Questo articolo, in sé compiuto, è la continuazione degli articoli: “Il Circolo “campo” del Tutto divino”, “Il Tutto energia e il Demiurgo che ordina”, La coscienza del Tutto” e Lacerti di un mondo perduto -1

L’esame delle radici indoeuropee è tratto dal testo  di Franco Rendich, Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee, L’indoeuropea editrice.

Rta, la Legge divina

Ponendo la nostra attenzione all’inno vedico dell’inizio (Rig Veda V, 10,129 – in “Lacerti di un mondo perduto – 1) apprendiamo che l’ardore (tapas) suscita, oltre alla nascita di Eka, l’uno (universo) anche Rta, la Legge divina e Satya, la Verità.

Ritam (Rta) in sanscrito è legge, regola e rtu significa cicli di natura. I due termini derivano dalla radice indoeuropea r – ra – ar, dal significato di “muovere verso”, “aprire”, “arrivare”, “ottenere”, “preparare”, da cui i termini greci aréskō (fare bene), aretē (virtù, valore, eccellenza), áristos (migliore, eccellente, nobile) e il latino artifex (artefice).

Rta è, usando le radici del metodo Rendich, [1] r (muovere verso) + t (moto che passa oltre) + a (effetto dell’azione).

Rta, pertanto, è la legge divina del divenire, che nasce con la nascita di Eka, l’Uno (universo), del quale rappresenta la legge invariante.

Questo concetto è oggi reso dalla scienza con la simmetria, che è “cambiamento senza cambiamento”, come afferma il teorema di Emmy Noether (1882-1935), al quale si è accennato nell’articolo: “Il Tutto energia e il Demiurgo che ordina”.

“L’espressione – spiega Frank Wilczek – può intimorire, ma il suo significato è semplice: le stesse leggi della fisica che valgono oggi valevano in passato e varranno in futuro”. [2]

Mutano gli eventi, ma non le leggi che li regolano.

Nell’area semantica di Rta troviamo anche, derivanti dalle radici r-ar-ra, i latini ritus, erigo, armonia e orior (sorgere, da cui oriente).

R vibrazione primordiale

Rta introduce la consonante r che corrisponde alla vocale ŗ che nella forma verbale significa muovere, muovere verso, giungere, raggiungere, fluire.

La r sonora è il modo dell’agitarsi del silenzio, la vibrazione della manifestazione.

Dalla r derivano le radici *ar, *ir, *ur, *ra, *ri, *ru.

Ra e ri danno il senso del fluire. La radice *ru ha il significato di arrivare con intensità e si riferisce ai suoni ed è all’origine del verbo ru, gridare. La radice composta *ruc faceva riferimento al giungere alla luce in cielo. In sanscrito ruc è splendere. Il ruggito, ruta, è l’espressione dell’energia vitale e della luce.

Le radici ur e ru – scrive Rendich – “designavano le tre principali vie attraverso le quali, con forza impetuosa [u] ci giungono [r] gli stimoli del mondo esterno: la via «uditiva», quella «visiva» e quella «cinestesica». [3]

Dalla radice b deriva bios, energia vitale. In sanscrito bhās è splendere, da cui phōs, luce. Bŗh in sanscrito è crescere, espandersi, espandere la coscienza, crescere spiritualmente. Br significa espansione (da cui l’indù Brahma e la celtica Brighit)[4]. L’energia vitale b si espande r.

Le rune e la vibrazione creatrice.

Le rune sono un’altra testimonianza del valore della r e, contemporaneamente, di un percorso manifestativo del divino. La scienza magica e le rune che ne sono l’espressione tangibile garantiscono, a chi le possiede, il potere su ogni entità del mondo. Esse sono il tramite per il quale si entra in contatto con la forza stessa della vita. La loro conquista è, pertanto, il frutto di un processo di iniziazione, nel quale l’essere è sacrificato all’essere: Odino a se stesso.

Mario Polia, nel suo “Le Rune e i simboli”,[5] fa notare che tra le principali etimologie per la parola «runa», quella che fa capo al Pokorny la riporta all’indo europeo reu-, radice che indica il muggire, brontolare, borbottare tra i denti. Da tale radice discende il latino rumor, rumore; antico islandese ryna, sussurrare, rymja, brontolare, rúna, mistero. Nel finlandese runo si riferisce sempre e solo ai canti epici o a carmi magici. Nell’antico irlandese rūn è mistero. Nell’antico inglese run è segreto e runyan mormorare. L’antico irlandese ci dà rún e comrún (segreto messo in comune).[6] Taliesin usa il potere del rhinwedd (conoscenza segreta).

