L’iniziato, come suggerisce Mircea Eliade, [1] è “colui che sa” e in quanto tale è colui che si ricorda dell’inizio; più esattamente, colui che è diventato contemporaneo della nascita del mondo, quando l’esistenza e il tempo si sono manifestati per la prima volta”.[2]

“Subire un’iniziazione – scrive Max Guilmot – equivale ad abbandonare la superficie degli avvenimenti, scendere nelle profondità dell’oceano psichico, perdere la coscienza lucida, per seguire la corrente tumultuosa dell’universo; e, infine, vedere in faccia lo splendore stesso della forza vitale”.[3]

Il processo di individuazione è l’incontro con il nostro nucleo interiore di natura divina (il Sè) ed è un accor-darsi a questo nucleo, ma non ci si può avvicinare al Sè e scoprire il significato della vita, senza trovarsi a camminare inevitabilmente su una lama di rasoio. E questo è il percorso dell’eroe, del coraggio: cor actum.

Il Sè è la voce centrale dell’inconscio, quella che nel sogno è portatrice di un messaggio di capitale importanza.[4]

L’iniziazione è il rendersi contemporanei all’illud tempus delle origini.

In questo senso la morte è la grande iniziazione, in quanto rappresenta il ritorno al caos, indispensabile ad ogni nuova creazione e la morte è uno degli aspetti  (Morrigan) della Grande Madre, in quanto la Dea Mor Rigu, la Grande Regina, la trasformatrice, è colei che, oltre a dare la vita, la riprende o la trasforma. 

La morte iniziatica, lo sprofondamento nell’inconscio, sono simbolicamente la morte e il contatto con la femme engloutie, dal quale nasce la risalita verso la reintegrazione dell’Io, ma con un livello maggiore di coscienza, che collega l’iniziato ai livelli coscienziali scalarmente più elevati, fino a raggiungere il contatto con la Coscienza. Ecco perché, come scrive Max Guilmot, il “vero segreto … è nel mutamento di coscienza dell’iniziato … Il segreto, l’indicibile segreto, è nel cuore dell’iniziato”.[5]

Vi può essere, e in molti casi lo è, l’esigenza di una ritualità corretta, che conduca per mano l’iniziando verso il contatto con i livelli profondi del suo essere e Giamblico, a questo proposito, scrive: “L’esecuzione perfetta, e superiore all’intelligenza, di atti ineffabili, la forza inesplicabile dei singoli, darà l’intelligenza delle cose divine”.[6]

“Le tecniche iniziatiche – suggerisce Guilmot – si limitano a mettere in atto quadri simbolici, parole e gesti destinati a suscitare un mutamento di livello spirituale, mentre ciò che l’iniziazione condanna sono proprio le «nozioni» dogmaticamente insegnate”.[7]

L’iniziazione comporta un nuovo livello di coscienza, una nuova consapevolezza e anche una nuova responsabilità. “Durante la notte – scrive Petosiri (Ermopoli, III secolo a. C.) – lo spirito (divino) risiedeva nel mio cuore; dall’alba in poi facevo ciò che esprimeva il suo volere”.

Il percorso iniziatico è ben descritto nel celeberrimo acronimo alchemico VITRIOL (Visita interiora terrae rectificandoque invenies occultum lapidem. Visita le profondità della Terra e, migliorandoti, troverai la Pietra nascosta), ossia il tuo Sé.

Possiamo così schematizzare il percorso iniziatico, da un punto di vista psicologico:

La discesa agli inferi – Morte iniziatica Nell’oscurità della Terra – Caverna Inconscio
L’uscita dagli inferi – Il ritorno all’aria Reintegrazione dell’Io
Il bagno purificatore – Acqua – Lustrazione Abbandono delle scorie
Il ritorno alla luce Luce – Fuoco Reintegrazione dell’Io con una  nuova coscienza del Sé
Il vestito nuovo Adepto ormai iniziato Nuova personalità con una nuova coscienza.

Approdo finale dell’iniziazione è l’acquisizione di una “nuova vita”.

