LACERTI DI UN MONDO PERDUTO – 1

Questo articolo, in sé compiuto, è la continuazione degli articoli: “Il Circolo “campo” del Tutto divino”, “Il Tutto energia e il Demiurgo che ordina” e “La coscienza del Tutto”.

Mondi tra di loro lontani e apparentemente estranei gli uni agli altri, culture assai diverse tra di loro, idiomi che tra di loro nulla hanno in comune sembrano condividere miti, archetipi, simboli e radici etimologiche che fanno pensare a lacerti di un mondo perduto. Lacerti che oggi si schiudono alla nostra comprensione alla luce delle nuove scoperte scientifiche, aprendo spazi a nuove possibili interpretazioni.

Una prima serie di coincidenze sorprendenti riguarda l’etimologia.

Ho scelto, come incipit, i versi del Rigveda che ci parlano dell’inizio, in quanto pongono domande e le domande sono il sale della ricerca.

Nel Rig Veda è scritto:

1 – All’inizio non c’era essere, né c’era non essere.

Che cosa ricopriva l’insondabile profondità delle acque

e com’era e dov’era il riparo? Non c’era l’atmosfera

né, al di là di essa la volta celeste.

 2 – Non c’era morte allora, né immutabilità.

Non c’era giorno. Non c’era notte.

Quell’Uno viveva in sé e per sé, senza respiro.

Al di fuori di quell’Uno, c’era il Nulla.

3 – C’era oscurità, all’inizio, e ancora oscurità,

in una imperscrutabile continuità di acque.

Tutto ciò che esisteva era un vasto Vuoto senza forma.

Quell’Uno era nato per la potenza dell’Ardore.

4 – All’inizio sorse l’Amore, che era il primo seme della Mente.

Scrutando nei loro cuori i sapienti scoprirono, con la loro saggezza,

il legame tra l’essere e il non-essere.

5 – Chi veramente sa? Chi potrebbe dire quando ci fu questa creazione?

E quale ne fu la causa?

Gli dei vennero dopo la sua emanazione.

Chi dunque può dire donde essa ebbe origine?

6 – Colui dal quale la creazione provenne,

può averla decisa egli stesso. Oppure no.

Colui che vigila nell’alto del cielo forse ne conosce l’origine. E forse no.

Rigveda, V, 10, 129

Nelle traduzioni di Franco Rendich dell’inno vedico troviamo alcuni concetti essenziali.

Prima dell’inizio, ossia della nascita dell’Uno, Eka per la potenza dell’ardore Tapas, esiste un’insondabile profondità di Acque Na oscure, tenebrose, il Nulla (nessuna cosa), un Vuoto senza forma.

Analizziamo questi concetti alla luce delle radici indoeuropee con le quali gli inni vedici sono stati formulati.

Na sono le Acque scure e insondabili, che contengono una luce increata Ka, dal significato di Acque luminose, luce e anche felicità. Potremmo definirla la Vera Luce.

Eka, l’Uno, derivante da e, rafforzativo di i  (andare, da cui in latino ire) è il muoversi delle Acque Luminose Ka ed è la sintesi delle sostanze luminose che costituiscono l’universo.

Eka, l’Uno, è detto anche Hiranyagarba, il germe luminoso.

Garba è il seme, portato hira dalle Acque n in cui si trova ya.

L’Uno, ossia l’universo (uni-verso) esce dalle Acque scure e insondabili in cui si trova come Acque Luminose Ka in movimento e.

Questo accadimento, dal quale deriva un inizio, l’inizio dell’Uno (universo), avviene a causa di un ardore Tapas, il quale non fa nascere solo l’Uno Eka, ma anche Rta, la Legge divina e Satya, la Verità.

La t di Tapas, il cui significato è moto della luce che passa oltre, che va al di là, è connessa ad As, dal significato di essere. L’essere As è pertanto l’effetto a di un moto della luce t.

Che cosa è il Nulla, quel vuoto senza forma del quale scrivono i sapienti vedici?

