Questo articolo, per quanto in sé autonomo e concluso, costituisce il seguito dell’articolo: “Il Tutto energia e il demiurgo che ordina”, a sua volta seguito dell’articolo: “Il Circolo “campo” del Tutto divino”. 

Dopo aver preso in esame, negli articoli precedenti, il concetto di energia, è necessario ora affrontare due attributi dell’energia in quanto Fondamento: l’informazione e la coscienza.  

Ho nei precedenti articoli proposto che il Tutto sia un Fondamento di energia informata significante e cosciente, che potremmo anche definire, in altri termini, Dea Madre.

Ora avanzo l’ipotesi che il Tutto trasformi la propria coscienza esperendo infinite modalità di esistenza e conseguentemente modifichi se stesso.

In quanto Tutto, escludente ogni altro da sé, il Tutto rimane se stesso, ma in quanto Tutto in movimento, ossia intento alla molteplicità delle esperienze, il Tutto trasforma la sua coscienza e modifica se stesso nell’invarianza.

Il Tutto, l’Essere che è e che è esistente ex sé (Duns Scoto), ossia proveniente da se stesso e non da altro, non solo è energia, ma è anche informazione.

Tra energia e informazione esiste infatti un rapporto intimo, in quanto l’informazione è una configurazione di energia con valenza simbolica.

L’energia non si crea, non si distrugge, si trasforma: cambiano le configurazioni, cosicché l’energia contiene informazioni, che non sono altro che energia configurata e che sono trasportate lungo onde o pattern di energia. Il divenire è una trasformazione di pattern di energia informata, ogni aspetto della realtà è energia informata e l’informazione si manifesta attraverso trasformazioni di energia.

Daniel J. Siegel, scrive di un flusso emergente di energia, una parte del quale “ha una valenza simbolica, ossia un significato che va oltre il pattern di energia in se stesso. Dal campo delle scienze cognitive sapevo – afferma Siegel – che questo significato simbolico poteva essere definito «informazione». [1]

Il fatto che l’informazione sia significante la rende produttiva di conoscenza. Significare deriva dal latino signum ficare (per facere): far conoscere alcuna cosa con segni, ma nell’uso questi “segni” sono per lo più parole, il che riconduce il significare al verbo, ossia alla vibrazione e alle frequenze della stessa.

Il tema della frequenza è di fondamentale importanza. Come ha ben spiegato Gianfranco Costa nel suo articolo: “La sinfonia della vita”, il professor Ventura, direttore del Laboratorio di ingegneria molecolare e di bioingegneria delle cellule staminali presso l’Università di Bologna, “ha brevettato un sistema per rilevare le frequenze alle quali vibrano i componenti delle cellule generando dei suoni caratteristici, per poi riutilizzarli al fine di guidare lo sviluppo di altre staminali”.

Le cellule vive generano suoni e li usano per comunicare tra loro, ossia generano informazioni che si muovono su onde di energia: sono contemporaneamente sensori e attuatori di energie fisiche.

Questa scoperta rende ancora più evidente che ai vari livelli l’intera realtà è un insieme relazionale di energia informata e, poiché la materia non è null’altro che energia, la materia è a sua volta un aggregato di informazioni.

Il significare è il trasmettere qualcosa per mezzo di segni e di simboli che giungono ai nostri sensi: immagini, suoni, gesti. Il significare è l’essenza più intima e astratta della comunicazione.

Alcuni scienziati, sostiene sempre Siegel, “considerano l’universo composto essenzialmente di informazioni” e “i pattern di energia emergono da questa base della realtà”, costituendo un “universo fatto di informazioni”. Quindi, “l’informazione si manifesta nel mondo attraverso trasformazioni di energia”. [2]

Non solo. “Il campo fondamentale di informazione semantica è, secondo Ervin Lazlo e Jude Currivan, “il modello cosmico da cui il nostro mondo manifesto deriva le proprie dinamiche e la propria forma”. [3]

Il flusso di energia, sostiene ancora Siegel, è il movimento di un potenziale lungo la corrispondente curva di probabilità, tra possibilità completamente aperte e certezza, ossia, detto in altri termini, tra potenza ed atto.

