Nel corso della XVIII Dinastia, Nuovo Regno, in Egitto, il faraone Akhenaton ha fondato la nuova religione del Dio Sole Aton, dando vita al primo importante esperimento monoteista e controiniziatico: un’eresia che avrà nei secoli tragiche conseguenze.

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Akhenaton

Nel politeismo, meglio: nell’enoteismo, Dio rimane inconoscibile ed è conosciuto tramite gli dèi, che ne sono gli aspetti manifesti, ovvero le forme pensiero che la mente riesce a concepire in quanto archetipi. Nel cosmoteismo la base è la natura e non c’è spazio per l’antagonismo religioso.

Nell’antichità, in quanto cosmiche le religioni erano internazionali. Le divinità cosmoteiste e politeiste erano traducibili e, di conseguenza, il concetto di falsa religione non esisteva. Gli dèi delle religioni straniere non erano considerati falsi e fittizi, ma divinità simili o uguali alle proprie, solo con un nome diverso.

Nel III millennio a.C. si ha il passaggio dalle religioni cosmogoniche a quelle solari, con la progressiva sostituzione della religione della Dèa Madre con quelle patrilineari.

In Egitto la rivoluzione eliopolitana (III millennio), pone le basi per la controreligione del dio unico, perfezionata, mille anni dopo, da Akhenaton. Il faraone, da corpo simbolico del principio creatore, originariamente uomo che doveva realizzare Mâat (il giusto equilibrio)  sulla Terra, si propone come figlio di Ra e suo unico interprete. Il clero eliopolitano si lega strettamente alla monarchia faraonica.  I Testi delle Piramidi, fatti scrivere da Unas, sulla base di testi più antichi, rappresentano, in questo contesto, il tentativo di rimettere in ordine la tradizione.Paragrafo

Akhenaton, mille anni più tardi,  introduce la distinzione tra un dio vero e i falsi dèi, dando origine ad una controreligione che divide e rende intraducibili gli dèi altrui. Esiste un solo dio, Aton e Akhenaton è suo figlio. Non solo, ma lui e la sua “sacra famiglia”, ossia Nefertiti e le figlie, sono i soli a poter far da tramite tra gli uomini e l’unico dio. La religione di Aton introduce così una sorta di settarismo intollerante che nessuno degli dèi tradizionali aveva conosciuto. [1] L’elaborazione teologica dell’Aton presenta forti connotazioni assolutistiche. Akhenaton affermava che il nuovo culto era vero e unico, ma aveva tolto agli Egiziani quella partecipazione intima e personale, quell’essere abitati dagli dèi, che da secoli ne aveva fatto il più devoto e religioso dei popoli e aveva chiesto loro di avere fede in un’astrazione concettualmente inafferrabile, che di fatto è l’adorazione di un astro.

Nell’iconografia del periodo amarniano si vede il sole che estende i suoi raggi, come braccia, verso Akhenaton e la sua famiglia, sostituita alla Sacra Famiglia di Iside, Osiride e Horus.

Una controreligione che oblia l’Origine

La controreligione di Aton sposta l’attenzione dall’Origine, nascosta e sconosciuta, raccontata in vario modo dai miti egizi, all’adorazione del sole come fonte di vita e da un Principio, informazione intelligente, cosciente e immanente, che tuttavia rimane nascosto e che si evidenzia nel molteplice del manifesto, ad un Dio Sole, dio unico, del quale il Faraone è l’unico figlio e interprete.  L’aspetto fondamentale dell’eresia è l’oblio dell’Origine, delle acque misteriose del Nun, di Amon, il cui nome MN significa nascosto e che Akhenaton ha eliminato dal pantheon egizio assieme a tutti gli altri Neter.

Non v’è dubbio che il sole sia fonte della vita, come è ampiamente dimostrato, ad esempio, dalla fotosintesi clorofilliana che oggi si è scoperto seguire leggi quantistiche.

In gran parte il sole è anche fonte della conoscenza. Il nostro cervello, infatti, acquisisce informazione per immagini (immagina) e un’immagine si realizza per foto-grammi, dove gramma sta per graph-ma, incisione (dal greco graphô, incido) e photo sta per luce (dal greco phôs).

Il sole, come fonte di vita, è una centrale nucleare che emette radiazioni del campo elettromagnetico, le quali costituiscono il gramma, la rete, sulla quale è scritta la vita, ma la sua luce, il fotone, non è la “vera luce” alla quale tendevano gli adepti dei Riti Isiaci e Osiriaci e, in seguito, quelli dei Riti Eleusini.

Quella luce è un lampo che si accende nell’iniziato ed è la luce della conoscenza dell’Origine.

Scrive Fulcanelli: “Post tenebra lux. Non dimentichiamolo. La luce nasce dalle tenebre; essa è diffusa nell’oscurità, nel buio, come il giorno lo è nella notte. E’ dal Caos oscuro che fu estratta la luce riunendo i suoi raggi dispersi, e se, nel giorno della Creazione, lo Spirito divino si muoveva sulle acque degli Abissi, Spiritus Domini ferebatur super acquas, questo spirito invisibile, dapprima non poteva essere distinto dalla massa acquea e si confondeva con essa”.

Il Principio è l’Arché, l’Abisso tenebroso, la racchiusa Vergine, come ben dirà Giovanni nel Prologo del suo Vangelo, non il sole, che ne è la manifestazione mondana. E’ la Notte, Leto, che partorisce l’Uno splendente Apollo e la natura molteplice Artemide.

 Inoltre, cosa non del tutto secondaria, la ritualità osiriaca non ha al proprio centro il sole divino come fonte della vita, anche se Osiride è il sole che si è inabissato nella Duat e ritorna come luminare del mondo nelle vesti di suoi figlio Horus, ossia di se stesso in altra forma. Osiride, come Dioniso nei Riti Elesuini, è il dio morto, sacrificato, disperso e ricomposto, dal cui corpo, che contiene i semi della vita, nascono le spighe di grano dalle quali sarà formato il pane della vita.

La simbologia ci consegna un archetipo ben più complesso, che implica anche la discesa agli inferi e il passaggio dal corpo mortale al corpo di gloria; un archetipo circolare, dove dalla fissazione dello spirito (messo nel crucibulum del mondo) nasce la vita terrena e dalla morte del corpo materiale nasce la vita celeste dello spirito, giustificato come Osiride. Ancora una volta siamo nell’ambito circolare che la religione controiniziatica di Akhenaton spezza.

La controreligione di Akhenaton elimina anche la circolarità paredro-madre-figlio, ben rappresentata da Osiride, Iside e Horus, dove il figlio è padre di sé stesso ed è figlio e paredro di sua madre. Una circolarità che ritroviamo nella tradizione cristiana, dove Cristo essendo Dio è padre di sua madre.  

Lo dice in modo mirabile Dante nella Divina Commedia, nel XXXIII Canto del paradiso: “

“Vergine Madre, figlia di tuo figlio,

umile e alta creatura,

termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti si, che ‘l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura”.

La Sacra Famiglia, presente sia nella mitologia egizia, sia in quella cristiana, diventa ad Amarna la Sacra Famiglia di Akhenaton. Nella nuova capitale fatta costruire per il nuovo dio unico, i cortigiani non pregavano l’Aton direttamente, ma attraverso il giovane faraone che assieme alla famiglia reale si poneva come unico tramite del culto divino. E’ un ritorno alla teoria eliopolitana, quando il sovrano “Figlio di Ra” era il tramite con gli dèi e l’uomo comune era solo lontano spettatore di una cerimonia che si svolgeva in sfere e su piani diversi.[2]

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La Sacra Famiglia di Aton

La religione di Amarna falsifica anche i riferimenti stellari, essendo Horus non il Sole intorno al quale gira la Terra, ma Aldebaran, l’occhio del Toro, Iside Sirio e Osiride Orione.

Le tre costellazioni, con le Iadi e le Pleiadi, avevano un significato assai particolare, in quanto nel loro complesso indicavano una via del cielo, con Iside (Sirio-Spdt) e Orione (Sah), Horus-Aldebaran (Sar) che formavano la Sacra Famiglia.

Horsus-Aldebaran è Sar, la stella che “porta su nel cielo”, la stella dell’ascesa.

Il sole egizio, pertanto, è Aldebaran, la stella dell’ascesa. Non è questa la sede per affrontare il complesso sistema stellare degli Egizi e il suo possibile significato, ma l’aver trasposto il sole da Sar ad Aton ha obnubilato anche questa interessante, sotto molti aspetti, tradizione egizia, dalla cui indagine potrebbero aprirsi sorprendenti riflessioni.

Con il monoteismo la fobia del diverso sostituisce la tolleranza dell’analogo. Qui troviamo le premesse per le guerre sante, le crociate, i progrom, le persecuzioni. Non può esservi monoteismo “senza brama di supremazia. Dopo che si è riusciti a garantire una posizione prioritaria all’«Uno e Unico» solo facendo indietreggiare gli altri candidati, ecco che il controllo sui retrocessi si configura come un problema cronico. Già nella primissima matrice monoteistica, si delineano i contorni delle caselle che saranno poi coperte dagli avversari di turno del Dio unico. La nuova contrapposizione lascia trapelare presto la sua tendenza polemica. L’uno vero e ultra terreno contro i molti falsi e terreni”.[3]

In effetti è da secoli che Dio viene offerto sul filo della spada. Le conversioni di quelli che di volta in volta si sono trovati ad essere “infedeli” sono sempre avvenute con il ferro e con il fuoco.

I monoteismi classici si manifestano “come veicoli di fanatismo universalistico”, in quanto “in ogni monoteismo è insito un habitus mentale di «presa del mondo»”. Con il monoteismo si afferma un “universalismo offensivo”, si costituisce una “militarismo universalistico” del quale l’Islam si configura, sin dai suoi esordi, “come la forma più marcata”.[4]

Il Dio cosmogonico si manifesta attraverso la natura. Con l’enoteismo le varie divinità sono epiclesi del dio unico, il Tutto, che rimane inconoscibile ed è immanente, in quanto ogni aspetto della vita è Dio e, al contempo, è trascendente, in quanto è dal suo ritrarsi, dal suo essere anche altro che si rende possibile l’dentità delle sue infinite manifestazioni. E’ un Dio da conoscere attraverso la sua manifestazione essendo Egli il punto limite della conoscenza. Il dio Uno-Tutto del cosmoteismo, dunque, invita alla conoscenza.

La conoscenza sostituita con l’obbedienza

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Akhenaton come Sfinge

Gli antichi percorsi iniziatici, per quel che ci è dato sapere, erano intesi a condurre l’uomo verso la conoscenza. Una conoscenza progressiva, che avveniva per gradi e portava, alla fine del percorso, all’epopteia conoscitiva, ossia alla visione somma, all’illuminazione. Il rapporto con la divinità si concretizzava in un percorso di conoscenza. E’ quanto avviene anche in quello che Peter Sloterdijk chiama il suprematismo oggettivo o ontologico. Un suprematismo “cui non spettano le qualità dell’essere persona, bensì quelle di un principio, di un’idea. A tale suprematismo, che termina in un Essere altissimo e senza nome, si attaglia esclusivamente un discorso che tratta dei principi primi e ultimi di una natura cosale, sovrapersonale e strutturale. …. Non è né monarca, né giudice; è una fonte dell’esistenza, che dalla sua perfezione insuperabile irradia una perfezione derivata: il Cosmo. Non gli spetta nessuna facoltà di comando; gli si confà, piuttosto, una trasmissione di sé per la sovrabbondanza…. La posizione dell’uomo in un contesto mondiale suprematizzato ontologicamente e cosmologicamente non è interpretabile come schiavitù o servilismo. Un corretto essere-nel mondo esige piuttosto la coscienza di far parte di rapporti d’ordine universale. Qui si tratta, in senso ambizioso, del comprendere: bisogna adeguare il processo di comprensione ai provvedimenti superiori dell’essere. L’ascesa ha luogo sulla scala dei concetti universali”.[5]

La religione cosmogonica ed enoteistica è una struttura aperta e, in quanto tale, liberatoria. Ogni conoscenza viene considerata provvisoria: un passo nel lungo cammino. Con l’alfabeto archetipico degli dèi si compongono frasi infinite; si cammina sulla via della conoscenza. 

