Il secondo dialogo del De la causa, principio et Uno di Giordano Bruno tratta delle cause e dei principii di tutte le cose, in un vivace dibattito tra Dicsono e Teofilo (pseudonimo di Giordano Bruno).

L’approccio filosofico – e mai teologico – di Giordano Bruno è ribadito più volte in questo dialogo, con lunghi excursus sul pensiero dei greci Empedocle, Anassagora, Platone e Aristotele, e con riferimenti diretti alla filosofia naturale ed ermetica. Lo scopo della ricerca del filosofo naturale non è, per Bruno, la conoscenza diretta di Dio, in quanto essa è impossibile partendo dalla sola osservazione della natura, allo stesso modo in cui, guardando il ritratto scolpito di Elena, non è possibile conoscere direttamente lo scultore Apelle, ma soltanto il suo ingegno, la sua intenzione (forse, il principio) e il suo scopo (forse, la causa). Della divina sostanza, essendo essa infinita e lontanissima dagli effetti che ha generato, non possiamo conoscere nulla, se non attraverso le ombre presenti negli effetti stessi:

Ecco dunque, che della divina sustanza, sí per essere infinita sí per essere lontanissima da quelli effetti che sono l’ultimo termine del corso della nostra discorsiva facultade, non possiamo conoscer nulla, se non per modo di vestigio, come dicono i platonici, di remoto effetto, come dicono i peripatetici, di indumenti, come dicono i cabalisti, di spalli o posteriori, come dicono i thalmutisti, di spechio, ombra ed enigma, come dicono gli apocaliptici.

Giordano Bruno aggiunge, in una descrizione che ha i tratti della poesia, che la conoscenza di Dio attraverso le sue vestigia naturali è ancor più impossibile dal momento in cui, non solo sarebbe necessario conoscere tutte le cose della natura, i loro principi e le cause regolatrici di questo mondo, ma anche di tutti gli infiniti mondi che, come il nostro, sono vivi (vivificati ed abitati) e, come il nostro, partecipano con voci innumerabili alla grandezza divina, che è causa e principio primo di tutto. Per questo motivo, al filoso naturale spetta la sola ricerca o nell’ambito della natura stessa o in tutto ciò che in essa riluce; al filosofo spetta l’indagine e la comprensione della causa naturale e del principio naturale.

Causa e principio non sono assolutamente sinonimi: Giordano Bruno intende per principio ciò che intrinsecamente concorre alla costituzione delle cose e permane nell’effetto (il punto è il principio della linea), intende invece per causa ciò che esteriormente concorre alla costituzione delle cose e non permane nelle stesse nemmeno dopo il suo effetto (una scossa di terremoto è causa di un tetto caduto e non permane nelle macerie).

La causa efficiente universale è, per Giordano Bruno, l’intelletto universale, che è la prima e principale facoltà dell’anima del mondo, forma universale del mondo stesso. Tale intelletto riempie tutto, illumina l’universo e indirizza la natura a produrre le sue specie (così come l’intelletto umano produce pensieri ed azioni). È l’ esagitator de l’universo dei Pitagorici, il fabro dei platonici, il seminatore dei maghi, l’ occhio del mondo di Orfeo, il padre di Plotino, che infonde e porge qualcosa di suo nella materia, mantenendosi quieto ed immobile. Impregna la materia di tutte le forme e, secondo la raggione di quelle, la modella nei suoi rapporti di causa ed effetto con il resto del mondo, i quali sono invisibili a chi non sa distinguere ed ordinare.

L’intelletto universale, come un grande architetto, vede dentro e fuori di tutte le cose naturali e ne è la vera causa. Giordano Bruno lo chiama artefice interno perché forma la materia figurandola da dentro, ovvero la modella intrinsecamente ed estrinsecamente (il seme si esplica in radice e fusto, poi in rami, in gemme e di nuovo in seme). L’osservazione della natura e delle cause prossime ed efficienti che ne regolano le forme può consentire al filosofo naturale di risalire attraverso di esse ed arrivare alla causa prima, attraverso l’attività dell’intelletto universale, causa efficiente, presente in tutte le cose. Nel film di Giuliano Montaldo del 1973 Giordano Bruno, magistralmente interpretato da Gian Maria Volontè, fa l’esempio di questo esercizio di conoscenza fino alla causa prima partendo dal latte: latte > vacca > erba > prato > pioggia > nuvole > cielo > astri > universo > – Dio – > universo > astri > cielo > nuvole > pioggia > prato > erba > vacca > latte. Ognuno di questi elementi, partendo dal latte, è causato dal successivo fino a Dio. Partendo da Dio (di cui non è possibile conoscere nulla), ognuno di questi elementi è causa del successivo, fino a ritornare al latte che, prodotto dalla causa efficiente, altro non è che un’immagine viva di Dio. Il filosofo, sottolinea Giordano Bruno, ha il compito di comprendere i legami di causa fino all’universo, fermandosi a riconoscere che vi è una causa prima sopra di esso (Dio, causa prima), ma che resta inconoscibile all’esperienza umana.

Sintetizzando dunque, esistono tre tipi di cause: la causa prima (estrinseca e divina), la causa efficiente (estrinseca ed intrinseca) e la causa particolare (intrinseca e specifica). Poiché la causa corrisponde all’intelletto, conseguentemente esistono tre tipi di intelletto: quello primario e divino (inconoscibile dal filosofo naturale ed oggetto della teologia), quello mundano (ovvero l’artefice interno, che è causa della creazione di tutto ed oggetto dello studio del filosofo) e l’insieme degli intelletti particolari (che si generano in tutto).