“Quindi – scrive Siegel – da questo punto di vista, l’energia è la manifestazione del potenziale che fluisce tra certezza e incertezza. Flusso significa cambiamento. Un flusso di energia indica la trasformazione di un range di possibilità da completamente aperte, se non addirittura infinite, a probabilità più elevate, fino ad arrivare alla certezza, all’attualità ossia alla realizzazione completa del potenziale”. [4]

L’informazione in azione è pensiero e intelligenza.

Il Tutto, pertanto, è pensiero e intelligenza infiniti che gli Egizi chiamavano Sia (o Sa),  l’Intelligenza Suprema, il cui verbo era Hu.

Una coscienza infinita

Quanto scriveva nel secolo scorso il filosofo statunitense Josiah Royce (1855-1916) introduce il tema della coscienza. Per Royce, scrive Severino, “il pensiero, in quanto tale, è volontà produttrice della realtà. Ogni scopo finito è una espressione parziale dello scopo infinito in cui consiste la Coscienza assoluta e il mondo è la realizzazione dello scopo infinito”. [5]

Il fisico Fabio Truc, nella conferenza svolta nell’ambito del convegno: “La scienza dell’anima”, tenutosi a Napoli il 23 marzo 2019, ha proposto l’idea che l’universo sia composto da frammenti di coscienza e che tali elementi, se strutturati, producano pensiero. Non solo, ma che la coscienza si evolva.

Federico Faggin, fisico e uno dei padri dei microprocessori, nel suo “Silicio” (Mondadori),  scrive che “la coscienza deve essere già contenuta in qualche forma nelle particelle elementari di cui tutto è fatto”. [6]

Faggin, che assegna la coscienza all’essere umano e la consapevolezza agli animali e anche alla materia inerte, propone,  con il termine Uc (unità di consapevolezza), “le unità ontologicamente elementari di cui tutte le realtà sono fatte”. [7]

Nella teoria quantistica dei campi (TQC) ogni particella non esiste come entità indipendente e separata, ma è uno stato eccitato di un omonimo campo quantico.

“Secondo la TQC – scrive Faggin – le particelle elementari, gli atomi, le molecole, le proteine, le cellule viventi e gli animali sono livelli gerarchici successivi di organizzazione di stati di campi quantici. Questi campi sono entità irriducibili e inseparabili dello spazio che, interagendo tra di loro, creano tutto ciò che esiste nel mondo fisico. Se postuliamo che la consapevolezza sia una proprietà fondamentale della natura, la conseguenza è che essa debba esistere anche a livello dei campi quantici delle particelle elementari”. [8]

Faggin propone pertanto un modello nel quale “tutta la realtà è creata da una miriade di entità coscienti che interagiscono tra di loro sulla base di decisioni e azioni individuali basate sul libero arbitrio” e ritiene che “un osservatore che non sia un campo quantico o che appartenga al più alto livello gerarchico deve contenere un certo numero di osservatori di un gradino più basso e far parte di un osservatore di un gradino più alto”. [9]

In questo ambito di ragionamento l’essere umano è un osservatore gerarchicamente elevato e poiché Faggin postula la presenza della coscienza “già nei campi quantici di cui la nostra materia è «fatta»”,  è ipotizzabile una coscienza originaria, ossia una coscienza del Tutto, che potremmo definire “inconscio collettivo” quando questa coscienza del Tutto è in atto nella molteplicità.  

Le singole coscienze o le singole consapevolezze, per rimanere nella distinzione di Faggin, sono dei “quanti di coscienza o di consapevolezza”, che nel loro insieme sono l’inconscio collettivo, compreso nella coscienza del Tutto, dell’ólos, ossia, in altri termini, nel Fondamento di informazione significante che possiamo considerare come Tutto cosciente: Dea Madre di ogni realtà.

