“Sin dall’inizio la filosofia – afferma Emanuele Severino – mostra che il Tutto è un Circolo: dall’unità originaria divina che contiene in sé tutte le cose deriva l’universo, e la derivazione è insieme divisione dell’unità nella molteplicità delle cose; e l’universo ritorna nell’unità da cui è uscito. Ma proprio nei due momenti più decisivi dello sviluppo del pensiero greco il Circolo viene meno: in Parmenide si riduce a un Punto (perché Parmenide nega l’esistenza del divenire e della molteplicità); in Platone e in Aristotele, che pure mostrano la strada per uscire dal Punto, il Circolo si spezza in due Semicerchi, perché l’unità divina originaria e la materia prima del mondo sono due assoluti reciprocamente indipendenti che, appunto per questo, non entrano in Circolo: da un lato una produzione dell’ordinamento razionale del mondo da parte di Dio (primo Semicerchio), dall’altro una tendenza della materia verso l’ordinamento e la forma, cioè verso Dio (secondo Semicerchio)”. [i]

Il Circolo non è omogeneo nemmeno in Plotino, nella cui filosofia “c’è un Punto del Circolo che produce tutti gli altri”. [ii]

Rivolgersi a un punto come al Tutto, al Divino, è scambiare la prospettiva dell’evento con la prospettiva del Tutto.

“Fanno festa Berlicche e Malacoda – scrive Guido Vitello – i diavoli tentatori di C.S Lewis, quando un cristiano in preghiera dà prova di credere che il Padreterno sia collocato in qualche punto nello spazio, diciamo pure «su in alto, all’angolo sinistro del soffitto della camera da letto», o meglio ancora dov’è appeso il crocifisso; è il segno certo che sta adorando un idolo, un fantoccio mentale, ed è tanto di fatica satanica risparmiata”. [iii]

E così è anche per chi ritiene, come Plotino, che sia un punto ad emanare ogni cosa.

Se ritorniamo all’unità del Circolo, Dio e materia sono cooriginari; sono “i due aspetti essenziali dell’antica phýsis” e, pertanto, “al di là del «dualismo» si trova la cooriginarietà di Dio e Materia e, quindi, si ritrova il Circolo, sì che il vero Dio è propriamente l’unità di Dio e Materia”. [iv]

“Tutto intorno a noi – scrive Maurice Cotterel – è una manifestazione di Dio, in forma fisica o energetica. Il fiore non è un fiore, ha solo l’aspetto di un fiore, in realtà è Dio mascherato”. [v]

“Il divino (l’Idea, l’Atto puro) – afferma Severino – è infatti la realtà immutabile; la cooriginarietà del divino e della materia unisce l’immutabile alla condizione fondamentale e al luogo stesso del divenire, rende cioè diveniente l’immutabile”. [vi]

Sul concetto di Circolo è necessaria una precisazione.

Il Circolo è orizzonte, dal latino horizon e dal greco horizōn, dal significato di limitante, da horizō, limito, ma un Circolo infinito è un orizzonte infinito che, in quanto infinito non è un orizzonte, ma kýklos, un cerchio, una ruota, un circolo, un “circolare”: un cerchio in movimento.  

Nel Medioevo la simbolizzazione di Dio era quella di un “cerchio il cui centro è ovunque e la cui circonferenza è in nessun luogo” (frase attribuita a Nicola Cusano). Di Empedocle si diceva affermasse. “La natura di Dio è un cerchio il cui centro è ovunque e la cui circonferenza non è da alcuna parte”.

Quel Circolo che simbolizza il Divino, la cui fine è l’inizio e il cui inizio è la fine, è il simbolo dell’Eterno che è immobile nel suo continuo divenire, in quanto rimane se stesso pur nelle sue infinite trasformazioni.

Stabilito che il Circolo del Divino è un “circolare”, ossia un movimento e non un limite, un serpente che si mangia la coda, ossia un’energia che circola su se stessa e non è un orizzonte, la circonferenza, che non è in alcun luogo, è il simbolo della continua trasformazione, del continuo passare dalla possibilità alla realtà, dalla potenza all’atto, dalla probabilità all’evento. 

Il punto non è l’origine

Il punto non è l’origine dalla quale emanano i mondi, ma il puntualizzarsi della possibilità, l’attuarsi della potenza, il collasso dell’onda delle probabilità.

Esistono, pertanto, infiniti punti, infiniti centri, infiniti collassi dell’onda delle probabilità in eventi, infinite realizzazioni, ossia passaggi dalla potenza all’atto.

Un centro che è un punto ha un proprio orizzonte, un proprio cerchio limitato derivante dal suo essere evento, dal suo esistere, ossia dal suo esserci.

Esistenza deriva da existentia, da ex-sistere, ossia da stare (la stabilità dell’evento nel tempo della sua permanenza: per l’essere umano l’omeostasi) e da ex: da, a partire da.

Qui è necessaria una precisazione riguardante i concetti di essenza e di sostanza, ai quali va aggiunto quello di esistenza.

Per Aristotele l’essenza (ti en einai) è ciò per cui una certa cosa è quella che è e non un’altra cosa, mentre per Platone l’essenza è l’idea, l’intima natura (phýsis) della cosa.

Ousìa, di volta in volta tradotto con essenza o sostanza, è il participio presente femminile del verbo eimi, che significa: “per essere io sono” ed è fondamento ontologico di ciò che realmente è.

In effetti «alla sostanza, che è la realtà individuale nella sua autonoma esistenza e sussistenza – spiega il dizionario filosofico – l’essenza si contrappone come la forma generale», «l’universale natura delle singole cose appartenente allo stesso genere e specie».