“L’individuo – scrive in proposito Joseph Campbell – attraverso discipline psicologiche prolungate, si libera da ogni attaccamento alle proprie limitazioni personali, alle proprie idiosincrasie, speranze e paure, non si oppone più al proprio annullamento, indispensabile per rinascere alla conoscenza della verità, ed è finalmente pronto alla grande conciliazione. Annientate le proprie ambizioni personali, egli non cerca più la vita, ma spontaneamente si abbandona a tutto ciò che può accadergli; diventa, per così dire, una  cosa anonima. La Legge  vive in lui con il suo consenso incondizionato”.[8]    

La Legge è la Regola, Brihat-Ritam, Brighit-Recht e ognuno la deve scoprire da sé, senza mediatori, dogmi, verità rivelate, entrando nel flusso, facendo i conti con se stesso, cercando di riportare, da eroe moderno, come scrive Campbell, “alla luce l’Atlantide perduta dell’anima coordinata”.[9]   

Il mito dell’eroe

Alla funzione iniziatrice della Dea, ovvero all’Eterno Femminino, si collega il mito dell’eroe, chiamato dall’araldo (un impulso interiore, al momento percepito come un estraneo, uno straniero) a sottoporsi alla prova iniziatica.

All’appello sono costantemente collegate le immagini della caverna, della oscura foresta, del grande albero, della fonte zampillante e la comparsa in forma ripugnante e disprezzabile (rospo, vecchia, ecc.), dell’artefice del destino. L’essere ripugnante rappresenta l’inconscio e il potere che può distruggere il suo sistema egocentrico e pertanto diventa per l’ego un mostro. La disobbedienza all’appello interiore trasforma l’avventura nel proprio contrario.

Le storie segnano nelle sei direzioni l’orizzonte di vita dell’eroe, indicando le soglie e chi varca la soglia incontra i suoi guardiani, terribili nemici e al tempo stesso distributori di poteri magici. “L’eroe irlandese Finn Mac Coll – ad esempio – venne inghiottito da un mostro di forma imprecisata, del tipo noto presso i Celti col nome di peist”. [10]

Una volta varcata la soglia l’eroe viene a trovarsi in un paese di sogno abitato da forme fluide e ambigue, dove deve superare un certo numero di prove, alla fine delle quali avviene il matrimonio mistico, lo ieros-gamos dell’anima-eroe trionfante con la Dea Signora del Mondo. Il matrimonio mistico con la Dea regina del mondo simboleggia il completo dominio della vita da parte dell’eroe, la sua comprensione della legge cosmica e, conseguentemente, il raggiungimento della condizione di Sovrano. L’eroe è il contrario del fanatico, il quale “invece di purificare il proprio cuore, …. cerca di purificare il mondo”[11]

“Coloro che sanno che l’eterno vive in loro e che essi, e tutte le cose, sono realmente l’eterno – scrive Joseph Campbell – abitano il bosco degli alberi miracolosi, bevono la rugiada dell’immortalità ed odono ovunque la silenziosa musica dell’eterna concordia”.[12]

Nel mondo celtico una figura dell’eroe è rappresentata da Cu Chulainn, il cui nome è Setanta, colui che è in cammino.

La nostra vita segue un progetto, ma il modello che il Sè aveva in serbo per noi, difficilmente lo seguiamo. Quando una persona non vive in armonia col Sé è come un albero che cresce fuori dal suo disegno naturale. Il sintomo più diffuso di questa distorsione è l’inquietudine, che si manifesta come insoddisfazione, angoscia, solitudine, desiderio o mancanza. La via iniziatica  non è un rinchiudersi in se stessi, non è isolarsi per percorrere da soli un cammino, ma è relazione con gli altri, perché la relazione è verifica, è disponibilità a mettersi in discussione.

Una persona non può individuarsi, sostiene Jung, restandosene seduto sulla cima dell’ Everest. Un rapporto normale, naturale e corretto con le persone circostanti è uno dei requisiti indispensabili del processo di individuazione.

Il percorso dell’eroe, pertanto, non è un cammino solitario, ma relazionale, dove ognuno di noi si confronta con gli altri.

La via dell’intelligenza del cuore

Il percorso dell’iniziato può anche essere assimilato a chi percorre la via dell’intelligenza del cuore.

Posto che intelligenza deriva dal latino inter legere, dove inter ha il significato di tra, fra, nel mezzo e legere di raccogliere e scegliere e che in rapporto all’essere umano l’intelligenza è il raccogliersi nel proprio mezzo, ovvero nel proprio centro, al fine di scegliersi, alla domanda: “Cos’è l’intelligenza del cuore?” si deve anteporre quella: “Cos’è il cuore?”.

Nell’antico Egitto il morto (o l’iniziando), giunto al tribunale degli dèi doveva dimostrare che il suo cuore era più leggera della piuma di Maat, ossia dell’ordine e della giustizia.

Il cuore, primo organo a formarsi nel feto umano, era considerato la sede dell’intelligenza e del pensiero (spirito).

Nel Libro dei Morti (Libro per salire alla luce del Giorno) è scritto: “O mio cuore, tu che mia madre mi ha dato, cuore delle mie trasformazioni, non ti alzare contro di me in tribunale. Non ti separare da me in presenza di colui che tiene la bilancia. Tu sei il mio Ka che è nel mio petto, il Khnum [il dio vasaio che forma i corpi] che ha reso il mio corpo completo. Possa tu arrivare al bene verso cui noi ci affrettiamo”.

Una favola scozzese e un’antica poesia irlandese ci parlano del cuore, dell’intelligenza e della saggezza.

Nella favola scozzese dal titolo: “Il fabbro e i folletti”, il protagonista, Alasdair MacEachern, detto Alasdair dal Forte Braccio, sottoposto alle attenzioni, per lui fastidiose, dei folletti, chiede aiuto ad un vecchio, capitato in casa sua. Un vecchio “che aveva una gran reputazione, perché di lui si diceva che conoscesse molte cose e che fosse saggio”. Due qualità,  spiega il narratore, che, “come si sa, sono molto differenti”.[13] Dalla favola traiamo un primo insegnamento: conoscere molte cose non significa essere saggi.   

L’antica poesia irlandese è il dialogo tra il file Nede e il suo maggiore Ferchertne, ovvero il “Dialogo dei due saggi”, e in essa si legge:

“Io sono figlio di Poesia,

Poesia, figlia di Riflessione,

Riflessione, figlia di Meditazione,

Meditazione, figlia di Scienza,

Scienza, figlia di Ricerca,

Ricerca, figlia di Grande Scienza,

Grande Scienza, figlia di Grande Intelligenza,

Grande Intelligenza, figlia di Comprensione,

Comprensione, figlia di Saggezza,

Saggezza, figlia dei tre dèi di Dana”.

La poesia ha uno schema ternario, secondo la tradizione druidica, e indica un percorso scandito in 3 cicli di 3 onde, più un ciclo finale, oltre la Nona Onda. Siamo in presenza di tre cicli ternari che rappresentano altrettanti stati di consapevolezza. Oltre la Nona Onda c’è il mondo degli Dèi, degli Archetipi, di una consapevolezza superiore, che si avvicina al mistero del Nascosto, il Senza Nome: l’arché, il Principio principiante.

Intelligenza, come s’è visto, deriva da legere, che significa raccogliere e scegliere.

Il percorso iniziatico significa innalzare la nostra coscienza e diventare, come i druidi, semnotei, simili agli dèi, i quali sono l’alfabeto archetipico con il quale possiamo leggere la trama e l’ordito del mondo.

La via del druida è “sentire il tocco degli dèi” (ispirazione) raggiungendo “lo spirito che dà vita al mondo”. Il druida è in contatto con l’Awen «lo spirito che fluisce», l’ispirazione divina “che procede dal punto di contatto delizioso, travasandosi dalla divinità al druida. Con l’ispirazione arriva l’energia, la potenza necessaria al druida per consentire a tale ispirazione sacra di riversarsi attraverso di lui nella creatività. Il compito del druida è perfezionare questo processo”. [14]

In una conferenza tenuta a Osimo nel 2007, Alfonso Rubino, esperto di geometria sacra, pose la domanda: “Che cos’è l’intelligenza?”. Livia Colonna rispose dal pubblico: “Io penso che sia come un fluido che pervade il cosmo. Ognuno con la propria mente utilizza e asseconda questo fluido, imponendolo al proprio cervello, che è una specie di elaboratore”.[15]

Lynne Mc Taggart, autrice del Campo del Punto Zero, sostiene che “le nostre memorie non stanno dentro le nostre teste. Il nostro cervello è semplicemente l’organo di recupero e di lettura dell’ultimo supporto di memorizzazione, il campo”. (Scienza e Conoscenza, anno 9 numero 27- 2009).