Poiché per gli indoeuropei è vietata la scrittura per trasmettere la tradizione, la trasmissione del rin è orale al fine di evitare, tra l’altro, ogni lettura estranea e avviene da bocca a orecchio, come si evince dal mito riguardante Ogmios, l’Ercole celtico.

Nel linguaggio ogamico r è associata a Ruis, il sambuco e al rosso, all’arrossamento, simbolo dell’ardore: l’agitazione primordiale.

“I Druidi conoscevano i misteri, i segreti del mondo, ciò che i Celti esprimevano con il termine rin-, equivalente al germanico run. Il rin è ciò che il profano non deve conoscere”.[7]

L’insieme delle radici riguardanti il termine runa ci consegna il doppio significato di espressione vocale (parola, canto) e di segreto.

La runa, quella scritta, è pertanto la cristallizzazione di una vocalità misteriosa e segreta: una vibrazione capace di creare. L’arte della parola e del canto è legata al potere creatore, perché in essa è contenuta la sapienza stessa del dio. La parola è il momento fondamentale del processo creativo, non solo perché il dono della parola fu fatto agli uomini dagli dèi, ma perché la saggezza originaria si manifestò attraverso la parola. “Allora la testa di Mimir pronunciò/con senno la prima parola/ e disse le rune veraci”. La parola è dunque sacra, la parola è potente, perché è pensiero in azione.

Odino rimase 9 notti appeso all’albero del mondo per apprendere la sapienza della rune e Odino è il dio che urla ed è colui che possiede la parola creatrice.

“Chi crea (il poeta, il sacerdote, il mago creano attraverso la parola) ripete l’atto archetipico della creazione e crea mediante la potenza diffusa in tutto l’universo e per virtù del soffio vitale (önd) che Odino infuse nell’uomo. Chi conosce può conoscere in quanto è il dio che è in lui che conosce (o riconosce o «si ricorda» di se stesso)”. [8]

Nelle Rune il processo manifestativo.

Focalizziamo l’attenzione sulla runa Raidô, che rappresenta il sole nascente ed è la parola che si fa luce. In sanscrito svara è luce e swar è suono.

Raidô, scrive Polia “contiene in se l’idea di «suono» e «movimento» e indica l’effetto del disserrarsi della «bocca» divina: l’inizio della «rotazione» universale”. [9]

Raidô nella serie runica viene dopo Fehu, che rappresenta “il soffio non ancora modulato, non ancora divenuto parola”[10] (il silenzio rituale, nel quale stette Odino per nove notti, al fine di avere la Scienza runica); dopo Ûruz, la potenza del Caos non ancora ordinato dalla parola ordinante del Verbo; dopo Purisaz, la “potenza racchiusa nella «pietra» che può essere ridestata e ordinata”[11], come mostra il mito di Torr che sconfigge il gigante Hrungnir, il gigante dal cuore di pietra. Anche Mimir è un gigante ed è il custode della fonte della sapienza (letteralmente della memoria).[12]Nella serie runica, infine, prima di Raidô c’è Ansuz, il soffio vitale, l’energia divina che anima il cosmo

“La runa è identificata – scrive Polia – espressamente con Odino. Nei Veda il suono primordiale è il primo sacrificio del Supremo: l’Unità si autosacrifica emettendo un «canto» che è contemporaneamente «luce»; «Dalla bocca (di Atman) nacque vāc (la Parola, il Verbo) e da vāc balzò fuori il dio Agne (il Fuoco del sacrificio, il Fuoco d’Ariete). Questo passaggio dal Silenzio primordiale al Canto è detto, in India, sphota, «apertura» analoga al dischiudersi di un fiore. E’ il passaggio dall’oscurità alla luce: Parola delle Origini è «massa di suono puro», «etere radiante», «etere che ha la luce del diamante-folgore» (vajra-akasha)”. [13]

 “Nei Veda – sottolinea Polia – la Morte, intesa come oscura origine della Vita, per crearsi un corpo canta un inno di lode e questo inno è un canto a piena voce (ark) che si accompagna alla gioia (ka) e crea il Cosmo”. [14]

Prima di proseguire è interessante quanto afferma W. Jaeger (La teologia dei primi pensatori greci): “A quanto pare, l’idea del caos è eredità preistorica dei popoli indoeuropei, poiché deriva da cascw, «essere spalancato», e la mitologia nordica forma dalla stessa radice gap la parola  ginungagap per la medesima idea dell’abisso spalancato che il mondo era da principio”. [15]

Caos, dunque, non è disordine e confusione (l’antitesi caos ordine è moderna), ma è l’abisso spalancato.  

