Il nome del Senzanome

Il Tutto, infinita energia informata e cosciente, nell’indoeuropeo è stato indicato simbolicamente con Na (Acque primordiali), Ka (Acque luminose) e Eka, l’Uno, realizzazione nello spazio tempo di Na-Ka.

Affrontare la questione dell’Oiw pone immediatamente due problemi. Il primo riguarda le Triadi Bardiche, dalle quali apprendiamo le sue caratteristiche e il secondo l’Oiw stesso, in quanto nome di un Essere inconoscibile e, pertanto, innominabile.

L’Oiw si manifesta con: 
SkiantConoscenza
 Sapienza
 Saggezza
NerzForza
 Volontà
 Potere
KarantezAmore
 Creatività
 Produttività

Ancora una volta la sconosciuta energia infinita è definita come conoscente e saggia, quindi cosciente, forte, dotata di volontà, di amore e di creatività.

L’uso di tre vocali per chiamare un dio inconoscibile ed innominabile appare più che un nome un’invocazione. Molte divinità hanno nomi composti da vocali: il dio sumero EA e la sua forma indoeuropea, l’urrita A’a; Iô è uno dei nomi della Dea Madre; gli esseri divini alla testa di Shemsu-Hor o Anime divine (seguaci, emanazioni, compagni di Horus) si chiamavano Wa e Aa, detti Signori dell’Isola della Violazione; Yhwh o Yhwe (Yeoe); Vāyu, il vedico Signore delle energie vitali; Ioa, il demiurgo gnostico. Iahu, divina colomba, era il nome della Dea sumerica, epiteto poi passato a Geova. [1] Eros (Fanete, il Sole) era Iao[2]. In Giappone la legge mistica del cosmo viene chiamata Myō hō e “la legge mistica – scrive Daisaku Ikeda – in sostanza è analoga a ciò che in altre religioni viene chiamato Dio, ma è diversa da Dio in quanto è totalmente immanente all’universo e alla vita umana”.[3]

Myō hō ha molte affinità con il Tutto di energia informata, significante e cosciente.

Vocali per il Divino

Per quale motivo le vocali sono spesso usate per definire o invocare la divinità?

“Nei «tempi storici» – scrive Guy Trévoux –  pare che i Greci e gli Ebrei ellenizzati abbiano considerato queste primitive articolazioni delle vocali immediatamente dettate all’uomo dell’inconscio, ossia dalla Divinità, per cui ritennero di poter dedurre, partendo dalle sole vocali, il nome della Divinità stessa o le acclamazioni più adatte ad invocarla. Essi pensavano infatti che fosse inutile ricercare l’etimologia di parole quali Evohe (Evoe) o Yahwe (Yaoe) che divennero, ancor più tardi, l’esclamazione Aeiou dei Compagnons du Tour de France, pronunciato quando questi si trovavano all’aperto per evocare così, inconsapevolmente, la Divinità nella sua forma primordiale” [4].

Tuttavia Trévoux non rinuncia ad una ricerca etimologica e propone una derivazione di Yahwe ed Evohé da Iô, uno dei nomi della Dea Madre, e collega Iô a Vāyu. La Wau, spiega Trévoux, deriva da un geroglifico egiziano che rappresenta un uomo in preghiera con le braccia alzate, la sua sonorità è intermedia tra F,W,Ô, OU, U e ha assunto il significato di ponte, di mediazione tra cielo e terra. Interessante anche constatare come una città sacra come On (Eliopoli in Egitto), luogo primario del regno degli Shemsu Hor, fosse anche chiamata Aunu, Ounu, Iwnw.

Non mancano, dunque, gli esempi, nel mondo antico, di vocalizzazioni di un nome della Divinità che rimane tuttavia sconosciuta o di luoghi sacri. Il riferimento etimologico più interessante lo abbiamo nell’indoeuropeo e nel sanscrito.

Nella vocalizzazione dell’indoeuropeo troviamo le vocali a, i, u, r (sonora), essendo la e e il dittongo ai incrementi di i e la o e il dittongo au incrementi di u.

Il significato della i è: moto continuo, andare, alzare. Il significato della u è: stasi, permanenza, stabilità, forza.

