di Gianfranco Costa

Nel passato mese di dicembre, in occasione del convegno “Dentro la Matrix, oltre la Matrix” svoltosi in quel di Fermo, ho avuto il piacere e l’onore di proporre una presentazione sul tema della percezione (Pillola rossa a piccole dosi). Uno dei punti chiave è consistito nel sottolineare che quella che definiamo come “realtà” in effetti non è null’altro altro che la nostra realtà, quella che la percezione ci presenta come tale ma che è solo una delle molte possibili e, per giunta, parecchio limitata. In quel contesto non mi è sembrato opportuno focalizzare l’attenzione su un altro aspetto che ritengo molto importante al riguardo per non abbandonare il tema dell’evento, però in questa occasione vorrei farlo, a corollario di quanto detto.

Il Presente

In molte filosofie più o meno antiche e anche in alcune religioni si sottolinea il fatto che l’importante è gestire il presente, unica fase temporale sotto il nostro controllo. Qui e adesso. Perché?

Beh, sostanzialmente perché il passato vive solo nei nostri ricordi, più o meno fedeli all’accaduto ma comunque non più modificabile in quanto, per l’appunto, passato. Non possiamo (al momento) tornare indietro nel tempo per rivivere o modificare una determinata situazione, non possiamo rimediare a qualche errore precedentemente commesso. Il passato è passato, ci tocca convivere con bellezza, malinconia, rimpianto, dolore o gioia che un determinato ricordo di fatto comporta.

D’altro canto neppure plasmare il futuro è qualcosa pienamente alla nostra portata, sostanzialmente perché ancora deve essere scritto o meglio vissuto. Possiamo solo immaginarlo, anche se possiamo tentare di fare in modo che qualcosa accada come ci auguriamo: però le variabili totalmente fuori del nostro controllo sono un’infinità, di fatto il futuro ancora non esiste.

E qui sorge un’altra considerazione che può assumere toni anche piuttosto inquietanti: ciò che definiamo come “presente” è un qualcosa che pare esistere ben delimitato da passato e futuro, ovvero da due cose che non esistono. Il passato è esistito ma ora non esiste, se non nel ricordo, mentre il futuro non esiste perché ancora non si è realizzato.

Quindi ciò che definiamo “presente”, in quanto delimitato da due situazioni che non esistono, di fatto esiste?

La freccia

Sempre in occasione della su citata presentazione facevo cenno alla nostra capacità di percepire il passare del tempo. È quello un vero e proprio senso, come lo sono vista o udito, solo che in fondo c’è qualcosa di molto strano che lo caratterizza. Mentre tutti gli altri sensi hanno un relativo organo sensibile a quel contesto (per esempio l’occhio è l’organo di senso della vista, le orecchie sono gli organi di senso dell’udito e così via), il senso del passare del tempo no. Non esiste un organo di senso orologio. Forse quello che più si avvicina all’idea è il cuore, il cui battito potrebbe essere indice della sensazione di tempo che passa, anche se da un punto di vista estremamente soggettivo, poiché ogni individuo ha un differente ritmo che tra l’altro cambia istante per istante, in funzione del contesto.

Alcuni neuroscienziati però sospettano che sia l’intero nostro cervello o meglio le innumerevoli interconnessioni tra le varie cellule nervose a gestire il senso del tempo che passa, così come accade per altro verso per ciò che riguarda la memoria (non esiste nessun “disco rigido” nel nostro cervello, solo miliardi di interconnessioni nervose che dinamicamente realizzano la funzione di memoria). In altri termini il nostro cervello è l’organo che gestisce tutti gli elementi di quanto definiamo “reale”, incluso il senso del fluire del tempo. Praticamente attuerebbe come un perfetto ologramma, nel senso che tutte le sue parti costitutive, congiuntamente, gestirebbero la percezione del tempo che sperimentiamo quotidianamente.

Da un punto di vista fisico, il nostro cervello dunque ci “limita”, in funzione delle sue modalità operative e dei suoi stessi schemi di funzionamento, per farci percepire la sequenza degli eventi come fossero continui e consecutivi.

Si parla di “freccia del tempo”, ovvero di un flusso temporale costante che solo può procedere dal passato verso il futuro, seppure entrambe sono situazioni che, come abbiamo visto, secondo questi approcci non esistono.

Artifici matematici

La freccia del tempo avanza sempre nella stessa direzione, non torna indietro. Però le nostre leggi fisiche fondamentali  non includono il tempo. Per fare un esempio, la Gravità Universale di Newton non prevede tra le sue variabili il tempo, non ne ha bisogno. Il tempo è qualcosa di immutabile per la fisica newtoniana, un flusso continuo, implacabile. Due corpi dotati di massa, per il solo fatto di esistere, si attraggono con una forza inversamente proporzionale alla loro distanza. Non si parla di tempo. In altri casi più evoluti, come per esempio nelle equazioni della Relatività einsteiniana, il tempo comincia a considerarsi come relativo, cioè cambia. Diciamo che a quel punto la interpretazione della fisica comincia ad allontanarsi dalla esperienza e dalla nostra intuizione, che lo vorrebbe fisso e immutabile: il tempo è una dimensione, una delle quattro del nostro spaziotempo. Di più: nella logica relativista lo stesso concetto di simultaneità, per il nostro intuito perfettamente chiaro, è invece del tutto relativo.

A complicare la faccenda, quello che si nota è che non c’è alcuna differenza in quelle equazioni se il tempo fluisse dal passato verso il futuro o al contrario, dal futuro verso il passato. Si dice perciò che quelle leggi sono simmetriche rispetto al tempo. Voglio dire che le nostre leggi fisiche consolidate funzionerebbero bene lo stesso anche se il tempo scorresse al contrario e dunque, la direzione del procedere del tempo non ha alcuna importanza da questo punto di vista. Il tempo potrebbe anche scorrere al contrario, le leggi fisiche di questo nostro universo non cambierebbero.

Qualche mente eccelsa, qualche genio assoluto della fisica moderna si è chiesto cosa succederebbe se il tempo scorresse al contrario, anche addentrandosi nell’affascinante mondo della fisica quantistica. Per esempio, mentre Dirac ipotizzava energia negativa (un assurdo che veniva fuori dalle sue geniali equazioni e che portò a cercare e poi scoprire il positrone), l’eccelso Richard Feynman le interpretava in modo completamente diverso: secondo lui non esiste nessuna energia negativa ma solo particelle che viaggiano indietro nel tempo, la sua personale interpretazione di antimateria. Insomma la freccia del tempo per noi avanza sempre nella stessa direzione ma dal punto di vista matematico potrebbe scorrere al contrario e tutto avrebbe ancora perfettamente senso.

Quanto dura l’adesso?

Ciò che più sorprende del tempo è che più ci si addentra nello studio delle sue caratteristiche e più misterioso e assurdo ci appare. Lo stesso Sant’Agostino diceva “Cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede lo so. Però se provo a spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so”. Alla fine, per uscire dal paradosso al quale si giunge considerando il presente come grandezza infinitesimale, risolse la questione proiettando tutto nel presente: il presente del passato (la memoria), il presente del presente (la misura del tempo) e il presente del futuro (l’attesa). E quindi il tempo è una proprietà della mente. Wow.

D’altra parte è una questione questa che ha tenuto in scacco fisici e filosofi per secoli. In pieno secolo XXI, tra aerei supersonici, droni computerizzati e intelligenza artificiale, il tema resta alquanto oscuro. Cosa crea il tempo? Nessun fisico sa rispondere a questa domanda.

Sembra che pochi passi in avanti abbiamo fatto dal tempo dei pitagorici, che lo associavano al movimento. Anche per Aristotele esistono passato e futuro; il presente è solo la connessione tra i due. Torna così l’inquietante conclusione prima ipotizzata e cioè che nulla esiste, perché se passato e futuro non esistono, dunque…

Einstein, in occasione della perdita di una persona cara, disse che “Quelli come noi che credono nella fisica sanno che la distinzione tra passato, presente e futuro è solo una persistente illusione”.

Diciamo che per la nostra esperienza il presente è qualcosa in continua evoluzione, si muove tra passato e futuro sempre nella stessa direzione.

Ma qui arriviamo al nocciolo della questione: Quanto dura l’adesso?

Se il presente è una specie di fotogramma, la foto di un momento che avanza sempre in avanti, ebbene quanto dura? Beh, secondo la relatività l’adesso ha una durata soggettiva, in funzione del contesto e del movimento relativo. Inoltre, tutti gli istanti sono identici, non ce n’è nessuno in particolare che differisca dagli altri, nessuno che possa essere definito come “l’adesso”, tutti gli istanti sono già scritti.

L’unica cosa che dunque identifica il presente secondo questa visione è la mente umana, il nostro cervello. In altri termini, il tempo e dunque il presente, è un prodotto della coscienza. Se ciò è vero allora il tempo è una illusione della nostra mente che ricorda ciò che accadde nel passato e dimentica ciò che accadrà nel futuro, facendoci sentire di vivere il presente. Tutti gli eventi, sia passati che futuri, già sono scritti.

Praticamente la durata del presente è una interpretazione umana, il frutto della nostra mente, la maniera di funzionare del nostro cervello. Allora il presente ha un’ampiezza che creiamo soggettivamente. Alcuni hanno definito il “quanto minimo di percezione”, ovvero la definizione di istante più breve possibile nel quotidiano (alcuni millisecondi), per poi rapportarlo all’esperienza del giorno per giorno. Secondo queste definizioni “l’adesso” ovvero il presente durerebbe mediamente tra i 4 e i 6 secondi in base alla nostra percezione, secondo alcuni esperimenti di comportamento e relazione tra persone in un determinato ambiente.

Insomma non c’è maniera di uscirne, sembra che la visione della fisica e quella della nostra intuizione guidata dall’esperienza proprio non riescano a mettersi d’accordo rispetto al tempo e alla definizione di “presente”.

Pertanto vorrei concludere con una citazione famosa che ritengo adeguata, una frase di Richard Feynman: “La meccanica quantistica descrive la natura come assurda secondo il buon senso. Però concorda perfettamente con le prove sperimentali. Spero quindi che possiate accettare la natura per quello che è: assurda”.