Stuart Hameroff, professore al dipartimento di anestesiologia e psicologia e direttore del centro studi sulla coscienza dell’Università dall’Arizona, in un’intervista a Scienza e Conoscenza (anno 9 numero 27- 2009) scrive che “i dati di cui siamo in possesso al momento ci portano a pensare all’esistenza di un’informazione superiore che non è meccanica” e ipotizza un livello molto profondo dell’universo dal quale emanano gli effetti quantistici che governano la consapevolezza. Effetti quantistici che nel loro insieme possono essere assimilati ad Aditi o a Brighit, principi astratti della creazione primordiale che derivano, come Brahman, dalla radice brih, che significa espandere, espansione. Un’espansione attivata da tapas, l’ardore e che manifesta quel livello profondo che non ha nome.

Il fluido, lo spirito che fluisce, è l’Awen.

L’intelligenza del cuore è accogliere l’Awen.

L’intelligenza del cuore e il cor-actum

L’intelligenza del cuore è la via dell’eroe, del coraggio, del cor-actum, in quanto è solo con l’azione coraggiosa che è possibile superare le prove, ovvero passare le soglie dei vari livelli di comprensione della complessità della manifestazione, approssimando la consapevolezza al Sommo Cuore, ovvero, alla Coscienza universale.

L’intelligenza del cuore è seguire l’Oracolo di Delfi, il quale dice al nostalgico degli astri, dei sidera (il de-siderio è dovuto all’assenza degli astri: de-sidera), simboli dell’Origine: “Oh tu che desideri sondare gli Arcani della natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi, non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dèi. Oh Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dèi”.

L’intelligenza del cuore è la via dell’iniziato, il quale, come suggerisce Mircea Eliade, [16] è “colui che sa” e in quanto tale è colui che si ricorda dell’inizio; più esattamente, “colui che è diventato contemporaneo della nascita del mondo, quando l’esistenza e il tempo si sono manifestati per la prima volta”.[17]

Il percorso dell’iniziato è simile a quello delineato dal “Dialogo dei due saggi”. L’ispirazione, lo stimolo di Brighit, il richiamo dell’araldo, il dolore della lontananza, danno origine ad un’attività creativa (poesia), che implica un tuffo nell’inconscio (riflessione, morte iniziatica, incontro con la Morrigan) e la conoscenza di sé stessi (meditazione), con l’armonizzazione (accordo) e il riportare al centro, al cor dare,  le varie potenzialità conoscitive proprie dell’uomo.

La via iniziatica prosegue nel sacrificio (sacrum facere) dell’Io, nel riconoscimento del Sé, nel ricordo dell’Origine e nel ricordarsi-riaccordarsi con essa. 

Casella di testo:

Approdo finale dell’iniziazione è l’acquisizione di una “nuova vita”.

Recita la poesia druidica del “Dialogo dei due saggi” che saggezza è figlia dei tre dèi di Dana, i quali potrebbero essere riassunti in Ecne, ossia sapienza, Poesia.

Il cerchio potrebbe considerarsi chiuso, ma non di un cerchio, si tratta di una spirale, in quanto la via dell’iniziato è senza fine ed è per questo motivo che oltre la Nona Onda, ossai oltre le 3 per 3 onde che costituiscono il percorso di riconoscimento del Sé e del ricordarsi-riaccordarsi con l’origine, incontriamo i tre Dèi di Dana, i quali seguono anch’essi un ritmo ternario, costituendo nove onde.

Siamo nel livello degli archetipi, ossai delle idee originarie, delle modalità attraverso le quali, riconoscendo ciò che si rende evidente e, in quanto evidente relazionale, dell’inconoscibile.