Nel nostro caso siamo di fronte con OIU (la grafia W è equivalente a U) ad una stabilità e ad una forza enfatizzata (o), ad un alzarsi, andare, ad un moto continuo (i) e ad una nuova stasi, ad una permanenza, ad una forza, in questo caso non enfatizzata. Parrebbe un respiro trinitario, dinamico, la cui valenza non cambia se ne modifichiamo la grafia in IOU, essendo i tre aspetti della stessa realtà un equilibrio dinamico.

OIU o IOU, considerata l’equivalenza di O e U, potrebbe anche essere letto UIU o IUU. L’aspetto invocativo dell’esclamazione appare evidente. Le seguaci di Iô, ad esempio, gridavano Iou-Iou.

In OIV o IOV troviamo il dittongo Io, la vacca di Giove, uno dei nomi della Dea Madre mediterranea. Iô è vacca come Brighit, come la vedica Aditi, come l’egizia Hathor, ossia donatrice di latte luce, energia vitale che dal cielo scende sulla terra, luce superiore. Iô diventa la vacca di Giove solo dopo l’avvento degli dei patriarcali, ma prima di questa inversione di valori è l’autonoma donatrice della vita.

Anche in Giunone, Iuno, troviamo le stesse vocali e anagrammando troviamo lo stesso suono della pronuncia di OIV, ossia, Oiun.

Juno si interessa alle calende, ovvero al calendario, come Jano ed è quindi possibile che esistesse un’antica coppia divina di Juno e Jano, precedente a quella Juno Juppiter. Jano è un dio degli inizi, dei primordi, un dio iniziatore, divinità di tutti gli ambiti. Jano, dalla radice indoeuropea yā, significa andare, passare, agire, entrare, uscire. Jano è dunque dio del “passo” o del “passaggio”, è mobile, come il dio del vento e dell’aere Vāyu.  Jano è stato concepito come aere o come guardiano dell’aria per due ragioni: perché l’aere è il passo naturale tra terra e cielo e perché è “genitor vocis”, così come il Vāyu vedico, che è il sostrato della Vāc, la parola che crea. Vāyu è concepito come le quattro direzioni dei venti, Jano come due forze e due aspetti opposti riuniti.[5]

Vāyu è il dio che ha l’onore di essere invocato per primo.

In un mito dei Brāhmanas si narra che quando Indra combattè contro Vritra, non convinto di averlo ucciso con la sua lancia, pensò, con gli altri dei, che sarebbe stato opportuno andare a controllare. Venne chiesto a  Vāyu di eseguire questo compito e Vāyu chiese cosa gli dei gli avrebbero dato in cambio. “La prima invocazione rituale,  vasat, nel sacrificio del Re Soma”, risposero. Vāyu andò, constatò la morte di Vrtra e si guadagnò così il primo posto tra gli dei.

Data la sua totale flessibilità e la sua reversibilità e il suo essere primo, Vāyu corrisponde adeguatamente al mistero e all’ambiguità del “Nascosto”, ovvero del dio inconoscibile e originario.

Oiun è, come s’è detto, un suono molto simile a quello di Vāyu, dio vedico del vento, “ovvero del soffio vitale dell’energia di vita (prana) che rende possibile ogni esistenza manifesta. In Rg Veda, X,90.13, esso viene indicato come «respiro del Purusa»”, [6] il Purusa divino, il Toro quadricorno, le cui corna sono: Esistenza, Coscienza, Beatitudine e Verità infinite. [7]      

Vāyu, in quanto soffio vitale dell’universo, respiro del Brahman, è il Signore della Vita. Vāyu nel mondo vedico, quando si tratta dell’azione divina delle forze della vita nell’uomo, viene sostituito da Agni, nella forma di cavallo vedico. [8]

Va notato come l’assonanza Oiun Vāyu e la concordanza delle funzioni (respiro dell’Essere) possono indicare la comune origine.

Interessante anche il riferimento a Yhwh (Yahve o Ieue), divinità del mondo ebraico. Il dio inconoscibile è l’En sof, che trascende completamente la creazione. Quando l’En sof si concentra (Sim) e poi emana (Sum) abbiamo un processo dinamico composto da Yod – emanazione, he – creazione, waw – formazione, he – realizzazione.  Yawe (Ieue), è la rappresentazione di tutti i mondi e di tutti i livelli della realtà.

Una modalità espressiva universale

Il fatto che dei dittonghi o dei complessi vocalici costituiscano il nome degli dei o definiscano la dinamica della manifestazione di un unico dio sconosciuto e inconoscibile o, infine, rappresentino una invocazione al Divino in lingue tra loro diversissime come l’indoeuropeo e gli idiomi derivati, gli idiomi di ceppo semitico o il giapponese, ci induce a pensare che questi complessi vocalici appartengano ad una modalità espressiva universale, che risale alle prime espressioni dell’uomo.  

Siamo di fronte a complessi vocalici usciti spontaneamente dall’inconscio ed esprimenti, come avviene ancora oggi, insieme stupore, meraviglia, gioia, successivamente accostati ad azioni o a modalità comportamentali, come lo stare, l’andare, per poi complessificarsi in parole e frasi.

Se così fosse potremmo ben dire che il pensiero dell’uomo era rivolto al Divino sin dalle sue lontane origini e che sin da quei tempi remoti l’uomo lo ha invocato con forme come OIU, YEVE, IÔ, AA, EA, WA, EVOE, UAIU, che nella sostanza sono la medesima invocazione.

Se poi consideriamo più da vicino la cultura celtica dell’Europa nord occidentale e ne constatiamo la caratteristica sincretica della grande tradizione della Dea Madre (IÔ, IUNO, ecc.) con quella patrilineare indoeuropea, possiamo pensare che i Druidi non abbiano avuto difficoltà a coniare un nome-invocazione del Divino che, come OIU non si discostasse dalle due tradizioni. Lo stesso dicasi per l’innesto successivo, dove lo schema OIU è simile, nell’essenza, a quello ebraico (e cristiano) di YEUE.

Lo stesso ragionamento lo possiamo fare per gli schemi trinitari (la Dea è triplice, il Brahman lo è come Sat-Cit-Ananda, triplice è lo schema classico indoeuropeo e triplice è la divinità cristiana).

Un’attenzione particolare, dopo quanto s’è detto, va posta a Iô. Se, infatti, OIU (n) è assonante con il vedico Vāyu, Iô, la vacca divina, forma della Potnia, è anche Iao (‘Ιω ‘Ιωό ) assonante con IOU (n), altra forma di Oiw.  Iô è la divinità principale degli Ioni (Ιωνες) così chiamati  da uno Iων, nipote di Ellen, padre di Aiolos, eroe supremo degli Indoeuropei. Jon fa dunque il paio con Ellenes, essendo entrambi indoeuropei ed essendo gli Ioni provenienti dagli altipiani della Frigia. Indoeuropei, del resto, erano anche gli Achei. Gli Iones erano figlio di Iô – Iao.

Un interessante riferimento riguarda En-Ki, divinità dell’acqua dolce che si trova nel sottosuolo e che da questo affiora (sorgenti), assimilato ad EA sumero, divinità del getto d’acqua e della residenza nell’acqua, dimorante nell’Apsu (l’abisso, come l’Annwn delle Triadi bardiche), dio civilizzatore grazie, appunto, all’acqua dolce, che favorì l’allevamento del bestiame e l’agricoltura.

Maria Teresa Camillani, nel suo interessante saggio sulle antichità adriatiche e tirreniche[9], propone un collegamento tra Iô  e l’acqua. “Iô – scrive- è l’acqua; a mio avviso  la forma greca è la trascrizione del dio sumerico EA (È-A), che cerca di rendere il nome AIA o forse IA, Ia’U (in testi neobabilonesi e neoassiri si trovano E-A e A-E), di un personaggio divino proprio dei Semiti e da loro sincretizzato in EN-KI, «Residenza dell’acqua o nell’acqua»”. [10]

“Sin dai poemi omerici – scrive ancora la Camillani – troviamo usati aia e aion. Questi due nomi sono probabilmente due formazioni derivate dal dio semitico AIA sopra ricordato, che si sono diversificate a livello morfologico e semantico: il primo significa “terra”, il secondo “riva”. Se teniamo presente l’equivalenza di EA e EN-KI («Residenza dell’acqua o nell’acqua») arriviamo a capire αια, terra, i cui contorni si sono realizzati dalle acque, terra circondata o lambita dalle acque, e di αιων (aion, ndr), riva, che è appunto delimitato dall’acqua. …. Il dio accadico EA, immigrato nell’Argolide «assetata», povera d’acqua, è divenuto col tempo una sacerdotessa: a questa si è assegnato il padre, che è un dio delle acque dolci (Inaco,ndr)”. [11]

EIA, inoltre, è un’antica divinità illirica, femminile di EUS, buono. [12]

Iô, secondo Uberto Pestalozza, è caucasica Mater illustre e Ιων (Ion) eponimo degli Iones era figlio di Iô e paredro della Dea. [13] 

Iô e Iôn costituiscono  una coppia divina antichissima, di origini indoeuropee e potrebbe avere qualche parentela con quella di Juno e Jano.