“Se consideriamo il fonema Na come il simbolo delle Acque indifferenziate – scrive in proposito Franco Rendich – possiamo dedurre che fu da esso che nacque il concetto di negazione, Na, e di conseguenza quello di Nulla a causa dell’impossibilità di riconoscere al loro interno alcun ente (non ente, niente) o alcun uno (non-uno, nessuno). Soltanto con un secondo tempo, con l’apparizione della luce nelle acque Ka, il pensiero indoeuropeo avrebbe riconosciuto al loro interno il primo Essere, Eka, l’Uno: «luce Ka che sorge e dalle Acque»”. (…). E come nelle Acque notturne, Na, era nato il concetto del negativo, allo stesso modo dalle Acque luminose sarebbe nato il pronome interrogativo Ka, per identificare l’«Uno» (chi?) o l’«Ente» (che cosa?), che erano nascosti nel profondo delle acque ricoperte di tenebre. […]. La relazione tra le Acque cosmiche, l’Uno e il Nulla, appare ora chiara. Il Nulla, Na…, rappresenta le Acque viste nel loro aspetto imperscrutabile, mentre l’Uno, Eka, rappresenta le stesse Acque viste nel momento del sorgere della Luce al loro interno. Luce «creatrice», in quanto rende visibile e riconoscibile l’intero universo”. [1]

Potremmo definire il Nulla come “nero luminoso”, ossia quella tenebra che contiene la luce creatrice, la quale esce per manifestarsi nell’Uno (universo). 

Nella fisica quantistica il Nulla è un vuoto inteso come la situazione in cui non ci sono particelle, le quali sono eccitazioni del campo.

Il Nulla non è assenza di qualcosa, ma solo una configurazione possibile.

Il concetto di eccitazione richiama quello vedico di Tapas, ardore.

“L’idea di un vuoto quantistico – scrive James Owan Weatherall – (…) è fondamentale e spiega  l’importanza di alcune sue proprietà così sorprendenti da far sfumare ulteriormente una distinzione un tempo nettissima: quella tra il «qualcosa» e il «nulla». (…). Lo spazio vuoto non è semplicemente un palcoscenico su cui va in scena la fisica della materia, ma un’entità dotata di una struttura propria interessante e complessa quanto la struttura della materia stessa”. [2]

L’immagine intuitiva del vuoto o campo quantico zero è “quella – scrive James Owan Weatherall – di un mare che ribolle di attività, o meglio ancora di possibilità, dato che le fluttuazioni riguardano ciò che potrebbe accadere all’atto della misura e non eventi reali in senso classico”.[3]

Ritorna l’immagine delle Acque primordiali Na (campo) che contengono le Acque luminose Ka (possibilità) che danno vita ad Eka, l’Uno (universo) a causa di un’eccitazione inflazionata (inflatone).

“Il vuoto quantistico – scrivono Fernando Ferroni e Antonio Masiero – genera una fluttuazione che fa nascere una bolla, la quale poi, espandendosi, sarà il nostro universo. Non importa qui sapere se l’universo è unico o uno dei tanti universi che compongono il multiverso”. [4]

Guido Tonelli, nel suo: “In principio era il vuoto” scrive che “una delle tante fluttuazioni, per un fenomeno che ancora presenta alcuni aspetti oscuri, e chiamiamo inflazione cosmica, anziché richiudersi immediatamente e ritornare allo stato di vuoto, comincia improvvisamente ad espandersi e assume di colpo dimensioni enormi. Nel tempo davvero ridicolo di 10-35 secondi la microscopica anomalia si gonfia fino a diventare una cosa gigantesca, grande cento miliardi di miliardi di chilometri. Lo spazio-tempo si è espanso improvvisamente, ad una velocità spaventosa. Attenzione, il limite della velocità della luce (c) vige quando lo spazio-tempo è già definito, cioè nulla si può muovere nello spazio-tempo a velocità superiori a c. Ma se lo spazio-tempo si gonfia, in questo caso non ci sono limiti di velocità, può crescere al ritmo più forsennato”. [5]

Questa particella, che è un’eccitazione del campo e che si comporta in modo anomalo, esplodendo, è chiamata inflatone, ed è un vero e proprio «orgasmo del campo».

In altri termini, potremmo definire la bolla Eka, l’Uno, il germe Hiranyagarba, dal quale si determina la molteplicità del mondo.

Il germe luminoso, la bolla, Eka, l’Uno, l’Uovo cosmico, sono nomi che esprimono l’avvio della luce creatrice delle Acque luminose Ka che sorge dalle Acque oscure Na e si espande in quella luce visibile che è espressa dalla consonante d.

