Riprendo la riflessione sul pane, del quale è custode il Maestro massone (vedi: https://laboratoriocasadellavita.it/2019/08/05/il-maestro-massone-e-custode-del-pane/) da quanto esposto nell’articolo: “Osiride, Dioniso, Cristo e il pane divino” (https://laboratoriocasadellavita.it/2019/10/13/osiride-dioniso-cristo-e-il-pane-divino/), ponendo il quesito di cosa sia quel “pane” che è “corpo del divino”, simbolicamente rappresentato dal chicco di grano, dalla spiga, dalla farina e dal pane materiale, frutto dell’impasto della farina con l’acqua e con i lieviti e della cottura nel forno.

Prendiamo in esame alcuni aspetti del problema, che svilupperemo nel corso del lavoro.

1 – La chiave di comprensione racchiusa nel testo del Prologo di Giovanni, ove si legge:

En archē ēn ho lógos
kai ho
lógos ēn pros ton theon
kai theos ēn ho
lógos.

Nell’arché è il lógos

e il lógos è presso theon

e theos è il lógos.

2- Equivalenza tra kephalé e arché.

La letteratura antica ci consegna un’equivalenza tra kephalé e arché, per la quale la testa è principio così come lo è l’arché. Tale equivalenza, dal mio punto di vista, va ritenuta simbolica.

Nella testa è alloggiato il seme della vita, ossia il daimon greco e il genius romano: la parte immortale dell’essere umano, così come nell’arché è alloggiato il principio, ossia il seme del Tutto.

3 – Lo schema egizio

Lo schema proposto rappresenta la suddivisione egizia delle componenti dell’essere umano: una tetraktis energetica che contiene i principi creativi e omeostatici. Nell’esagono tutto ciò che riguarda il corpo vivente. Nella parte esterna dell’esagono le componenti sottili.

4 – Uno schema possibile alla luce della scienza moderna:

  1. FIESC – Fondamento di informazione energetica significante e cosciente. Un infinito utero (matrix) di informazione significante, altrimenti definibile come substantia o ipostasi cosciente. Inconscio collettivo. Il vuoto quantistico.
  2. ISCEM – Informazione significante cosciente e energeticamente morfogenetica, altrimenti detta Demiurgo, Logos: azione e relazione coscienti.
  3. ECEIS – Eventi coscienti energeticamente informati semanticamente. Le singole realtà e i loro aggregati: organismi, esseri viventi. Frattali. Quanti di coscienza o di consapevolezza.
  4. ICEEIS – Insieme cosciente di eventi energeticamente informati semanticamente. Phýsis, l’altro aspetto dell’Archè. En to pan. Sintesi cosciente della molteplicità.

Cosa è l’informazione? Una configurazione di energia con valenza simbolica.

Nel suo saggio: “La scienza e il campo akashico”, Ervin Lazlo scrive: “L’elemento più fondamentale della realtà è il vuoto quantico, il pieno di energia e in-formazioni che genera il nostro universo, vi soggiace e interagisce con esso, e con tutti gli altri eventuali universi che possono esistere nel Metaverso”.

Tesi:

Siamo grumi di energia-informazione cosciente o energia informata, che si pongono nella realtà corporea come eventi, la cui stabilità è dovuta all’azione neghentropica, ossia all’acquisizione di energia informata al fine di contrastare l’entropia. L’azione neghentropica è la continua restaurazione dell’ordine che contrasta il disordine dovuto all’entropia.

L’azione neghentropica riguarda l’insieme dell’evento vivente, inteso come vita nel corpo, sia dell’evento vivente inteso come grumo di energia informata cosciente.

Vediamo ora nel dettaglio i quattro punti.

1 – Il Prologo sintesi estrema del farsi mondo del Principio.

Theòs, nel Vangelo di Giovanni, è lógos. Ed ecco che il Prologo acquista il suo insostituibile ruolo di chiave, in quanto sintesi estrema del divenire al mondo, ossia della legge del farsi mondo del Principio.

ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος

En archê ên ho lógos, kai ho lógos ên pros ton theón, kai theòs ên ho lógos.

Nel Principio era il lógos,
il lógos era presso theón
e il lógos era theòs.  

Theòs non dispone in greco antico del vocativo con il quale vengono indicati i nomi propri degli dèi.

Károly Kéreny osserva che theós possiede la funzione di predicato e che è greco dire di un evento: “E’ theòs”. Theòs è l’irrompere dell’evento divino theîon. Theòs è pertanto predicato di qualcosa ed è autenticamente greco dire di una situazione, persona, incontro: questo è theos. Solo nella ontologia cristiana viene sostantivato.

Siamo in presenza, pertanto, di un’azione. Un’azione plurale che rischiara e rende evidente, manifesta, ossia trae l’ente dal suo nascondimento, così come nella fisica quantistica avviene per l’evento, che è interazione di forze, di potenze.

Il termine lógos assume, alla luce di quanto sin qui scritto, il significato di azione, di parola, di discorso, di azione illuminante e, soprattutto, di relazione e di rapporto.

E’ opportuno ricordare che Anassimandro chiama l’archè ápeiron: illimitato, imperituro, indistruttibile, immortale, inesauribile, ciò che si muove interminabilmente, il senza morte e senza distruzione. L’archè è ápeiron e l’ápeiron di Anassimandro è, scrive Fink, “il theîon inteso come phýsis, la natura onnipresente, sempre assente, inesauribile, che racchiude in sé morte e vita, che genera ed annienta…”. [1]

To theîon, ci ricorda Fink, è quel neutro che non è un’astrazione degli dèi personali, bensì ciò di cui gli dèi sono simbolo e riflesso. “Gli dèi – scrive Fink – sono potenze dell’Essere che, nel loro vigere, vengono percepite dal pensiero…” [2], così come gli Elohim e i Neter egizi.

L’ ápeiron di Anassimandro è l’abisso che fa uscire tutte le cose e che di nuovo le riprende in sé.

L’ápeiron compie interminabilmente l’ekkrinesthai, la disseparazione delle cose, spingendole nell’esserci.

Disseparazione è concetto espresso dalla seconda parola della Bibbia (Genesi): il verbo barà, ossia dividere. Bereshit bara Elohim. Gli Elohim separano cosa? Separano bereshit, ossia be reshit, il Principio, dove reshit è l’equivalente della greca arché.

Ed è in questo dividere, che è anche un “decidere”, che l’illimitato entra nel limite e nel misurabile, ossia nel campo gravitazionale, nello spazio-tempo, così che possiamo dire, con le parole della Sapienza (11,20): “Tu hai disposto tutto con misura, calcolo e peso”.

La chiave che ci forniscono i due testi citati (Genesi e Vangelo di Giovanni) è il nesso tra informazione, formazione, forma, ossia: arché, lógos, morphé, dove l’archè (reshit) è il Pincipio, il Fondamento: un Fondamento di infinita energia informata.  

Il Principio, infinita energia informata cosciente, si separa e si frammenta, si frattalizza e si realizza nella forma, nella misura, nel calcolo e nel peso, ossia nello spazio tempo, che è il campo gravitazionale e secondo regole che si concretizzano in calcoli (algoritmi) naturali.

In questo scenario, l’essere umano, grumo di energia informata o frattale del Principio, può simbolicamente, nella simbologia del pane, essere assimilato al chicco di grano, parte della spiga (Principio) e la sua essenza, la farina come energia informata, è il costituente del pane.

Nel mito di Demetra e Persefone, la melagrana (Malum granatum) ben si presa a rappresentare l’archè che contiene i grani, come la spiga. La melagrana è, nell’Aldilà, ciò che la spiga è nell’Aldiquà.

Il “grumo di energia informata cosciente” è declinabile nel Sé, nel lapis exillis (lapis lapsus coelis – pietra caduta dai cieli), al lapis exilis (la pietra folosofale degli alchimisti), all’occultum lapidem del V.I.T.R.I.O.L.

Morphé (μορφή) è forma sensibile, alla quale si accompagnano termini come σχήμα (skhēma, modo in cui una cosa si presenta) ed είδος (èidos, forma intelligibile).

Il lógos in Eraclito è espresso anche con i termini phýsis, armonia e syllapsis.

Phýsis è natura e manifestazione dell’arché. Quando “i primi filosofi pronunciano la parola phýsis, essi – scrive Emanuele Severino – non la sentono come indicante quella parte del Tutto che è il mondo diveniente. …..Phýsis è costruita dalla radice indoeuropea bhu, che significa essere e la radice bhu è strettamente legata (anche se non esclusivamente, ma innanzitutto) alla radice bha, che significa «luce» e sulla quale è appunto costruita la parola saphés”[3] , dove saphés significa chiaro, manifesto, evidente, vero.

“La vecchia parola phýsis – scrive Emanuele Severino – significa «essere» e «luce» e cioè l’essere nel suo illuminarsi”[4] e, pertanto, nel suo mostrarsi.

Phýsis è “il Tutto che si mostra”[5] come verità incontrovertibile.

Se archè è substantia, hypostasi ed è subjectum o hypokíemenon, ossia ciò che raccoglie tutto in sé come fondamento, physis è la manifestazione dell’arché, che sboccia da sé stessa con l’azione del lógos.

Il mostrarsi è anche verità. La concezione greca della verità è disvelamento (a-letheia) della natura (phýsis) dalla cui contemplazione (theoría) nascono le conoscenze relative al fare e all’agire. Il fare è poíesis e in questo senso il lógos è poeta dell’universo.

“Nei primi pensatori la phýsis è insieme archè [principio] e stoichéion [elemento]” [6], cosicchè il Principio, archè o Fondamento, si dischiude, si annuncia con forza e agisce come lógos.

Il lógos come tensione e unità degli opposti

Nel frammento 10 DK Eraclito afferma che di ogni copia di opposti si può fare un’unità: “Rapporti: cose intere e cose non intere, qualcosa che viene messo assieme, e qualcosa che viene diviso, qualcosa che è intonato e qualcosa che è stonato; di ogni cosa può farsi un’unità e di tale unità sono fatte tutte le cose”. Frammento 50 DK: “Se hai udito non me ma il lógos è saggio concordare che tutte le cose sono uno”. Frammento 51 DK: “(Gli uomini) non comprendono in che modo ciò che diverge non di meno converge con se stesso; c’è un rapporto di tensione retrograda, come quello dell’arco e della lira”. Il concetto di tensione retrograda è espresso da παλιντονος (palintonos) , “cioè – commenta  Miroslav Marcovich – la tendenza delle due estremità di un arco teso ma inerte […] a convergere all’indietro rispetto alla linea retta. Grazie a questa duplice spinta all’indietro in opposte direzioni si può ottenere l’effettiva unità dell’attrezzo mediante la corda (νευρα) [neura]. La corda viene ad assumere in tal modo il ruolo di un principio più elevato, quello dell’unità o lógos (αρμονιη) [armonie], mentre non pare avere importanza la controtendenza, o tensione, che essa sviluppa”. [7]

Il lógos è tensione (το παλιντονον) [to palintonon], in quanto unità degli opposti.

Scrive Miroslav Marchovic che “molto spesso non si intende parlare di coincidenza logica o identità degli opposti, ma della loro unità metafisica. Secondo Eraclito, esiste un rapporto sottostante, un unico continuum fra due opposti estremi: i due opposti appartengono di necessità al medesimo intero”. [8]

Il punto di equilibrio tra gli opposti è la possibilità di de-cidere, di tagliare, di stabilire il senso delle cose eliminando in un colpo tutti i significati adiacenti: vale per la coscienza riguardo all’inconscio e per la fisica quantistica per il collasso dell’onda.

E’ come se fossimo ad una fase anteriore alla determinazione del molteplice.

Il mondo degli esistenti, ossia di esseri determinati, è originato quindi dal Demiurgo, dall’evidenza, o disvelamento e dalla libertà, ossia dall’aprirsi ed evidenziarsi della compresenza degli opposti nella divisione, che è la condizione del pólemos eracliteo (il collasso dell’onda).

“Il pólemos, come dice Eraclito, “dall’opposizione un accordo, e dai discordi bellissima armonia”. (Eraclito, DK, Fr. B8). Il pólemos, inoltre, scrive Eraclito, “gli uni svela come gli dèi, gli altri come uomini”. (EraclitoDK Fr. B53).

Nell’origine delle tre cose animate si evidenzia anche lo svelamento di due realtà: la realtà degli dèi, ossia di esseri non materiali e degli uomini, esseri materiali.

La scienza è theoría  (contemplazione) della phýsis

Sempre Severino, alla cui chiarezza espositiva ci affidiamo, scrive che epistéme, comunemente tradotto con scienza, è “lo «stare» (stéme) che si impone «su» (epí) tutto ciò che pretende negare ciò che «sta»: lo «stare» che è proprio del sapere innegabile e indubitabile e che per sua innegabilità e indubitabilità si impone «su» ogni avversario che intenda negarlo o metterlo in dubbio. Il contenuto di ciò che la filosofia non tarda a chiamare epistéme è appunto ciò che i primi pensatori (ad esempio Pitagora ed Eraclito) chiamarono kósmos e phýsis”. [9]

La vera scienza è, dunque, theoría  (contemplazione) della phýsis, ossia dell’archè, del Principio o Fondamento che si mostra.

Theoría deriva da théa, visione e da oráo, vedere, e l’insieme di due modi di vedere intensifica il concetto di visione, che in sanscrito è vidya, dalla radice vid (videre latino).

Plotino, nelle Ennaeadi (III,8,4), fa dire alla natura: “Meglio sarebbe non interrogare, ma comprendere e tacere, come faccio io che sono silenziosa e non usa a parlare. L’essere che nasce è visione (théama), ed io che sono nata da una simile visione ho una naturale tendenza alla contemplazione, ond’è che l’atto stesso del mio contemplare crea”.

Una descrizione perfetta del collasso dell’onda dovuto all’osservare, al vedere, al contemplare e pertanto all’essere vedenti e teoretici, in quanto ogni visione necessita di un vedente e in questo caso il vedente non può che essere il Principio stesso che, in quanto tale, si presenta come il Fondamento, ossia l’ólos, il Tutto che, a questo punto è cosciente, anzi coscienza infinita.  “Sin dall’inizio – scrive Severino – la filosofia è l’interesse portato al Tutto che appare nella verità”. [10]

Se la filosofia si rivolge al Tutto rimane da capire che cosa sia l’elemento unificatore delle cose, ossia, in altri termini, il problema della determinazione di cosa sia l’arché.

Anassimandro, ponendo come arché di tutte le cose l’ápeiron, ossia l’infinito, pone le basi di un ragionamento che oggi sfocia nel vuoto quantico che, come l’ápeiron, contiene in sé ogni opposizione essendo l’origine degli opposti, che sono in equilibrio quando sono simmetrici (un’eccitazione annichila il suo contrario) e avviano il divenire quando c’è asimmetria, ossia una prevaricazione di un’eccitazione che dà origine ad un’inflazione cosmica. Un processo continuo, quello che si svolge nel vuoto quantico, che evoca il pólemos eracliteo.

Anassimandro chiama il Tutto divino il “governo” dell’ápeiron e questo “governo” trova nelle espressioni odierne di alcuni fisici la sua giustificazione nella “coscienza del Tutto”.

Nel pensiero greco, la questione del governo dell’ápeiron, troverà collocazione nel concetto platonico di Demiurgo e in quallo aristotelico di Mente motrice o di causa efficiente, “ma già in Eraclito – scrive Emanuele Severino – il lógos, la «ragione», non è solo la legge conformemente alla quale accadono le cose, ma anche la forza che le produce e distrugge. E già per Anassimandro l’archè non è soltanto la dimensione da cui tutte le cose provengono e in cui ritornano, ma è anche la forza che le «governa»”.[11]

Anche l’ápeiron è un predicato di qualcosa e questo qualcosa oggi alcuni scienziati lo definiscono “informazione” e “coscienza”.

In questo nuovo orizzonte, la scienza torna ad essere epistéme e ad occuparsi del Tutto, “abitato”, come direbbe Severino, dalle cose, “non nel senso che si trovano in esso, ma nel senso, più forte, che l’origine da cui vengono e il termine ultimo a cui, andandosene, pervengono, stanno esse stesse nel Tutto”. [12]

In questa formulazione del Tutto, l’arché, il Principio, si pone come “centro di irraggiamento”.

“Eraclito – scrive Severino – non afferma soltanto che «tutte le cose sono uno», ma anche che «da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose». Il Tutto include sia l’«uno» sia «tutte le cose» ma nell’«uno» stanno già e tornano a trovarsi raccolte «tutte le cose» che da esso provengono e ad esso ritornano”. [13]

2 – Equivalenza tra kephalé e arché

La letteratura antica ci consegna un’equivalenza tra kephalé e arché, per la quale la testa è “principio” così come lo è l’archè, in quanto kephalé contiene enkephalé, il cerebrum, così come il lógos è in archè.

Nella testa è alloggiato il seme della vita, ossia il daimon greco e il genius romano: la parte immortale dell’essere umano.

Un verso orfico dedicato a Zeus ci permette di connettere la testa con il concetto di principio: “Zeus è la testa, Zeus è il mezzo, da Zeus ogni cosa si compie”. Nel testo greco testa è kephalé, ma ha una variante dove testa è arché.

Nella disposizione dei segni zodiacali relativi al canone egizio, la testa è in rapporto con l’ariete, simbolo di Amon (Mn=nascosto), il neter egizio principio di ogni cosa, il cui significato è uguale a quello di arché.

Un antico gioco di parole ci rende l’idea del rapporto testa cervello come archè lógos.

Quando nel Vangelo Gesù dice di Kefa (Simone) che lui è kefa e che su quella kefa fonderà la sua ecclesia, il Vangelo usa la parola aramaica Kepa, che significa pietra, traslitterata nel greco kephas. L’accorciamento del greco kephalé (capo, testa) consente di accostare i due significati di testa e di pietra, cosicché Pietro è la testa, il contenitore, la scatola d’osso, che contiene il cerebrum, ossia il daimon, l’occultum lapidem, sul quale è fondata l’ecclesia, ossia l’insieme dei Pietro, degli esseri umani, delle pietre cervelli che, se ben squadrate e levigate costituiscono un’Umanità armoniosa.

Nella testa è racchiuso l’olcsos, inteso come sede del seme (sperma) vitale o, meglio, del daimon.

E’ necessaria qui una sottolineatura riguardo ai termini usati. Daimon e psýché si equivalgono allorquando per psýchè si intende esattamente il seme, mentre quando la psýché è intesa come il complesso emozionale, mentale (quello che oggi chiamiamo l’ambito psichico) si tratta della psýché naturale. Il termine psýché si è evoluto nel tempo.

Il rapporto testa olcsos – psýché (seme)  è chiaro, come ci ricorda Onians,[14] nelle due formule equivalenti del giuramento dei Pitagorici. La prima recita: “Per colui che ha concesso alla nostra psŷché la tetractis”. Nella seconda si legge. “Per colui che ha concesso alla nostra testa la tetractis”.

La psŷchè-olcsos, come principio vitale, associata alla testa, costituisce il seme ed è in stretta connessione con il liquido spinale (aion), inteso come liquido seminale.

Il corrispondente vegetale della testa-psŷchè-olcsos è la spiga, che contiene il grano e la spiga è in relazione con l’antica ritualità dei misteri eleusini.

Demetra, madre del grano, era infatti adorata come testa.

L’adorazione della testa, peraltro, è condivisa da molte culture.

Nella Qabbalah la divinità suprema è concepita come una testa, contenente il liquido della vita. Il suo nome è Arik Anpin, il Vasto di Volto. Una definizione che ci ricorda quella di Horus l’Antico (da non confondere con Horus, figlio di Iside e di Osiride), detto il Viso. Gerberto di Aurillac, divenuto Papa Silvestro II, aveva sul suo tavolo una testa vaticinante. Orfeo è una testa che vaticina, così come lo è la testa di Bran. Gli esempi sono molti. Ricordiamo, per inciso, che i Templari furono accusati di adorare una testa.

In Frigia la testa di un uomo era assimilata alla testa del grano. Omero definisce gli uomini steli di grano. Nell’antichità molti mietitori  falciavano solo la testa del grano, ossia la spiga. Nei misteri frigi il dio era una spiga mietuta, ricco di linfa e la spiga era la suprema rivelazione di Eleusi.

Il nano Gwyon Bach, nella sua metamorfosi relativa al mito sottostante ai riti di Ceridwen, è anche un chicco di grano che, ingoiato dalla dèa, si trasforma nell’iniziato Taliesin.

Nella ritualità massonica (grado di Compagno) troviamo la spiga nella parola ebraica Shibboleth, ( שבולת‎) che significa in linea di massima ‘fiume’ o ‘torrente’ o, a seconda delle fonti, ‘spiga’.

I due significati coincidono con l’idea che nella testa il seme (psŷché-olcsos) sia avvolto dal liquido cerebrale, che prosegue nella spina dorsale, costituendo nell’insieme il liquido cerebro spinale. Qui fa la sua comparsa la spina, in un’accezione che si stacca decisamente da quelle comuni. Per inciso, va notato che i Templari iniziavano in “luoghi spina” e che nella loro lingua del tempo un gioco di parole permetteva di associare  spiga di grano (épi) con spina (épine). I Massoni costruttori di cattedrali gotiche in Francia le costruirono secondo una disposizione che richiama la costellazione della Vergine, la cui stella principale è Spica, ossia la spiga.

James Hillman, nel suo: “Il codice dell’anima” (Adelphi), anziché rifarsi all’immagine vegetale del grano, introduce la ghianda, riportando l’idea di un seme dal quale si forma l’essere umano, a tempi precedenti la coltivazione. “La ghianda – scrive – è un dono della natura prima della cultura… e appartiene al regno di Artemide, la vergine che presiedeva al parto”. [15]

Mentre il grano è riferito a Demetra o a Cerere (da cui cereali), la quercia e la ghianda sono immaginate come maschili. La ghianda era detta juglans, il glande di Iuppiter.

La ghianda, ci spiega Hilmann, è connessa alla punta del pene (glande), con il prepuzio retratto.

In inglese la ghianda si chiama acorn, che è collegato ad acro, terreno e ad act atto e agent, agente. “Quanto alle origini più remote – scrive Hilmann – acorn viene dal sanscrito attraverso il greco ago, agein, nelle varie forme e derivato, con il senso fondamentale di «spingere, dirigere verso, condurre e guidare» (in Omero agos è il capo, il duce). L’imperativo age, agete significa «avanti, muoversi, va’»”.[16]

La ghiande e il chicco di grano appartengono alle angiosperme, ossia a quelle piante il cui seme è ricoperto da una protezione: l’όλχός, il “sostegno”, qualcosa che avvolge, ricopre e segna dimensioni e contorno dei corpi; quintessenza o etere o principio formativo. In altri termini potremmo oggi definirlo campo di forma.

Sulla stessa linea si pone Rupert Sheldrake con i suoi campi morfici: “campi di informazione sottostante allo sviluppo e crescita di ogni cosa,  campi che sottendono al perché della forma e disposizione delle cose”. Per  Rupert Shaldrake è “in realtà la materia ad essere composta  da campi, o meglio da energia all’interno di campi” e la teoria dei campi è uno dei pilastri della fisica quantistica.

“La testa – scrive Onians – è la parte più divina e dominante ed è abitata (oikein) dalla psŷché, che è daimon e sopravvive alla morte”. [17] In questo caso la psýchè è associata direttamente al daimon.

Il daimon è relazione fondante in quanto è in relazione con il Fondamento; è la relazione tra l’arché-phýsis e il phaenomena.

L’olcsos è un “tessuto” relazionale stabile che consente all’evento la sua permanenza.

Di particolare interesse è la forma che assume, nella tradizione greca e romana, la psýché (daimon).

“Si riteneva – scrive ancora Onians – che il genius assumesse forma di serpente come la psýché […] esso, come la psýchè, si rivela la parte dell’uomo destinata a sopravvivere alla morte. Era l’unica parte dell’uomo onorata durante la vita come un dio, una condizione questa, associata naturalmente all’immortalità: ed è noto che la parte che sopravviveva alla morte era un «dio», deus parens, un «dio generatore», onorato dai familiari superstiti nei Parentalia, i «riti di coloro che generano». [ …] Se spirito della testa è il genius, si ha un’ulteriore ragione di ritenere che questo fosse ciò che sopravvive alla morte, ciò che trascorre nell’aldilà”. [18]

La dea Renenutet o Ta-Renutet (in greco divenuta Thermuthis) era adorata in Egitto come patrona dei raccolti e della mietitura e il suo nome significa serpente fecondo: “raffigurata come un serpente oppure come una donna dalla testa di ofide, ella tradisce le sue origini ctonie. A questo titolo, la dea presiedeva, sotto forma di feticcio, alla mietitura e alla vendemmia”.

Non è difficile intravedere in queste pratiche rituali una radice dei riti eleusini. Al tempo del raccolto si festeggiava la nascita del figlio di Renenutet, Neper, il «seme», che veniva associato ad Osiride, «grano degli dèi», «creatore del grano».

Dimitri Meeks riporta un inno dedicato a Neper: “Io sono la vita…colui che Atum ha creato come Neper quando mi fece scendere su questa terra, sull’isola della Fiamma, quando il mio nome divenne Osiride figlio di Geb. Io sono la vita!. Io muoio e vivo: io sono Osiride. Sono entrato in te e sono uscito da te: sono cresciuto in te, sono spuntato in te, sono caduto sul mio fianco. Gli dei vivono di me e io vivo e germoglio come Neper, che i beati elevano, quando sono ricoperto da Geb. Io muoio e vivo: sono il grano, io non deperisco”. [19]

Da notare come l’ariete sia presente allo stesso posto, sia nella disposizione cosmica (astrologica), sia nella disposizione antropocosmica.

L’ariete, dalle corna a forma di serpente, collegato alla testa, si pone come simbolo del collegamento tra cosmo e antropocosmo. L’okeanos, infatti, era considerato la psŷchè delle origini: un serpente inteso come la psŷchè cosmica immaginata come originaria potenza creativa. E poiché abbiamo visto l’equivalenza tra psŷché-olcsos e arché, ora è possibile stabilire quella tra okeanos e arché. La forma serpentina si propone, pertanto, come l’acqua primeva, la sorgente primordiale.

4 – Un Fondamento cosciente che si evolve

Il fisico Fabio Truc, nella conferenza tenuta nell’ambito del convegno: “La scienza dell’anima”, tenutosi a Napoli il 23 marzo 2019, ha proposto l’idea che l’universo sia composto da frammenti di coscienza e che tali elementi, se strutturati, producano pensiero. Non solo, ma che la coscienza si evolva.

Federico Faggin, fisico e uno dei padri dei microprocessori, nel suo “Silicio” (Mondadori),  scrive che “la coscienza deve essere già contenuta in qualche forma nelle particelle elementari di cui tutto è fatto”. [20]

Faggin, che assegna la coscienza all’essere umano e la consapevolezza agli animali e anche alla materia inerte, propone con il termine Uc (unità di consapevolezza) “le unità ontologicamente elementari di cui tutte le realtà sono fatte”. [21]

Nella teoria quantistica dei campi (TQC) ogni particella non esiste come entità indipendente e separata, ma è uno stato eccitato di un omonimo campo quantico.

“Secondo la TQC – scrive Faggin – le particelle elementari, gli atomi, le molecole, le proteine, le cellule viventi e gli animali sono livelli gerarchici successivi di organizzazione di stati di campi quantici. Questi campi sono entità irriducibili e inseparabili dello spazio che, interagendo tra di loro, creano tutto ciò che esiste nel mondo fisico. Se postuliamo che la consapevolezza sia una proprietà fondamentale della natura, la conseguenza è che essa debba esistere anche a livello dei campi quantici delle particelle elementari”. [22]

Faggin propone pertanto un modello nel quale “tutta la realtà è creata da una miriade di entità coscienti che interagiscono tra di loro sulla base di decisioni e azioni individuali basate sul libero arbitrio” e ritiene che “un osservatore che non sia un campo quantico o che appartenga al più alto livello gerarchico deve contenere un certo numero di osservatori di un gradino più basso e far parte di un osservatore di un gradino più alto”. [23]

In questo ambito di ragionamento l’essere umano è un osservatore gerarchicamente elevato e poiché Faggin postula la presenza della coscienza “già nei campi quantici di cui la nostra materia è «fatta»”,  è ipotizzabile una coscienza originaria, ossia una coscienza del Tutto, che potremmo definire “inconscio collettivo”, così che ciò che è il Fondamento, inconscio per le singole coscienze, è la coscienza del Tutto.

Le singole coscienze o le singole consapevolezze, per rimanere nella distinzione di Faggin, sono dei “quanti di coscienza o di consapevolezza”, che nel loro insieme sono En to Pan, comprese nella coscienza del Tutto, dell’ólos, ossia, in altri termini, nel Fondamento di informazione significante che possiamo ora postulare come Fondamento di informazione significante cosciente.

Il consiglio di Apollo: “Conosci te stesso” acquista, alla luce di queste affermazioni di uomini di scienza, una nuova chiarezza, in quanto, sapendo di non sapere e cercando in noi stessi, cerchiamo la conoscenza che risiede in noi stessi in quanto aggregati di quanti di coscienza, frattali della coscienza del Fondamento.

Theoría è contemplazione del lógos e, essendo il  lógos l’azione e il mostrarsi dell’archè, ossia del Fondamento, contestualmente e necessariamente, è la theoría dell’arché, della phýsis e, infine, dell’ólos, il Tutto.

Stabilità e annientamento

Esposti i quattro punti che costituiscono la base del nostro ragionamento, possiamo ora affrontare la questione della stabilità o dell’annientamento del “grumo di energia informata e cosciente” che è l’essere umano, così come ci viene proposta dalla tradizione e come può essere vista alla luce delle moderne teorie fisiche e biologiche.

Secono la tradizione antica, la hýbris (l’empietà) è connessa con l’ingiustizia, cosicché “la radicalità dell’annientamento dei mortali” riguarda coloro i quali si sono “lasciati dominare da hýbris, “mentre chi è ““«giusto» […] è un «essente» […] che «non verrà completamente annientato»”. [24] Il vecchio andante: “Vendere l’anima al diavolo” ha un significato preciso, se si considera che il diavolo è il diaballo, la divisione, ossia il mondo materiale. Chi ha venduto l’anima alla materia ha perso l’anima.

Il tema dell’annientamento e della salvezza è presente nel rito osiriaco, che è all’origine dei riti eleusini, dove il cuore del defunto, sede dell’intelligenza, posto sulla bilancia di Maat, la Giustizia (come Dike) deve essere più leggero (esente da ingiustizia e da hýbris) della piuma della stessa Maat. Se il cuore è più leggero, il defunto si trasmuta in un Osiride giustificato, immortale e con un corpo di luce; se, al contrario, il suo cuore è più pesante della piuma di Maat, il defunto è annientato e la sua essenza non è salva. Il cuore è la sede di Sia, l’intelligenza, ma se il cuore si è immedesimato con la materia sarà più pesante della piuma di Maat. Il mostro lo ingoierà e lo riporterà nella materialità, ossia nella dimensione che gli è propria. Al contrario, se si sarà ri-conosciuto come “grumo di energia informata cosciente”, sarà più leggero della piuma di Maat e conserverà la sua anima.

Se si legge la ritualità osiriaca in chiave iniziatica, ne consegue che se il cuore dell’iniziato è viziato  da ingiustizia la sua iniziazione è annientata.

Il concetto di conoscenza che salva ci è magistralmente trasmesso da Dante Alighieri, Fedele d’Amore, quando nella Divina Commedia, al 26° Canto dell’Inferno, fa dire a Ulisse:

«”O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.»

Ulisse è giunto allo Stretto di Gibilterra, alle porte strette d’Ercole (le “colonne”), oltre le quali “colonne” c’è il mondo degli Occidentali, governato da Osiride. Un mondo che può essere inteso come quello dei vivi in essenza o degli iniziati che hanno capito la loro semenza.

In greco brotos (βροτός) è mortale (aggettivo), ossia ess-ente, soggetto all’annientamento del ni-ente, ma se la conoscenza epistemica e la virtù vigilano sulla mente, l’essere umano si riconosce nella sua semenza, ossia nel suo essere, che non è soggetto all’annientamento.

“Conosci te stesso” è così “conosci il tuo essere” e vivi non come un bruto, ossia un mortale, ma come chi sa di essere immortale: un essere provvisoriamente nell’ess-ente.

Vivere seguendo la virtù è vivere secondo al forza, la potenza che deriva dalla conoscenza che a guidare le umane vicissitudini è la Legge del Tutto, che è Ananke e Dike.

Vivere nel vizio, avvolgersi nella  hýbris, è condannarsi all’annientamento.

La conoscenza si pone come strada maestra per la salvezza e l’esoterismo è conoscenza.

L’esoterismo infatti deriva da esòteros, interiore e, pertanto, è come un guardare al proprio interno. “Conosci te stesso”. “Interrogai me stesso” (Eraclito fr. DK 101).

Gli studi esoterici riguardano pertanto principalmente l’introspezione e la conoscenza di sé.

Ascoltare, come gli antichi maestri, il lógos

Cosa fare dunque? Ascoltare, come gli antichi maestri, il lógos, la voce del Fondamento, che è il pane celeste, l’energia informata e cosciente che si mostra, che si rende disponibile e che narra se stessa con archetipi e simboli, ma anche con la natura e con le sue regole, per fare della trasmissione di quanto ci è stato consegnato la base dalla quale partire per elaborare il nostro secretum.

“Bisogna studiare a fondo i maestri – scrive Carlo Rovelli – comprenderne le conquiste intellettuali, farle proprie e, sulla base di questa conoscenza acquisita, correggerli e in questo modo capire meglio il mondo”. [25]

“Il pensiero scientifico – scrive ancora Carlo Rovelli – esplora e ridisegna il mondo ce ne dà immagini nuove e ci insegna la sua forma: ci insegna a pensarlo e in che termini farlo. La scienza è una ricerca continua del miglior modo per pensare il mondo, per guardarlo. Essa è dunque prima di tutto un’esplorazione continua di nuove forme di pensiero. Assai prima di essere tecnica, la scienza è visionaria”. [26]

Visione è theorìa, contemplazione, così come insegna un grande maestro come Eraclito, poiché theorìa è thea, visione e oráo, vedere.

Di questa tradizione è parte integrante la filosofia, con particolare riferimento a quel periodo, in questo senso sì  “primordiale”, ossia di “cominciamento”, del VI secolo a. C. , dove in Grecia Anassimandro ha gettato le fondamenta del concetto di archè. Concetto che, non a caso, troviamo come primo sostantivo nel Prologo del Vangelo di Giovanni posto sull’ara ad ogni apertura di lavori massonici.

Un mutamento di paradigma.

Di volta in volta, nei secoli, la conoscenza ha mutato il paradigma.

Galileo ci ha detto che non esistono moto e stasi assoluti, Giordano Bruno ha introdotto gli infiniti mondi, Einstein ci ha detto che la stessa nozione di «adesso» è relativa, essendo relativo il tempo. Cambiano gli schemi teorici grazie alla theorìa, ossia alla contemplazione della natura, della phýsis.

Il neoplatonico Simplicio (490-560 circa), nel suo Commentario alla Fisica di Aristotele, scrive che “Anassimandro ha detto che il principio degli esseri è l’ápeiron. […]. E dice che il principio non è né l’acqua né un altro dei cosiddetti elementi, ma un’altra natura infinita, dalla quale provengono tutti i cieli e i mondi che in essi esistono”.

“Nel postulare l’ápeiron, Anassimandro – scrive Rovelli – non fa altro che aprire la strada a quello che la scienza continuerà poi a fare per secoli, con straordinario successo: immaginare l’esistenza di «entità» che non sono direttamente visibili e percepibili, ma ci permettono di rendere conto dei fenomeni”. [27]

Oggi la substantia  immaginata dalla scienza, è il «campo», per primo immaginato da Faraday, poi descritto matematicamente da Maxwell come una ragnatela di onde che trasportano segnali, ossia informazione e, successivamente, adottata dalla fisica quantistica come campo quantistico.

Anassimandro, nell’unico frammento conosciuto afferma: “Tutte le cose hanno origine l’una dall’altra e periscono l’una nell’altra, secondo necessità. Esse si rendono l’un l’altra giustizia, e si ricompensano per l’ingiustizia in conformità con l’ordine del tempo”.

“Un’idea esplicita in poche righe – commenta Carlo Rovelli – è che il divenire continuo del mondo non avviene a caso, ma è retto dalla necessità. Cioè da una qualche forma di legge. Una seconda idea è che il modo in cui queste leggi si esprimono è «in conformità con l’ordine del tempo»”.[28]

Nel dire che il divenire è retto da necessità, Rovelli ci riporta all’origine del pensiero greco.

Oggi la fisica ci dice che il tempo non esiste a livello fondamentale, cosicché anche il concetto di ordine del tempo è divenuto relativo e, tuttavia, la conoscenza è alla ricerca della theorìa del Tutto, di quella legge, la più semplice e elegante, che riguarda il Fondamento.

Stabilità come Omeostasi

Il vivente umano, così come tutte le “realtà” esistenti, è un «evento»,  ossia un insieme di campi che rimane stabile per un certo periodo. Il mantenimento dell’evento è connesso con i concetti di ordine e di equilibrio, necessari a conseguire la stabilità dell’evento stesso; una stabilità dinamica alla quale è preposto il lavoro neghentropico, che importa informazione nel sistema ed esporta entropia.

L’energia contiene informazioni e ogni informazione è trasportata lungo onde di energia. Attualmente molti scienziati “considerano l’universo composto essenzialmente di informazioni e i pattern di energia emergono da questa base della realtà dell’universo fatto di informazioni”.[29]  E L’informazione “si manifesta nel mondo attraverso trasformazioni di energia”. [30]

L’omeostasi è un processo in virtù del quale la tendenza entropica (verso il disordine), dell’organismo vivente (soggetto alla seconda legge della termodinamica), è contrastata da una potente intenzione (neghentropia) che mantiene l’equilibrio e lo assesta ad un livello stazionario più efficiente e che si nutre di informazione.

L’omeostasi è, nella definizione che ne dà Antonio Damasio “l’insieme dei processi coordinati necessari per eseguire il desiderio inconsapevole e inatteso di persistere e di proseguire nel futuro. […] L’omeostasi è il potente imperativo, inconsapevole e inespresso, il cui assolvimento implica per ogni organismo vivente, piccolo o grande che sia, il semplice perdurare e prevalere”. [31]

Il perdurare genera la sopravvivenza, mentre  il prevalere “garantisce che la vita sia regolata entro un intervallo che, oltre ad essere compatibile con la sopravvivenza, favorisca la prosperità e renda possibile una proiezione della vita nel futuro di un organismo o di una specie”. [32]

L’omeostasi è pertanto una “potente intenzione a preservare nel suo essere l’essenza dell’essere vivente”.[33]

Omeostasi, ordine ed equilibrio tra tradizione e scienza

L’omeostasi è pertanto connessa ai concetti di ordine e di equilibrio. Al concetto di emersione di un evento si collega infatti quello di ordine e di mantenimento dello stesso, al fine di conseguire la stabilità. Una stabilità dinamica, che consente il mantenimento dell’ordine, al quale è preposto il lavoro neghentropico, ossia quel lavoro che consente ad un evento di permanere.

La stabilità è il mantenimento della forma. L’equilibrio è il mantenimento del rapporto tra la forma e gli altri campi.

L’equilibrio è armonia.

Questi concetti, presenti nelle moderne teorie fisiche e biologiche, trovano un corrispettivo in quelli dell’antico Egitto. Maat, infatti, era l’antico concetto egizio della verità, dell’equilibrio, dell’ordine, dell’armonia, della legge, della moralità e della giustizia.

Nella mentalità egizia, Maat legava tutte le cose in una unità indistruttibile: l’universo, il mondo naturale, lo Stato e gli individui erano visti come tasselli di un ordine superiore generato da Maat.

“L’idea di un ordine cosmico – scrive Boris De Rachewiltz – retto da leggi matematiche fu chiaramente percepita dagli antichi Egiziani sin dalle più remote ere della loro storia”.[34]

Nei Testi delle Piramidi, dalla collina sorta dall’oceano del Nun il Demiurgo Ra si manifesta “dopo aver messo Maat là ove prima era il Caos”. [35] E il Caos è As Fet (Isfet).

Maat è figlia di Ra, ma il padre non può vivere senza la figlia: la potenza demiurgica è limitata e ordinata da leggi matematiche. Thot, patrono delle scienze esatte, figura come suo sposo, anzi più precisamente, fecondatore di Maat. “Maat racchiude infatti i significato di «ordine», «verità», «giustizia»”. [36]

Maat era assimilata alla dea Seshat, che presiedeva la scrittura, le misurazioni e l’architettura.

Intesa come ordine della natura e della società, sia nel mondo terreno che nell’aldilà, Maat fece la sua comparsa nell’Antico Regno, e precisamente nei testi della piramide di Unis (ca. 2375 a.C. – 2345 a.C.), faraone della V dinastia egizia.

Il termine Maat riappare in copto, in babilonese e in greco.

In greco la radice: Ma, Math, Met entra nella composizione di vocaboli contenenti le idee di ragione, disciplina, scienza, istruzione, giusta misura, e in latino il termine materia indica ciò che può essere misurato.

All’inizio del Papiro di Rhind si trova questa affermazione: “Il calcolo accurato è la porta d’accesso alla conoscenza di tutte le cose e agli oscuri misteri”.

Le radici greche *ma *mat *met entrano in vocaboli contenenti l’idea della ragione e della misura:

mathema= disciplina, scienza, da cui matematica;

mathesis= imparare, disciplina;

matheteu= intuisco;

metro=misuro;

metrema=la misura;

metrios=misurato, di giusta misura;

materia=ciò che può essere misurato.

Anche le radici indoeuropee esprimono gli stessi concetti.

“Tutto ciò che esiste al mondo – scrive Franco Rendich – ha un limite e una misura. Per rappresentare la nozione gli indoeuropei scelsero il suono della consonante M e con essa nacquero i principali termini legati alla nozione di «limite»; «misura»: «determinazione dei limiti»; «madre»: «colei che si occupa dei limiti dell’esistenza»”. [37]

La radice verbale mā è composta da: [ā] determinare [m] il limite.[38]

“La conoscenza della verità – scrive Boris de Rachewiltz a proposito di Maat – poggia su basi matematiche, le stesse che ritroviamo nell’ordinamento cosmico. Non vi può essere verità o giustizia in senso assoluto se non promanante da questo ordine superiore ed inviolabile. Donde, l’equivalenza in egiziano dei tre termini «verità», «giustizia», «ordine»”. [39] “Ra creatore e le leggi matematiche che reggono l’universo – aggiunge Boris de Rachewiltz – sono strettamente uniti e i limiti dell’onnipotenza demiurgica sono stabiliti appunto da tali leggi. Simbolo geometrico di queste idee di ordine è il rettangolo da cui sorge la testa della dea che delimita anche il cosiddetto «Lago della Verità»”. [40]

Il rettangolo è presente nel Tempio massoncio come quadrilungo.

Nella composizione geroglifica del vocabolo Maat appare il simbolo del cubito, lo strumento di misura lineare degli antichi egizi, un concreto concetto matematico immediatamente reso astratto nel senso di ordine, verità, giustizia.

Maat è anche il fondamento del concetto di bene, concepito come ordine e armonia.

Per gli Egiziani, scrive Frankfurt, “gli dèi vivono di Maat: è ciò significa che le forze immanenti della natura agiscono in armonia con l’ordine del creato”. [41]

“Fare il bene – scrive Boris de Rachewiltz – equivaleva a trovarsi in armonia con la Natura e la rottura di questa armonia, col conseguente ritorno al Caos, corrispondeva al male […] Poiché il male era una violenza di leggi matematiche, ne conseguiva automaticamente  la creazione di una forza necessitante, capace di riequilibrare l’ordine turbato: ad una «colpa» conseguiva inderogabilmente un «castigo»”. [42]

A Maat era dedicato un culto giornaliero amministrato dallo stesso Faraone, al quale competeva di istituire l’ordine celeste sulla terra.

Scrive Boris de Rachewiltz:  “Un’espressione che getta luce sulle concezioni morali degli antichi Egiziani è: «Non ho mangiato il mio cuore” impiegata nel capitolo CXXX del Libro dei Morti e indicante, come osservato da Erman, la inutilità del pentimento. La «colpa» ed il «peccato», come si è visto, erano considerati come la volontaria rottura di un equilibrio derivante dalle leggi divine. Lo squilibrio che ne derivava prescindeva, per essere compensato, dal senso di pentimento considerato non solo inutile, ma anche dannoso. L’Egiziano sapeva che, compiendo il male, avrebbe dovuto pagare in proporzione, data l’infallibilità della bilancia divina”. [43]

Siamo in presenza di un determinismo matematico: “Il bene porta il bene, il male porta il male”, ossia, in termini della fisica e della biologia attuali, il lavoro neghentropico è bene, in quanto mantiene la stabilità dinamica e l’equilibrio tra i campi che costituiscono l’«evento» essere umano, mentre lasciare spazio all’entropia è male, in quanto porta alla stasi e alla morte.

Al concetto di emersione di un evento si collega quello di ordine e di mantenimento dello stesso, al fine di conseguire la stabilità. Una stabilità dinamica, che consente il mantenimento dell’ordine, al quale è preposto il lavoro neghentropico, ossia quel lavoro che consente ad un evento di permanere.

L’azione neghentropica mantiene il “grumo”.

L’ordine di Maat o l’ordine del lógos consentono anche l’azione neghentropica del grumo di energia informata cosciente  quando il corpo materiale si dissolve?

Un’indicazione importante ci viene dalla tradizione egizia, dove abbiamo, alla morte del corpo materiale, la sopravvivenza dell’anima come Ba: essenza presente e manifestazione visibile dell’azione divina; come Akh, esistenza trascendente, corpo di luce, anima spirituale, ipostasi luminosa dell’eterna energia cosmica e come Sa-Hu, intelligenza suprema, sapienza  (Sa o Sia) e Hu, il verbo. 

Ba, Akh e Sa-Hu sono l’essere umano senza il corpo materiale.

Una seconda indicazione importante ci viene da altri simboli, rappresentati di fianco.

Il canestro – Il canestro significa totalità. Nel primo caso, quello dove i tre simboli compaiono assieme, siamo in presenza dei tre principi dell’incarnazione dell’essere umano: un frattale della Mente (Ouas), l’anima annodante, capace di innesto (Akh) e la colonna vertebrale, principio di stabilità (Djed). Nel secondo caso, manca il Djed e l’anima è sostenuta dalla Mente. Siamo, come direbbe Ervin Lazlo, nello spazio delle fasi, ossia in una dimensione altra da quella corporea. Abbiamo i principi costitutivi dell’anima e del corpo. Una mente che è speculare alla Mente e che dà luogo all’anima e una mente che un’anima lega ad una stabilità.

L’Ouadj – Un passo successivo è quello che vede introdotto l’Ouadj, ossia il papiro dalla corolla fiorente, simbolo della vegetazione e della crescita. L’Ouadj a volte è sormontato da una linea circolare entro la quale c’è l’Occhio di Ra. In questo caso il simbolo evidenzia come la mente individuale, frattale della Mente fondamentale, racchiusa in uno spazio delle fasi (luogo delle anime) si sia innestata su un corpo vegetativo.

Lo Sma – La simbolizzazione della costituzione dell’essere umano prosegue con la rappresentazione del simbolo Sma, che rappresenta il complesso cuore polmoni, ossia il centro dove si esplica l’azione dello “spiritus”, l’azione animante del corpo.

In questo caso il complesso cuore polmoni è contornato da due legature, l’una di giunco e l’altra di papiro, che potrebbero, a ben vedere, rappresentare  le vene e le arterie.

Quale è l’azione neghentropica riguardante l’essere umano disincarnato? E’ generare con l’anima.

Il pane celeste e la conoscenza

Il pane celeste è l’energia informata del Fondamento che irrompe nel mondo come lógos: azione illuminante e improntante, parola, vibrazione significante, relazione.

Mangiare il pane celeste è conoscere  e la conoscenza è il lavoro costante sacro  e imprescindibile dell’essere umano, che così agisce neghentropicamente, conservando la propria stabilità.

La conoscenza è, in primo luogo, conoscenza di se stessi, del proprio fondamento, che è la pietra occulta, frattale del Fondamento, che va conosciuta e levigata per farne un frattale armonico, capace di essere una pietra assemblabile  armonicamente in quall’ecclesia che è l’Umanità.

Mangiare il pane celeste è anche assumere in sé il lógos, la capacità creativa, che è Eros, Amore, come ben spiega Diotima a Socrate e che ritengo la linea guida fondamentale per ogni massone.

Tale linea guida fondamentale è Amore, ossia Eros, il “grande demone” dell’amore, come lo chiama Diotima nel dialogo con Socrate contenuto nel Simposio di Platone.

Eros “è qualcosa di intermedio fra mortale e immortale” e ”ha il potere di interpretare e di portare agli dèi le cose che vengono dagli uomini e agli uomini le cose che vengono dagli dèi”. Ogni “desiderio per le cose buone e dell’essere felice per ciascuno è il grandissimo e astuto Eros”.

Nel dialogo tra Diotima e Socrate emerge il punto centrale, nodale, essenziale, del percorso massonico: l’Atto d’Amore.

L’Atto d’Amore, dice Diotima, “è un parto nella bellezza, sia secondo il corpo sia secondo l’anima”. “Tutti gli uomini, o Socrate – continua Diotima – sono gravidi secondo il corpo e secondo l’anima” e Amore è “generare e partorire nella bellezza”.

Perché l’amore della generazione alberga negli esseri umani?

“Perché – dice Diotima – la generazione è ciò che ci può essere di sempre nascente e di immortale in un mortale”.

Alcuni uomini sono fecondi nel corpo e altri nell’anima. Cosa conviene all’anima?

“La saggezza e altre virtù”.

L’essere umano impara la sua eternità, che implica la generazione, nel corpo e/o nell’anima, ossia l’Atto d’Amore, senza il quale l’essere umano viene meno al suo destino.

Il conoscere se stessi, principio fondamentale del percorso massonico, è ri-conoscere il proprio daimon, ossia quella parte essenziale ed immortale di noi che ci guida, in quanto persone (maschere sul teatro della vita terrena) a realizzare il nostro progetto compiendo Atti d’Amore, ossia atti creativi.

Mangiare il pane celeste è rendersi sempre più conoscenti e coscienti della natura, che è zoé, natura universale eluce degli uomini, ed è phýsis e in quanto phýsis è energia informata e cosciente che si mostra.

Mangiare il pane celeste è ri-conoscersi come grumo di energia informata cosciente, come occultum lapidem  ed è rendersi capaci di generare con l’anima, ossia di ri-generare noi stessi come “grumi di energia informata cosciente”. Levigare l’occultum lapidem è la nostra costante ri-generazione, arricchita dall’esperienza; è ri-generare il Sa-Hu.

Stare in silenzio o essere creativi?

Arpocrate
Horus
Arpocrate in un testo alchemico

L’affermazione che il Maestro massone è custode del pane, assume alla luce di quanto s’è sin qui detto un nuovo significato, che trova ulteriore conferma in uno dei simboli della tradizione: il dito sulla bocca di Arpocrate, ossia di Horus, spesso inteso come il segno del silenzio iniziatico, del mantenimento del segreto, mentre di fatto è tutt’altro; è il segno della creatività del verbo.

La spiegazione del gesto ci viene direttamente dalla scrittura geroglifica, con il determinativo di azione della bocca: inserire od espellere qualcosa dalla bocca e parlare.

Determinativo nella lingua geroglifica

Il gesto indica la bocca come porta nella quale entra l’energia informata cosciente e dalla quale esce l’energia informata cosciente, in uno scambio generativo che è: così in Alto come in basso.

“È vero senza menzogna, certo e verissimo, che ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli di una sola cosa. E poiché tutte le cose sono e provengono da una sola, per la mediazione di una, così tutte le cose sono nate da questa cosa unica mediante adattamento”. (Dalla Tavola smeraldina).

Il gesto del determinativo egizio lo troviamo, come possibile chiave di comprensione, del quadro di Nicolas Poussin, Pastori nell’Arcadia, dove il motto: “Et in Arcadia ego” ha fatto scrivere fiumi di inchiostro per la sua interpretazione. A questi fiumi aggiungo una piccola goccia. Il motto, considerando che, secondo le traduzioni più accreditate, la et sta per etiam è reso in italiano con: “Anche in Arcadia io”. Chi è questo io? Ce lo dice chiaramente il quadro di Poussin, se osserviamo con attenzione il particolare dell’ombra che si staglia sulla pietra. L’ombra non riproduce la figura dell’uomo inginocchiato, ma è esattamente come quella di determinativo egizio: un uomo che si mette un dito davanti al viso. Lo indica, peraltro, chiaramente il pastore che sta alla destra del quadro, appoggiato su una pietra e che è rivolto ad una donna vestita di oro e di blu, che potrebbe ben essere la Sapienza. Sorprendentemente il dito si ferma sulla R, che è il suono egizio relativo alla bocca e, più in generale, è la consonante sonora che indica la vibrazione primordiale. Quell’io, a questo punto, è il lógos, Horus, Arpocrate, l’aspetto creativo dell’archè che da arché si è fatta phýsis, creazione nella bellezza.