Iô, a contatto con la cultura pelasgica mediterranea si fonderà con Hera e, successivamente sarà sottoposta, per inversione patrilineare, al volere di Giove.

L’evidente contaminazione della cultura celtica con le altre culture indoeuropee e mediterranee è chiaramente resa palese dal viaggio di Giasone, intimamente legato ad Hera. La nave di Giasone, costruita da Athena con un pezzo della quercia oracolare di Dodona incastrata nella prora, dall’Adriatico penetra in una delle bocche dell’Istro e dall’Istro nell’Eridano (il Po) e da questo nel Rodano, finalmente avendo sulla destra i Celti e sulla sinistra i Liguri. La nave raggiunge poi il mare di Sardegna, approdando in Lazio, Campania, Lucania. [14]

Giasone costruisce templi ad Hera ed è chiaro che il simbolico viaggio dell’eroe rappresenta la diffusione del culto di Hera nel Mediterraneo e in terre celtiche e liguri. n questo caso il sincretismo di OIU (n) IOU (n) potrebbe contenere in sé il profumo antico della Dea Madre Iô, Mater illustre indoeuropea, fusasi con la cultura pelasgica mediterranea.

 La Tradizione druidica si inserisce, anche in questo caso, in quella più ampia riguardante il nome del divino, ma il nome del divino druidico ci riserva una sorpresa finale.

Come è normale nella forma mentis antica, che si avvaleva di enigmi, OIV può essere anche IOV, VIO, OVI, oppure VOI e infine IVO e *ivo è anche la radice di ivin (bretone) che significa Tasso. Il Tasso, pertanto, si propone come l’albero millenario che rappresenta il divino nella sua forma manifestativa di Skiant, Nerz e Karantez.

Per i Druidi la Parola era l’’imbas forosnai (scienza che illumina), ossia la veggenza, l’altra vista.

La saggezza, in irlandese ciall, in gallese pwyll e poell in bretone, è il buon senso, la buona vista; è l’intelligenza, la chiaroveggenza. La radice *vis dà saggio, sapiente, da *vistu, forma che si converte in vid = sapere, conoscenza ( vecchio irlandese fiss e irlandese fios). A *vis si oppone duí, ignorante, incolto, da du-vis, che non sa (anche *an-vis).

Il Druida è poeta, quindi conosce la parola di potere e usa la fis, la visione per prevenire gli avvenimenti.

Nella Razzia delle mucche di Cooley, la regina Medb interroga una veggente riguardo al destino del suo esercito. “Qual è il tuo nome?” chiede Medb alla fanciulla. “Fedeln, profetessa del Connaught è il mio nome”, dice la fanciulla. “Donde vieni?” chiede Medb. “Dalla Scozia, dopo aver appreso colà la scienza dei Filid” dice la fanciulla. ”Hai la scienza dell’illuminazione?”, chiede Medb. “Si, in verità”, dice la fanciulla. “Allora, guarda per me come andrà la mia spedizione”. [15]

Il pensiero druidico è molto vicino a quello dei presocratici e degli Egizi. Il pensiero di Eraclito, scrive Jean Markale, è vicino a quello druidico[16], laddove la natura e l’universo sono regolati dal Logos, dove parola, ragione, meglio, relazione, sono verità e sinonimo di divinità. Il Logos eracliteo è l’ordine universale espresso e riversato nella molteplicità del divenire, è il ritmo dell’universo, è la legge universale che opera nel mondo, una legge divina che guida magistralmente il mondo, una mente che muove il cosmo attraverso il cosmo stesso: “Una è la sapienza, conoscere la mente che per il mare del Tutto ha segnato la rotta del Tutto” (Eraclito FR 13 Diano).