I TRE DEI DI DANA SONO NOVE : NOVE ONDE

BRIAN – LUCHAR – LUCHARBA Brian è figlio di Tuirenn e di Brighit. Uccidono Cian, padre di Lug. Cian (da radice indoeuropea *jan, artefice) è il demiurgo. Archetipi dell’uomo inconsapevole, schiavo della materia, ossia del limite (*m radice indoeuropea che significa limite).
     
GOIBHNIU – LUCHTA – CREDNE Goibhniu è fratello di Cian. Tre artigiani (Battaglia di Mag Turied) – Artefici, collaboratori del demiurgo. Conoscono la Natura naturata – Scienza del legno. Archetipi dell’uomo che usa, accordate, le conoscenze dei sensi, sessuale, emotiva, comunicativa, intuitiva, appercettiva ed ha scienza.  Consapevolezza mentale
     
LUG, DAGDA, OGMA Lug è la relazione con il Vasto di Verità, manifestazione della Coscienza Universale, è l’amico dell’uomo, è abile in tutte le arti. Dagda dà e toglie la vita. Ogma è il druida primordiale iniziatore dell’umanità, Dio della scrittura e della sovranità magico-guerriera: è il conduttore. (Corteggiamenti di Etain) – Conoscono la Natura naturans. Saggezza del cuore. Sapienza del legno. Archetipi dell’uomo che ha saggezza. Consapevolezza della Regola Consapevolezza spirituale.

Anche i tre Dèi di Dana seguono il ritmo ternario e rappresentano archetipicamente tre livelli di consapevolezza.

Il primo livello è quello dell’uomo inconsapevole, legato alla materia, ovvero accecato dal limite, che ritiene invalicabile. Qui l’uomo uccide Cian, l’artifex, ossia la sua capacità creativa, la poesia, la sua libertà di uscire dagli schemi, dalle credenze, dai condizionamenti sociali, culturali, ambientali.

Il secondo livello è quello dell’uomo che, risvegliato dall’araldo, con la riflessione e la meditazione è giunto al proprio centro, al proprio cuore e ne ha riattivato l’intelligenza. Il suo lavoro è stato quello di accordare i vari livelli di conoscenza ed è diventato un artifex, un artigiano che conosce la Natura e su di essa sa operare armonicamente; è Goibhniu, il fabbro degli Dèi. Ha scienza e con questa si incammina, ricercando, verso la Grande Scienza, quella che conduce alla saggezza. Conosce la Regola, è illuminato dalla Sorgente ed è alla fine semnoteo, conosce la lingua degli Dèi (simbolica, archetipica). E’ consapevole della vita e della morte (Dana, Morrigan, Dagda), delle numerose arti e della relazione (Lug) con il Vasto di Verità (Brighit); conosce la Regola (Ritam, Recht).

I tre Dèi di Dana, dunque, rappresentano l’acquisita consapevolezza, da parte del saggio, dei vari livelli della consapevolezza stessa presenti nell’uomo, anche quando ha raggiunto la saggezza, perché il lavoro di sgrossamento della pietra non è mai concluso o, se si vuole, ad ogni processo di coagulazione segue inevitabilmente un processo di scioglimento (processo alchemico).

Infatti, i tre Dèi di Dana, ad ulteriori livelli di consapevolezza, potrebbero avere altri significati.

I tre Dèi di Dana rappresentano inoltre l’acquisita consapevolezza degli stati molteplici dell’Essere, così come sono mirabilmente descritti nelle poesie di Talliesin e di Amergin.

Ho rivestito numerose forme

prima di essere libero.

Sono stato una spada stretta e variegata.

Credo nell’apparenza.

Sono stato stilla nell’aria.

Sono stato la stella più splendente.

Sono stato parola tra le lettere.

Sono stato originariamente un libro.

Sono stato una lampada vivida

per un anno e mezzo.

Sono stato un ponte gettato

su sessanta estuari.

Sono stato strada, sono stato aquila,

sono stato coracle nel mare.

Sono stato l’effervescenza della birra.

Sono stato goccia nell’acquazzone.

Sono stato spada nella mano.

Sono stato corda dell’arpa

degli incantesimi, nove anni.

Nell’acqua sono stato la schiuma;

sono stato ferro di cavallo nel fuoco.

Sono stato legno nei cespugli […]»

Taliesin (Combattimento degli Arbusti)

Talliesin, Fronte Luminosa, è un grande iniziato, come testimonia il mito che lo riguarda e ci presenta gli stati molteplici dell’Essere in versione diacronica, ossia collocati nel tempo lineare. Ne consegue la migrazione dello spirito da una forma all’altra.

Amergin, archetipo del druida primordiale, ci presenta gli stati molteplici dell’Essere in forma sincronica. Qui, ora e sempre :”Io sono”. E “l’io sono” è il grido del druida, del saggio, del semnoteo, di colui che è pervaso dall’Awen, lo spirito che fluisce.

Io sono vento sul mare

io sono un’onda sull’oceano,

io sono il fragore del mare,

io sono il toro delle sette battaglie,

io sono l’avvoltoio sulla roccia,

io sono la goccia di rugiada.

Io sono il fiore più bello,

io sono il cinghiale ardimentoso,

io sono il salmone nel mare,

io sono il lago nella pianura,

io sono la collina in un uomo,

io sono una parola nell’arte,

io sono la punta di un’arma (snudata per combattere)”.

Amergin – (Libro delle Conquiste d’Irlanda).

I tre dèi di Dana, Lug, Dagda, Ogmios ci conducono per mano nel mondo degli archetipi maschili della cultura druidica.

“Salve Regina, Mater …”, Grande Iniziatrice.

Il ruolo di iniziatrice è rivestito dalla Dèa Morrigan, Mor Rigu, la Grande Regina, che è la divinità della tradizione irlandese forse più complessa fra quelle del pantheon celtico. Appare spesso sotto forma di cornacchia e si trova confusa con Bodbh. Eccita i guerrieri a combattere, ma si presenta anche come una sorta di Dea dell’amore. Appartiene allo stesso tipo mitologico di Morgana del ciclo arturiano.[18] E’ trina (Bodbh, Nemain, Macha), è la sposa del Dagda ed è madre di Lug. Se consideriamo il suo ruolo di sposa di Dagda, associabile al principio maschile vedico Daksha, Morrigu è come Aditi, il principio femminile, ma mentre Brighit di questo principio rappresenta l’espansione e la regola, il ritmo, Morrigu ne è l’espressione magica, ossia creatrice e distruttrice, suscitatrice delle emozioni e delle passioni. Tuttavia, come sempre accade quando si affronta lo studio di un archetipo, anche Morrigu non è comprimibile in questo o quel ruolo, essendo un’espressione della Dea. Rappresenta l’aspetto guerriero della sovranità. È maga e, in quanto tale, assimilabile a Iside, Regina dei Mani. Come Iside, che ha acquisito da Kamutef il mistero del Nero, è dea iniziatrice, assimilabile all’opera al nero degli alchimisti. .

Nel ruolo di iniziazione proprio dell’Eterno femminino troviamo, nel pantheon celtico anche Karidwen.

Il mito di Karidwenn ricorda i mesi bui in cui il seme aspetta, nel ventre della terra, la rinascita. In una leggenda gallese, la strega “Ceridwenn si muta in gallina nera per mangiare Gwion, trasformatosi in chicco di grano. Qui il simbolismo è più preciso: si tratta dei mesi “neri”, bui, dell’inverno (mizdu, miz Kerzu, novembre e dicembre in lingua bretone), che “ingoiano” il Sole. E’ il significato dell’ “Opera al Nero” degli alchimisti, come pure il significato della Camera di Mezzo massonica, vale a dire della Loggia dei Maestri. E’ il luogo nel quale trascorre il tempo il Sole nascosto, prima della sua resurrezione”. [19] Nel mito Karidwen affida a Gwion la cura del calderone nel quale si sta formando il liquido magico che darà l’immortalità al figlio. In un momento di distrazione Gwion si versa su un dito tre gocce del liquido. Il liquido è bollente e Gwion si succhia il dito dolorante, assorbendo così il potere magico della pozione di Karidwen, mentre la restante parte, ancora nel calderone, diventa velenosa e inservibile. 

