“Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige 
per misurar lo cerchio, e non ritrova, 
pensando, quel principio ond’elli indige,  

tal era io a quella vista nova: 
veder voleva come si convenne 
l’imago al cerchio e come vi s’indova;  

 
ma non eran da ciò le proprie penne: 
se non che la mia mente fu percossa 
da un fulgore in che sua voglia venne”.

         Dante, Paradiso, XXXIII  

Il grande non svelabile segreto della Massoneria (i Riti sono altro) è la theoría (contemplazione) del lógos e, essendo il  lógos l’azione e il mostrarsi dell’archè, ossia del Fondamento, contestualmente e necessariamente, è la theoría dell’arché, della phýsis e, infine, dell’ólos, il Tutto. Ma è un segreto, oppure un cammino iniziatico, che ha come obbiettivo la conoscenza, intesa come theoría e come epistéme (la vera luce, la luce sacra della somma sapienza) e la ricerca come progressivo avvicinamento alla verità del Fondamento?

Che sia il lógos al centro della riflessione massonica è reso evidente dal fatto che ad ogni apertura dei lavori di Loggia sull’ara è posto il testo del Prologo del Vangelo di Giovanni, un testo greco che inizia mettendo in luce il rapporto tra il Principio (arché) e il lógos e il rapporto tra il lógos e la molteplice realtà manifesta che costituisce il punto centrale della riflessione filosofica, in quanto rapporto tra l’immutabile e il divenire, tra “la legge alla quale deve sottostare tutto ciò che sopraggiunge”[1] (Ananke, Dike) e gli accadimenti, ossia al molteplice che “si para davanti”, che si manifesta e che diviene, ossia “arriva da”. Il rapporto tra l’immutabile e il divenire è antica questione, mai definitivamente risolta e, conseguentemente, millenario oggetto di riflessione.

Lógos è vocabolo greco che riassume in sé molteplici significati e che, nello sforzo ermeneutico della complessità della sua realtà essenziale ed esistenziale, vede convergere tradizioni e culture che hanno connotato di sé quello che oggi chiamiamo riassuntivamente Occidente, il cui cuore è stata ed è l’Europa. In questo sforzo ermeneutico e di costante tensione conoscitiva trova la sua corretta collocazione l’affermazione di Anderson che, riguardo ai massoni, “si reputa più conveniente obbligarli soltanto a quella religione nella quale tutti gli uomini convergono, lasciando loro le loro particolari opinioni o le persuasioni che li possono distinguere, per cui la Massoneria diviene il Centro di Unione e il mezzo per conciliare sincera amicizia fra persone che sarebbero perpetuamente distanti”.

Anderson, pastore protestante, scriveva i landmark nel 1723, in un periodo nel quale il confronto aspro e cruento tra correnti religiose non era del tutto scemato e aveva lasciato sul terreno morte e distruzione.

Quel Centro d’Unione aveva molto il sapore di una pacificazione tra cattolici e protestanti, ma alla luce di un’analisi attenta dei rituali formatisi nel ‘600 e codificati da Elias Ashmole, assume un valore universale in ragione del lógos inteso nell’accezione eraclitea.

Il Tutto, l’ólos, l’unità originaria dei primi filosofi greci è, insieme, il divino che genera l’universo e la materia dell’universo. Nella filosofia dei primi pensatori il Tutto è un Circolo: dall’unità alla divisione e alla molteplicità e dalla molteplicità all’unità.

In cammino ascoltando il Lógos

Riassumendo il contenuto di alcuni frammenti eraclitei, Miroslav Marcovich, scrive che “a livello logico il lógos è valido universalmente e opera in tutte le cose” (114 + 2 DK), che “a livello ontologico, il lógos è un sostrato al di sotto della pluralità sensoriale delle cose: è una unità sottostante a questo ordinamento del mondo”; che “a livello epistemologico, riconoscere il lógos, è condizione necessaria per una reale e corretta conoscenza dell’ordinamento del mondo” (30DK) e, infine, che “a livello etico di comportamento, il lógos, è una regola di corretta condotta di vita (…)“.[2]

Il lógos eracliteo è perfettamente coerente con il Circolo.

Nei “due momenti più decisivi del pensiero greco – sostiene Emanuele Severino – il Circolo viene meno: in Parmenide si riduce a un Punto (perché Parmenide nega l’esistente del divenire e della molteplicità); in Platone e in Aristotele, che pure mostrano la strada per uscire dal Punto, il Circolo si spezza in due Semicerchi, perché l’unità divina originaria e la materia prima del mondo sono due assoluti reciprocamente indipendenti che, appunto per questo, non entrano in Circolo: da un lato una produzione dell’ordinamento razionale del mondo da parte di Dio (primo Semicerchio), dall’altro una tendenza della materia verso l’ordine e la forma, cioè verso Dio (secondo Semicerchio)”. [3]

Il lógos eracliteo è unità di ciascuna coppia di opposti, unità sottostante all’ordinamento del mondo e anche proporzione e misura.

Il metodo per raggiungere il lógos

“Eraclito – ci ricorda Miroslav Marchovic – mostra il metodo per raggiungere il lógos: analizzando correttamente ciascuna cosa delle (due) parti che la costituiscono, ne risulterà una sorta di unità grazie al lógos universale”. [4]

Scrive Eraclito: “Le cose di cui  c’è vista e udito e percezione queste in verità io preferisco” (fr.55DK) e aggiunge: “Gli occhi sono testimoni più fedeli degli orecchi” (Fr 101 a DK).

Tuttavia Eraclito ci avverte che: “Cattivi testimoni sono occhi ed orecchi per gli uomini, se questi hanno anime che non ne comprendono il linguaggio” (fr.107 DK) e che: “L’apprendere molte cose non insegna l’intelligenza; altrimenti l’avrebbe insegnato a Esiodo e Pitagora; e anche a Senofane e Ecateo”.

“La percezione sensibile e l’esperienza – commenta Miroslav Marchovic – richiamano la condizione basilare per l’apprendimento del lógos onnipresente, ma questa non è la sola condizione: altre ne sono richieste, fra cui l’intelligenza, la facoltà di interpretare correttamente i dati dell’esperienza e l’intuizione. Senza tali condizioni l’uomo non può raggiungere il lógos, né ottenere la sapienza (nous), rimanendo ad uno stadio sterile”. [5]

La percezione sensibile e l’esperienza possono essere condivise. Anche l’interpretazione corretta dei dati dell’esperienza è condivisibile. Non è condivisibile l’intuizione e pertanto raggiungere il lógos è facoltà ristretta ad ogni singolo essere umano. Non ci può essere un’intuizione di gruppo, un’intuizione che appartiene ad un’istituzione, ad un’eteria iniziatica. L’intuizione è intima e personale; può essere testimoniabile e condivisibile, in seconda istanza, come narrazione.

Il grande non svelabile segreto della Massoneria non è, pertanto, svelabile, in quanto non c’è.

Il segreto appartiene ai singoli e al loro procedere nel percorso della conoscenza.

Segreto è participio passato di secernere, che è un metter da parte e indica cosa separata, riposta, arcana, misteriosa.

Il termine più appropriato per sostituire il consumato e ormai ambiguo termine segreto è: mistero.

Mistero, dal greco μυστήριον (mysterion), poi in latino mysterium,  indica qualcosa di racchiuso. Da questa radice deriva μύστης (mystes) iniziato.

L’iniziato è colui che custodisce un mysterium, un qualcosa racchiuso in sé che ha appreso con il duro, continuo e fiducioso lavoro di ricerca del lógos. L’iniziazione gli apre la via, la frequentazione dell’eteria iniziatica lo aiuta a compiere il percorso di ricerca, ma il mysterium è suo.

Chi afferma esserci un segreto della Massoneria racconta banalità funzionali a “épater le bourgeois”.  

La Massoneria è una via di ricerca del mysterium, ma la Massoneria non possiede un mysterium.

“La Dèa della Giustizia – afferma Eraclito – dichiarerà colpevoli i fabbricanti di menzogne e i (loro) testimoni”. Fr. 28 b DK.

Vivere secondo quanto prescrive la phýsis

Torniamo al lógos .

Platone nel Teeteto del lógos distingue tre accezioni: manifestazione del pensiero attraverso i suoni articolati di una lingua, il render conto di una cosa enumerandone gli elementi; l’enunciazione di differenza o segno distintivo che individua qualcosa. Il campo del lógos filosofico, così delimitato, è quello del discorso e in particolare di quello definitorio, a cui è associato quello dichiarativo.

Il duplice significato di lógos come ratio e oratio è affermato in ambito stoico con la distinzione tra lógos endiáthetos (interiore) o oratio concepta, il pensiero e lógos prophorikós o proferito, ossia l’oratio prolata, il discorso. In Filone, il lógos è il supremo mediatore tra dio e il mondo creato, in quanto idea delle idee.