“Per i Druidi e per i Bramini, il principio donatore della vita e alla base del potere era la parola di verità causa ultima di tutti gli esseri”. [17] Secondo quanto insegna la Tradizione druidica che emerge dai testi raccolti da Iolo Morganwg, quando la divinità pronunciò il suo nome, insieme alla parola esplosero la luce e la vita. Dalle tre note del nome emersero tre lettere che diedero origine a tutte le altre. Alle tre lettere primordiali fu dato il significato di Oio, o Oiv, e in seguito Oiw, ma nessuno sa come pronunciarle. Ad un Bardo è vietato pronunciare il nome del divino  è vietato pronunciarlo, se non interiormente e con il pensiero. Le lettere possono essere diffuse, ma non la loro pronuncia. Solo chi ha l’Awen percepirà il segreto.

I Druidi veneravano il potere della parola, che era munita di forza e di vitalità. Attraverso la verità, dicevano, “la terra perdura”. La Verità era la Parola e la Parola sacra e divina non doveva essere profanata. [18]

La Poesia è una parola ben costruita, indotta dall’ispirazione (l’Awen). Il poeta ”iniziato – scrive Phlippe Jouët – è capace di assumere tutti gli stati, di realizzare tutte le congiunzioni. Cessando di essere se stesso, egli diviene un’immagine dell’Universo, un ricettacolo dell’energia che lo anima, l’Awen”. [19]

La lingua dei poeti è la bérla na filed (bél = labbra più il suffisso –re), ossia le labbra che parlano. Tale poesia è un verbo vivo, che stabilisce delle corrispondenze con le potenze: dèi o demoni.

“Non c’è – scrive Guéhnnec – una lingua sacra celtica, e ancora meno «sacerdotale», funzionanti in vani chiusi, solamente dei livelli di linguaggio e delle tecniche poetiche e altre, che sorgono dalla tradizione formale. Nel mondo germanico, la lingua poetica è detta «lingua degli dèi» e si esprime in kenningar o «enigmi» oscuri”. [20] “Come in tutte le tradizioni pagane – aggiunge Guéhnnec – essi [i Celti] avevano dei segreti, dei misteri, delle iniziazioni, secondo gli ordini e la natura (confraternite guerriere, contadine, di mestiere). Ma la parola costruita, fosse essa segreta, non aveva altro fine che di accogliere il sacro, ciò che lega gli uomini agli dèi ed il corpo con il verbo alla potenza senza discorso che costituisce il mondo”.

La parola ben costruita è in indoeuropeo *vek (voce) os tek. La parola dalla radice *vek porta all’indù vac, la parola di luce.

In relazione al tema della parola incontriamo uno dei più grandi poeti del mondo celtico, evemerizzato e divenuto un personaggio mitico: Taliesin; ma anche Merlino, Myrddin, che è il “maestro della parola annunciatrice”, il quale, in quanto nato senza padre e pertanto senza predecessori, è il verbo primordiale; è l’incarnazione del verbo-sapere. 

Taliesin è il lógos, partorito dalla Dea Ceridwen. Il mito narra che Ceridwen avesse dato da custodire al nano Gwyon un calderone con una pozione magica, preparata per suo figlio, al fine di  donargli la conoscenza. Il nano urtò il calderone dal quale uscirono tre gocce che scottarono il suo pollice. Succhiato il pollice, il nano divenne un illuminato, ma la pozione fu resa inservibile. Ceriwen inseguì il nano per punirlo, ma Gwyon si trasformò in lepre, pesce, uccello e, infine, in un chicco di grano. La Dea lo braccò, trasformandosi a sua volta in animali predatori e, infine, in una gallina nera che ingoiò il chicco di grano. Rimasta incinta, Ceridwen partorì Taliesin.

E’ evidente il percorso iniziatico del nano per diventare Taliesin.

Il rapporto gallina nera, chicco di grano (simbolizzante la luce) ricorda quello tra le Acque primordiali (Na), il nero abisso che contiene Ka (le Acque luminose), dal quale prende origine Eka, l’Uno, detto Hiranyagarba, il germe luminoso del mondo.

Taliesin, nel venire al mondo come bambino, dopo essere stato partorito da Ceridwen, intona un gwuawd, un canto di lode. Di fronte a lui i bardi rimangono senza voce. Il suo equivalente irlandese è Fintan Bóchra, il fuoco brillante della parola.

Nel mondo celtico la parola è azione e potere. Esistono parole di medicina e parole invocatorie. I Druidi agiscono con i geasa (singolare: geis), ossia con gli interdetti. La satira di un Druida (dichetal in druad) può rendere brutto, laido, sia fisicamente, sia psicologicamente.