“In indoeuropeo – ci avverte Franco Rendich – la consonante d significava «luce». Con essa fu costruita la radice indoeuropea «moto continuo ī della luce d» da cui derivò il corrispondente verbo sanscrito dīm dīdyati, «brillare», «splendere». Nella radice div, «giorno», «cielo» e nel suo derivato primario deva, «dio», la consonante v esprimeva il senso di «separazione», per cui il suo significato originario era «si separa (proviene) dalla luce». La d fu il simbolo della luce «creata», da cui nacquero il cielo, il giorno e gli dei, ma non quello della luce «creatrice», Ka, sorta con il nome di Eka, l’Uno, nelle Acque tenebrose della creazione vedica”. [6]

D, la luce creata, la luce che brilla è una manifestazione del campo elettromagnetico, che è esso stesso un’entità.

“In affetti – osserva James Owen Weatherall – tutto sembra indicare la presenza, nell’universo, di una radiazione elettromegnetica bassa ma costante, il cosiddetto fondo cosmico a microonde, che lo pervade con oscillazioni”. [7]

Se torniamo per un attimo al concetto di Nulla, il nulla è l’inattività del campo, che non è più Nulla quando il campo Na si eccita Tapas e la luce creatrice Ka origina l’Uno Eka, che si distende in un vasto campo elettromagnetico d, che pervade l’universo stesso.

Kama e Manas, i figli di Eka

Veniamo ora agli altri due concetti proposti dall’inno vedico: l’amore Kama e la mente Manas.

L’amore, in sanscrito Kama, è l’incontro Kam (Ka+m), l’unione tra la Luce creatrice Ka (potremmo dire la Vera Luce) e la realtà finita m, ossia tra l’infinito e il finito.

All’inizio sorge Amore, Kama, perché l’inizio è l’eccitazione del campo che origina l’universo che non è il Tutto, ma un germe (Hiranyagarba) del Tutto e Amore è il primo seme della Mente, Manas, che deriva da man, dove m è la dimensione del soffio vitale, An, delle Acque cosmiche Na.

“La consonante m – spiega Franco Rendich – è all’origine di mātŗ «madre», il fattore femminile della creazione che conduce la divina immobilità di Eka ad incarnarsi nella terrena transitorietà di dvi, il «due». In altre parole Kāma, «amore», rivela l’unione tra l’infinito Ka e il finito m, nell’attimo in cui nasce il loro comune desiderio di creare la vita nell’Universo”. [8]

Kama e Manas sono i figli primogeniti di Eka e di An (Soffio vitale) e sono riflessi psichici delle Acque.

“Il termine kāma – spiega sempre Rendich – deriva dalla radice verbale Kam «desiderare, amare», connessa con alle radici kā e kan «gioire, sentir piacere», la quale è composta, secondo chi scrive, da ka e dalla consonante m, simbolo del «limite». Pertanto «ciò che de-finisce m le Acque lucenti ka» o anche «la misura m del desiderio delle Acque lucenti ka» definiscono bene il senso della parola kāma. E’ mediante il piacere creativo di Kāma che Eka, l’Uno, invade con la sua luce ka l’impenetrabile buio delle Acque primordiali na e le sottrae al dominio del Nulla rendendole visibili”. [9]  “Il legame tra essere e non essere […] che i sapienti vedici avevano trovato nei loro cuori, […] finalmente ci si rivela: è quello tra le Acque luminose dell’Uno, Eka e le Acque oscure del Nulla, Na”. [10]

“D’altro canto – spiega Rendich – secondo quanto ci è stato tramandato, il kāma è sempre stato connesso con le Acque. La correlazione linguistica tra Ka «acqua», «luce»; Eka «luce sorgente dalla acque» e Kāma «dimensione gioiosa delle Acque lucenti» ci conferma la fondatezza di tale tradizione culturale. Ora, se a causa del desiderio sessuale di Eka il Kāma appare come la facoltà creativa e riproduttiva delle Acque luminose, che cosa rappresenta il Manas da cui il Kāma è sorto? Il termine Manas – aggiunge Rendich – deriva dal verbo sanscrito pensare. Se scomponiamo man nelle due radici che lo formano, m «limite» e an «avvio dell’energia delle acque», il senso di manas sarà «la misura m della vitalità delle acque an» ”. [11]

Con Manas entra in scena l’essere umano Nr o Nara (il cui significato è: giunge r dalle Acque n), il quale è anche Ātman, un respiro finito, una scintilla del respiro del Brahman, infinito pensiero che si espande (brh). In quanto giunto dalle Acque, l’uomo Nr da esse ha acquisito la sua capacità di generare e di conoscere JanĀtman, scrive Rendich, “è il moto at del pensiero limitato dell’uomo man teso al ritorno nel grembo delle Mente eterna”.