Da Platone a Filone le valenze eraclitee del lógos si restringono fino a perdere la qualità originaria di sostrato al di sotto della pluralità delle cose, dalla quale discendono gli aspetti logico, epistemologico ed etico e fino a perdere il significato di quella “parola greca che, sin dall’inizio del pensiero filosofico – scrive Severino – nomina quel lasciar parlare le cose senza imporre loro un senso estraneo, ma lasciando che esse, manifestandosi, si impongano”. [6]

Il Tutto è, fino a Platone e Aristotele, unitario; essi lo concepiscono come spezzato in due dimensioni tra loro indipendenti ed eterne: dio e la materia originaria. Lo stoicismo ricompone l’unità e il Circolo e la phýsis torna ad essere quella dei primi pensatori: sostanza eterna dalla quale provengono e alla quale tornano le cose del mondo.

Lo stoicismo, scrive Emanuele Severino, “mostra che il pensiero divino, proprio perché pensa se stesso, pensa insieme l’universo e, pensandolo, gli conferisce esistenza, vita e ordine. «Pensiero», «anima», «ragione» divini che lo stoicismo esprime tutti con l’antico termine di Eraclito: lógos. La presenza di questa antica parola di Eraclito indica la coscienza, che lo stoicismo possiede, di ricondurre alle proprie origini la grande fioritura del pensiero greco. Il Tutto è la phýsis, intesa non come semplice parte della realtà, ma come il processo in cui il lógos produce ogni cosa del mondo e ogni cosa del mondo ritorna al lógos. Per questo motivo, come nell’epicureismo, la «fisica» non è, per lo stoicismo, la scienza di una parte del Tutto, ma è la scienza, l’epistéme del Tutto”. [7]

“Quando, all’inizio del Vangelo di Giovanni, si dice che il lógos è Dio ed è ciò per cui esiste ogni cosa – scrive ancora Severino – ci si mantiene nella dimensione in cui si muove la concezione stoica del rapporto tra mondo e Dio”. [8]

Anche per gli stoici l’essere umano, nel quale è presente il lógos, raggiunge la virtù suprema, e quindi la felicità, dando ascolto al lógos, ossia a ciò che la phýsis prescrive.

Vivere secondo natura (phýsis) significa vivere rettamente secondo ragione; vivere cioè prestando ascolto all’epistéme e vivere secondo virtù, essendo le molte virtù articolazioni di quell’unica virtù che è la scienza, che è contemplazione della verità della phýsis, cosicché la virtù è scienza.

Il lógos degli Occidentali

Greci, Celti, popoli norreni hanno attinto alla comune radice indo-europea.

Ritroviamo il lógos nel vedico Visvakarman, il fattore di ogni cosa, il creatore universale.

Dall’incontro tra la cultura giudaica e il pensiero greco si è strutturata la concezione cristiana dell’uomo, del mondo e del divino. Dall’incontro tra la cultura egizia e quella greca è sorto l’ellenismo, che ha fortemente influito sulla cultura europea e, conseguentemente, occidentale.

Il lógos è stato declinato nel druidismo con il vocabolo Duw, nel cristianesimo è stato incarnato in un uomo dio e in Egitto lo ritroviamo in un’azione manifestativa e creatrice che assume nomi diversi secondo le varie teologie succedutesi nei secoli.

La radice concettuale del lógos la troviamo nell’indoeuropeo. Il fonema Na è il simbolo delle Acque indifferenziate. “Da esso nacque il concetto di negazione, Na, e di conseguenza quello di Nulla (…) a causa dell’impossibilità di riconoscere al loro interno alcun ente (non ente, niente) o alcun uno (non-uno, nessuno)”. [9]

“Soltanto con un secondo tempo, con l’apparizione della luce nelle acque [ka], il pensiero indoeuropeo avrebbe riconosciuto al loro interno il primo Essere, Eka, l’Uno: «luce [Ka] che sorge [e] dalle Acque»”.[10]

Il Nulla, Na…, rappresenta le Acque viste nel loro aspetto imperscrutabile, mentre l’Uno, Eka, rappresenta le stesse Acque viste nel momento del sorgere della Luce al loro interno. Luce «creatrice», in quanto rende visibile e riconoscibile l’intero universo.

Da Ka deriva Eka (e+ka è il sorgere della luce), che dà origine a Da, luce creata.

Abbiamo, pertanto, una luce creatrice Ka, che sorge dalle Acque cosmiche Na, il Nulla, come Eka, moto di Ka e origina Da, luce creata.

Kam, derivante da Ka, infinito, e da M, limite, simbolo della realtà relativa e finita, è amore.

“La consonante M – spiega Franco Rendich – è all’origine di mātŗ «madre», il fattore femminile della creazione che conduce la divina immobilità di Eka ad incarnarsi nella terrena transitorietà di dvi, il «due». In altre parole Kāma, «amore», rivela l’unione tra l’Infinito [Ka] e il Finito [M], nell’attimo in cui nasce il loro comune desiderio di creare la vita nell’Universo”.[11]

Il processo, in sintesi, è: il Nulla [Na – Tenebra – zero], contiene l’altra parte di sé, l’Uno [Ka, luce creatrice], il quale dinamizzato nella luce creata [Da] si realizza, per impulso d’amore [Kāma], nel molteplice materiale, caratterizzato dal limite [M].

Il lógos, come Duw è presente nelle Triadi bardiche sin dalla prima triade: Tri un cyntefig y sydd, ag nis gellir amgen nag un o honynt, un Duw, un gwirionedd, ag un pwngc rhyddyd, sef y bydd Ile bo cydbwys pob gwrth.

(Tre unità originarie e essenti e nessuna di loro può essere cambiata: un Demiurgo, una verità, e un punto di libertà, ossia un punto di equilibrio di tutti gli opposti).

E’ interessante notare la relazione della libertà, intesa come punto di equilibrio tra tutti gli opposti, con l’eraclitea syllapsis.

La quarantaseiesima Triade ci dà l’esatta polivalenza del Demiurgo: “Tre necessità del Demiurgo: essere se stesso infinito; mortale (finito) vicino al mortale (finito) e in accordo con tutte le condizioni esistenziali nel ciclo di Gwynfyd” [l’Altromondo]. Una polivalenza che accosta il Demiurgo druidico al lógos eracliteo.

Il Demiurgo, in quanto essenza, in quanto se stesso, è infinito, ma è anche finito vicino al finito, ossia quando è nella determinazione del molteplice. In questa accezione il Demiurgo è ex-sistente.

Siamo in presenza dell’archetipo del dio sacrificato, lacerato, smembrato: Dioniso, Osiride, Cristo.

Il Duw, essendo nel molteplice ex-sistente, è una manifestazione dell’origine sconosciuta e senza nome, ossia del principio principiante, l’Oiw, che “risiede” nel Cerchio vuoto, Ceugant.

Ex-sistere deriva da ex-, “fuori” e sistere, stare, essere stabile, essere in atto, riferito ad ogni realtà in quanto tale. Il Duw, pertanto, quando è vicino al finito, al mortale “sta fuori”. Lo stare fuori non è attribuibile al Fondamento, ma a qualcosa che dal Fondamento sta fuori: in questo caso la sua azione, il Demiurgo, il lógos.    

Il Duw è originato ed è una manifestazione dell’origine sconosciuta e senza nome, l’Oiw, che è un’invocazione, più che un nome e che risiede nella vacuità e il concetto di vacuità lo troviamo perfettamente espresso nel vocabolo Ceugant, il cerchio vuoto.  

Ritroviamo il lógos, sotto la denominazione di Jaun Goinkoa nella cultura basca, altra importante radice d’Europa, dai più misconosciuta. Jaun Goinkoa è dio universale e Signore della Luna, il quale ha creato Begia, la luce del corpo, Egia, la luce dello spirito ed Ekia, la luce del mondo.

In Egitto il ruolo demiurgico è assegnato a vari Neter, secondo le varie teologie: Tum Atum, che crea il cielo e la terra o Knum, il dio vasaio, che plasma gli esseri umani.

E’ evidente che siamo in presenza di un archetipo che non è solo ascrivibile all’orizzonte giudaico cristiano. Un archetipo che è in altro modo presente come “figlio della Vergine”, essendo la Virgo il racchiuso infinito Fondamento delle infinite potenzialità e possibilità: la Dèa Madre origine di ogni modalità esistenziale, la matrix o utero primigenio.