Mosè, sulla cui identità con Akhenaton o comunque con un uomo molto prossimo ad Akhenaton si stanno affermando studi sempre più circostanziati, ai quali rimandiamo[6], introducendo la conoscenza di dio come rivelazione, ha sostituito la conoscenza con l’obbedienza.

Il dio monoteista è l’ipostasi dell’uomo e delle sue esigenze normative e la religione monoteista è una struttura chiusa. L’uomo non è più un viandante in cammino sulla via della conoscenza, ma un suddito ossequiente, obbediente a un dio le cui leggi, guarda caso, hanno come tramite le gerarchie sacerdotali, che, contrariamente al loro nome, non conducono al sacro, ma lo rappresentano e lo mediano.  

Un dio ri-velato è nuovamente velato, mentre la conoscenza è svelamento, soluzione dell’enigma, risposta alla domanda e, in quanto risposta, responsabilità (abilità alla risposta).

Un dio rivelato è un dio che parla per il tramite dei suoi interpreti; è un dio che pretende obbedienza e, ovviamente, i custodi dell’obbedienza sono i custodi della “vera” religione e hanno dunque il diritto di combattere quelle false e di punire chi non è d’accordo. Mosè ha cominciato subito, poi sono arrivate le crociate, le guerre sante islamiche, i roghi cristiani.

All’origine di tanta tracotanza c’è quell’eresia del sole, che ha trasformato il faraone in figlio di Ra, quindi in un dio, e che è divenuta, con Akhenaton una controreligione intollerante.

Non mancheranno nella storia emuli del faraone eretico.

Vi è, inoltre, nel passaggio dalla religione cosmogonica a quella solare, una implicita riduzione dell’orizzonte, che porterà in seguito all’antropocentrismo e all’idea che la Terra sia al servizio dell’uomo, creata per lui. Un’idea che è la fonte dei guai che sono sotto gli occhi di tutti. 

Il dio dei misteri non ha nome e nemmeno forma

Il monoteismo non è, dunque, l’idea che esiste un unico dio, conoscibile attraverso gli dèi archetipi, le sue manifestazioni, un cammino di avvicinamento, l’illuminazione, ma l’affermazione di un dio unico normativo, che delega ad una classe sacerdotale il suo potere. 

Troviamo un esempio di cosa si intenda per unico Dio in una religione politeista in un inno ad Amon. “Uno è Ammone, che si tiene nascosto ad essi, che si cela agli dèi, nessuno conosce la sua natura. Egli è più lontano del cielo e più profondo degli inferi. Nessun dio conosce il suo vero aspetto, la sua immagine non appare nei rotoli delle scritture. Egli è troppo misterioso per essere svelato, troppo grande per essere investigato, troppo potente per essere conosciuto. Nessun dio può chiamarlo per nome, egli è simile a Ba, colui che tiene nascosto il proprio nome come il proprio segreto”.

Qui è evidente il parallelo con l’OIW (pronuncia oiun) celtico, dio nascosto e inconoscibile, come il tre volte nascosto Amon, il cui nome significa, appunto, nascosto: il Nascosto tre volte nascosto.

Il dio dei grandi misteri non ha nome, né forma.  Il dio monoteista ha nome e forma. Quindi è uno degli dèi, che sono solo aspetti manifestati dell’unico dio inconoscibile. Yavhe è un dio medianita. Allah è una divinità tribale araba pre islamica. 

“Nell’epoca in cui Maometto cominciava la sua predicazione – scrive in proposito Toufica Fahd – predominava alla Mecca il culto di Hubal, un’antica divinità accanto alla quale c’era la triade femminile citata nel Corano (LIII, 19-20), vale  a dire al ‘Uzzà, al –Lāt e al-Manāt…..  Al ‘Uzzà, la principale delle tre, al punto che le altre due venivano considerate «le sue due figlie», aveva come padre al-Lāh. Le tre erano chiamate banāt al-Lāh, «le figlie di al-Lāh». Al-Lāh, forma assimilata di Al Ilāh, l’equivalente dell’accadico Il e del cananaeo El, indicava, come questi ultimi, la divinità impersonale e si confondeva normalmente con la prima persona della trinità costituita dal Padre, dalla Madre e dal Figlio. L’importanza assunta dalla Madre al’Uzzà, dal figlio Hubal e dalle due figlie al-Lāt e Manāt, aveva finito con l’eclissare Allāh, il padre di tutti, il Dio universale. La missione di Maometto consisterà nel restituire la sua funzione di primo e unico ad Allāh, come avevano fatto Abramo con Elohīm e Mosè con Yavhe”.[7] 

Prendere uno degli dèi, ossia un aspetto del divino e farlo diventare l’unico dio, significa introdurre l’intolleranza, bloccare il processo della conoscenza e sostituire alla libera ricerca l’accettazione e l’obbedienza.

Gli dèi sono modalità conoscibili, modelli che la nostra mente riesce a concepire, nella continua tensione verso la conoscenza di un Dio che rimane nascosto.Gli dei sono principi, leggi naturali, aspetti psicologici dell’uomo.

Le religioni cosmogoniche consentivano e, anzi, stimolavano, attraverso il rapporto con il macrocosmo nei suoi vari aspetti, la conoscenza del microcosmo. Conoscere se stessi era una via per conoscere l’altro da sé e conoscere l’altro da sé era una via per conoscere se stessi.  Così in alto come in basso.

La religione ri-velata, dogmatica, impone regole, inibisce la conoscenza dell’altro da sé (Bruno, Galileo, ecc. sono esempi significativi di vittime dell’inibizione della conoscenza) e la conoscenza di sé, all’evoluzione sostituisce la confessione, alla liberazione la sottomissione. La religione ri-velata è la religione del potere materiale e temporale; è la religione del limite e della divisione (dia-ballein). 

Adorare la fonte stellare di un campo elettromagnetico come è il sole, non è certamente segno di elevata spiritualità e, infatti, la religione di Aton in Egitto, è durata lo spazio di un mattino.

Amon è tornato al suo posto e con lui anche la tradizione isiaca e osiriaca.

Gli Egizi, e non solo loro, ma anche Greci e Latini hanno continuato a invocare e celebrare la Grande Madre Iside: “Tu, una quae es omnia, dea Isis“, a omaggiare Osiride: “Omaggio a te, Osiride, Signore dell’eternità, Re degli Dei, che hai molteplici nomi, che hai forme sacre, tu essere di forma occulta nei templi, tu che hai il Ka sacro” e a rivolgersi all’Origine, il nascosto Amon:

“Mon cœur (désire) te voir,

Seigneur des perséas

lorsque ta gorge porte le vent du nord.

Tu fais qu’on soit rassasié sans qu’on ait à manger;

tu fais qu’on ait à boire.

Mon cœur (désire) te voir,

mon cœur est dans la joie, Amon, protecteur du pauvre!

Tu es le père de celui qui n’a pas de mère,

l’époux de la veuve.

C’est chose douce de prononcer ton nom!

Il est comme le goût de la vie.[8]

© Silvano Danesi


[1] Franco Cimmino, Storia delle piramidi Euroclub

[2] Franco Cimmino, Storia delle piramidi Euroclub

[3] Peter Sloterdjk, Il furore di Dio, Cortina

[4] Le parti virgolettate sono riferite a: Peter Sloterdjk, Il furore di Dio, Cortina

[5] Peter Sloterdjk, Il furore di Dio, Cortina

[6] Vedi, ad esempio: Hamed Hosman, I faraoni dell’antico Egitto, Profondo Rosso edizioni

[7]Toufic Fahd, Storia dell’Islamismo, a cura di Henri Charles Puech, Euroclub

[8] André Barucq e François Daumas, “Hymnes et prières de l’Egypte ancienne”, ed. Du Cerf, Paris, 1980, pag. 204-206.

Il mio cuore desidera vederti,

o signore degli alberi di persea.    

Quando la gola prende il vento del nord,

dà sazietà senza dover mangiare,

e dà ebbrezza senza bere.

Il mio cuore desidera vederti,

Il mio cuore esulta, o Amon, protettore dei poveri!

Tu sei il padre del senza madre,

il marito della vedova.

E’ piacevole la pronuncia del tuo nome!

E’ come il gusto della vita.