La maledizione suprema, il glam dicinn, è un grido che paralizza la volontà dell’avversario. [21] Un grido è parola-azione. Diaspad è un grido che esprime il malcontento, il malessere. Diaspad uwch Annufn è il grido acuto al di là dell’Abisso.

Le parole dei Druidi sono pertanto parole-azione. “Questo potere della parola si raddoppia nella potenza del «soffio», che ha dato origine all’immagine del «vento» druidico….”[22]

Giamblico, che ci riporta il pensiero dell’antico Egitto, scrive: “Voglio spiegarti il modo della teologia degli Egiziani, perché questi, imitando la natura dell’universo e la creazione divina, fanno vedere mediante simboli alcune immagini di certi pensieri mistici e nascosti e invisibili, allo stesso modo in cui anche la natura ha manifestato attraverso simboli le ragioni invisibili mediante le forme visibili e la creazione divina tratteggia la verità delle idee attraverso le forme manifeste”. [23]

Nel libro XVI de: “La rivelazione segreta di Ermete Trismegisto”, Asclepio spiega come la lingua sequenziale greca non renda il senso chiaro delle parole, così come lo è per la lingua egizia, in quanto è in questa lingua che “la qualità stessa del suono e il [tono] dei nomi egiziani ….hanno in sé l’energia delle cose che esprimono”.

Noi, dice Asclepio, “non usiamo parole, ma suoni pieni d’azione”, in altri termini energia, vibrazione, lavoro creativo.

Su questa definizione di “suoni pieni d’azione” è opportuno appuntare la nostra attenzione, così come l’hanno appuntata molti studiosi, per comprendere il complesso intreccio tra suoni (vibrazioni), energia, forme geometriche, algoritmi, simboli ed archetipi. Intreccio che costituisce il tessuto del cosmo. Lo afferma anche il filosofo, teologo e paleontologo cristiano Teilhard de Chardin, quando scrive: “Ogni elemento del Cosmo è concretamente intessuto di tutti gli altri”.

Il mondo non è altro che un’invocazione, dove la parola dell’essere umano è la eco della Parola e ad essa si unisce nella infinita vibrazione energetica che, metamorfosandosi, origina il divenire della realtà.

© Silvano Danesi


[1] Robert Graves, I miti greci, Longanesi

[2] Robert Graves, I miti greci, Longanesi

[3] Daisaku Ikeda, La vita, mistero prezioso, Sonzogno

[4] Guy Trévoux, Lettere, cifre e dei, Ecig

[5] Vedi in proposito Uberto Pestalozza, Nuovi saggi di religione mediterranea – Sansoni

[6] Sri Aurobindo, Il segreto dei Veda, Aria nuova edizioni

[7] Vedi Sri Aurobindo, Il segreto dei Veda, Aria nuova edizioni

[8] Vedi Sri Aurobindo, Il segreto dei Veda, Aria nuova edizioni

[9] Maria Teresa Camillani, Antichità adriatiche – Antichità tirreniche – Ellemme

[10] [10] Maria Teresa Camillani, Antichità adriatiche – Antichità tirreniche – Ellemme

[11] Maria Teresa Camillani, Antichità adriatiche – Antichità tirreniche – Ellemme

[12] Vedi Maria Teresa Camillani, Antichità adriatiche – Antichità tirreniche – Ellemme

[13] Vedi in proposito Uberto Pestalozza, Nuovi saggi di religione mediterranea – Sansoni

[14] Vedi in proposito Uberto Pestalozza, Nuovi saggi di religione mediterranea – Sansoni

[15] Da Françoise Le Roux – Christian J Guyonvarc’h, I Druidi, Ecig

[16] Jean Markale, Il Druidismo, Mediterranee

[17] Peter Berresford Ellis, Il segreto dei Druidi – Piemme

[18] Peter Berresford Ellis, Il segreto dei Druidi – Piemme

[19] Introduzione di Philippe Jouet a Yvan Guéhennec, Les celtese et la parole sacrée. Editions Labe LN

[20] Yvan Guéhennec, Les Celtes et la parole sacrée, Editions label LN

[21] Vedi. Yvan Guéhennec, Les Celtes et la parole sacrée, Editions label LN

[22] Yvan Guéhennec, Les Celtes et la parole sacrée, Editions label LN

[23] Giamblico, Il mistero degli Egiziani, Bur