Karidwen infuriata insegue Gwion che si trasforma in lepre, poi in pesce, in uccello e in un chicco di grano, che la Dea, trasformatasi in gallina, inghiotte rimanendo incinta. Dalla gravidanza della gallina-Karidwenn nasce Talliesin. I simboli sono evidenti: lepre, iniziazione della terra, pesce, iniziazione dell’acqua, uccello, prova dell’aria, chicco di grano, prova del fuoco (fuoco simbolicamente rappresentato dal chicco di grano che matura al sole e ne ha il colore). Inghiottito dalla gallina nera, la Terra, il chicco del grano, ossia il Sole la ingravida. Talliesin, dunque, rappresenta il frutto delle nozze ierogamiche della Terra con il Sole e dell’iniziazione dell’uomo, che da Gwion, giovane garzone, diventa Talliesin, Fronte Luminosa, illuminato.

La simbologia iniziatica è evidente anche nella mitologia connessa con la Femme engloutie o con la Ville engloutie.  

Quello della Femme engloutie o della Ville engloutie rappresenta il mito fondamentale dell’origine. Morgana, nata dal mare (Muir gen) è una figura mitologica legata all’oceano, come Dahut ed è comparabile con Morrigu, Morrigan, la Grande Regina, non per l’etimologia, ma per la coincidenza delle funzioni. Morgana è assente dalla tradizione gallese e appare solo nel 1132 nel testo latino Vita Merlini [20]

I mostri che “vegliano sulla Femme engloutie e impediscono ai curiosi di avvicinarla sono sia la materializzazione degli interdetti sociali che di quelli generati dalla psicologia maschile”.[21]

La Femme engloutie “rappresenta al contempo la Conoscenza, la Ricchezza e la Potenza, essa non può appartenere a tutto il mondo: è la logica stessa delle società paternaliste che sono essenzialmente aristocratiche. E’ necessario pertanto sviare da lei il desiderio dei comuni mortali, con dei terrori, che sono altre forme di tabù. La trasgressione dei tabù e allora un atto magico compiuto da colui che ama, ossia che è riuscito a vincere la sua ripugnanza e che si rassegna ad annientarsi per guadagnare tutto. Poiché non c’è vita senza la morte, senza la dissoluzione, l’uomo nuovo, colui di cui fantasticano i miti, non può nascere che dopo il suo completo annientamento nel seno della donna”.[22]

E’ necessario, a questo punto, e per concludere, rilevare le molte assonanze della ritualità massonica con quanto sin qui brevemente esposto.

La sovrapposizione di un velame biblico alla ritualità massonica non impedisce di guardare oltre il velo, per incontrare le radici, dalle quali, solo, possono nascere nuovi vigorosi germogli.

© Silvano Danesi


[1] Mircea Eliade, Miti, sogni e misteri, Rusconi

[2] Mircea Eliade, Miti, sogni e misteri

[3] Max Guilmot, Iniziati e riti iniziatici nell’antico Egitto, Mediterranee.

[4] Vedi Marie Louise Von Franz, Il pappagallo bianco,

[5] Max Guilmot, Iniziati e riti iniziatici nell’antico Egitto, Mediterranee.

[6] Citazione in: Max Guilmot, Iniziati e riti iniziatici nell’antico Egitto, Mediterranee

[7] Max Guilmot, Iniziati e riti iniziatici nell’antico Egitto, Mediterranee.

[8] Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti, Guanda

[9] Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti, Guanda

[10] Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti, Guanda

[11] Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti, Guanda

[12] Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti, Guanda

[13] Elfi e streghe di Scozia – Arcana

[14] Emma Restall Or, I principi del druidismo, Armenia

[15] Roberto Mosca – Alfonso Rubino, La triplice cinta, Terra Nuova Edizioni

[16] Mircea Eliade, Miti, sogni e misteri, Rusconi

[17] Mircea Eliade, Miti, sogni e misteri, Rusconi

[18] Vedi Jean Markale, Noveau dictionaire de Mytologie celtique

[19] Guy Trévoux, Lettere, cifre, dèi – Ecig

[20] Vedi Jean Mrkale La femme celte, Payot

[21] Jean Mrkale La femme celte, Payot

[22] Jean Markale La femme celte, Payot