[xii] Jung, Opere, Vol V, Boringhieri, Torino

[xiii] Baigent, Leigh, Lincoln, L’eredità messianica, Tropea editore

[xiv] Baigent, Leigh, Lincoln, L’eredità messianica, Tropea editore