Il lógos, pertanto, è il “fuoco” centrale della cultura occidentale; è il punto di incontro di tradizioni e culture che costituiscono le profonde radici dell’Occidente ed è il grande e unico non svelabile segreto della Massoneria, perché, come sostiene Eraclito: “La reale costituzione di ciascuna cosa ha l’abitudine di nascondersi” (Fr 123 DK)[12] e: “Il rapporto invisibile è più forte di quello visibile” (Fr. 54 DK)[13].

Anche Apollo, sul cui tempio a Delfi è scritto il famoso invito all’essere umano: “Conosci te stesso”, non svela e non nasconde, ma dà segno, come scrive Eraclito: “Il Signore di cui è l’oracolo in Delfi non svela e non nasconde, ma dà segno” (Fr. 93 DK)[14].

Ed Eraclito, per interpretare i segni, indica i molti approcci necessari, ma soprattutto, con quel suo: “Interrogai me stesso” (Fr. 101 DK)[15], ad usare l’insieme delle nostre facoltà conoscitive.

Eraclito scrive: “Quelli che rimangono incomprensivi (anche) dopo aver udito [insegnare il lógos] sono come sordi; ad essi si applica la testimonianza del detto: presenti sono assenti” (Fr. 34 DK)[16], perché, ci avverte ancora Eraclito: “Se hai udito [e compreso] non me ma il Lógos è saggio concordare che tutte le cose sono uno”. Eraclito Fr.50 DK. [17]

Il lógos sull’ara del Tempio

Nel testo greco del Prologo del Vangelo di Giovanni, che è posto sull’ara del Tempio massonico, in quanto contenente la chiave di comprensione del rapporto tra l’archè e la sua manifestazione, si legge:

En archē ēn ho lógos
kai ho
lógos ēn pros ton theon
kai theos ēn ho
lógos.

Nell’arché è il lógos

e il lógos è presso theón

e theòs è il lógos.


Il Prologo è centrale nella ritualità massonica in ogni fase della stessa e udire e comprendere il lógos, udire e comprendere i suoi insegnamenti con tutte le nostre facoltà e conformarsi al lógos è il grande non svelabile segreto della Massoneria. Non svelabile e pertanto indicibile, in quanto esperienza intima e individuale e solo testimoniabile, con parole che non rendono l’esperienza, ma danno agli altri il senso di un cammino, il conforto di una possibilità di conoscere, l’indicazione di come muovere le proprie facoltà, essendo la ricerca del lógos e dei suoi insegnamenti un “volgersi verso”, un “tendersi a”.

La Massoneria, pertanto, non ha maestri intesi come sofisti, i quali presumono di portare gli uomini da uno stato ritenuto inferiore ad uno stato ritenuto superiore, perché inevitabilmente una tale presunzione si trasforma in convenienza, in moralismo, in adesione a modalità di comportamento dettati dagli usi e costumi ritenuti più convenienti in un dato momento storico; non è un club di esteti e di moralizzatori omologanti.

La Massoneria non afferma di possedere la verità e nemmeno che la verità è quella di cui è custode ogni essere umano in base alla sua esperienza, ma ricerca la verità.

In questo orizzonte, la Massoneria non ha un segreto, non possiede segreti, ma si pone come locus (loggia), entro il quale può operare un’azione propedeutica, e-ducativa, maieutica, di testimonianza relativa al cammino individuale che ognuno deve compiere per volgersi verso il lógos. Un locus che è spazio di condivisione e di crescita comune ed è anche fanum, tempio, témenos (da tēmnō, taglio) e pertanto recinto, luogo separato, luogo sacro.

“Dicendo che la filosofia greca apre lo spazio dove giocano le forze dominanti della nostra civiltà – scrive Emanuele Severino – non intendiamo confondere lo spazio con il gioco che vi si conduce, ma rilevare che ogni gioco della nostra civiltà,  e ormai ogni gioco della terra, vien fatto all’interno di tale spazio e resta determinato così come i nostri movimenti sono condizionati dallo spazio fisico in cui veniamo a trovarci”. [18]

Quanto afferma Severino per la filosofia vale anche per la Massoneria: uno spazio sacro nel quale si svolge il gioco della conoscenza, nella sua accezione più ampia e nobile. Un luogo non condizionato da segreti, che non contiene segreti e che è determinante la tensione conoscitiva dei segreti della vita e della sua origine; dell’origine e delle sue dinamiche manifestative; del senso e dell’orientamento.

La Massoneria non è uno scrigno di segreti, ma un locus dove si opera nel lavoro più sacro per l’uomo: la conoscenza senza limiti; un locus che non è appannaggio di mistici o di scienziati, che non è il prolungamento dell’Accademia platonica, della Stoà, di un aristotelico Liceo o di qualsiasi altra scuola di pensiero che possa considerarsi paradigmatica e tanto meno è appannaggio di un pensatore di riferimento, sia pure esso il sedicente custode della catena iniziatica tradizionale. La Massoneria è un luogo adogmatico di ricerca.

In un certo senso la Massoneria è socratica, in quanto ricerca la verità, sapendo di non sapere e, quindi, di dover cercare. 

La Massoneria isola di libertà

La Massoneria è un’istituzione profondamente egalitaria, dove il confronto delle idee, la narrazione delle esperienze e delle intuizioni è assolutamente libera, senza pregiudizi e senza esternazione di dissenso sulle idee altrui. Agli argomenti si aggiungono argomenti.

In questo orizzonte concettuale si inserisce il trinomio: Libertà, Uguaglianza, Fratellanza, in quanto chi si riconosce come Fratello, ossia come ess-ente che ricerca la verità epistemica (la verità che salva) è uguale agli altri Fratelli nella libertà del confronto delle idee senza pregiudizi e senza esternazione del dis-senso, in quanto tutti, comunemente, ricercano il Senso del Tutto.

Essendo la Massoneria un luogo di libera espressione di idee, di narrazione di esperienze e di intuizioni intime e personali, la riservatezza è una garanzia nei confronti di quella che oggi è definita comunemente la privacy.

Il silenzio sui lavori compiuti è, pertanto, rispetto doveroso della privacy.

Nella tradizione massonica operativa, la riservatezza riguardava i segreti del mestiere e la necessaria difesa delle arti dall’invadenza della auctoritas teologica, che imponeva un quadro dogmatico in contrasto con la libertà della ricerca, della progettazione e della realizzazione di opere con un contenuto simbolico non sempre allineato con quanto imponeva l’auctoritas.

Oggi la riservatezza garantisce un’isola di libertà, quale è la Loggia, da una rivoluzione tecnologica dirompente che produce algoritmi sempre più raffinati e che alimenta, con un enorme flusso di dati, i meccanismi del “machine learning”, ossia dell’autoapprendimento delle macchine senza bisogno di interventi umani. Il processo, in atto ad una velocità esponenziale, pone rischi per la democrazia e per la libertà individuale.

La rivoluzione in atto non va affrontata con un atteggiamento luddista e tecnologico, ma va regolamentata, e l’intelligenza artificiale va sempre guidata dall’intelligenza umana.

Per quanto riguarda i singoli, il rischio è che il dominio degli algoritmi pregiudichi l’idea stessa di libertà individuale.

Gli algoritmi, applicati ai social network e alle grandi piattaforme, non esprimono soltanto relazioni tra dati, ma anche opinioni su cosa diffondere e in che modo, limitando la libertà del dissenso o, comunque, di opinioni non in linea con il “pensiero unico”.

Trattandosi di questione riguardante la libertà di pensiero, quella della rivoluzione tecnologica in atto non può non riguardare la Massoneria che, oltre ad affrontarla nelle sue implicazioni generali, offre, con la riservatezza dei lavori di Loggia, un’isola di libertà, uno spazio dove gli algoritmi dell’intelligenza artificiale sono esclusi e dove entrano solo le libere idee di chi liberamente decide di condividerle con esseri umani che liberamente hanno deciso di appartenere ad un’istituzione che ne garantisce la privacy.

Nel mondo cosiddetto profano molte nostre azioni sono soggette alla profilatura (pagamenti elettronici, pedaggi autostradali, e via elencando) e la maggior parte delle nostre comunicazioni sono intercettate o intercettabili e profilate ed entrano nei big data, i quali “applicati a tutti i cittadini consentono di creare meccanismi di sorveglianza (e potenzialmente di repressione)”. [19]

Non è questo il contesto per una disamina sulla sovranità digitale, ma alcune brevi note si rendono necessarie. Il soft power, ossia la capacità di ottenere ciò che si vuole con l’attrazione, anziché con la coercizione o la remunerazione e lo sharp power, ossia l’uso manipolatorio dell’informazione, minano la libertà e la democrazia e, al tempo stesso, con la concentrazione in poche mani delle tecnologie della comunicazione, promuovono un centralismo assoluto, che può sfociare in autoritarismo.

L’attuale uso dei big data consente a chi li possiede di prevedere tutti o quasi tutti i nostri pensieri e le nostre azioni e di indirizzarli.

“Le capacità di elaborazione dati stanno privando – afferma Eric B. Schnurer – le persone di qualsiasi potere di controllo sulla loro stessa identità e autorappresentazione: si carpisce all’utente, che lo voglia o meno, ogni possibile informazione privata e indizio psicologico per manipolarlo e, quindi, limitare le sue possibilità di scelta facendogli credere di ottenere quel che desidera”.[20]

Inoltre, cosa ancora più grave, “le tecnologie dei giorni nostri hanno un effetto profondamente destabilizzante su qualsiasi forma di «autorità» e sembrano destinate a far piazza pulita dell’idea stessa di «autorevolezza». [21]

Rimane da sottolineare quanto afferma la scienziata Fei-Fei-Li, ossia che “gli algoritmi non sono neutri, visto che risentono dei pregiudizi di chi li ha disegnati”. [22]

La capacità di previsione dei big data, degli algoritmi e delle nuove tecnologie chiama in causa l’antica questione di Prometeo e della conoscenza come epistéme o come téchnē.

Analizzando le opere di Eschilo, Emanuele Severino afferma che nell’Agamennone “Zeus è identificato a Dike”, ma nel Prometeo Zeus “è qualcosa di completamente diverso. Zeus è più debole, àsthenésteros, della Moira. La Moira appartiene alla struttura della «necessità»: «regge il timone di Ananke»”. [23]

E’ la Moira a guidare gli eventi, non la forza e le arti.

Prometeo, pro-mētheús, è colui che pre-vede, e dà agli uomini il fuoco, padre e maestro di ogni téchnē, ossia di tutti i mezzi che consentono ai mortali di vivere e, con il fuoco, anche le cieche speranze. “Le cieche speranze e il fuoco sono – scrive Severino – l’insieme delle téchnai. La téchnē è il rimedio che Prometeo ha donato ai mortali contro l’angoscia della morte”. [24]

E tuttavia Prometeo dice che “«l’arte» [téchnē] è troppo più debole della necessità (Prom. V.514)” e che “la sua liberazione non è dovuta a una téchnē, ma alla Moira, cioè alla necessità che è più forte di ogni téchnē”. [25]

L’essere umano nasce indifeso e sin dagli albori della sua esistenza ha elaborato téchnicai per sopravvivere. Il dono di Prometeo gli ha consentito di vivere, ma l’errore di Prometeo consiste nel credere “che la téchnē sia il rimedio contro l’angoscia dell’annientamento: consiste cioè nel non comprendere – afferma Severino – che la téchnē è troppo più debole della necessità”. [26]

“Latéchnē – scrive Severino – non aiuta soltanto [lavita]: la rende possibile. Non esiste vita umana prima e senza la téchnē. Senza la téchnē gli uomini sono “«esili formiche» (Prom vv.452-53), “«simili alle ombre dei sogni» (vv:448-49), esseri che guardano e ascoltano invano (v.416), “«a caso» (v.450), “«senza discernimento» (v456). E’ per la téchnē, per l’insieme dei mezzi di cui la stirpe umana si impadronisce, che l’uomo può nascere e vivere come uomo. Al fondamento di ogni arte c’è l’arte di vivere”. [27]

Tuttavia Prometeo riconosce che il suo errore è stato di ritenere la téchnē non abbia alcuna legge sopra di sé e allora capisce che il vero carattere salvifico appartiene all’epistéme, in quanto è la previsione del Senso del Tutto. Prometeo passa così “dal Prometeo che crede nel carattere salvifico della téchnē, al Prometeo che, al culmine della sapienza, sa che ogni evento del mondo, umano e divino, è prodotto dall’interno dell’Ordinamento necessario del Tutto; dal Prometeo della téchnē al Prometeo dellìepistème; dal pro-mētheús della previsione tecnica al pro-mētheús della previsione espistemica, che vede nel nuovo significato di Zeus il “«sommo rimedio»”. [28]

Prometeo si volge pertanto agli elementi del Tutto divino per ottenere la liberazione e così è per l’essere umano, il quale “volgendosi al Tutto divino” non è più “semplicemente mortale”.

“Chi “«patisce con la verità della mente» – scrive Severino – non è semplicemente mortale, un «effimero», ma un dio: sa che la propria essenza (cioè l’amore che l’uomo ha di sé – questo amore si chiama Prometeo) non è destinato alla morte, e quindi non teme”. [29]

Più leggeri della piuma di Maat

Il sapere epistemico vede la “legge”, il Principio, “thésmion”, principio antichissimo che governa il tutto e il “thésmion” è la legge della necessità (Ananké).

Il Principio divino è “un vedere a cui non sfugge nulla” e rivolgendosi all’etere sacro, all’etere divino, “onorato dalla madre terra e luce di tutte le cose”, Prometeo “si volge all’occhio supremo e supremamente venerato”, che è “l’occhio stesso di Dike che governa l’universo e ne salva l’essenza dal niente”. [30]

Qui si “vede” il significato autentico dell’occhio che non è antropomorfo, come quello introdotto dal gesuita Athanasius Kircher, , ma è l’occhio di Horus , il figlio di Osiride, ossia di As-ar, colui che conduce in alto e che è accessibile al mortale giustificato dall’adesione a Maat.

Chi non vede secondo l’occhio di Dike (Maat) è soggetto all’empietà e all’annientamento.

La hýbris (l’empietà) è, infatti, connessa con l’ingiustizia, cosicché “la radicalità dell’annientamento dei mortali” riguarda coloro i quali si sono “lasciati dominare da hýbris, “mentre chi è ““«giusto» […] è un «essente» […] che «non verrà completamente annientato»”. [31]

Il tema dell’annientamento e della salvezza è presente nel rito osiriaco, che è all’origine dei riti eleusini, dove il cuore del defunto, sede dell’intelligenza, posto sulla bilancia di Maat, la Giustizia (come Dike) deve essere più leggero (esente da ingiustizia e da hýbris) della piuma della stessa Maat. Se il cuore è più leggero, il defunto si trasmuta in un Osiride giustificato, immortale e con un corpo di luce; se, al contrario, il suo cuore è più pesante della piuma di Maat, il defunto è annientato e la sua essenza non è salva.

Se si legge la ritualità osiriaca in chiave iniziatica, ne consegue che se il cuore dell’iniziato è viziato  da ingiustizia la sua iniziazione è annientata.

Il concetto di conoscenza che salva ci è magistralmente trasmesso da Dante Alighieri, Fedele d’Amore, quando nella Divina Commedia, al 26° Canto dell’Inferno, fa dire a Ulisse:

«”O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.»

Ulisse è giunto allo Stretto di Gibilterra, alle porte strette d’Ercole (le “colonne”), oltre le quali “colonne” c’è il mondo degli Occidentali, governato da Osiride. Un mondo che può essere inteso come quello dei vivi in essenza o degli iniziati che hanno capito la loro semenza.

In greco brotos (βροτός) è mortale (aggettivo), ossia ess-ente, soggetto all’aninetamento del ni-ente, ma se la conoscenza epistemica è la virtù vigilano sulla mente, l’essere umano si riconosce nella sua semenza, ossia nel suo essere, che non è soggetto all’annientamento.

“Conosci te stesso” è così “conosci il tuo essere” e vivi non come un bruto, ossia un mortale, ma come chi sa di essere immortale: un essere provvisoriamente nell’ess-ente.

Vivere seguendo la virtù è vivere secondo al forza, la potenza che deriva dalla conoscenza che a guidare le umane vicissitudini è la Legge del Tutto, che è Ananke e Dike.

Vivere nel vizio, avvolgersi nella  hýbris è condannarsi all’anientamento.

Qui trova il suo sneso l’affermazione del Rituale massonico che afferma essere i lavori massonici volti a scavare profonde prigioni al vizio e ad innalzare templi alla virtù.

Se la Massoneria non è “seguir virtute e canoscenza”, per quanto mi riguarda, non ha alcun mio interesse.

Al termine di ogni Tornata di Loggia si raccoglie il frutto di una libera espressione senza che questo comporti alcuna decisione. L’insieme delle libere espressioni di ognuno è una ricchezza che diventa comune e alla quale ognuno può liberamente attingere. In questo senso la Massoneria non è demo-cratica, in quanto la demo-crazia si determina attraverso la volontà della maggioranza che de-cide. Non essendovi nulla da de-cidere, non v’è demo-crazia.

La Massoneria è democratica solo nel momento nel quale deve de-cidere cariche istituzionali del governo dell’Istituzione, con libere elezioni.

Massoneria e esoterismo

La Massoneria è un’istituzione esoterica?

La risposta è sì se l’esoterismo è inteso come esòteros, interiore e, pertanto, come un guardare al proprio interno. “Conosci te stesso”. “Interrogai me stesso” (Eraclito fr. DK 101).

Gli studi esoterici riguardano pertanto principalmente l’introspezione.

Il termine esoterico è divenuto nel tempo anche sinonimo di nascosto, in relazione ad alcune discipline, come, ad esempio, l’alchimia, la cabala, l’ermetismo, la teosofia. Discipline che sono all’attenzione della ricerca massonica, ma che non possono identificarsi con la Massoneria.

Le definizioni dell’esoterismo sono varie, secondo i vari autori.

Per H.P. Blavatsky (Società teosofica) è una “dottrina segreta”. Per Rudolf Steiner (Antroposofia) è “una scienza spirituale”. Per René Guénon è “tradizione primordiale”, una dottrina metafisica universale.

Linee di pensiero interessanti, ma non identificabili con il cammino massonico.

Cosa sia la “tradizione primordiale” della quale scrivono alcuni autori, non è dato sapere,. La tradizione è consegna, trasmissione attraverso le generazioni, ma non è pedissequa ripetizione di una conoscenza data per immutabile e da qualcuno posseduta.

La Tradizione primordiale o Sophia perenne è la voce del Fondamento: il lógos , che si esprime con archetipi e simboli, ossia con il linguaggio primordiale che è la lingua universale con la quale il Fondamento narra se stesso. La Tradizione primordiale è la consegna, la trasmissione di quanto i nostri antenati hanno appreso ascoltando il lógos; è il loro secretum, che spetta ad ognuno di noi apprendere, comprendere, fare intimamente proprio, ben sapendo che non è la verità e tanto meno una dottrina segreta. La Tradizione primordiale è la trasmissione di chi ci ha preceduti del loro accostarsi al lógos, ossia alla voce del Fondamento che narra se stesso.

“La Tradizione – scrive a sua volta Ellémire Zolla – è la trasmissione dell’idea dell’essere nella sua perfezione massima, dunque di una gerarchia tra gli esseri relativi e storici fondata sul loro grado di distanza da quel punto o unità. Essa è talvolta trasmessa non da uomo a uomo, bensì dall’alto; è una teofania. Essa si concreta in una serie di mezzi: sacramenti, simboli, riti, definizioni discorsive il cui fine è di sviluppare nell’uomo quella parte o facoltà o potenza o vocazione che si voglia dire, la quale pone in contatto con il massimo di essere che gli sia consentito, ponendo in cima alla sua costituzione corporea o psichica lo spirito o intuizione intellettuale…L’idea di una vita celeste è un seme che, coltivato con sufficiente desiderio, irrigato con le lacrime del rimpianto, crescerà trasformando la terra desolata in giardino, secondo la promessa ripetuta da ogni tradizione conforme alla Tradizione.[32] 

Tra gli assertori della Filosofia perenne troviamo coloro i quali intendono definire la Tradizione massonica, come Julius Evola, per il quale nella Massoneria moderna non rimane nulla dell’antica Massoneria  tradizionale.

Per Evola la Massoneria operativa era sacrale e tradizionale. Non così la Massoneria moderna.

Per Evola la Massoneria può tornare ad essere quella che era se si converte alla Tradizione primordiale insegnata dalla Cabala, dagli Egizi, dai Templari, dai Rosacroce e da lui stesso.

Ovviamente la Massoneria alla quale pensa Evola spetta ai nobili e ai guerrieri, con evidente riferimento alla casta degli kshatrya.

 “Per la civiltà moderna, presa in massa – scrive Julius Evola – , non vi è un avvenire in senso positivo. Pura fisima è quella di coloro che pensano a un fine e ad un avvenire che comunque giustifichino quanto l’uomo ha distrutto in sè e fuori di sè. Le possibilità ancora offerte nei tempi ultimi riguardano solo una minoranza; a lato delle grandi correnti, esistono ancora individualità ancorate nelle “terre immobili”. Sono, di massima, degli sconosciuti che si tengon fuori da tutti i trivi della notorietà e della cultura moderna. Essi mantengono le linee di vetta, non appartengono a questo mondo – pur essendo sparsi per la terra e spesso ignorandosi a vicenda sono uniti invisibilmente e formano una catena infrangibile nello spirito tradizionale. Questo nucleo non agisce: ha solo la funzione a cui corrisponde il simbolismo del “fuoco perenne”. In virtù di essi, la Tradizione è presente malgrado tutto, la fiamma arde invisibilmente, qualcosa connette sempre il mondo al sovramondo. Sono “coloro che vegliano”, gli egregori. In numero maggiore, esistono individualità che, pur non sapendo in nome di cosa, provano un bisogno confuso ma reale di liberazione. Orientare tali persone, metterle al riparo dai pericoli spirituali del mondo attuale, condurle a riconoscere la verità, e render assoluta la loro volontà a che alcune di esse possano raggiungere la falange delle prime, è ancora il meglio che si può fare. Ma si tratta anche qui di cosa che riguarda una minoranza e non bisogna illudersi che, per tal via, possa risultare una variazione apprezzabile dei destini complessivi. In ogni modo questa è l’unica giustificazione per l’azione tangibile che ancora possono esplicare alcuni uomini della Tradizione nel mondo moderno, in un ambiente, col quale essi non hanno alcun legame. Render ben visibili i valori della verità, della realtà e della Tradizione a chi, oggi, non vuole il “questo” e confusamente cerca l’”altro”, significa dare sostegni a che non in tutti la grande tentazione prevalga, là dove la materia sembra ormai essere più forte dello spirito. Ad un’unica cosa si badi: a tenersi in piedi in un mondo di rovine. Dinanzi alla visione dell’età del ferro, Esiodo esclamava: “Che non vi fossi mai nato!”. Ma Esiodo, in fondo, non era che uno spirito pelasgico, ignaro di una più alta vocazione. Se l’età ultima, il kaly-yuga, è un’età di terribili distruzioni, coloro che vi appaiono e malgrado tutto vi si tengono in piedi, possono conseguire frutti non facilmente accessibili agli uomini di altre età.”[33]

“Secondo noi – sostiene Guénon -, occorre andare in qualche modo contro l’opinione corrente e considerare la «Massoneria speculativa», sotto molti aspetti, come una degenerazione della «Massoneria operativa». In effetti, quest’ultima era veramente completa nel suo ordine, dal momento che possedeva insieme la teoria e la pratica corrispondente; e questa sua denominazione, sotto questo aspetto, può essere intesa come un’allusione alle «operazioni» dell’«arte sacra», di cui la costruzione secondo le regole tradizionali era una delle applicazioni. Quanto alla «Massoneria speculativa», che d’altronde è nata nel momento in cui le corporazioni di costruttori erano in piena decadenza, la sua denominazione indica molto chiaramente che essa è limitata alla «speculazione» pura e semplice, vale a dire ad una teoria senza alcuna realizzazione; e certamente sarebbe un errore dei più strani se si volesse considerare un tal fatto come un «progresso». Se si fosse trattato solo di un impoverimento, il male non sarebbe poi così grande com’è in realtà, ma, come abbiamo detto più volte, all’inizio del XVIII secolo si è verificata in più una vera deviazione al momento della costituzione della Gran Loggia d’Inghilterra, la quale fu il punto di partenza di tutta la Massoneria moderna. Per il momento non insisteremo oltre, ma teniamo a sottolineare che, se si vuol comprendere veramente lo spirito dei costruttori del Medioevo, queste osservazioni sono del tutto essenziali; diversamente ci si fa un’idea falsa o, quanto meno, molto incompleta”.[34]

Guénon, inoltre, afferma che “si può dire che la Massoneria esiste veramente from time immemorial (da tempo immemorabile) o, in altri termini, che essa non ha un punto di inizio determinabile storicamente”. [35]

Opinione, questa, del tutto fantasiosa e opinabile, che sposta l’origine della Massoneria in una dimensione edenica.

“L’ipotesi di Guenon di una pretesa Tradizione primordiale – fa notare Alec Mellor – non ha niente di originale, a dispetto della pedanteria con la quale certi guenoniani l’hanno presentata. E’ l’età dell’oro delle cosmogonie antiche”.[36]

E’ da condividere, a mio parere, invece quanto asserisce René Guénon negli Studi sulla Massoneria e il Compagnonaggio: “Per finire, ed allo scopo di eliminare ogni equivoco, diciamo anche che, secondo noi, la Massoneria non può e non deve collegarsi ad alcuna opinione filosofica particolare; che essa non è né spiritualista né materialista, e tanto meno deista o atea o panteista, nel senso che hanno ordinariamente queste denominazioni, poiché essa dev’essere puramente e semplicemente la Massoneria”.

Per coerenza la Massoneria non può essere guenoniana, evoliana, platonica e via elencando.

Sia nel caso di Evola, sia nel caso di Guénon, sono condivisibili le osservazioni relative alla Massoneria moderna e al vulnus operato nel 1717 dagli Hannover.

Nel 1701 il Parlamento aveva emanato l’Act of Settlement, con cui si impediva ad un cattolico di insediarsi sul trono inglese. Era una legge pensata per evitare che i membri ancora vivi della dinastia Stuart, che aveva regnato sull’Inghilterra per un secolo e sulla Scozia per più di tre secoli, potessero diventare re o regine della Gran

Bretagna unita. Gli Stuart, come ho ampiamente scritto nel mio: “Le radici scozzesi della Massoneria”, erano nobili celtici della dinastia di Mc Alpin ed erano i protettori della Massoneria operativa scozzese. Gli Stuart erano eredi di una tradizione che affondava le sue radici nel Druidismo, una delle linee iniziatiche tradizionali più antiche e in evidente collegamento con l’Egitto e con la Grecia. Dei contatti e della contaminazione culturale parlano le leggende come i Lebor Gabála Érenn, ma anche la storia e la geografia. Nel VI secolo a.C, mentre fioriva la filosofia greca, i Focesi, la cui città più importante era Delphi, dove si trova il tempio del famoso oracolo apollineo,  avevano fondato Massilia (Marsiglia) e commerciavano con i Galli lungo le rive del Rodano, mentre i Milesi, concittadini di Anassimandro, avevano fondato il porto commerciale di Naucrati sul Delta del Nilo.  Scambi commerciali, culturali e di antiche tradizioni sono passati lungo le vie d’acqua del Mediterraneo e dei grandi fiumi.

Interessanti anche i riferimenti di Evola a Cabala, Egizi, Templari e Rosacroce, ai quali andrebbero aggiunti i Fedeli d’Amore, gli alchimisti, i cultori dell’ermetismo.

Siamo in presenza di filoni tradizionali che vanno studiati, indagati, compresi, per ricavarne il portato di antiche conoscenze.

Anche le questioni dell’Età dell’oro, di Atlantide, di Lemuria, di Iperborea, della quale scrive Bal Gangadhar Tilak, sono filoni assai interessanti di ricerca e di approfondimento e forse riguardano reminiscenze di antiche civiltà perdute. Della storia dell’essere umano sulla Terra sappiamo ben poco, come dimostrano le continue scoperte archeologiche che sconvolgono, di volta in volta, le nostre inutili certezze.  

Meno interessanti, se non sotto il profilo storico, le varie sette sorte nel ‘700 con la pretesa di aver scoperto antiche sapienze, di aver incontrato iniziati che possedevano la tradizione, di essere in contatto con Superiori Incogniti. Sette spesso in contatto con i Gesuiti e, comunque, tendenti a infiltrarsi nella Massoneria per farne veicolo delle proprie idee. In proposito vedi il mio: “La Massoneria del ‘700, nido invaso dai cuculi”.

A conclusione di questa sommaria disamina dei vari assertori della Filosofia perenne, della Tradizione e della trasmissione attraverso una catena iniziatica, va detto che la Massoneria non è la setta dei guénoniani, degli evoliani, dei teosofi o degli antroposofi, i quali, per quanto loro dicano a scrivano, non hanno mai dimostrato di avere le chiavi della Tradizione da essi proclamata e non sono sicuramente i depositari della verità sulla Tradizione della Massoneria.

Tutti gli assertori della Tradizione sono degni di nota e di studio, ma sarebbe un venir meno alla  vocazione di essere il locus della ricerca libera della verità se la Massoneria seguisse le idee di questo o quell’autore sedicente in grado di avere le chiavi ermeneutiche per comprendere che cosa sia la trasmissione iniziatica e che cosa sia la Tradizione alla quale riferirsi.

Studiare i maestri e la Tradizione dei “costruttori”

Cosa fare dunque? Ascoltare, come gli antichi maestri, il lógos, la voce del Fondamento che narra se stesso con archetipi e simboli, ma anche con la natura e con le sue regole, per fare della trasmissione di quanto ci è stato consegnato la base dalla quale partire per elaborare il nostro secretum.

“Bisogna studiare a fondo i maestri – scrive Carlo Rovelli – comprenderne le conquiste intellettuali, farle proprie e, sulla base di questa conoscenza acquisita, correggerli e in questo modo capire meglio il mondo”. [37]

“Il pensiero scientifico – scrive ancora Carlo Rovelli – esplora e ridisegna il mondoce ne dà immagini nuove e ci insegna la sua forma: ci insegna a pensarlo e in che termini farlo. La scienza è una ricerca continua del miglior modo per pensare il mondo, per guardarlo. Essa è dunque prima di tutto un’esplorazione continua di nuove forme di pensiero. Assai prima di essere tecnica, la scienza è visionaria”. [38]

Visione è theorìa, contemplazione, così come insegna un grande maestro come Eraclito, poiché theorìa è thea, visione e oráo, vedere.

Gli Old Charges contengono riferimenti a tre maetsri: Euclide, Pitagora ed Ermete Trismegisto. Due sono persone realmente esistite che ci hanno consegnato acquisizioni scientifiche di enorme importanza, anche se, come tutte le acquisizioni, non prive di limiti. Pitagora, il quale asseriva che il linguaggio con il quale sono scritte le leggi del mondo è la matematica, , aborriva i numeri irrazionali e la geometria euclidea sconta oggi la presenza di quella, altrettanto valida, non euclidea. Ermete Trismegisto è il nome di fantasia dato al presunto autore di una raccolta di testi che testimoniano l’antica cultura egizia e sono stati alla base dell’ermetismo. La scoperta della stele di Rosetta, con il riaprirsi della conoscenza dei geroglifici, non inficia la raccolta voluta da un faraone ellenistico, ma ne consente una lettura aggiornata e più approfondita.

Al di là di ogni considerazione sugli Old Charges, rimane il fatto incontestabile che la Massoneria operativa, ossia quella originale ed autentica, nel Medioevo ha costruito cattedrali romaniche e gotiche applicando la conoscenza delle arti liberali (9 e non 7 in quanto nel transito dall’Antichità alla Tarda Antichità si sono perse la Medicina e l’Architettura).

Grammatica, retorica e dialettica convivevano con l’aritmetica, la geometria, l’astronomia e la musica, in un insieme che fa dei Massoni (i Maçon) un gruppo di professionisti ben attrezzati, sia dal punto di vista filosofico e tradizionale, sia dal punto di vista scientifico e tecnologico.

Se vogliamo cercare il filo conduttore della Tradizione massonica cerchiamolo nelle conoscenze dei costruttori e non nelle idee, per quanto pregevoli, di questa o di quella scuola filosofica o scientifica.

Anche la radice egizia ci conduce nella Casa della Vita, così come quella teologica medievale alla Scuola di Chartres e alla rivendicazione dello studio della natura libero dalla tutela dell’auctoritas dei padri della Chiesa cattolica.

La migliore testimonianza della costante rivendicazione di autonomia tradizionale viene dalla costituzione in Inghilterra della Gran Loggia d’Inghilterra nel 1751 ad opera di operativi (poi definiti Antient) che rivendicavano il rispetto della cultura e delle pratiche massoniche nei confronti dell’invasione di nobili decadenti e annoiati in cerca di emozioni esoteriche e di borghesi in cerca di inutili quarti di nobiltà.

Ahiman Rezon è la raccolta di Costituzioni massoniche curata da Lourence Dermott che meglio di ogni altro testo segna la distanza dai cuculi all’opera nel ‘700.

La Gran Loggia Unita d’Inghilterra, ossia la funzione tra Antient e Modern (quelli del 1717) vede la luce solo nel 1813 e, nonostante si sia autoproclamata ente certificatore della regolarità, non è mai riuscita davvero ad essere l’unico punto di riferimento tradizionale.  

Un restauro tradizionale della Massoneria deve, pertanto, essere solidamente appoggiato sulla sua tradizione storica e non su ipotesi edeniche che, usare un’immagine, vorrebbe mettere il grembiule massonico ad Adamo ed Eva al posto dell’improbabile e pudica foglia di fico.

Di questa tradizione è parte integrante la filosofia, con particolare riferimento a quel periodo, in questo senso sì  “primordiale”, ossia di “cominciamento”, del VI secolo a. C. , dove in Grecia Anassimandro ha gettato le fondamenta del concetto di archè. Concetto che, non a caso, troviamo come primo sostantivo nel Prologo del Vangelo di Giovanni posto sull’ara ad ogni apertura di lavori massonici.