La serie runica che precede Raidô rappresenta, come sì è visto,  “il soffio non ancora modulato, non ancora divenuto parola”[16], la potenza del Caos non ancora ordinato dalla parola ordinante del Verbo, la “potenza racchiusa nella «pietra» che può essere ridestata e ordinata”[17] e  il soffio vitale, l’energia divina che anima il cosmo.

In sintesi, le rune descrivono il processo manifestativo dove l’energia divina che anima il cosmo (Ansuz) attiva la potenza racchiusa nella “pietra” che può essere ridestata e ordinata (Purisaz), che si mostra come potenza del caos non ancora ordinato dalle parole del verbo (Ûruz) e come soffio non ancora modulato, non ancora divenuto parola (Fehu). Infine, arriva la parola ordinante: Raidô, suono e movimento dovuto al disserrarsi della “bocca” divina.

Siamo, con tutta evidenza, di fronte al racconto sapienziale della manifestazione.

La manifestazione nel Prologo del Vangelo di Giovanni

Il tema della Parola come agente della manifestazione è stato, non a caso, introdotto, sia pure in epoca tarda, nei rituali massonici con l’utilizzo del Prologo del Vangelo di Giovanni, che costituisce la chiave interpretativa dell’insieme dell’apparato archetipico e simbolico della Massoneria.

Nel Prologo del Vangelo di Giovanni è, infatti, scritto: “Nel Principio (arché) era il Verbo (lógos, ndr) e il Verbo (lógos, ndr) era presso Dio [theón,ndr] e il Verbo (lógos, ndr) era Dio [théos, ndr]”. Egli [il logos,ndr] era, nel principio [archè,ndr], presso Dio [theón, ndr]: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”.

Per i Druidi, scrive Jean Markale, la creazione è continua e perpetua e Dio non è, ma diviene. [18] Ed è così anche per Giovanni, visto che théos, deriva da theeîn, correre e theâsthai, vedere e dà, pertanto, l’idea di un procedere verso l’evidenza, di un continuo manifestarsi. In théos è racchiuso il significato di un continuo muoversi verso la manifestazione.

In Arché, risiedono:

  1. il Sophon, l’aperto (la potenzialità dell’apertura), che è la luce della ragione che rischiara il mondo (ragione intesa come potenza dell’Essere);
  2. Fanes- Eros, la Luce al di là della luce, che è impulso, essenza primigenia vivificatrice dell’universo;
  3. Lógos, che è azione, energia, vibrazione, progetto, lavoro ordinante, comunicazione e relazione ed è l’aspetto creativo dell’Arché, che risponde alla Ragione del Sophon e all’impulso di Fanes-Eros, creando materia e una rete di vita universale (Zoé). Possiamo anche pensarlo come un processo emergente ed autoorganizzantesi che regola i flussi di energia e di informazioni; un costruttore sapiente di programmi e trasformazioni che hanno presieduto all’origine della vita e l’hanno accompagnata nella sua evoluzione.

Physis è la Natura creatrice, il materno fondamento del mondo, l’abisso da cui tutte le cose salgono, il grembo che tutto partorisce, l’eterna madre immutabile. Physis é l’altro aspetto dell’Arché, il “fondamento materno del mondo”[19]. La Physis, scrive Eugen Fink “è anche ciò da cui la luce erompe, il luminoso apparire del fuoco cosmico che assegna alle cose la visibilità del loro aspetto”. [20]

Infine, Zoé è la grande rete della natura universale.

