di F. A.

Esiste il destino?
Siamo ineluttabilmente diretti verso un futuro già scritto?
Siamo capaci di libero arbitrio?

La risposta a queste domande è quanto mai complessa e merita delle precisazioni doverose volte alla comprensione del mio sentire verso tali risposte.

Secondo la tradizione Hindu ci viene detto che l’Essere, o il logos, di un’era è una rappresentazione dell’assoluto, una declinazione dell’Essere nell’ambito di un ciclo cosmico che rappresenta la totalità dei semi non risolti nel ciclo precedente (Patanjali, Yoga Sutra), Platone andando in questa direzione sosteneva che nel mondo delle idee l’Essere è solo una espressione dell’Uno-uno essendogli superiore per dignità.

Partendo da questi assunti bisogna per prima cosa indagare i concetti di seme e di determinazione. La determinazione è il precipitato, la specificazione, limitazione di una condizione nel campo delle possibilità operative e ideative, è qualcosa di stabilito da una Realtà che si trova a monte; ne consegue che tale Realtà è per sé stessa indeterminata ma con capacità di determinare, essa è dunque limitata in quanto “meno” di fronte alla Realtà Assoluta (o dell’Uno-uno).

La determinazione dunque è un vincolo, d’altra parte se un qualsiasi soggetto o oggetto fosse determinato in assoluto la risposta alle domande sarebbe semplice, anzi non ce le porremmo nemmeno, ma così non è. Le forme invece sono manifestazioni ultime dell’Essere e nessuna di essa è migliore o peggiore di un’altra, esse vivono il proprio dharma secondo le proprie funzioni e finalità, non vi è invece tra gli esseri consenzienti differente dignità.

La determinazione non è altro che il predicato di un soggetto: ma cosa si determina? Chi è determinato? La risposta immediata sarebbe: l’Essere determina una sua funzione che diventa un suo stato, una possibilità dell’Essere. Potremmo dunque dire che l’Essere diventa, utilizzando sempre un termine Platonico, Chora ed il Chora di conseguenza è intelligibile

L’Essere, dunque, essendo prima determinazione dell’Uno-uno ha in sé un seme con degli attributi, un archetipo con infinite possibilità ed è ad esso riferito (al seme), per questi motivi anche un seme ha infinite potenzialità e, rompendo l’illusione del tempo, il seme è già il fiore.

Questo seme dunque è fuori dallo spazio e dal tempo ma non dalla causa, difatti viene considerato generalmente “Piano Causale”, il tempo e lo spazio sono limitazioni che riguardano gli enti manifestati. L’essenza e la sostanza del seme non sono altro che sviluppi elementari ma non contrapposti, sono esplicitazioni della stessa sostanza metafisica, quindi la dicotomia spirito e materia è inconsistente in quanto sono entrambi (Essere e seme) polarizzazioni del medesimo Uno. Nelle tradizioni indiane esse sono chiamate Purusha e Prakriti, la vera non dualità sta nella concezione senza attributi, non determinata e determinata allo stesso tempo dell’Uno.

Affrontando la questione del libero arbitrio, se l’Essere ha in sé un seme con infinite possibilità ma allo stesso tempo già definito come si potrà parlare di libero arbitrio? Possiamo noi affrancarci da questa schiavitù del divenire? La risposta non è logico-discorsiva bensì meditativa e quindi le parole sono poco meno che inganni.

Qualcuno potrebbe affermare che gli enti (ovvero manifestazioni coscienziali di questa vita) sono liberi e vivono di questa libertà, ma si potrebbe controbattere

domandando se questa libertà è relativa o assoluta? Ed a cosa è riferita? Vi sono libertà sociali, di costumi, sessuali, morali ecc ecc vi sono un’infinità di libertà ontologiche dell’Essere che in quanto tale ha necessità di svilupparsi e qualificarsi riempiendosi di significato, ma pur sempre all’interno del limite della determinazione che si è dato. Rebus sic stantibus tutti gli enti sono soggiogati alla legge della necessità, se tutto è necessario anche tutti gli enti che vi partecipano sono incatenati a questa necessità.

Aggiungo che necessità e determinazione non sono in una linea unidirezionale (seme->fiore) bensì l’Essere contempla una serie infinita di linee di essenza in cui gli enti sono liberi di muoversi in un ventaglio pressoché infinito e di determinare sé stessi ma pur sempre nell’ambito dell’Essere. Se avessimo sviluppato un certo tipo di sensibilità potremmo creare nuove frontiere dell’Essere.

A questo punto, avendo preso in considerazione tutte le possibilità, si potrebbe dire che il nostro stato di esistenza è quello di semi libertà! Ne conseguirebbe una filosofia relativista e per certi versi materialista che escluderebbe un risveglio di coscienza, altri potrebbero addurre che tutto è determinato nella sfera dell’essere. Bisogna differenziare bene ontologicamente cosa è determinazione causale e cosa avviene nella Prakriti.

Per il materialista la vita è meccanica ed è solo una concatenazione di eventi biologici e fisiologici. Il fatalista, invece, pur ammettendo una metafisica, la riterrebbe altro da sé poiché non influenzabile, estranea ed inevitabilmente darebbe senso solo alle cose terrene, diventando un materialista nichilista.

La dottrina iniziatica, oltre a non considerare tali atteggiamenti remissivi, non è così semplice.