Ousìa è, conseguentemente, in quanto fondamento ontologico di ciò che realmente è, la possibilità che ha un essere di tradurre la sua vita potenziale in vita attuale, in esistenza, facendole assumere una forma.

L’ex-istere è un provenire da oltre il Circolo dell’esistenza, da oltre il confine, da quel Circolo che è “circolazione”: il “Campo” del Tutto divino.  

Parafrasando Tommaso D’Aquino, l’esistenza è il compimento e la perfezione dell’essenza e tra esistenza ed essenza vi è un rapporto analogo a quello tra potenza e atto. L’atto è, allora, l’esistenza a cui l’essenza perviene realizzandosi e l’esistenza, sempre parafrasando Tommaso D’Aquino, vale sia come momento distinto dall’essenza (in quanto sua realizzazione), sia come ciò che in sé contiene tanto se stesso (essenza) quanto l’esistenza.

Il Tutto è essenza e esistenza ed è potenza e atto. Se così non fosse, non sarebbe Tutto.

L’esistenza degli eventi non è necessariamente quella che noi conosciamo in relazione alla dimensione spazio temporale entro la quale viviamo, che si pone come orizzonte, ossia come circolo che limita da ogni parte la nostra vista.

Se la sostanza (un essere che sta, un essere che possiede una sua esistenza reale, ossia l’attualizzazione dell’essenza nell’esistenza) è la relazione, come afferma Tommaso D’Aquino, tra essenza ed esistenza, si possono concepire come sostanze anche essenze esistenti in altre dimensioni diverse da quella spazio temporale nella quale siamo immersi. Rimane aperta la questione delle modalità del loro stare.

L’Infinito di Giacomo Leopardi ci dona una straordinaria sintesi della finitezza dello sguardo umano e di come l’Eterno si presenti nel pensiero quando questo si immerge nell’immensità dell’oceano primordiale.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

La Circonferenza che non ha luogo è il “Campo” del Tutto divino.

Casella di testo:
Casella di testo:

Se il Centro è ovunque, quello che per noi è il Centro siamo noi stessi (vedi nella figura il punto verde); èil nostro “punto” di vista, ma attorno a noi ci sono infiniti centri.

 Gli infiniti centri, gli infiniti punti, sono occhi che collassano l’onda della probabilità in eventi e nel loro insieme sono l’Occhio del Tutto divino che, osservando se stesso (lo specchio di Dioniso),  diviene trasformando le infinite possibilità in infinite attualità.

Nell’iconografia medievale gli angeli, inviati e messaggeri di Dio, hanno le ali con le penne oculate, come quelle del pavone. 

Ogni esistenza, ossia ogni sostanza individua, è un occhio che collassa l’onda delle probabilità in realtà, che fa sì che l’essenza si realizzi nell’esistenza.

Non è un punto centrale unico che trasforma la potenza in atto, la probabilità in evento, ma è l’esistenza, ossia il trarsi dell’essenza nel luogo del divenire, cosicché, essendo, come afferma Emanuele Severino, il Divino “realtà immutabile”, la cooriginarietà del Divino e della materia “unisce l’immutabile alla condizione fondamentale e al luogo stesso del divenire, rende cioè diveniente l’immutabile”. [vii]

La Totalità, ossia il Tutto, il Divino è e, in quanto escludente ogni altro da sé, è Essere che non ammette il Non Essere; è Essere in senso assoluto nella sua immutabilità, ma è Essere in senso relativo nel suo essere diveniente, dove la molteplicità esce dal non-essere per entrare nell’essere.

Un essere umano, in quanto essere incarnato, è entrato nel suo essere umano proveniente dal suo non-essere umano. Un musicista è entrato nel suo essere musicista quando, avendo appreso la musica, è uscito dal suo non essere musicista.

L’essere umano, in quanto essere ex-sistente è un partito da, un arrivato da un “oltre il suo orizzonte” che non è il suo orizzonte, il suo Circolo dell’esistenza umana; un oltre ove la sua essenza può essere sostanza in altre dimensioni, in altri stati dell’essere, dove l’essere, appunto, sta.

Lo stare nel Circolo dell’esistenza terrena comporta, per l’essere umano, una sfocatura del suo percepire, che rende l’essere umano incapace di andare con i propri sensi oltre l’orizzonte. Nel tempo, egli si è dotato di strumenti che hanno allargato e allungato la capacità dei suoi sensi; è andato oltre la siepe, ha visto altri orizzonti, nel grande e nel piccolo, ha apprezzato l’immensità dell’universo nel quale vive e ha esplorato dimensioni infinitesime, ma è rimasto comunque entro i limiti.

Gli orizzonti conquisati gli fanno intravvedere altre dimensioni e altri stati dell’essere, non più con la fede, ma con la ragione.

In un certo senso, ogni essere umano è al centro del Tutto divino, perché dal suo “punto di vista” è il centro, il punto dal quale si apre la sua conoscenza; la sua ricerca gli ha fatto capire di essere uno degli infiniti occhi, uno degli infiniti “punti di vista”, uno degli infiniti centri che cercano il rapporto con una Circonferenza che non ha luogo, perché la Circonferenza è il luogo infinito, il “Campo” del Tutto divino, dove tutto è possibilità e tutto è atto.   

© Silvano Danesi


[i] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[ii] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[iii] Guido Vitello, la follia di Zolla, Il Foglio, Anno XVII n°24

[iv] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[v] Maurice Cotterel, Cronache celtiche, Corbaccio

[vi] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[vii] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli