di Gianfranco Costa.

In un recente articolo a firma Silvano Danesi (Come Tubalcain consentì a Caino di “uccidere” Abele) ho letto alcune frasi che mi hanno molto colpito e, fra queste, in particolare le seguenti:

Il metallo, adatto ad essere forgiato, è qualcosa che viene dal profondo, estratto dalle oscurità della miniera, che possiamo simbolicamente assimilare all’Arché o Inconscio profondo ed è un infra-movimento, un movimento intermedio: luce che condurrà alla materia. […] Il fuoco è simbolicamente l’ardore dell’Arché che emette la luce, che è il vero agente della fissazione: i “padroni del fuoco” sono i padroni della luce. […] La luce è energia appartenente al dominio del campo elettromagnetico, il quale imprigiona l’informazione e la fissa in una rete, che è il gramma sul quale è tessuta la vita. […] Il “fiat lux” è pertanto l’avvio della fissazione, nel limite della luce, dell’informazione e della conseguente produzione del mondo materiale. […] La luce è il limite nel quale viaggia l’informazione nella rete con la quale è tessuto il mondo ed è, pertanto, un veicolo che rallenta e limita l’istantaneità della trasmissione dell’informazione.

Leggendole mi è risultato automaticamente semplice associarle alla descrizione di due “tipi di luce” per così dire. In primo luogo la “luce” nel senso di informazione, ovvero filosoficamente parlando quella del fondamento di tutto l’esistente. E poi una “luce” nel senso comune del termine, quella composta da fotoni, cioè quella tipica del mondo nel quale siamo chiamati ad interagire. Come dire che l’informazione (luce primordiale) decade in radiazione elettromagnetica, limitata alla velocità della luce.

Questa distinzione mi suona tanto a riferimento alla “luce” del cerchio di Ceugant, l’Arché delle triadi bardiche, (il vuoto quantistico iniziale, l’Essenza) e “luce” nel cerchio Abred (lo spaziotempo gravitazionale), la nostra “realtà”.

A questo punto tenterei di collegare alla mia maniera, ovvero azzardando interpretazioni, la visione mitologica delle triadi bardiche con la distinzione che la Fisica opera tra “particelle virtuali”, tipiche degli scambi energetici tra processi fisici a livello di meccanica quantistica (ovvero dell’infinitamente piccolo e nel vuoto quantistico) e “particelle osservabili”, quelle cioè che ci è dato osservare e misurare direttamente.

Il “fotone” che partecipa ai processi di variazione di stato a livello quantistico, tanto per citare una particella tra le tante, non è direttamente osservabile, per questo lo si definisce “particella virtuale”; però esiste e provoca fenomeni constatabili, più o meno direttamente. È una delle particelle che prendono parte alle continue interazioni ed annichilazioni tra particelle ed antiparticelle nel vuoto quantistico, tanto per fare un esempio.

Invece il fotone che compone la luce visibile, proprio perché visibile, è facilmente percepibile e misurabile, costituendo quella che nel linguaggio comune è detta per l’appunto “luce”. È la particella di interazione (bosone) del campo elettromagnetico (un quanto di luce).

Per giungere alla proposta pazza che sono tentato di formulare in questa occasione, ho bisogno però di un’altra premessa tratta da un altro articolo, uno che proposi poco tempo fa: Pillola rossa, a piccole dosi. In particolare alla “definizione dell’universo come composto da frammenti di coscienza”. Constato con piacere che è sempre maggiore il numero di persone che si avvicinano alla scienza, anche solo a livello divulgativo (insieme al quale appartengo). La maggior parte di loro ha avuto modo di leggere circa il famoso esperimento della doppia fenditura, quello che è in grado di provare sostanzialmente due aspetti della meccanica quantistica: la dualità onda/particella e il ruolo dell’osservatore. L’esperimento dimostra che i fotoni (o anche un fascio di elettroni) si comportano sia come onda, interferendo tra loro a formare schemi tipici del comportamento ondulatorio, sia come particelle. Cosa provoca il passaggio da un comportamento all’altro, ovvero da onda a particella? La presenza o meno di un “osservatore”. Se si esegue l’esperimento senza tentare di osservarne i dettagli, il fotone (o l’elettrone) si comporta come onda. Appena interviene un “osservatore”, per esempio posizionando uno o più sensori che contino le particelle, queste tornano a comportarsi come “corpuscoli” di materia (meccanica classica).

In altri termini, è come se l’osservatore, col suo atto cosciente di osservare, determini il passaggio dalla fisica quantistica alla fisica classica. Si dice che l’osservazione cosciente fa “collassare la funzione d’onda” (da una sovrapposizione di stati si passa ad uno in particolare).

Ci sono varie scuole di pensiero per interpretare questo tipo di fenomeni. Una ad esempio (interpretazione di Copenaghen) definisce il comportamento della funzione d’onda dell’equazione di Schrödinger in queste situazioni come l’impossibilità di concepire la misurazione di un fenomeno senza interferire sul sistema. Un’altra (detta decoerenza quantistica) stabilisce che, mentre la meccanica quantistica è caratterizzata da una sovrapposizione di stati (l’elettrone è contemporaneamente onda e particella), il mondo macroscopico no. Inserendo un sensore al fine di misurare, cioè interagendo con l’infinitamente piccolo attraverso il mondo macroscopico, dove non è possibile osservare sovrapposizione di stati, non si sta più studiando un sistema isolato ma qualcosa di direttamente relazionato con l’ambiente (dunque non più isolato). Cioè l’osservazione fa perdere “coerenza” alla sovrapposizione di stati descritta dalla funzione d’onda della meccanica quantistica.

Sia come sia, a noi comuni mortali pare sensato relazionare l’atto cosciente dell’osservazione con il cambio di comportamento.

La mia proposta pazza, rivolta a matematici e fisici teorici è dunque la seguente: perché non includere nelle equazioni proprio la coscienza, in particolare e più precisamente come fattore determinante del collasso della funzione d’onda?

Si tende a non prendere in considerazione la coscienza come “osservabile” (cioè come variabile quantificabile) perché la si interpreta in genere come qualcosa di estremamente soggettivo, interpretazione con la quale mi permetto dissentire.

Pur risultando evidente la componente soggettiva, esistono però delle oggettività intrinseche relative a ciò che definiamo coscienza. A tale scopo, per chiarire cioè l’oggettività della coscienza, ritengo illuminante il lavoro del famoso neuroscienziato Giulio Tononi il quale, in collaborazione con un ristretto gruppo di suoi altri colleghi, ha pubblicato una Teoria dell’Integrazione dell’Informazione, giunta alla sua terza release (pubblicazione ufficiale: IIT 3.0 ).

La teoria esprime un valore numerico φ (phi) che tiene in conto la “coscienza”. Personalmente lo ritengo un lavoro superbo, eccezionale, perché apre la porta con coraggio e creatività alla rappresentazione in termini matematici di ciò che definiamo comunemente coscienza (l’equazione definisce una quantità, un numero, ad esprimere il grado di “coscienza”), anche se a titolo personale ho sollevato diverse eccezioni al rispetto. In un messaggio al Prof. Tononi suggerivo che ciò che la teoria descrive, più che una misura di ciò che definiamo coscienza, descrive il suo stato più elementare, ovvero il grado di “consapevolezza del soggetto della relazione tra causa ed effetto del fenomeno studiato”. La consapevolezza delle relazioni tra informazioni del proprio intorno è un primo passo, fondamentale per formulare la coscienza in termini matematici ma non esaustivo a mio parere. È necessario ma non sufficiente.

In soldoni, il gatto che colpisce la pallina è consapevole della relazione tra causa (colpo alla pallina) ed effetto (la pallina si allontana) ma non è cosciente di sé, ovvero per prima cosa non cerca le leggi fisiche che descrivono il fenomeno e, soprattutto, non sa di essere gatto osservatore di un fenomeno fisico. Sa relazionare le informazioni in termini di causa ed effetto ma non è cosciente.

Per porre un altro esempio, l’automa è consapevole di poter aprire la porta (effetto) perché la luce è verde (causa) ma solo perché è stato programmato per quel tipo di interazione col suo intorno fisico. Non è cosciente di essere automa (fermo restando gli eccezionali progressi dell’intelligenza artificiale, oggigiorno davvero impressionanti).

Comunque a mio parere ciò costituisce il primo passo fondamentale, il primo mattone concreto per porre in pratica la visione di David Chalmers, filosofo australiano che si occupa di coscienza, che la propone come grandezza fondamentale, allo stesso livello cioè di come in fisica si considerano massa, tempo o carica elettrica.

Personalmente il mio sogno consiste nel poter modificare l’equazione di Schrödinger aggiungendo la coscienza come fattore determinante del passaggio da onda a particella. Modificare l’equazione di Dirac per dire quando l’elettrone smette di comportarsi come onda e comincia ad agire come particella per effetto della coscienza. C’è qualche matematico o qualche fisico teorico in ascolto?