Prendendo in considerazione i due poli del reale: Purusha e Prakriti (oppure nous e soma per dirla all’occidentale) essi sono aspetti assolutamente polari e non duali, Il Purusha è il micro e macro cosmo e si manifesta per mezzo della Prakriti, il Purusha è lo spirito che ispira la Prakriti, il manifesto. Nel mondo dello spirito vi è libertà, nel mondo della materia vi è necessità e quindi divenire.

Quando un ente promuove una causa sul piano di Prakriti entra in un meccanismo rigido e concatenato, nel mondo delle cause seconde non v’è libertà, seppur vi possono essere dei processi di informazione sempre più complessi come il trascendere delle leggi causali (al giorno d’oggi abbiamo contraddetto le leggi dello spazio, del tempo e della gravità, semplicemente con leggi superiori, ma tuttavia pur sempre nell’ambito delle qualità della materia; la scienza ha un limite innato e

naturale e non potrà mai far altro che studiare limitatamente l’essere manifesto già di per sé limitato).

Per inciso bisogna ammettere che l’ente è in tutte le fasi di questo processo e “sale e scende” a suo piacimento tra i vari piani di esistenza, i suoi limiti sono autoimposti, laddove ve ne sono. Ma quando si agisce sul piano di Purusha avviene un atto di libertà ma dal quale scaturisce una necessità successiva.

A questo livello le nostre azioni generano karma che, pur essendo i risultati della causa-effetto, possono essere neutralizzati mettendo in atto azioni che ne dissolvano le cause e contemporaneamente non ne creino di nuove, pareggiare il karma vuol dire rompere la ruota del Samsara, si potrebbe dire che il karma è frutto dell’ignoranza delle dinamiche sottili.

Aggiungendo un altro fattore si può ammettere che lo sviluppo della manifestazione si trova già nel Seme causale, noi al massimo possiamo sfogliarne e interpretare le possibilità, nessuno mai potrà cambiare un archetipo ma potrà solo incarnarlo e svelarlo.

Questa è la libertà degli enti, nel grande proscenio dell’essere possono incarnare una figura e attraverso le proprie azioni svelare i misteri dell’indefinito, l’Essere ha infinite parti, il suo disvelamento non avrà mai fine.

Il saggio nella tradizione Induista si è affrancato da qualunque identificazione alienante poiché ogni cosa è parte di un qualcos’altro a cui soggiace e non si può pervenire all’increato tramite il creato.

La libertà pertanto risiede nella sfera delle determinazioni dell’Essere e nelle potenzialità archetipiche di una particolare specie di vita. Ma si può uscire da queste determinazioni dell’Essere? La risoluzione è nell’aspetto trattato proprio al primo rigo: l’Essere qualificato, con attributi, non è l’Assoluto (l’Uno) ma semplicemente la prima determinazione di questo, nella cabala viene detto Ein Sof.

L’Essere possiede degli attributi (cause) che gli provengono dalla sua manifestazione(effetti), egli cerca informazioni sempre maggiori per contemplare sé stesso, ma ciò lo limita e lo qualifica, rendendolo altro dall’Assoluto o dall’Uno unico. (da notare come gli effetti modifichino le cause secondo questa logica, ma se sul piano dell’Essere non vi è lo spazio-tempo causa ed effetto sono contemporanee e consustanziali)

L’Uno è l’obiettivo di colui che decide di non vivere nella dualità essere/non essere, spirito/corpo, bene/male ecc ecc.

Da qui discendono molte domande: si può uscire dalla determinazione spazio tempo e degenerazione? Si può uscire dalla determinazione dell’Universo? Ed in che modo?

Ecco la problematica iniziatica regina, noi siamo il miracolo dell’Essere, siamo essenza che può auto trascendersi e trascendere l’Essere, possiamo superare questi limiti grazie all’iniziazione, così come siamo ridiscesi possiamo risalire il percorso, con la difficoltà infinità che la salita comporta, nel segreto del nostro cuore sappiamo se stiamo risalendo il percorso e non c’è nessun dio antropomorfo da incolpare o condannare per i nostri fallimenti in quanto è solo il parto della nostra mente compensatoria.

Tutti i nostri risultati che non siano riferibili all’Uno sono solo opere intermedie nella scala della grande opera. Ottenendo un certo tipo di consapevolezza crediamo di star progredendo ma in realtà acquistiamo con compiacimento solo la consapevolezza di maya, un orizzonte veramente basso per le velleità di un iniziato.

Coloro i quali non hanno intrapreso un percorso unitario si lasciano trasportare dal fato incapaci di comprendere le dinamiche di questa vita, creando karma e sofferenza per sé stessi e gli altri.

Coloro invece che decidono di sviluppare un sentire riescono a vedere un quadro più o meno chiaro del destino e riescono a compiere azioni riferibili al libero arbitrio ma pur sempre all’interno del programma di vita che si sono dati, creando meno karma (auspicabilmente).

Coloro, infine, che hanno esperito l’unione ed abbandonato qualsiasi dualismo escono fuori da questo schema e diventano causa ed effetto, diventando uno nell’Uno.

La nostra libertà dunque si commisura con la voglia, l’impegno e l’azione, della ricerca dell’increato, del prima del tutto, nostro eterno ed immutabile stato di coscienza (chiamato Turiya). Il libero arbitrio dunque è tutto ciò appena detto, esso si sviluppa e si conquista. Quanto più si è consapevoli e saggi tanto più ne acquisiamo, l’importante è non smettere mai di “viaggiare a ritroso” altrimenti potremmo ritenere una tappa la fine del viaggio, innamorandoci dei benefici conseguiti e rifiutando le tappe successive, ben consapevoli dell’unità del tutto.