Le Acque tenebrose e luminose sono dunque la Mente eterna del Tutto (qui: le Acque) come Energia informata significante e cosciente (qui: Mente eterna).

La tradizione egizia

Sorprendentemente troviamo concetti analoghi  nella tradizione egizia.

Nel Kore Kosmou (Estratto XXIII,32) ricorre il “Nero perfetto” quale dono che Iside ottenne da Camefi, ossia da Kamutef (o Kamatef), il “padre di sua madre”, l’autogenerato, il serpente primordiale. Tale “Nero perfetto” è la tenebra che contiene e genera la luce. Oggi potremmo dire: un campo quantico zero dal quale emergono in continuazione eventi. Il serpente cosmico Kamatef ha deposto Bnnt m Nu, il seme del Nu.

Il “Nero perfetto” evoca le acque cosmiche, il Mu-Nu egizio, l’Abisso celeste, del quale è l’alter ego il serpente Kamutef, “un luogo che, in base alle descrizioni degli antichi Egizi, sembra posto al di fuori del tempo e dello spazio”. [12]

“Questo oceano – scrive Boris de Rachelwiltz – era descritto come un’espansione illimitata di acque prive di moto che continuano ad esistere, sotto forma di flusso infinito («Hehu») dopo la creazione della Terra, ai suoi estremi confini, che sarebbe tornato un giorno a distruggere e a dare vita a una nuova creazione”. [13]

Hehu è l’eternità e Nu è l’inerte, il non organizzato.

Nel Libro di Nut (Papiro di Carlsberg) il Nu è “quella regione che è oltre il cielo, è in totale oscurità, i suoi confini sono sconosciuti nelle quattro direzioni”.

Nel cap. 75 del Libro dei Morti, Osiride dice ad Atum: “Che cos’è questo luogo deserto in cui sono venuto? Non c’è acqua, non c’è aria, è profondo incommensaurabilmente, è nero come la notte più nera”.

Nei Testi dei Sarcofagi il Nu è definito come “l’infinito nulla, inesistente, buio”.

Nu è definito da Wallis Budge (The Encyclopedia  of Ancient Egypt”) come un luogo “informe, scuro, della nerezza della notte più nera”.

Mircea Eliade accosta il Nu alla materia oscura[14], introducendo un accostamento della tradizione egizia alla fisica moderna. Accostamento che ritroviamo anche il James Owen Weatherall, quando afferma che “l’immagine intuitiva del vuoto è quella di un mare in amore che ribolle di attività, o meglio ancora di possibilità, dato che le fluttuazioni riguardano ciò che potrebbe accadere all’atto della misura e non eventi reali in senso classico”. [15]

“Le acque primeve – scrive Robert Thomas Rundel Clark sono il principio fondamentale della cosmologia egiziana. […]. L’universo è la regione della luce, circondata da «infinita tenebra»: una gocciola di chiarità e d’ordine avvolta dalla notte perpetua dell’Oceano Primordiale”. [16]

Il simbolo delle acque del Mu o Nu, intese come l’Abisso cosmico usa il geroglifico seghettato del corso d’acqua, fonetizzato come n, ripetuto per tre volte.

Anche nella tradizione egizia troviamo pertanto la consonante n come lettera indicante le Acque primordiali, così come nelle lingue indoeuropee. 

Nell’antico Egitto Heka è il Neter del potere creativo, della magia e della parola. Nei Testi delle Piramidi (397) è scritto: “Heka, o essenza vitale, portata dall’Isola di Fuoco, patria della luce inestinguibile”.  Robert Thomas Rundel Clark (pag. 240) sostiene che l’essenza vitale Heka era stata portata da una fonte magica remotissima, l’Isola di Fuoco, la patria della luce inestinguibile, al di là dei confini del mondo dove erano nati o resuscitati gli dèi”. [17]

L’Isola del Fuoco ricorda il concetto di ardore che si accende nelle Acque tenebrose Na, chiamate “madri”, in “si rivelano come la vera e unica causa efficiente dell’Universo”. [18] In sanscrito le Acque cosmiche sono chiamate āpo-mātarah «madri» e definite genitrici di tutte le cose mobili e immobili del creato”. [19]

La Grande Madre è qui presente come Na e come Ka e come Isola del Fuoco. E’ evidente la similitudine concettuale dell’egizia Heka con le lingue indoeuropee dove da Ka deriva Eka (e+ka è il sorgere della luce), che dà origine a Da, luce creata.