Riguardo a queste teorie è presente il dubbio espresso da David Chalmers, il quale scrive: “Una speciale attrattiva delle teorie quantistiche è il fatto che in alcune interpretazioni della meccanica quantistica la coscienza gioca un ruolo attivo nel «collasso» della funzione d’onda quantistica. Queste interpretazioni sono controverse, ma in ogni caso non danno speranza sulla spiegazione della coscienza in termini quantistici. Queste teorie, piuttosto, assumono l’esistenza della coscienza e la usano nella spiegazione dei processi quantistici. Al massimo, queste teorie ci dicono qualcosa sul ruolo fisico che la coscienza può giocare. Ma non ci dicono nulla su come essa emerga”. [10]

“Alla fin fine- sostiene Chalmers – la stessa critica si applica a qualunque descrizione puramente fisica della coscienza”, in quanto “l’emergere dell’esperienza supera ciò che può essere derivato da una teoria fisica”. [11]

Della coscienza si occupa anche Edoardo Boncinelli, il quale sostiene: “Non v’è dubbio alcuno che la coscienza si trovi a un livello integrativo superiore all’attività psichica”. [12]

Boncinelli propone una definizione della coscienza individuale che suddivide in consapevolezza, autocoscienza esplicitabile condivisa e coscienza fenomenica.

La consapevolezza per Boncinelli è la capacità di rendersi conto di dove siamo, di che cosa stiamo facendo e anche di come lo possiamo fare. Per coscienza esplicitabile condivisa Boncinelli intende, in particolare, che possiamo affermare di “avere coscienza di avere coscienza”. “E’ evidente – scrive – che non può esserci autocoscienza senza consapevolezza, ma ovviamente non è vero il contrario, ossia può esserci consapevolezza senza che vi sia autocoscienza”. [13] Infine, Boncinelli ci propone la coscienza fenomenica, privata, intrinsecamente incomunicabile e accessibile soltanto al diretto interessato mediante introspezione. Si tratta, secondo Boncinelli, “di una particolare coloritura cognitivo affettiva dei miei stati di coscienza che mi fa dire «io»”. [14]

Daniel Siegel scrive che “secondo i fisici, la migliore definizione di energia è «il potenziale di fare qualcosa»” e che “questo potenziale si misura come movimento tra la possibilità e l’attualità, lungo uno spettro di probabilità, chiamato funzione d’onda o curva di distribuzione delle probabilità”.[15]

Secondo Daniel Siegel, i campi energetici ci circondano e, “nella nostra consapevolezza facciamo esperienza del tradursi in atto di una possibilità. E proprio questo è il flusso di energia, la trasformazione della funzione di probabilità”.[16]

Riguardo alla coscienza Siegel non fa distinzioni con la consapevolezza e la definisce “la nostra capacità di essere consapevoli, di avere un senso del conoscere. […]. La coscienza comprende la consapevolezza dell’oggetto del conoscere, il «conosciuto» e persino di colui che conosce” e “in base alla concezione della mente come elaboratore di informazioni, e anche come coscienza, con la sua esperienza soggettiva, queste dimensioni mentali potrebbero essere intrinsecamente proprietà emergenti del movimento del flusso di energia lungo la curva di distribuzione delle probabilità”. [17]

Siegel si riferisce anche al concetto di Sé, asserendo che “non è limitato nel tempo, poiché il tempo come unità unitaria che scorre potrebbe non esistere nemmeno. E neppure è limitato nel cranio né nella pelle. Il Sé è il sistema in cui viviamo, i nostri corpi sono i nodi di una totalità più ampia interconnessa, in cui siamo inestricabilmente radicati”.

Siegel affronta, infine, il rapporto tra coscienza del Tutto e coscienza individuale.

La coscienza potrebbe, per lo psichiatra statunitense, “essere un elemento primo del piano delle possibilità aperte, nella posizione vicina allo zero lungo la curva di probabilità dell’energia. […]. Tuttavia, in gran parte, se non addirittura nella maggior parte dei casi, ciò che accade nella mente è al di fuori della consapevolezza. Possiamo immaginarlo come un insieme di flussi di energia e informazioni di cui non facciamo esperienza nella coscienza, a cui non è associata alcuna esperienza soggettiva, e che per questo non sono «conosciuti» dall’esperienza del «conoscere». Sigmud Freud, probabilmente, l’avrebbe definito inconscio. Gli studiosi moderni affermano che questi processi informativi non consci sono reali e influenzano la nostra quotidianità”. [18]

Quell’insieme di flussi di energia e informazioni di cui non facciamo esperienza nella coscienza, a cui non è associata alcuna esperienza di cui scrive Siegel, potrebbe essere la “realtà dell’inconscio collettivo” e che cosa sia l’inconscio collettivo ce lo dice Jung rispondendo a Pauli, affermando che “rappresenta uno stato dello psichico in cui le differenze di coscienza individuale sono più o meno cancellate”. [19]

L’informazione spiega la coscienza.