Dionigi Areopagita parla del divino come di colui che ha posto nelle tenebre il proprio nascondiglio, luogo ove  “i misteri semplici e assoluti e immutabili della teologia”, ossia del parlare del divino, “sono svelati nella caligine luminosissima del silenzio che insegna arcanamente”. [21]

Bernardo Silvestre (Schola di Chartres), nel suo commento al “De Nuptiis” di Marziano Capella scrive. “In una certa traduzione della Genesi si legge che lo spirito del Signore covava le acque; e «acque» e «abisso» significano l’insieme degli elementi non ancora reso splendente dal suo ornato: e su di esso, come una chioccia sull’uovo rotondo, perché ne esca il pulcino, incombeva lo spirito di Dio, mentre preparava quella materia a produrre da sola i viventi”. [22]

Nel Prologo è racchiuso il segreto dell’origine dell’universo in quanto rapporto tra l’Archè e il Lógos, che nell’Archè risiede, presso se stesso e che dell’Archè è azione illuminante, improntante e ordinante.

Tale segreto ci è proposto anche negli inni vedici nel rapporto tra le Acque oscure Na e le Acque luminose Ka, che nelle Acque oscure risiedono e si attivano per ardore, emanando Eka, l’Uno, Hiranyagarba, il germe dell’universo.

Anche il Lógos, in quanto azione illuminante, improntante e ordinante dell’Arché, crea ogni cosa esistente nell’universo.

Il parallelo tra il testo giovanneo e i testi vedici è evidente, ma lo è tanto più se si prende in considerazione il rapporto tra le consonanti indoeuropee r e l e quello tra le consonanti d e t.

La l ci riporta alla r sonora. La l (la), infatti, è una variante fonetica di r (ra), così che il sanscrito ruc (luce), derivante dall’indoeuropeo ruc (viene incontro r con intensità u tutto intorno c) si trasforma nel latino lux.

In sanscrito lag, lagati, deriva dall’indoeuropeo lag (moto che trattiene l o libera l in ogni direzione ag), con il significato di aderire, legare, cogliere, raccogliere, sciogliere, parlare, esprimere pensiero.

Da lag derivano i latini religio e lex e i greci  lēgō (parlare, dire), lékis (parole) e lógos (ragione, discorso).

Il rapporto tra la luce e la voce è dato dall’accostamento tra il latino fas (legge divina) e fari (parlare).

“La connessione tra fas e fari è – scrive Franco Rendich – confermato dai termini greci phēmi, «parlo», «dico» e pháskō, «dire», «affermare», costituiti dalla radice pha che è la stessa di pháos e di phoos «luce». L’ambivalenza semantica delle radici indoeuropee bhā, bhās, «luce», «apparenza», ma anche «voce», «parola» è confermato in greco dal termine phásis, che significa «apparenza», nonché «emissione di voce», «espressione»”. [23]

In sintesi, lógos, che è ragione e discorso, pertanto verbo, condivide il suo essere verbo, voce, con il suo essere luce e, in considerazione della radice indoeuropea bhā, bhās (effetto a di uno spostamento h di energia b), anche quello di essere una luce e una voce manifestante, irradiante (sanscrito bhā, manifestare, irradiare e greco phaino, mostrare).

Detto in altri termini, il lógos è una vibrazione capace di raccogliere, legare, scegliere, manifestare ed esprimere anche la luce della mente in quanto intelligenza (sophos, sophia).

Lógos è quindi azione intelligente della luce e, in quanto azione, è lavoro: érgon.

Nell’indoeuropeo, a questo proposito, troviamo anche vr, var (arrivare r, ar, ad una distinzione v). In sanscrito vara è colui che sceglie, ma vr dà origine al greco rhéma (parola, verbo). Interessante anche l’indoeuropeo vrj (muovere r staccando v in avanti j), dal significato di fare, agire, da cui rhézō (fare, agire) e érgon (lavoro, opera, azione).

Nel Prologo il lógos, è théos, un termine che in greco ci riporta nuovamente al concetto di luce.

La consonante t in indoeuropeo ha il significato di moto che passa oltre, che va al di là e, in origine, come spiega Franco Rendich, la t e la d avevano lo stesso significato di luce.

La consonante t ci consente di approfondire il significato di théos.

“Il greco – afferma Franco Rendich – conserva il ricordo dell’antico significato indoeuropeo della consonante d e t «luce» nei termini théos «dio» e theá, «dea». Anche il greco thèa «vista», visione, che ovviamente implica la presenza della luce, conferma la sua derivazione dai fonemi d t che della luce erano i simboli”. [24]

Il greco theáomai, guardare, prende origine dall’indoeuropeo (d+ī), moto continuo (ī) della luce (d). Il greco theīos (divino, santo) deriva dal sanscrito dīyati, che ci riporta alla radice indoeurope . Lo stesso vale per théō, correre, derivante da dhī, spostamento (h) continuo (t) di luce (d).