La tradizione druidica

L’Awen dei Druidi è la separazione di un “soffio” dalle Acque primordiali Na. Un “soffio” che acquista una definizione ulteriore con il concetto di Manred, i “semi” o “gocce di luce” che rappresentano gli esseri umani che si staccano da Ceugant, il Cerchio vuoto, ossia l’Origine, per incarnarsi sulla Terra.

Manred è scomponibile, sempre secondo il metodo di Franco Rendich, in man (pensiero) e red, dove r è avvio, ri è fluire e d è luce. Nell’insieme i significati ci danno per Manred: “Pensiero che fluisce nella luce”. In questo caso in causa è la luce creata. Il pensiero dell’essere umano fluisce nella luce creata, in quanto il suo respiro Ātman è un respiro finito.

La greca Archè

Interessante quanto sostiene Mario Polia a proposito della greca arché, l’oscura e la racchiusa e delle sue radici semantiche. “Nei Veda – scrive Mario Polia – la Morte, intesa come oscura origine della Vita, per crearsi un corpo canta un inno di lode e questo inno è un canto a piena voce (ark) che si accompagna alla gioia (ka) e crea il Cosmo”. [20] L’oscura origine è l’arché, la racchiusa, la tenebra e il canto è la sua parola, ossia il lógos, che è ark-ka (l’arca dell’alleanza, l’arc en ciel, il ponte). L’arco (arcobaleno, Arco reale), è la parola sapiente.

 “L’arco – sottolinea Polia – è la potenza raccolta e pronta a scagliarsi condensata sulla punta del dardo. E’ immagine di vita (in greco «vita» e «arco» si dicono allo stesso modo: bios) ed è fonte di morte che silenziosamente vola lontano”. (…) L’arco, aggiunge ancora Polia, “è la parola del sapiente e del dio (l’uno è nell’altro) che scocca e dà la vita e la morte”. [21]

La tradizione sumera

Nella mitologia sumera al vertice della trinità divina troviamo An, il dio del cielo, e i suoi due figli Enlil (aria) e Enki-Ea (montagna cosmica).  An, il cielo, ha sposato Ki, la Terra dalla quale ha avuto due figli Enlil e Inanna.

Anche nel mondo sumero il principio dell’universo è descritto come un mare, non creato, eterno, primordiale, chiamato Nammu. Il bilittero Na e Mu, è assai simile al Mu-Nu egizio.

Come ho scritto all’inizio, quanto sopra costituisce solo un insieme di lacerti di mondi perduti che, nel loro insieme,  ci inducono a pensare ad un’antica civiltà che parlava un linguaggio comune e che condivideva concetti che oggi si schiudono alla nostra comprensione alla luce delle nuove scoperte scientifiche, aprendo spazi a nuove possibili interpretazioni.

© Silvano Danesi


[1] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi Editore

[2] James Owan Weatherall, La fisica del nulla, Le scienze

[3] James Owan Weatherall, La fisica del nulla, Le scienze

[4] Fernando Ferroni e Antonio Masiero, La fisica oltre il modello standard, Ed. Corriere delle Sera

[5] Guido Tonelli, In principio era il vuoto, MicroMega

[6] Franco Rendich, Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee, L’indoeuropea editrice

[7] James Owan Weatherall, La fisica del nulla, Le scienze

[8] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi Editore

[9] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi Editore

[10] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi Editore

[11] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi Editore

[12] Massimo Barbetta, Stargate – Il cielo degli Egizi, Uno ed.

[13] Boris De Rachewiltz, Miti egizi,

[14] Mircea Eliade, Cosmos and History: the myth of Ancient eternale return.

[15] James Owen Weatherall, La fisica del nulla, Le Scienze

[16] Robert Thomas Rundel Clark, Mito e simbolo nell’antico Egitto, Saggiatore

[17] Robert Thomas Rundel Clark, Mito e simbolo nell’antico Egitto, Saggiatore

[18] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi Editore

[19] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi Editore

[20] Vedi Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[21] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo