Il commento di un plurisapiente, dal “trato de gentes mas plato”, al mio articolo dal titolo:”L’eresia di Akhenaton e l’intolleranza monoteista”, secondo il quale “non capisco nulla”, mi consente di riprendere il filo del ragionamento sugli idolatri del sole.

Non essendo, al contempo, esperto, come il mio amabile critico, di gnosi, alchimia, cabala ed esegesi biblica, mi permetto umilmente di far notare che l’eresia di Akhenaton ha il suoi precedenti nei sacerdoti di On (Heliopolis) della III e IV e V Dinastia.

Premessa

Nel terzo millennio a.C., come attestano gli allineamenti megalitici (esempio: il tumulo di Fussel’s Lodge, quello di White Horse o il sito Cerne Giant), si ha il passaggio da riferimenti stellari, con particolare riferimento ad Aldebaran e al complesso di asterismi Sirio-Orione-Toro-Pleiadi e Iadi, al percorso solare. I megaliti, che antecendentemente puntavano sugli asterismi suddetti, diventano circolari, assumendo il ruolo di un vero e proprio osservatorio soli-lunare.

Nello stesso periodo in Egitto si attua una trasformazione, che avrà la sua maturità nella V Dinastia, con un conflitto religioso tra la concezione di un oltretomba reale, celeste e solare, e l’Aldilà osiriaco, del quale i Testi delle Piramidi tramandano l’eco.

I sacerdoti di Heliopolis hanno, infine, integrato il ciclo osiriaco in quello solare.

Inoltre, “l’egittologo cecoslovacco  Zbinek Zaba, basandosi – come afferma Franco Cimmino – sulle osservazioni di due connazionali, F.Lexa, geodetico, e B. Polak, astronomo, che già si erano interessati all’orientamento delle piramidi, ha teorizzato una dottrina stellare, precedente a quella solare del dio Ra e basata sulle «Stelle Imperiture», spesso citate nei Testi delle Piramidi, che avrebbero portato i sacerdoti a derivare da tali osservazioni un sistema di orientamento più preciso di quello che poteva offrire il sole, i cui punti di nascita e di tramonto sono soggetti a continui spostamenti”. [1]

Fatta questa necessaria premessa, veniamo alla questione dell’idolatria.

Tum Atum, l’intelligenza creativa

Tum-Atum ™ ha il significato di totalità o nulla o di Colui che è, Colui che non è.

Tum Atum fonda nel suo cuore e nella sua intelligenza tutto ciò che esiste e lo manifesta con il verbo Ra.

Ra, pertanto, è manifestazione, vibrazione, come indica la sonorità della R in una lingua sostanzialmente consonantica com’è quella egizia.

Riprendo alcune note dal mio libro: Le radici scozzesi della Massoneria”.

Nel libro XVI de: “La rivelazione segreta di Ermete Trismegisto”, Asclepio spiega come la lingua sequenziale greca non renda il senso chiaro delle parole, così come lo è per la lingua egizia, in quanto è in questa lingua che “la qualità stessa del suono e il [tono] dei nomi egiziani ….hanno in sé l’energia delle cose che esprimono”.

Noi, dice Asclepio, “non usiamo parole, ma suoni pieni d’azione”, in altri termini energia, lavoro creativo.

Solo un maa heru, un retto di voce, un giustificato poteva dare al suono l’energia creativa. E, forse, qui è il significato autentico della parola perduta.

Su questa definizione di “suoni pieni d’azione” è opportuno appuntare la nostra attenzione, così come l’hanno appuntata molti studiosi, per comprendere il complesso intreccio tra suoni, energia, forme geometriche, algoritmi, simboli ed archetipi. Intreccio che costituisce il tessuto del cosmo.

 “I Druidi conoscevano i misteri, i segreti del mondo, ciò che i Celti esprimevano con il termine rin-, equivalente al germanico run. Il rin è ciò che il profano non deve conoscere”.[2] Per inciso vorrei ricordare che in Egizio antico ren è il nome segreto.

La R sonora è il modo dell’agitarsi del silenzio, il suono della manifestazione.

La lettera R, secondo Franco Rendich, dà il senso del muovere verso, del raggiungere, del giungere. Dalla R derivano le radici *ar, *ir, *ur, *ra, *ri, *ru.

Ra e ri danno il senso del fluire. La radice *ru ha il significato di arrivare con intensità e si riferisce ai suoni ed è all’origine del verbo Ru, gridare. La radice composta *ruc faceva riferimento al giungere alla luce in cielo. In sanscrito ruc è splendere. Il ruggito R è l’espressione dell’energia vitale e della luce.

“In conclusione – scrive Rendich – le radici ur e ru designavano le tre principali vie attraverso le quali, con forza impetuosa [u] ci giungono [r] gli stimoli del mondo esterno: la via «uditiva», quella «visiva» e quella «cinestesica». [3]

Ŗitam in sanscrito è regola.

La consonante r corrisponde alla vocale ŗ che nella forma verbale significa muovere, muovere verso, giungere, raggiungere, fluire.

In sanscrito ŗta significa il giusto incontro, legge, regola.

Nel linguaggio ogamico R è associata a Ruis, il sambuco e al rosso, all’arrossamento, simbolo dell’ardore: l’agitazione primordiale.

Nel viaggio dentro di Sé, alla scoperta del Sé (il Graal) e del ricordo della sapienza «racchiusa» nella «pietra» (la perla essenziale, la luz), l’essere umano acquisisce la coscienza della sua potenza e dalla massima concentrazione può emettere il «ruggito» del leone, la parola manifestativa. In sanscrito ru è suono e ruta è ruggito.

B è bios, energia vitale. In sanscrito bhās è splendere da cui phōs, luce. Bŗh in sanscrito è crescere, espandersi, espandere la coscienza, crescere spiritualmente. Br significa espansione (da cui l’indù Brahma e la celtica Brighit)[4]. L’energia vitale B si espande R. Potremmo anche aggiungere l’espressione eleusina che la Dèa Brimo partorisce il fanciullo Brimos.

Le rune sono un’altra testimonianza del valore della R e, contemporaneamente, di un percorso manifestativo del divino. La scienza magica, e le rune che ne sono l’espressione tangibile, garantiscono a chi le possiede, il potere su ogni entità del mondo. Esse sono il tramite per il quale si entra in contatto con la forza stessa della vita. La loro conquista è, pertanto, il frutto di un processo di iniziazione, nel quale l’essere è sacrificato all’essere: Odino a se stesso.

Mario Polia, nel suo “Le Rune e i simboli”,[5] fa notare che sono state proposte due principali etimologie per la parola «runa». La prima fa capo al Pokorny che la riporta all’indo europeo Reu-, radice che indica il muggire, brontolare, borbottare tra i denti. Da tale radice discende il latino rumor, rumore; antico islandese ryna, sussurrare, rymja, brontolare, rúna, mistero. Nel finlandese runo si riferisce sempre e solo ai canti epici o a carmi magici. Nell’antico irlandese rūn è mistero. Nell’antico inglese run è segreto e runyan mormorare. L’antico irlandese ci dà rún e comrún (segreto messo in comune).[6] Taliesin usa il potere del rhinwedd (conoscenza segreta).

Poiché per gli indoeuropei è vietata la scrittura per meglio trasmettere la tradizione, la trasmissione del Rin è orale al fine di evitare, tra l’altro, ogni lettura estranea e avviene da bocca a orecchio, come si evince dal mito riguardante Ogmios, l’Ercole celtico.

L’insieme delle radici riguardanti il termine runa ci consegna il doppio significato di espressione vocale (parola, canto) e di segreto.

La runa, quella scritta, è pertanto la cristallizzazione di una vocalità misteriosa e segreta: una vibrazione capace di creare. L’arte della parola e del canto è legata al potere creatore, perché in essa è contenuta la sapienza stessa del dio. La parola è il momento fondamentale del processo creativo, non solo perché il dono della parola fu fatto agli uomini dagli dèi, ma perché la saggezza originaria, si manifestò attraverso la parola. “Allora la testa di Mimir pronunciò/con senno la prima parola/ e disse le rune veraci”. La parola è dunque sacra, la parola è potente, perché è pensiero in azione.

Odino rimase 9 notti appeso all’albero del mondo per apprendere la sapienza della rune e Odino è il dio che urla ed è colui che possiede la parola creatrice.

“Chi crea (il poeta, il sacerdote, il mago creano attraverso la parola) ripete l’atto archetipico della creazione e crea mediante la potenza diffusa in tutto l’universo e per virtù del soffio vitale (önd) che Odino infuse nell’uomo. Chi conosce può conoscere in quanto è il dio che è in lui che conosce (o riconosce o «si ricorda» di se stesso)”. [7]

Focalizziamo l’attenzione sulla runa Raidô, che rappresenta il sole nascente ed è la parola che si fa luce. In sanscrito svara è luce e swar è suono.

Raidô, scrive Polia “contiene in se l’idea di «suono» e «movimento» e indica l’effetto del disserrarsi della «bocca» divina: l’inizio della «rotazione» universale”. [8]

Raidô  nella serie runica viene dopo Fehu, che rappresenta “il soffio non ancora modulato, non ancora divenuto parola”[9] (il silenzio rituale, nel quale stette Odino per nove notti, al fine di avere la Scienza runica); dopo Ûruz, la potenza del Caos non ancora ordinato dalla parola ordinante del Verbo; dopo Purisaz, la “potenza racchiusa nella «pietra» che può essere ridestata e ordinata”[10], come mostra il mito di Torr che sconfigge il gigante Hrungnir, il gigante dal cuore di pietra. Anche Mimir è un gigante ed è il custode della fonte della sapienza (letteralmente della memoria).[11]Nella serie runica, infine, prima di Raidô c’è Ansuz, il soffio vitale, l’energia divina che anima il cosmo

“La runa è identificata – scrive Polia – espressamente con Odino. Nei Veda il suono primordiale è il primo sacrificio del Supremo: l’Unità si autosacrifica emettendo un «canto» che è contemporaneamente «luce»; «Dalla bocca (di Atman) nacque vāc (la Parola, il Verbo) e da vāc balzò fuori il dio Agne (il Fuoco del sacrificio, il Fuoco d’Ariete). Questo passaggio dal Silenzio primordiale al Canto è detto, in India, sphota, «apertura» analoga al dischiudersi di un fiore. E’ il passaggio dall’oscurità alla luce: Parola delle Origini è «massa di suono puro», «etere radiante», «etere che ha la luce del diamante-folgore» (vajra-akasha”. [12]

E’ lo stesso concetto espresso nella Tradizione druidica.

“Nei Veda – sottolinea Polia – la Morte, intesa come oscura origine della Vita, per crearsi un corpo canta un inno di lode e questo inno è un canto a piena voce (ark) che si accompagna alla gioia (ka) e crea il Cosmo”. [13]

L’oscura origine è l’arché, la racchiusa, la tenebra e il canto è la sua parola, ossia il Logos, che è ark-ka (l’arca dell’alleanza, l’arc en ciel, il ponte). L’arco, l’arcobaleno, l’Arco reale, è la parola sapiente del dio.

Dionigi Areopagita parla del divino come di colui che ha posto nelle tenebre il proprio nascondiglio, luogo ove  “i misteri semplici e assoluti e immutabili della teologia”, ossia del parlare del divino, “sono svelati nella caligine luminosissima del silenzio che insegna arcanamente”. [14]

Bernardo Silvestre (Schola di Chartres), nel suo commento al “De Nuptiis” di Marziano Capella scrive. “In una certa traduzione della Genesi si legge che lo spirito del Signore covava le acque; e «acque» e «abisso» significano l’insieme degli elementi non ancora reso splendente dal suo ornato: e su di esso, come una chioccia sull’uovo rotondo, perché ne esca il pulcino, incombeva lo spirito di Dio, mentre preparava quella materia a produrre da sola i viventi”. [15]

La Genesi inizia con la parola Bereshit. Beit ha il significato di forma, di casa, di recipiente: è la prima lettera della Torà, la lettera della creazione. Reshit ha il significato di primazia, di principio di qualcosa (resh è testa, rosh è capo). Barà è creare, dividere.

Bereshit, quindi, contiene in sé il concetto di un contenitore di un principio, di una casa di un principio. Bereshit è la potenza del pensiero contenuta in un contenitore. La seconda parola della Bibbia è il verbo barà, ossia dividere. Il puro pensiero si stacca dal suo contenitore.

Il puro pensiero, anche in questo caso, reso con una parola che inizia con il suono R, è pensiero in movimento.

Prima di proseguire è interessante quanto afferma W. Jaeger (La teologia dei primi pensatori greci): “A quanto pare, l’idea del caos è eredità preistorica dei popoli indoeuropei, poiché deriva da cascw, «essere spalancato», e la mitologia nordica forma dalla stessa radice gap la parola  ginungagap per la medesima idea dell’abisso spalancato che il mondo era da principio”.

Caos, dunque, non è disordine e confusione (l’antitesi caos ordine è moderna), ma è l’abisso spalancato e il concetto di abisso è presente anche nelle druidiche Triadi Bardiche.

La serie runica che precede Raidô rappresenta, come sì è visto,  “il soffio non ancora modulato, non ancora divenuto parola”[16] , la potenza del Caos non ancora ordinato dalla parola ordinante del Verbo, la “potenza racchiusa nella «pietra» che può essere ridestata e ordinata”[17] e  il soffio vitale, l’energia divina che anima il cosmo.

Siamo, con tutta evidenza, di fronte al racconto sapienziale della manifestazione. 

Il tema della Parola come agente della manifestazione è stato, non a caso, introdotto, sia pure in epoca tarda, nei rituali massonici con l’utilizzo del Vangelo di Giovanni aperto al Prologo e che costituisce, alla luce di quanto sin qui detto, una chiave interpretativa dell’insieme dell’apparato archetipico e simbolico della Massoneria.

Nel Vangelo di Giovanni, con il quale si aprono i lavori massonici, è scritto. “In principio era il Verbo (logos, ndr) e il Verbo (logos, ndr) era presso Dio [theon,ndr] e il Verbo (logos, ndr) era Dio [theos, ndr]”.

Per i Druidi, scrive Jean Markale, la creazione è continua e perpetua e Dio non è, ma diviene. [18] Ed è così anche per Giovanni, visto che Théos, come s’è visto, deriva da theeîn, correre e theâsthai, vedere e dà, pertanto, l’idea di un procedere verso l’evidenza, di un continuo manifestarsi. In Théos è racchiuso il significato di un continuo muoversi verso la manifestazione.

Ra, dunque, è una vibrazione che è al tempo stesso luce, ossia un campo elettromagnetico o la centrale nucleare che attiva un campo elettromagnetico; è un aspetto manifestativo e non è l’Origine, che va ricercata nel Nun, ossia nell’Oceano primordiale.

Il NUN

Il Nun è al contempo la passività e l’attività delle acque primordiali.

Lo stesso concetto lo ritroviamo nell’indoeuropeo AN NA riferito alle acque primordiali che contengono la luce Ka, la quale si attiva come Eka e origina Da, luce creata e fonema dal quale derivano termini come deva, dayus e dio.

Dio, come Ra, è luce, ma luce creata. La vera luce risplende nelle tenebre.

Il NU o NUN, presente in molti templi come lago sacro, rappresenta la “non esistenza” prima della creazione. [19]

Tum Atum, “Signore dei limiti dei cieli” è il demiurgo, il creatore del mondo; esce dal NUN, sul tumulo primigenio in forma di piramide, all’alba dei tempi, per creare gli elementi (eventi) dell’universo (spazio tempo).

I numeri della piramide, π e φ, si pongono, pertanto, come i numeri fondamentali della creazione.

Non si discosta dall’essere un disco solare nemmeno Aton (ITN): un elemento stabile e visibile dell’energia, ma teologicamente inerte, che solo la paranoia di Akhenaton ha trasformato nell’unico dio, al fine di esserne l’unico figlio, instaurando una contro-religione, che è tale in quanto non re-liga, ma divide.

“Nella lingua egiziana – ci avverte Cimmino – non esisteva la parola «religione», né alcun termine collegabile col nostro concetto di religione, e non esistevano le parole «fede» e «pietà»; vi si trovavano, invece, i termini «sacrificio» e «adorazione»”. [20]

Il rapporto con la divinità, ossia con un Neter, un archetipo, era un atto di adorazione personale.

L’atto d’imperio di togliere il rapporto personale con i Neter, ossia con gli archetipi, per imporre un dio unico, è appunto una contro religione, in quanto non re-liga, ma divide tra un solo dio vero, mediato da Akhenaton,  e i molti dèi falsi.

Il cristianesimo, impropriamente definito come monoteista, è, non a caso, trinitario, ha restaurato con Maria l’antica Dèa Madre è ha restituito ai singoli fedeli il rapporto con gli archetipi attraverso la moltitudine di santi e di angeli.

L’idolatria del sole Ra era funzionale alla classe sacerdotale di On (Heliopolis), che tendeva a saldare il proprio rapporto con la monarchia.

 Il faraone, pr-ô, “grande casa”, con Neferikare (E’ bello il Ka di Ra), terzo sovrano della V Dinastia, assume il titolo di “Figlio di Ra”, emanazione terrestre della divinità solare, così entrato definitivamente a far parte del protocollo reale.

Prima il sovrano era Horus, di discendenza divina, come Horus l’Antico (non l’Horus figlio di Iside), ma non direttamente figlio di Ra.

Il culto solare sotto la V Dinastia non ebbe tendenze totalitarie, non divenne mai popolare e riguardò le élite sacerdotali e di corte; fu un’operazione di potere della casta sacerdotale.

Sullo sfondo rimasero i culti di Iside e di Osiride, che nel loro significato profondo indicavano agli esseri umani la certezza di una vita nell’Aldilà. Certezza che sarà ereditata dai Riti Eleusini, con Iside nei panni di Demetra e Osiride in quelli di Dioniso (Foucart). [21]

© Silvano Danesi


[1] Franco Cimmino, Storia delle piramidi, Rusconi

[2] Yvan Guéhennec, Les Celtes et la parole sacrée, Editions label LN

[3] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi

[4] Vedi Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi

[5] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[6] Yvan Guéhennec, Les Celtes et la parole sacrée, Editions label LN

[7] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[8] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[9] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[10] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[11] Vedi Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[12] Vedi Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[13] Vedi Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[14] Dionigi Areopagita, Tutte le opere, Rusconi

[15] Bernardo Silvestre, in Il divino e il megacosmo – Testi filosofici e scientifici della scuola di Chartres, Rusconi

[16] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[17] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[18] Jean Markale, Il Druidismo, Mediterranee

[19] Vedi George Hart, Miti egizi, Mondadori

[20] Franco Cimmino, Akhenanton e Nefertiti, Rusconi

[21] Paul Foucart, Les Mystères d’Eléusis, Pardès