Nello stesso ambito semantico sono theōria, osservazione e thaūma, stupore.

L’insieme dei termini che rientrano nell’area semantica di théos assegnano al vocabolo greco il significato di una luce, di una visione e di un moto continuo, cosicché il processo che coinvolge il lógos, che è voce e luce e che è presso di sé in arché in quanto théos, è assimilabile a quello nel quale, Ka (le Acque luminose, théos – lógos) che sono consustanziali a Na (le Acque oscure primordiali, archè), dà origine a Eka, l’Uno, universo, Hiranyagarba, il germe del mondo.

La Vera Luce, Ka (théos – lógos) risiede in Archè (Na), termine a sua vota derivante da arka, arc (canto di lode) e Ka, luce creatrice e felicità.

Arc ha origine dalla radice rc, che ha il significato di splendere, brillare e canto di lode.

La radice arh ha il significato di spinto (h) a conseguire un primato, a realizzarsi (ar).

Arkhé è potere, autorità, dominio.

“Il greco – spiega Franco Rendich – con il tema arkh forma arkhé, «si muove prima avanti a tutti», che in riferimento al tempo significa «iniziale», «originario», mentre in riferimento allo spazio significa «che ha il comando», «il governo»”. [25]

 Ritorna il tema di un’energia primordiale (Na) spinta da ardore proprio (tapas) a mettersi in movimento e a rendersi evidente (Ka che dà origine a Eka) e a realizzarsi nello spazio-tempo.

Hiram, architetto dell’universo.

Se analizziamo il termine Hiram (in uso nella leggenda massonica dell’architetto del tempio di Salomone) in base alle radici indoeuropee, ritroviamo il concetto di Kama, Amore, il rapporto tra l’infinita luce creatrice Ka e il limite (m), il finito (ma).

I riferimenti biblici della leggenda massonica, in effetti, non hanno una corrispondenza con un architetto, essendo i due Hiram, l’uno il re di Tiro e l’altro un artigiano dalle molte capacità: più un artifex che un architetto.

Non è impossibile, come è avvenuto per altre parti dei rituali composti nel ‘600 e redatti conclusivamente da Elias Ashmole, che i riferimenti biblici fossero soltanto un vestito messo su un messaggio criptato al fine di evitare, in un clima di scontro religioso, il rogo, anche se il sanscrito, va detto, non era al tempo conosciuto, salvo che le conoscenze dei testi indù, note fin dai tempi di Alessandro il Macedone, non fossero state tramandate nei circoli degli iniziati.  

In ogni caso, se il messaggio criptato fosse da decifrare con le radici indoeuropee, che sono alla base di quasi tutte le lingue in uso in Europa, il nome Hiram assumerebbe un significato chiaro e comprensibile.

Hi è infatti lo spostare (h) con moto continuo (i), mentre ram è il raggiungere (r – ra) un luogo appartato in cui stare (uno spazio tempo, una bolla spazio temporale, un universo) e in sanscrito Rama è il dio dell’Amore (il greco Eros).

Hiram, in questo contesto semantico, si propone, dunque, come Amore, Kama o Rama, ossia l’azione che rapporta l’infinito con il finito, la nascosta origine (Acque primordiali Na-Ka) con l’universo spazio temporale, ossia il finito.

In questo senso Hiram è l’archè-tecton, l’architetto e il realizzatore dell’universo.

La r vibrante nella tradizione ebraica.

La Genesi inizia con la parola Bereshit. Beit ha il significato di forma, di casa, di recipiente: è la prima lettera della Torà, la lettera della creazione. Reshit ha il significato di primazia, di principio di qualcosa (resh è testa, rosh è capo). Barà è creare, dividere.

Bereshit, quindi, contiene in sé il concetto di un contenitore di un principio, di una casa di un principio.

Bereshit è la potenza del pensiero contenuta in un contenitore.

La seconda parola della Bibbia è il verbo barà, ossia dividere. Il puro pensiero si stacca dal suo contenitore.

Il puro pensiero, anche in questo caso, reso con una parola che contiene il suono r, è pensiero in movimento.

La r vibrante nella tradizione egizia. [26]

Il processo manifestativo, nell’antico Egitto, ha avuto varie versioni.