Lo stesso messaggio ci giunge da un altro quadro famoso: la “Creazione di Adamo” di Michelangelo Buonarroti.

Solitamente considerato come il gesto di Dio Padre rivolto al primo uomo nell’attimo in cui lo crea, a ben guardare, il dipinto potrebbe essere interpretato in altro modo. Il divino, che si estende fuori dall’involucro rosso, che potremmo considerare come l’arché, il Fondamento di energia informata e cosciente,  è il lógos, che si tende verso l’essere umano  e gli comunica l’energia informata che gli deriva dalla donna che egli abbraccia con il braccio sinistro è che potremmo interpretare come Sophia, la Sapienza divina. L’insieme dell’involucro nel quale è posto il lógos, è molto simile, nella sua struttura, all’Occhio di Horus, che Michelangelo probabilmente conosceva, in considerazione della riscoperta da parte degli Umanisti, del mondo dell’Antico Egitto, anche attraverso gli studi sui testi ermetici. La riscoperta dell’antico Egitto, del resto, era in atto proprio negli anni in cui dipingeva Michelangelo, basti pensare all’Hypnerotomachia Poliphili, la cui prima edizione è del 1499.  Nel secolo successivo sarà Athanasius Kirker a studiare l’Egitto e a ispirare i quadri di Nicolas Poussin (1594-1665).

L’esistenza nell’Aldilà secondo il druidismo

Un contributo particolarmente interessante alla questione della sopravvivenza dell’essere umano nell’Aldilà, ossia in una dimensione non terrestre, non spazio temporale, ci è fornita dale Triadi bardiche, laddove si argomenta di Gwynfyd, il Cerchio della Felicità.

La prima definizione di Gwynfyd è nella triade XII, dove è scritto che è là “dove [sono] tutte le sostanze qualitative o viventi, e l’uomo lo attraversa in cielo.

TRIADE XII – Tri chylch hanfod y sydd : cylch y Ceugant. Ile nid oes namyn Duw, na byw, na marw, agnid oes namyn Duw a eill ei dreiglo cylch yr Abred, Ile pob ansawdd-hanfod o’r marw, a dyn a’i treiglwys; cylch y Gwynfyd, lle pob ansawddhanfod o’r byw, a dyn a’i treigla yn y nêf.

Tre cerchi della sostanza dell’essere: il cerchio di Ceugant, dove non esiste nulla se non il Demiurgo, né viventi, né morti, e nessuno se non il Demiurgo lo può attraversare; il cerchio di Abred, dove [sono] tutte le qualità delle essenze (sostanze) animate o inanimate, e l’uomo lo attraversa; il cerchio di Gwynfyd, dove [sono] tutte le sostanze qualitative o viventi, e l’uomo lo attraversa in cielo.

Gwynfyd è, pertanto, un Altromondo, un Aldilà in confronto ad Abred (il cerchio delle migrazioni terrene, ossia lo spazio-tempo o campo gravitazionale). Un Aldilà dove ci sono tutte le substantie o ipostasi viventi o qualitative, ossia dotate di qualia, ovvero degli aspetti qualitativi più che quantitativi dell’esperienza umana. Gwynfyd è un mondo di essenze.

Gwynfyd, che l’essere umano attraverserà, è un’altra dimensione; è un mondo di trasformazioni, dove l’essere umano cambia la sua condizione in assenza di costrizioni, non ha un corpo materiale e non ha un impulso manifestativo, ossia non ha più l’impulso a entrare in un mondo spazio-temporale.

Nel Cerchio della Felicità l’essere umano si vede restituito l’Awen originario, ossia la sua essenza primigenia, l’amore originario e la memoria originaria e avrà la comprensione delle qualità del disordine e della morte, delle loro cause e del loro modo di agire e la volontà di sconfiggerli.

Uno degli aspetti più interessanti riguarda la conoscenza che viene conseguita in Gwynfyd e che si fonda sulla possibilità di transitare in tutte le condizioni della vita, di ricordarsi di tutte le disavventure e di poter essere in una condizione qualsiasi.

Gwynfyd appare come una dimensione sottile e incorporea, per noi virtuale, che consente all’essenza umana di potersi immedesimare, per conoscere, in qualsiasi stato e condizione dell’esistenza.

Il concetto è ribadito nella Triade XLV, dove l’essere umano può partecipare di ogni qualità, ma essere completo in una; può interpretare ogni Awen, ma eccellere in uno; può amare ogni essere vivente, ma sopra ogni cosa deve amare il Demiurgo, che viene definito come essere vivente, ossia informazione in azione: Duw, azione dell’Oiw o, in altri termini, Logos, azione dell’Arché. Il Demiurgo è [Triade XLVI] essere infinito in lui stesso, finito in rapporto al finito e co-unito con ogni stato dell’esistenza in Gwynfyd.  Ogni stato dell’esistenza in Gwynfyd è pertanto co-esistente con il Demiurgo.

Le Triadi ci consegnano poi alcuni elementi essenziali della condizione dell’essere umano in Gwynfyd.

L’essere umano ha un compito, un privilegio, ossia una sua legge individuale e un Awen, ossia il suo “soffio vitale”. L’essere umano, pertanto, in Gwynfyd è vivo e ha una propria individualità.

A conferma di questa fondamentale notizia le Triadi ci dicono che tre cose non avranno mai fine e dureranno in eterno nel Cerchio della Felicità: la forma, la qualità e l’utilità dell’esistenza.

L’esistenza dell’essere umano in Gwynfyd, pertanto, avrà una forma. Cosa significhi non è specificato, ma, considerando che Gwynfyd non è un mondo materiale, la forma ha da intendersi come un’aggregazione, un grumo di quanti di coscienza, una modalità distintiva che ben si coniuga con il privilegio, ossia con la legge individuale, ma anche un’immagine, per noi virtuale, ma reale come quelle emergenti dall’inconscio.

La qualità dell’esistenza indica un’individualità e l’utilità ci richiama al concetto di compito. Gli esseri umani non sono nati a caso e la loro utilità rientra nel sistema. Non a caso, nella Triade XL l’esistenza in Gwynfyd presenta tre vantaggi: l’istruzione, la bellezza e il riposo, ossia il conoscere, il creare e il riposare dopo aver conosciuto e creato. Tre vantaggi propri di un demi-ergon, ossia di un collaboratore del Demi-ergon, del Demiurgo, di Duw o, in altri termini, del Logos.

Vediamo il testo delle Triadi.

TRIADE XXX – Tri gwahaniaeth angenorfod rhwng dyn, a phob byw aralI, a Duw: ing ar ddyn. ag nis geIlir ar Dduw; dechre ar ddyn.. ag nis gellir ar Dduw; ag angen newid cyflwr olynol yn nghylch y Gwynfyd ar ddyn. o anoddef bythoedd y Ceugant, ag nis gellir ar Dduw, gan allu pob dyoddef, a hyny gan wynfyd.

Tre inevitabili differenze tra uomo, o qualsiasi altro essere vivente, e il Demiurgo: l’uomo è finito, mentre il Demiurgo no; l’uomo ha avuto un inizio, mentre il Demiurgo non l’ha avuto; l’uomo necessita di cambiare la propria condizione successivamente nel cerchio di Gwynfyd, in quanto incapace di resistere fino a Caugant, mentre il Demiurgo non ne necessita in quanto in grado di resistere ad ogni cosa e questo coerentemente con la felicità.

TRIADE XXXI – Tri chyntefigaeth Gwynfyd : annrwg, anneisiau, ag annarfod.

Tre vantaggi principali nel cerchio di Gwynfyd: assenza di costrizione, assenza di necessità, assenza del corpo materiale.

Nota: male è costrizione; necessità intesa come impulso insopprimibile a manifestarsi; annarfod è armatura, ossia corpo materiale. 

TRIADE XXXII – Tri adfer cylch y Gwynfyd: awen gysefin, a gared gysefin, a chôf cysefin; am nas gellir gwynfyd hebddynt.

Tre cose saranno restituite nel Cerchio della Felicità: l’Awen originario, l’amore originario e la memoria originaria; senza questi non c’è felicità.

TRIADE XXXV – O ddeal tri pheth y bydd difant a gorthrech ar bob drwg a marw: ansawdd, achos a pheirant; a hyn a geir yn y Gwynfyd.

Dalla comprensione di tre cose e dalla volontà di sconfiggere Drwg e la morte: le [loro] qualità, la [loro] causa e il [loro] modo di agire; e questa conoscenza sarà acquisita in Gwynfyd.

TRIADE XXXVI – Tri chadernyd gwybodaeth : darfod treiglo pob cyflwr bywyd, cofio treiglo pob cyflwr a’i ddamwain, a gallu treiglo pob cyflwr fal y mynner, erprawf a barn; a hynn a geir yn nghylch Gwynfyd.

Tre i fondamenti della conoscenza: transitare in tutte le condizioni della vita, ricordarsi di tutte le disavventure e essere in grado di poter essere in una condizione qualsiasi. E questo è ottenuto in Gwynfyd.

TRIADE XXXVII – Tri bannogion pob byw yn nghylch y Gwynfyd: swydd, braint ag awen; ag nis gellir dau’n bod yn ungyfun y mhob peth; gan y bydd cyflawn pob un yn y bo bannog arno: ag nid oes cyflawn ar ddim, heb y maint olI a dichon fod o hano.

Le tre caratteristiche di ogni essere vivente nel cerchio di Gwynfyd: il compito, il privilegio, l’Awen; ne è possibile che due esseri siano identici in ogni cosa; perché ognuno di questi sarà completo in ciò che gli è caratteristico per questo e non vi è nulla di completo senza la comprensione dell’intera misura che potrebbe appartenergli.

TRIADE XXXIX – Tri pheth nis gellir darfod byth arnynt gan angen eu galledigaeth: dull hanfod, ansawdd hanfod, a lles hanfod; gan hyn byddant hyd byth yn eu hannrwg, ai byw ai marw ydynt, yn amryfel hardd a daionus cylch y Gwynfyd.

Tre cose non avranno fine a causa della necessità della loro potenzialità: le forme dell’esistenza, le qualità dell’esistenza e i benefici dell’esistenza. Per questo non esisteranno mai nella malvagità, presso gli esseri animati e inanimati, nella differenza tra bello (eccellente)  e bene nel cerchio di Gwynfyd.

TRIADE XL – Tri rhagor newid cyflwr yn y Gwynfyd : addysg. harddwch, a gorphwys. rhag anallu dioddefy Ceugant a’r tragywyddol.

Tre eccellenti cambiamenti di stato in Gwynfyd: l’istruzione, la bellezza e il riposo; a causa dell’impossibilità di sopportare Ceugant e l’eternità.

TRIADE XLV – Tri chyfiawnder Gwynfyd: cyfran yn mhob ansawdd. ag un cyflawn yn pennu; cyfymddwyn a phob awen, ag in un rhagori; cariad at bob byw a bod, a tuag at un, sef Duw, yn bennaf; ag yn y tri un yma y saif cyflawnder nef a Gwynfyd.

Le tre pienezze del Gwynfyd: partecipazione di ogni qualità, con la completezza di una; interpretare ogni Awen, ed eccellere in uno; amore verso ogni essere vivente e verso uno di questi, ossia Duw, sopra ogni cosa. E’ in queste tre cose che consiste la pienezza del cielo e di Gwynfyd.

TRIADE XLVI – Tri angen Duw : anfeidrol ger ei hûn; meidrol ger meidrol. a chyfun a phob cyftwr bywydolion yn nghylch Gwynfyd.

Tre necessità del Demiurgo: essere se stesso infinito; mortale vicino al mortale e   in accordo con tutti le condizioni esistenziali nel ciclo di Gwynfyd.

Gwynfyd, per come è descritto nelle Triadi, è l’approdo evolutivo dell’essere umano, in quanto gli è impossibile accedere a Ceugant il Cerchio Vuoto, sede dell’Oiw nel quale può transitare solo Duw.

Cosa saremo quando, abbandonato il corpo materiale e sciolto anche il campo elettromagnetico che lo tiene aggregato, entreremo nel Cerchio della Felicità?

Cosa sono i corpi di luce, i corpi spirituali, i corpi di potenze dei quali parlano le tradizioni?

Saremo  “grumi di energia informata cosciente”, “quanti di coscienza aggregati”, dotati di una propria individuale legge e di una propria modalità distintiva, residenti in un mondo fisico nel senso dell’accezione della phýsis come mostrarsi dell’archè: un mondo “immaginario” di luce virtuale, altrettanto esistente quanto quello materiale, in quanto la phýsis, come mostrarsi dell’arché è un mostrarsi sia nel mondo virtuale, sia nel mondo materiale.

L’Amore come Cariad: volgersi verso

Interessante in particolare l’affermazione delle Triadi riguardo all’amore verso ogni essere e in particolare verso il Demiurgo, che agisce in Gwynfyd in quanto azione dell’’Oiw, ossia del Fondamento. Amore, nelle Triadi, è reso con Cariad, che è un volgersi verso, un chinarsi verso: una tensione che, se reciproca, è relazione conoscitiva e creativa.

Questo reciproco volgersi verso è ben evidente nel quadro di Michelangelo, dove il Demiurgo si volge verso l’essere umano e l’essere umano si volge verso il Demiurgo.

“Nel Śatapatha Brāhmana, scrive Roberto Calasso, “si legge: «Certamente gli dèi hanno un Sé gioioso; e questo, la conoscenza vera, appartiene agli dèi soltanto e di fatto chi sa questo non è un uomo ma uno degli dèi». La vera differenza tra dèi e umani non sta esclusivamente nell’immortalità che gli dèi hanno faticosamente conquistato e di cui sono gelosi. Sta in una specie singolare di conoscenza, che coincide con la gioiosa sorgente del fondo del Sé. La conoscenza ultima non è impossibile né immobile, ma somiglia al perenne riversarsi della pienezza nel mondo. Verso questa immagine converge il culto vedico della conoscenza”. [44]

Ecco Cariad: un riversarsi della pienezza nel mondo e una tensione degli esseri umani verso il fondamento del  Sé.

L’insieme delle riflessioni sin qui condotte ci richiama all’importanza del linguaggio archetipico e simbolico come chiave di accesso alla profondità dell’immaginazione, che pesca dall’inconscio e, pertanto, dal Fondamento e che dal Fondamento estrae immagini che porta alla coscienza, in un processo conoscitivo che va oltre la realtà materiale e che è prossimità con il vasto mondo del Fondamento.  

Il linguaggio archetipico e simbolico è proprio della Massoneria, se ben intesa e non ridotta ad un club di pseudo eletti. E il linguaggio archetipico e simbolico, nel costante esercizio della conoscenza e, in particolare della conoscenza di se stessi, è la chiave, che è spezzata se la cerchiamo per dischiudere scrigni esteriori ed è integra, come un lampo di luce, che possiamo immaginare con il zigzagare del fulmine, se la cerchiamo, con Cariad, per dischiudere scrigni interiori.

© Silvano Danesi


[1] Eugen Fink, Le domande fondamentali della filosofia antica, Donzelli editore

[2] Eugen Fink, Le domande fondamentali della filosofia antica, Donzelli editore

[3] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[4] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[5] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[6] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[7] Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[8] Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[9] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[10] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[11] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[12] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[13] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[14] R.B. Onians, Le origini del pensiero europeo, Adelphi

[15] James Hillman,“Il codice dell’anima”, Adelphi

[16] James Hillman, Il codice dell’anima, Adelphi

[17] R.B. Onians, Le origini del pensiero europeo, Adelphi

[18]  R.B. Onians, Le origini del pensiero europeo, Adelphi

[19] Dimitri Meeks AA.VV. Geni, angeli e dèmoni, Edizioni Mediterranee

[20] Federico Faggin, Silicio, Mondadori

[21] Federico Faggin, Silicio, Mondadori

[22] Federico Faggin, Silicio, Mondadori

[23] Federico Faggin, Silicio, Mondadori

[24] Emanuele Severino, Il giogo, Adelphi

[25] Carlo Rovelli, Che cosa è la scienza – La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori

[26] Carlo Rovelli, Che cosa è la scienza – La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori

[27] Carlo Rovelli, Che cosa è la scienza – La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori

[28] Carlo Rovelli, Che cosa è la scienza – La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori

[29] Daniel J. Siegel, I misteri della mente, Cortina

[30] Daniel J. Siegel, I misteri della mente, Cortina

[31] Antonio Damasio, Lo strano ordine delle cose, Adelphi

[32] Antonio Damasio, Lo strano ordine delle cose, Adelphi

[33] Antonio Damasio, Lo strano ordine delle cose, Adelphi

[34] Boris De Rachewiltz, Egitto magico religioso, Ed, Terra di Mezzo

[35] Boris De Rachewiltz, Egitto magico religioso, Ed, Terra di Mezzo

[36] Boris De Rachewiltz, Egitto magico religioso, Ed, Terra di Mezzo

[37] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi editore

[38] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi editore

[39] Boris De Rachewiltz, Egitto magico religioso, Ed, Terra di Mezzo

[40] Boris De Rachewiltz, Egitto magico religioso, Ed, Terra di Mezzo

[41] H.Frankfurt citato in Boris De Rachewiltz, Egitto magico religioso, Ed, Terra di Mezzo

[42] Boris De Rachewiltz, Egitto magico religioso, Ed, Terra di Mezzo

[43] Boris De Rachewiltz, Egitto magico religioso, Ed, Terra di Mezzo

[44] Roberto Calasso, Ardore, Adelphi