Leggendo l’articolo “Il circolo ‘campo’ del tutto divino” recentemente pubblicato, ho riflettuto più che altro su alcuni punti specifici.

La frase “cerchio il cui centro è ovunque e la cui circonferenza è in nessun luogo” è stata la prima ad attrarre la mia attenzione. Mi è sembrata una sintesi perfetta del concetto di infinito, affascinante ed impalpabile, vicino e irraggiungibile, al contempo profondamente nostro e totalmente altro.

Un circolo di raggio infinito, essendo un circolo, ha di conseguenza una circonferenza che lo caratterizza ma, proprio perché a una distanza infinita dal suo centro, impossibile da visualizzare o disegnare. Per lo stesso motivo, essendo la sua circonferenza infinita e posta (per così dire) alla distanza di un raggio altrettanto infinito, qualunque punto dell’infinito spazio in questione può fare da centro, perché sempre al suo infinito intorno è possibile pensare a distanze altrettanto infinite.

Mi pare di capire allora che si tratta di un tutto rappresentato da un cerchio in un piano infinito che non può essere visto né raggiunto ma che però c’è, che ha il suo centro in ogni luogo, perché qualsiasi luogo è infinitamente distante dalla sua relativa circonferenza che, senza potersi definire, esiste. Questo tutto è un nulla che però esiste. Non esiste inizio, non c’è fine in un cerchio. Ognuno degli infiniti punti che giacciono sulla sua circonferenza è assolutamente identico agli altri, non esiste criterio per differenziarli tra loro, per riconoscerne uno anziché un altro. Possiamo solo prenderne uno a riferimento e cominciare a prendere in considerazione gli altri in una direzione piuttosto che in un’altra, tutto qui. Abbiamo solo riferimenti relativi.

Questo mi fa pensare automaticamente al concetto di vuoto quantistico, quella specie di mare per così dire “vuoto” ma scenario terribilmente attivo, pieno zeppo di fenomeni per i quali un continuo ribollire di particelle ed antiparticelle si creano, interagiscono e si elidono a vicenda in continuazione, un continuo ribollire di stati energetici. Un vuoto che però è pieno di cose, particelle (quasi sempre) virtuali. Un vuoto che però crea. Mi risulta parecchio curioso e allo stesso tempo stimolante pensare che, in qualche modo, gli antichi possedessero questo tipo di conoscenza. Una intuizione magari non supportata da un preciso rigore formale, sarebbe stata necessaria una matematica all’epoca non ancora scoperta, ma perfettamente definita a livello simbolico e di concetto portante. Chissà, potrebbe darsi il caso di una antichissima saggezza trasmessa a livello di parabola o metafora lungo la storia dell’esistenza umana su questo pianeta.

Altra frase di riferimento: “Il punto non è l’origine dalla quale emanano i mondi, ma il puntualizzarsi della possibilità, l’attuarsi della potenza, il collasso dell’onda delle probabilità”. Qui il riferimento alla fisica quantistica è fin troppo evidente. La propria funzione d’onda, quella che descrive la particella subatomica, è fatta di probabilità. Il “puntualizzarsi della possibilità” è allora la creazione della materia, generata dal collassare della corrispondente funzione d’onda. Credo sia un concetto questo molto potente: tutto ciò che esiste, esiste perché una probabilità si fa concreta. In questo senso credo si tratti dell’attuarsi della potenza, ovvero ciò che è possibile in potenza (cioè energia), si concretizza (cioè materia), agendo (cioè entrando in relazione). Ancora una volta, un mare di possibili riflessioni racchiuso in una sola frase.

E per concludere: “Gli infiniti centri, gli infiniti punti, sono occhi che collassano l’onda della probabilità in eventi e nel loro insieme sono l’Occhio del Tutto divino che, osservando se stesso (lo specchio di Dioniso), diviene trasformando le infinite possibilità in infinite attualità”. Come gli occhi disegnati nella coda del pavone, questi infiniti punti che compongono le possibilità di concretizzarsi in centro del tutto, osservano. E osservando fanno collassare l’onda, cioè in qualche modo creano la materia. Quegli infiniti punti, null’altro che le infinite possibilità, se osservate creano tutto ciò che percepiamo come esistente. Anche qui il riferimento alla fisica moderna è diretto. Quelle che noi chiamiamo particelle in realtà sarebbero null’altro che perturbazioni dei relativi campi energetici che le definiscono, eccitazioni di campi che, appunto perturbati, si concretizzano materialmente. Non esistono infiniti elettroni, ne esiste uno e solo uno, espressione della perturbazione di un unico campo elettronico che però è ovunque. Perciò quelle che a noi appaiono come infinite particelle, un enorme numero di elettroni, in realtà sono perturbazioni dello stesso campo che avvengono ovunque, come gli infiniti punti che potrebbero essere considerati centro del circolo infinito. Allora il circolo divino, ovvero l’infinita possibilità, è campo, le cui eccitazioni creano l’esistente. Noi stessi siamo punti di quell’infinito circolo, ne siamo sue manifestazioni materiali. Ne facciamo parte, siamo fatti di lui, simili a lui ma non possiamo né vederlo né raggiungerlo, imprigionati come siamo in uno spaziotempo limitato. Ma sappiamo di esserne parte, qualcosa nel nostro essere ce lo dice. Per questo forse, nonostante coscienti delle nostre limitazioni contingenti, continuiamo a cercarlo. Mi piace pensare che tutti questi infiniti punti, visti da un luogo sufficientemente distante, siano come pixel di un’immagine, “nel loro insieme sono l’Occhio del Tutto divino che, osservando se stesso”, fa collassare la funzione d’onda, trasforma le “infinite possibilità” (energie) “in infinite attualità” cioè noi, materia.

Abbiamo sete di quell’infinito così come quando, neonati, cerchiamo il latte materno, cerchiamo la vita, della quale facciamo parte me che anche infinitamente ci supera. Forse la chiave sta proprio in fondo nella possibilità di renderci conto di essere esseri limitati, finiti, che appartengono però ad una infinita essenza, ne facciamo parte. Siamo punti che osservano, siamo occhi di quel tessuto di infinite possibilità, siamo suoi frattali e, in quanto osservatori, possiamo creare e creiamo. Una grande responsabilità.