Nella teologia eliopolitana, la più antica, Atum è colui che uscito dal Nun, ossia dalle acque primordiali, in forma di piramide (mr), ha creato l’Enneade, composta da lui stesso e da: Shu (l’aria) Tefnut (l’umidità), Nut (il cielo), Geb (la terra), Iside e Osiride, Set Neftis.

Atum è Ra-tmu o Atum-Ra (anche Itm) ed è il creatore del mondo. La sua incarnazione è l’Oca cosmica, il Grande Starnazzatore (in antico egizio r), che ruppe il silenzio dando avvio all’universo.

Come si può ben vedere, anche in questo caso la r vibrante richiama quella vibrazione primordiale dalla quale ha origine l’emanazione creativa.

Ra-tmu o Atum-Ra è nome composto da consonanti e da vocali che, nel loro insieme, danno l’idea del processo manifestativo.

Nell’antica lingua degli Egizi r ha, infatti, il significato di: verso, in direzione, per, in rapporto a, secondo, conformemente, a proposito di, per, fino a. Spr (Sepher ) è arrivare, giungere, avvicinare, raggiungere. Dar è cercare, percorrere fuori, progettare, pensiero. Iar è ascendere, salire.

Xpr (Khepher) significa accadere, arrivare, avvenire, aver luogo, realizzarsi, venire all’esistenza, divenire.

R è anche bocca, espressione, incantesimo, lingua, porta e Ra è bocca, parola, formula (magica), espressione, discorso, linguaggio. Rn (ren) è nome e rk è tempo. Xrw (Khru) è voce. Ptr-xrw (Petr – Khru ) è uscita di voce. Hw, Hu, è la parola del creatore.

Wri è amare, volare, desiderare.

Tam è svelarsi. Interessante il parallelo con la t indoeuropea dal significato di “moto che passa oltre, che va al di là”. In indoeuropeo t ha anche il significato di luce e in sanscrito tam ha il significato sia di immobile, sia di divenire, come del resto è Tum-Atum, colui che è, colui che non è.

Tpr è respirare. Taw è vento, aria, soffio, fiato, respiro. Tr è tempo

Wsir è Osiride, Hr è Horus, Ntr (Neter) sono gli “dei”.

N è nulla, nessuno e Nhh è eternità, due concetti che richiamano le Acque del Nun ma anche le Acque primordiali indoeuropee Na.  

Xa – Ka è apparire, sorgere levarsi e Ka è spirito vitale, così come le Acque luminose indoeuropee Ka.

Dalle due lingue, assai diverse tra di loro, con sorprendente corrispondenza di radici emergono gli stessi concetti.

Se consideriamo l’insieme di questi significati e li rapportiamo a Ra-tmu (Atum), il creatore del mondo, ritroviamo lo stesso processo manifestativo già riscontrato nelle lingue indoeuropee e in quella ebraica, dove Ra-Atum emerge dall’oceano primordiale, il Nun (come Na, le Acque primordiali), in forma di piramide mr (dove mr ha anche il significato di canale e di legare) e con un soffio (sputo, masturbazione), dà origine all’Enneade.   

©Silvano Danesi


[1] Franco Rendich, Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee, L’indoeuropea editrice

[2] Frank Wilczek, Una bellissima domanda – Scoprire il disegno profondo della natura, Le scienze.

[3] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi

[4] Vedi Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi

[5] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[6] Yvan Guéhennec, Les Celtes et la parole sacrée, Editions label LN

[7] Yvan Guéhennec, Les Celtes et la parole sacrée, Editions label LN

[8] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[9] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[10] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[11] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[12] Vedi Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[13] Vedi Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[14] Vedi Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[15] Vedi Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[16] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[17] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[18] Jean Markale, Il Druidismo, Mediterranee

[19] Eugen Fink, Le domande fondamentali della filosofia antica, Donzelli editore

[20] Eugen Fink, Le domande fondamentali della filosofia antica, Donzelli editore

[21] Dionigi Areopagita, Tutte le opere, Rusconi

[22] Bernardo Silvestre, in Il divino e il megacosmo – Testi filosofici e scientifici della scuola di Chartres, Rusconi

[23] Franco Rendich, Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee, L’indoeuropea editrice

[24] Franco Rendich, Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee, L’indoeuropea editrice

[25] Franco Rendich, Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee, L’indoeuropea editrice

[26] I riferimenti semantici sono tratti, in gran parte, da. Livio Secco, Dizionario egizio-italiano, Aracne edizioni.