Ma cosa crea l’intelletto mundano? Abbiamo detto che il fabro (l’artefice interno, l’occhio del mondo, il seminatore, l’esagitator mundi, etc) imprime, con la sua intenzione, la forma nella materia.

Il scopo e la causa finale, la qual si propone l’efficiente, è la perfezion dell’universo […] sicome questo efficiente è universale nell’universo ed è speciale e particulare nelle parti e membri di quello, cossí la sua forma e il suo fine.

Artefice interno, causa efficiente ed intelletto mundano sono dunque la stessa cosa della forma, perché l’intelletto, che è una potenza dell’anima del mondo, è l’efficiente prossimo di tutte cose naturali.

Esistono due tipi di forme: la prima, che è causa, primaria, estrinseca e quindi non ancora efficiente, ma per la quale l’efficiente effettua (è una forma estrinseca alla materia, come quella che lo scultore ha in mente, ancora prima di adoperare i suoi strumenti); la seconda, che è principio, quindi estrinseca ed intrinseca contemporaneamente, che è suscitata nella materia dall’efficiente (è persistente nell’oggetto creato, come la forma della statua che lo scultore scolpisce).

Giordano Bruno sostiene che l’anima del mondo è in una posizione mediana tra il divino e il particolare, portando l’esempio del nocchiero e della sua nave: poniamo che il nocchiero sia l’anima del mondo e la nave il mondo universale (materia). Il nocchiero è parte integrante della nave, nella misura in cui si muove soltanto se è dentro l’imbarcazione. Ma la nave senza il nocchiero sarebbe ferma nel porto; l’imbarcazione non segue una rotta autonomamente ma è guidata dal nocchiero che gli “imprime” il movimento. Il nocchiero è causa efficiente e principio del movimento. Il movimento è la forma impressa alla materia.

La concezione bruniana dell’anima del mondo è anche detta panpsichismo. Il panpsichismo bruniano è cosa ben diversa dal panteismo (Dio è in tutte le cose), poiché come abbiamo visto, ciò che anima tutto non è Dio, bensì l’anima del mondo, ovvero l’artefice interno. Il panpsichismo bruniano è cosa ben diversa anche dal materialismo (la materia è la sostanza di tutte le cose), poiché sebbene la materia per Bruno preesista alla forma, essa non si genera e manifesta se non tramite l’azione della causa efficiente, quindi dell’anima del mondo. Il panpsichismo bruniano fu uno dei motivi della sua materiale disgrazia (e allo stesso tempo, prova del suo genio), e l’autore era ben consapevole che il senso comune lo avrebbe rifiutato e condannato:

Dicsono Arelio: Mi par udir cosa molto nova: volete forse che non solo la forma de l’universo, ma tutte quante le forme di cose naturali siano anima?
Teofilo: Sí.
Dicsono Arelio: Sono dunque tutte le cose animate?
Teofilo: Sí.
[…]
Dicsono Arelio: È comune senso che non tutte le cose vivono.
Teofilo: Il senso piú comune non è il piú vero.

Cosa vuol dire che tutte le cose sono animate? Potremmo riprendere l’esempio del latte di cui sopra, ma seguendo il dialogo riportiamo la dimostrazione che ne fa direttamente l’autore: il tavolo o il cuoio non sono, di per sé, oggetti animati; ma essendo essi costituiti (composti) da cose naturali (in questo caso il legno e la pelle dell’animale) hanno in sé materia e forma. Poiché hanno forma sono naturalmente generate dall’intelletto universale, dall’anima del mondo. E se le cose naturali sono vive allora sono animate (le piante o gli animali), se invece esse non sono vive, ciò non vuol dire che non sono ugualmente animate: come gli animali e le piante, le cose della natura che non sono vive sono comunque partecipate dallo spirto, secondo il principio universale e atto primo di vita. Essendo tutto ciò che ha forma (e che quindi esiste) costituita dall’anima del mondo, quindi dall’intelletto universale e principio e causa efficiente, ogni cosa esistente ha in sé anima. Le parti che compongono un oggetto non sono meno esistenti dell’oggetto in sé, così come una fiammella non è meno fuoco o una goccia non è meno acqua. Gli oggetti non sono che circostanze ed accidenti di parti singole aggregate in maniera particolare e speciale. Per questo motivo, ogni cosa al mondo si può dire animata. Riprendendo l’esempio del latte: il latte esiste perché è costituito dall’acqua e dai composti organici dell’erba che la vacca ha ingerito, e sia l’acqua che i composti organici sono stati prodotti dalla terra bagnata dalla pioggia, e quindi di tutti i casi particolari che hanno portato alla formazione delle nuvole, della Terra e della sua atmosfera e della sua peculiare posizione e movimento intorno al Sole, e di questo in rapporto alla Via Lattea e all’insieme delle galassie, e di queste nel moto collettivo dell’universo. Fino a Dio.

[…] come abbiamo detto che dove è la forma, è in certo modo tutto, dove è l’anima, il spirto, la vita, è tutto, il formatore è l’intelletto per le specie ideali; le forme, se non le suscita da la materia, non le va però mendicando da fuor di quella; perché questo spirto empie il tutto.