Il filosofo australiano David John Chalmers, pone al centro della sua teoria della coscienza l’esperienza.

“Il problema difficile della coscienza – sostiene il filosofo australiano – è il problema dell’esperienza. Quando pensiamo e percepiamo c’è un processo di informazioni che ci ronza intorno, ma c’è anche un aspetto soggettivo. Come ha sostenuto Nagel c’è qualcosa come essere un organismo conscio. Questo aspetto soggettivo è l’esperienza”. “Talvolta – aggiunge – si usano termini come «coscienza fenomenica» e «qualia», ma ritengo sia più naturale parlare di «esperienza cosciente» o semplicemente di «esperienza»”. [20]

L’informazione, sostiene Chalmers, è ovunque e, a tal proposito scrive: “Il principio essenziale che propongo è incentrato sulla nozione di informazione. Per informazione intendo qualcosa che più o meno è stato espresso da Shannon. Dove c’è informazione, ci sono stati informazionali inseriti in uno spazio informazionale. Uno spazio informazionale ha una struttura essenziale composta da relazioni differenti tra i suoi elementi, che determina il modo in cui i diversi elementi nello spazio sono simili o differenti, presumibilmente in maniera complessa. Uno spazio informazionale è un oggetto astratto, ma seguendo Shannon possiamo intendere l’informazione come fisicamente incorporata quando c’è uno spazio di stati fisici distinti, le cui differenze possono essere trasmesse lungo un percorso causale. Gli stati trasmessi possono essere intesi a loro volta come costituenti uno spazio informazionale. Per prendere in prestito una definizione da Bateson, l’informazione fisica è una differenza che fa la differenza”.[21]

“Il principio del duplice aspetto nasce – scrive Chalmers – dall’osservazione che c’è un isomorfismo diretto tra alcuni spazi informazionali fisicamente incorporati e alcuni spazi informazionali fenomenici (o esperienziali)”. E aggiunge: “Possiamo cioè trovare lo stesso spazio informazionale astratto sia nel processo fisico sia nell’esperienza cosciente”. “Questo porta a un’ipotesi naturalistica: l’informazione (o almeno alcune informazioni) ha due aspetti essenziali, uno fisico e uno fenomenico. Questo è un principio essenziale che potrebbe sostenere e spiegare l’emergere dell’esperienza dalla dimensione fisica. L’esperienza emerge in virtù del suo status: da una parte come aspetto dell’informazione, mentre l’altro aspetto si trova incorporato nel processo fisico”. “Ne consegue che una teoria basata sull’informazione rende possibile una profonda coerenza tra la spiegazione dell’esperienza e la spiegazione dei nostri giudizi e delle nostre affermazioni che la riguardano”. “Se è vero, allora l’informazione è il candidato naturale per giocare un ruolo anche nella teoria fondamentale della coscienza”.[22]

“Potremmo dire – sostiene sempre Chalmers – che le proprietà fenomeniche sono l’aspetto interno dell’informazione. Questo potrebbe andare incontro a una preoccupazione sulla rilevanza causale dell’esperienza, una preoccupazione naturale dovuta all’immagine di un mondo fisico causalmente chiuso, in cui l’esperienza si aggiunge alla realtà fisica. La prospettiva informazionale ci permette di capire come l’esperienza possa avere una sottile rilevanza causale in virtù del suo stato di natura intrinseca della realtà fisica“.[23]

Anche Chalmers distingue tra consapevolezza e coscienza, considerando la consapevolezza nell’ambito delle capacità e delle funzioni cognitive,  quali: la capacità di discriminare, categorizzare e reagire agli stimoli ambientali; l’integrazione dell’informazione mediante un sistema cognitivo; la riferibilità degli stati mentali; la capacità di un sistema di accedere ai propri stati interiori; la focalizzazione dell’attenzione; il controllo deliberato del comportamento; la differenza tra la veglia e il sonno.

La consapevolezza assolve alla funzione di rendere le informazioni direttamente disponibili al sistema centrale, ossia all’elaborazione della mente.

Tuttavia, scrive Chalmers, “sappiamo che l’esperienza emerge quando queste funzioni [quelle della consapevolezza] vengono assolte, ma resta il mistero del perché essa emerga. C’è un «divario esplicativo» (termine che prendo da Levine) tra le funzioni e l’esperienza e abbiamo bisogno di un ponte esplicativo per attraversarlo”, in quanto, afferma Chalmers, “non c’è una funzione cognitiva tale che possiamo dire in anticipo che la spiegazione della funzione spiegherà l’esperienza”. [24]

Chalmers si concentra sull’esperienza, affermando che “è l’aspetto più rilevante ed evidente delle nostre vite mentali ed è infatti l’explanandum [il fatto explicativo] centrale della scienza della mente. A causa del suo stato di explanandum, l’esperienza non può essere eliminata come se fosse uno spirito vitale, ogni volta che viene presentata una nuova teoria. Piuttosto è il punto centrale che qualsiasi teoria della coscienza deve spiegare”. [25] “Riguardo all’esperienza – sostiene Chalmers -, d’altra parte, la spiegazione fisica delle funzioni non è messa in discussione. […]. Dove c’è un processo informazionale semplice, c’è un’esperienza semplice, e dove c’è un processo informazionale complesso, c’è un’esperienza complessa. […]. “Una volta che è stato trovato un nesso fondamentale tra l’informazione e l’esperienza, la porta è aperta per una più elevata speculazione metafisica riguardante la natura del mondo”.[26]

La vita è energia informata e cosciente.

Per Edoardo Boncinelli[27], la vita stessa è primariamente una questione di informazione. Non può esserci ordine senza informazione e l’informazione non è che un altro modo di chiamare l’ordine. La vita crea continuamente ordine, ossia informazione e la conserva (omeostasi).

Il concetto di ordine richiama quello di cosmo (radice indoeuropea kens, latino censeo dal significato di annuncio con autorità, decreto), ossia ciò che si impone.

Il cosmo, in quanto annuncio con autorità, in quanto ciò che si impone è epistéme: ciò che sta sopra, ciò che si impone da sé, cosicché le leggi del cosmo sono epistemiche e sono la verità che si mostra (alétheia, dove la a privativa di lantáno, restar nascosto, indica il non nascosto, ciò che si mostra).

La vita è una manifestazione locale di aumento di informazione (neghentropia) o di non perdita di ordine, a spese dell’ambiente (esportazione di entropia) ed è una continua rincorsa alla creazione e al mantenimento dell’ordine.

“Come l’infinito numerico di Cantor e di Dedekind – scrive ancora Emanuele Severino– l’Assoluto è un «sistema autorappresentativo» e quindi contiene un’infinità di parti simili al tutto. Come una carta geografica perfetta deve contenere se stessa, e la carta geografica contenuta deve a sua volta contenere se stessa, e così all’infinito, così la Coscienza assoluta contiene se stessa, e cioè è presente in ogni sua parte, rimanendo peraltro salvaguardata la distinzione tra le parti (ossia per Royce, le coscienze le «idee» finite) e il tutto”. [28]

Quanto afferma Severino trova una evidente relazione con il concetto di frattalità, dove tuttavia viene salvaguardata la distinzione tra le parti, ossia l’individualità. Concetto che troviamo anche in Duns Scoto.

Se l’Essere primo, il Tutto, è ex sé (Duns Scoto), ossia proveniente da se stesso, ogni determinazione dell’Essere, sempre secondo Duns Scoto, è haecceitas (questa, sottinteso sostanza).

“Ogni determinazione dell’essere – scrive Franco Alessio a proposito di Duns Scoto – è una determinazione dell’essere, ogni essere finito è determinato, «habet aliquod esse proprium». Insomma: dal punto di vista metafisico l’individuo deve ciò che ha di più gelosamente e irriducibilmente singolare alla singolarità della propria esistenza di individuo, o, detto in altro modo, il singolare, che è certamente inseparabile dalla natura che è in comune con altri singolari, non è puro frammento di una totalità da cui potrebbe venir dedotto e a cui potrebbe venir interamente ridotto. Ogni singolarità di cui si può dire «hic» [qui], «haec» [questa], «hoc» [questo], deve questo suo «esser questo» a null’altro che questo suo esser questo (haecceitas). Nel coro del mondo, ogni voce è singolare, irriducibilmente quella voce”. [29]

Con alcune anticipazioni davvero sorprendenti delle moderne neuroscienze, gli Stoici attribuivano all’essere umano una coscienza (synkatathesis) che stava al centro di un complesso processo omeostatico (oikeiosis) e cognitivo governato dal logos.

L’oggetto fisico esterno (hyperchon), percepito (aisthesis), passa all’anima sotto forma di rappresentazioni (phantasia) e riceve l’assenso attivo interiore della coscienza (synkatathesis), che può essere accordato o meno liberamente da parte del logos albergante nella nostra anima. Qualora l’assenso sia dato a una rappresentazione con credenziali di corrispondenza (assenso al senso) si ha la katalepsis, l’apprensione, consistente nell’afferrare l’oggetto a monte della sensazione e della rappresentazione, le quali alterano la soggettività.

La coscienza ha fatto esperienza.

E’ significativo il fatto che per gli Stoici l’anima sia intesa come fisica e che il logos costituisca la vera essenza dell’uomo e la sola forza che ho potuto dare forma anche al cosmo.

Il logos, a differenza del nous (pensiero che pensa se stesso) è principio creativo e nell’uomo è rapporto con il mondo esterno; è intelletto che raccoglie, riunisce e somma gli oggetti percepiti, le rappresentazioni, le impressioni così da dare la visione e la comprensione di tutto. Il logos non si arresta alla conoscenza, ma contiene l’impulso a creare.

Senza entrare nei particolari della Stoicismo, va detto che la physis è il logos.

“La physis – scrive Max Pohlenza – è dunque per quanto legata alla materia, un principio spirituale, che plasma conformemente a ragione la materia. La physis non è altro che il logos, il quale è pertinente all’essere in modo necessario e in eterno quanto la materia. Logos e materia sono i due aspetti di un unico essere, di un’unica ousia”. [30]

Insiemi relazionali di Informazioni

Tutto ciò che noi definiamo realtà è relazione: una rete di relazioni relativamente stabili, dove le relazioni sono frattali di relazioni.

Queste relazioni relativamente stabili, quando sono percepite dai nostri sensi ed elaborate dalla nostra mente, danno origine ad immagini mentali che noi consideriamo realtà.

In questo senso noi creiamo il mondo intorno a noi e il nostro stesso mondo: un mondo immaginario che sottende null’altro che relazioni.

Una molecola è un insieme di relazioni tra atomi. Un atomo è un insieme di relazioni tra protoni, neutroni, elettroni, che a loro volta sono insiemi di relazioni.

Lo stesso vale per un corpo umano, che è un insieme di relazioni tra molecole e così per ogni altro aspetto della realtà.

La realtà è dovuta alla stabilità delle relazioni e al loro equilibrio dinamico, essendo la stessa energia una relazione, così come lo è la materia.

Relazione tra cosa? Tra informazioni. Un insieme di informazioni, in relazione tra di loro in modo stabile, dà luogo ad un pensiero, ad un’idea.

Il mondo delle idee è pertanto un insieme relazionale di informazioni.

Se tutto è relazione e se la realtà è costituita da insiemi relativamente stabili di relazioni informate, ne consegue che non necessariamente un insieme di relazioni informate relativamente stabile debba essere costituito nella forma spazio temporale della nostra dimensione, atteso che la stessa è ciò che la nostra mente ha elaborato come realtà.

La nostra condizione percettiva ci induce a ridurre lo spazio a tre dimensioni e a concepire il tempo come presente, passato e futuro.

Possiamo pertanto ipotizzare relazioni informate relativamente stabili in dimensioni altre dalla nostra, ove le forze o interazioni danno luogo a realtà che la nostra mente non è in grado di immaginare, ossia di tradurre in immagini.

In queste dimensioni altre potrebbero esistere esseri costituiti da relazioni informate relativamente stabili che non necessariamente devono entrare nel campo di forma spazio-temporale che caratterizza la realtà della nostra dimensione.

Esseri intelligenti, relazionalmente relativamente stabili, potrebbero popolare altre dimensioni a noi ignote, in quanto per noi non immaginabili.

Possiamo ipotizzare che anche l’anima, nella sua accezione tradizionale di “corpo di luce” (l’akhu egizio), di “corpo celeste” (San Paolo) o un “corpo composto di potenze” (Corpus Hermeticum) abiti altre dimensioni?

Se così fosse, gli esseri umani sarebbero esseri multidimensionali.

Vito Mancuso, teologo cattolico, in un libro intervista a Corrado Augias, afferma: “Ogni cosa è essere-energia, anche ognuno di noi è essere energia. Ma questo essere-energia lavora, è costantemente al lavoro, e tale lavoro consiste nel tessere una serie sempre più complessa e ramificata di relazioni che fanno salire il livello qualitativo del fenomeno…”. [31] Sempre Vito Mancuso, nel suo: “L’anima e il suo destino” definisce l’anima “una peculiare configurazione dell’unica energia che ci costituisce”. [32]

Poiché il significato principale di Logos è relazione, possiamo tradurre l’incipit del Prologo di Giovanni in questo modo: “Nel principio (arché) è la relazione (logos) e la relazione (logos) è nel principio (arché) presso l’azione (theon) e la relazione (logos) è azione”.

© Silvano Danesi


[1] Daniel J. Siegel, I misteri della mente, Cortina.

[2] Daniel J. Siegel, I misteri della mente, Cortina

[3] Ervin Lazlo e Jude Currivan, Cosmos, Urano edizioni

[4] Daniel J. Siegel, I misteri della mente, Cortina

[5] Emanuele Severino, La filosofia contemporanea, Rizzoli

[6] Federico Faggin, Silicio, Mondadori

[7] Federico Faggin, Silicio, Mondadori

[8] Federico Faggin, Silicio, Mondadori

[9] Federico Faggin, Silicio, Mondadori

[10] David Chalmers, Che cos’è la coscienza, Castelvecchi editore

[11] David Chalmers, Che cos’è la coscienza, Castelvecchi editore

[12] Edoardo Boncinelli, La vita della nostra mente, Laterza

[13] Edoardo Boncinelli, La vita della nostra mente, Laterza

[14] Edoardo Boncinelli, La vita della nostra mente, Laterza

[15] Daniel J. Siegel, I misteri della mente, Cortina.

[16] Daniel J. Siegel, I misteri della mente, Cortina.

[17] Daniel J. Siegel, I misteri della mente, Cortina.

[18] Daniel J. Siegel, I misteri della mente, Cortina.

[19] Jung e Pauli, Il carteggio originale: l’incontro tra psiche e materia”. Moretti & Vitali

[20] David Chalmers, Che cos’è la coscienza, Castelvecchi editore

[21] David Chalmers, Che cos’è la coscienza, Castelvecchi editore

[22] David Chalmers, Che cos’è la coscienza, Castelvecchi editore

[23] David Chalmers, Che cos’è la coscienza, Castelvecchi editore

[24] David Chalmers, Che cos’è la coscienza, Castelvecchi editore

[25] David Chalmers, Che cos’è la coscienza, Castelvecchi editore

[26] David Chalmers, Che cos’è la coscienza, Castelvecchi editore

[27] Edoardo Boncinelli, La vita della nostra mente, Laterza

[28] Emanuele Severino, La filosofia contemporanea, Rizzoli

[29] Franco Alessio, Duns Scoto e Ockham in Storia del pensiero occidentale, Mondadori

[30] Max Pohlenz, La Stoa, Bompiani

[31] Corrado Augias, Vito Mancuso, Disputa su Dio e dintorni, Mondadori

[32] Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, Cortina edizioni