Un mutamento di paradigma.

Anassimandro, al quale dobbiamo ilo concetto di archè, che egli identifica con l’apeiron, l’infinito o indeterminato, “fa una proposta metodologica di spiegazione dei fatti del mondo in termini di cose del mondo”. [39]

Di volta in volta, nei secoli, la conoscenza ha mutato il paradigma.

Galileo ci ha detto che non esistono moto e stasi assoluti, Giordano Bruno ha introdotto gli infiniti mondi, Einstein ci ha detto che la stessa nozione di «adesso» è relativa, essendo relativo il tempo. Cambiano gli schemi teorici grazie alla theorìa, ossia alla contemplazione della natura.

Rimane aperta la questione della substantia.

Il neoplatonico Simplicio (490-560 circa), nel suo Commentario alla Fisica di Aristotele, scrive che “Anassimandro ha detto che il principio degli esseri è l’ápeiron. […]. E dice che il principio non è né l’acqua né un altro dei cosiddetti elementi, ma un’altra natura infinita, dalla quale provengono tutti i cieli e i mondi che in essi esistono”.

“Nel postulare l’ápeiron, Anassimandro – scrive Rovelli – non fa altro che aprire la strada a quello che la scienza continuerà poi a fare per secoli, con straordinario successo: immaginare l’esistenza di «entità» che non sono direttamente visibili e percepibili, ma ci permettono di rendere conto dei fenomeni”. [40]

Oggi questa substantia  immaginata dalla scienza, è il «campo», per primo immaginato da Faraday, poi descritto matematicamente da Maxwell come una ragnatela di onde che trasportano segnali, ossia informazione e, successivamente, adottata dalla fisica quantistica come campo quantistico.

Anassimandro, nell’unico frammento conosciuto afferma: “Tutte le cose hanno origine l’una dall’altra e periscono l’una nell’altra, secondo necessità. Esse si rendono l’un l’altra giustizia, e si ricompensano per l’ingiustizia in conformità con l’ordine del tempo”.

Nel dire che il divenire è retto da necessità, Rovelli ci riporta all’origine del pensiero greco.

“Un’idea esplicita in poche righe – commenta Carlo Rovelli – è che il divenire continuo del mondo non avviene a caso, ma è retto dalla necessità. Cioè da una qualche forma di legge. Una seconda idea è che il modo in cui queste leggi si esprimono è «in conformità con l’ordine del tempo»”.[41]

Oggi che la fisica ci dice che il tempo non esiste a livello fondamentale, cosicché anche il concetto di ordine del tempo è divenuto relativo e, tuttavia, la conoscenza è ancora alla ricerca della theorìa del Tutto, di quella legge, la più semplice e elegante, che riguarda il Fondamento.

L’utopia del governo dei saggi

La Massoneria si occupa di elevare l’essere umano ed è in questo elevarsi dell’essere umano che risiede anche il lavoro per il progresso della Patria e dell’Umanità.

Progresso è camminare in avanti; è avanzare e migliorare, migliorando anzitutto noi stessi.

Non compete alla Massoneria di occuparsi concretamente e nello specifico del governo degli Stati, di partiti politici e di alleanze politiche. La Massoneria non si pone come un’eteria iniziatica che aspira ad essere il nucleo di un “governo di saggi”.

Chi volge la Massoneria ad occuparsi direttamente della cosa pubblica compie un’esecrabile dissacrazione e chi la volge a trame di qualsiasi genere e specie, non è un massone, ma un delinquente e come tale va trattato.

La storia insegna che la deriva che porta ad occuparsi del governo della polis porta anche a tragici fallimenti, come ho scritto nel mio: “Pitagora”

Dobbiamo infatti a Pitagora e ai pitagorici, tra le molte idee di importanza fondamentale per lo sviluppo della cultura, anche il seme di un fallimento storico, premessa di altri fallimenti: quello della città governata dai saggi illuminati. Un fallimento iniziato con la cacciata a furore di popolo dei pitagorici da Crotone  e con analoghe cacciate da Locri, da Taranto, da Metaponto, proseguita con gli esperimenti gesuitici in Paraguay e approdata al comunismo utopistico.

Un fallimento che ci avverte riguardo alla via iniziatica, la quale, quando pretende di costruire modelli sociali o, addirittura, di realizzarli, produce mostri.

L’archetipo del governo dei saggi si riferisce al patriarcale consesso degli dèi celesti, portato della cultura pastorale nomade, la cui degenerazione è costituita dall’idea che un consesso di saggi, guidati da un patriarca illuminato, sia la migliore soluzione per governare popoli e nazioni.

Scrive Giamblico (La vita pitagorica) che Pitagora asseriva che “l’educazione dello spirito era un’intima qualità comune ai migliori di ogni generazione: infatti quanto viene scoperto da costoro diventa materia di educazione per gli altri” e che “educarsi è possibile ad ognuno secondo la sua consapevole determinazione. E chi poi entra nella vita pubblica della propria città lo fa evidentemente non certo per improntitudine, bensì sulla scorta della sua educazione”. [42]

Sempre secondo Giamblico, “in generale, Pitagora sarebbe stato, secondo la tradizione, lo scopritore dell’educazione politica nel suo insieme”, ma aggiunge che l’educazione e la grandezza morale dei suoi seguaci fu tale che “si volle che gli affari politici fossero gestiti dai pitagorici”. [43] Tragico errore.

Tale gestione suscitò le ire dei Crotoniati, che diedero fuoco alla casa di Milone, dove i pitagorici erano riuniti “per deliberare circa i pubblici affari”.

“C’era poi il fatto – continua Giamblico – che, essendo i giovani membri della comunità [dei pitagorici] rampolli delle famiglie titolari del potere politico ed economico, col crescere dell’età non soltanto conseguivano il primato della vita privata, ma finivano per amministrare gli affari pubblici in comune tra loro. Essi avevano formato una grande eteria, erano più di trecento, ma rappresentavano pur sempre una piccola parte della cittadinanza, la quale non si lasciava governare secondo i loro costumi e le loro abitudini”. [44]

Eteria, dal greco hetaîros: compagno, è una compagnia, un’associazione e l’eteria pitagorica, della quale ci occupiamo, aveva carattere misterico ed era una scuola iniziatica e la sua esperienza crotonese ha rappresentato un caso tipico di archetipo degenerato, assurto a prototipo della Repubblica di Platone e di tutte le costruzioni utopistiche dei cosiddetti “governi dei saggi”, ossia di élite autoreferenziali.

La Repubblica di Platone non è solo un’asettica elaborazione filosofica, ma si pone come un manifesto politico, conseguente ad esperimenti reali e propedeutico alla loro continuazione.

In particolare, il riferimento è, come ben spiega Luciano Canfora, professore emerito all’Università di Bari, al governo utopico-sanguinario dei Trenta (404-403 a.C.), i cosiddetti «trenta tiranni», i quali, “pur dopo la sconfitta e il naufragio tragico del loro tentativo «palingenetico» hanno continuato a ritenere che si fosse trattato unicamente di un incidente di percorso, cioè di un esperimento da migliorare e riproporre”. [45]

Luciano Canfora ricorda come ci fossero esperimenti di governo pitagorico in corso in vari luoghi. “In Magna Grecia era in atto da tempo, con Archita, l’esperimento di governo pitagorico che, a sua volta, non era stato senza effetti come elemento ispiratore della costruzione platonica. Platone va in Sicilia a tentare la Kallipolis perché a Taranto c’è Archita che governa”. [46]

Canfora propone le critiche del tempo all’opera di Platone, prima fra tutte quella di Aristofane.

Sotto tiro è il ruolo dei «guardiani», pronti a combattere non solo il nemico esterno, ma chi all’interno agisce male. Un ruolo ben interpretato da tutti i totalitarismi e da tutti i dittatori succedutisi nei secoli e oggi oggettivata dalla tracotanza dell’algoritmo.

Canfora ricorda la “polarizzazione negativa che Platone ha suscitato contro di sé e contro il suo spregiudicato interventismo politico” e come un “poco letto Aristofonte compose un Platone nel cui unico frammento superstite dovuto, al solito, ad Ateneo (XII,552 E = fr.8K-A) che qualcuno dice, forse rivolto a Platone medesimo: «così in pochi giorni ci farai tutti morti»!”. [47]

Significativo l’attacco sferrato alla Kallipolis di Platone da Erodico di Seleucia, grammatico del II sec. a.C. (Contro il filosocrate). “I due punti più rilevanti su cui si concentra l’attacco – scrive Luciano Canfora – sono: la pretesa platonica di formare «l’uomo nuovo» come premessa fondante della Kallipolis e la deriva «tirannica» che immediatamente hanno preso coloro che, in varie città greche, dopo aver frequentato lui si sono impegnati in politica”. [48] “In altri termini – sostiene ancora Canfora – l’Accademia non fu semplicemente un «pensatoio» (come non lo fu del resto la meno strutturata ma non meno efficace cerchia socratica). E’ evidente che volle essere anche una fucina di  potenziali «governanti» (…). Perciò, soprattutto perciò, dall’esterno è stata vista con sospetto: anche come un pericoloso luogo di formazione di aspiranti a governare in nome di allarmanti progetti”. [49]

La teorizzazione iniziata dai pitagorici è proseguita nei secoli nella Repubblica di Platone, nella Città del Sole di Tommaso Campanella, nell’Utopia di Tommaso Moro, nella Nuova Atlantide di Francesco Bacone.

L’utopia pitagorica, divenuta platonica, del governo dei saggi ha influenzato il pensiero occidentale per molti secoli ed è ancora viva.  L’idea di formare l’uomo nuovo ha prodotto dittature feroci e stragi di innocenti.

Torniamo, pertanto, ad occuparci del lógos.

Il lógos come azione del Principio

Nel suo discorso tenuto nell’aula magna dell’Università Regensburg il 12 settembre 2006 (noto come discorso di Ratisbona) Benedetto XVI, dopo aver delineato l’incontro tra la tradizione ebraica e la forma mentis greca, afferma: “Il Nuovo Testamento, infatti, è stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco…”.

Di importanza fondamentale è l’affermazione che “il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come lógos e come lógos ha agito e agisce pieno d’amore in nostro favore”.

Ovviamente l’interpretazione cristiana non può essere che quella in base alla quale il lógos si è incarnato in un essere particolare, ossia in Gesù.

Qui non è luogo per discutere dell’interpretazione cristiana del lógos, ma di sottolineare due aspetti del discorso di Benedetto XVI, ossia che “il Dio veramente divino si è mostrato ed ha agito come lógos”.

Chi è il Dio veramente divino? Leggendo il Prologo di Giovanni parrebbe con tutta evidenza l’arché, ossia il Principio e così l’arché si mostra e agisce come lógos. Il lógos, pertanto ha un’importanza somma, in quanto è il mostrarsi e l’agire del Principio, ossia è l’energia del Fondamento.

Lógos non è solo verbo o ragione; è anche l’azione che raccoglie in sé (leghein) il senso e il significato delle cose e pertanto è il Fondamento di informazione significante in azione: energia dotata di significato e di senso.

In quanto azione che raccoglie in sé il senso e il significato delle cose, il lógos orienta.

Lógos, spiega Martin Heidegger, “può anche significare qualcosa che diviene visibile mediante la sua relazione a qualcosa, mediante la sua «relazionalità»” e, conseguentemente, “assume il significato di relazione e rapporto”. [50]

Che lógos abbia il significato e il valore di rapporto è convinzione anche di Paolo Zellini, il quale scrive: “L’infinito era assenza (stéresis), potenzialità pura, e qualsiasi cosa, per esistere e per durare doveva opporsi alla negatività del senza-limite. Era questo, nella matematica greca, il compito del lógos, del rapporto in cui si trovano i prodromi del numero moderno”.[51]  “L’enumerazione – aggiunge Zellini – era una prerogativa del lógos, che alludeva a un’operazione di scelta e di raccolta, di aggregazione ordinata di diverse entità in un unico insieme”. [52]

Un’ulteriore conferma di quanto sin qui affermato ci viene dalla funzione del termine lógos in quanto discorso che «lascia vedere». Lógos è azione “del trarre fuori l’ente di cui si discorre dal suo nascondimento e lasciarlo vedere come non nascosto”[53], dove legein (λέγειν) significa apophàinestai, manifestare, ossia fenomenizzare.

In questo fenomenizzare è il rapporto lógos-luce.

“L’espressione greca phàinomen, a cui risale il termine «fenomeno» – scrive Heidegger – deriva dal verbo phàinestai, che significa manifestarsi; phainomenon significa quindi ciò che si manifesta, il manifestarsi, il manifesto; phàinestai stesso è una forma media di phàino, illuminare, porre in chiaro; phàino deriva dalla radice phà come phòs, la luce, il chiaro, ossia ciò in cui qualcosa può manifestarsi, rendersi visibile in se stesso”. [54]

Manifestare ha il suffisso – fest, che deriva dal greco theîno: colpisco, tocco.

Logós, in quanto relazione, può essere considerato una “rete relazionale”, ossia un insieme di potenze come i biblici Elohim. 

Nella traduzione dei Settanta Elohim è tradotto con theós, secondo la modalità che singolarizza il plurale per farne un unico dio, ma theós deriva dai verbi theeîn, correre e theâsthai, vedere (théa è sguardo), da cui deriva il sostantivo theòs, malamente tradotto con dio e, meglio, con “colui che corre verso l’evidenza”.

Il Prologo chiave scientifica

Theòs, nel Vangelo di Giovanni, è lógos. Ed ecco che il Prologo acquista il suo insostituibile ruolo di chiave scientifica del mito, in quanto sintesi estrema del divenire al mondo, ossia della legge del farsi mondo del Principio.

ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος

En archê ên ho lógos, kai ho lógos ên pros ton theón, kai theòs ên ho lógos.

Nel Principio era il lógos,
il lógos era presso theón
e il lógos era theòs.  

Theòs non dispone in greco antico del vocativo con il quale vengono indicati i nomi propri degli dèi.

Károly Kéreny osserva che theós possiede la funzione di predicato e che è greco dire di un evento: “E’ theòs”. Theòs è l’irrompere dell’evento divino theîon. Theòs è pertanto predicato di qualcosa ed è autenticamente greco dire di una situazione, persona, incontro: questo è theos. Solo nella ontologia cristiana viene sostantivato.

Siamo in presenza, pertanto, di un’azione. Un’azione plurale che rischiara e rende evidente, manifesta, ossia trae l’ente dal suo nascondimento, così come nella fisica quantistica avviene per l’evento, che è interazione di forze, di potenze.

Il termine lógos assume, alla luce di quanto sin qui scritto, il significato di azione, di parola, di discorso, di azione illuminante e, soprattutto, di relazione e di rapporto.

E’ opportuno ricordare che Anassimandro chiama l’archè ápeiron: illimitato, imperituro, indistruttibile, immortale, inesauribile, ciò che si muove interminabilmente, il senza morte e senza distruzione. L’archè è ápeiron e l’ápeiron di Anassimandro è, scrive Fink, “il theîon inteso come phýsis, la natura onnipresente, sempre assente, inesauribile, che racchiude in sé morte e vita, che genera ed annienta…”. [55]

To theîon, ci ricorda Fink, è quel neutro che non è un’astrazione degli dèi personali, bensì ciò di cui gli dèi sono simbolo e riflesso. “Gli dèi – scrive Fink – sono potenze dell’Essere che, nel loro vigere, vengono percepite dal pensiero…”. [56]

Ecco tornare il concetto di Elohim: potenze. Un concetto che riguarda anche i Neter egizi.

L’ ápeiron di Anassimandro è l’abisso che fa uscire tutte le cose e che di nuovo le riprende in sé.

L’ápeiron compie interminabilmente l’ekkrinesthai, la disseparazione delle cose, spingendole nell’esserci.

Disseparazione. Ecco di nuovo il concetto espresso dalla seconda parola della Bibbia: il verbo barà, ossia dividere.

Ed è in questo dividere, che è anche un “decidere”, che l’illimitato entra nel limite e nel misurabile, ossia nel campo gravitazionale, nello spazio-tempo, così che possiamo dire, con le parole della Sapienza (11,20): “Tu hai disposto tutto con misura, calcolo e peso”.

La chiave che ci forniscono i due testi citati (Genesi e Vangelo di Giovanni) è il nesso tra informazione, formazione, forma, ossia: arché, lógos, morphé, dove l’archè è il Pincipio, il Fondamento: un Fondamento di infinita informazione (pensiero).

Morphé (μορφή) è forma sensibile, alla quale si accompagnano termini come σχήμα (skhēma, modo in cui una cosa si presenta) ed είδος (èidos, forma intelligibile).

Scrive Severino: “La nascita della scienza moderna viene comunemente interpretata come un distacco traumatico, una separazione violenta della scienza della filosofia. Ma il difetto di questa interpretazione è di non aver occhi che per i dolori del parto e per la morte della partoriente, facendo così perdere di vista che, innanzi tutto, ciò con cui si ha a che fare è un parto, dove la partoriente, anche se soffre e muore, consegna la propria essenza al nuovo essere per il quale essa muore, ma nel quale essa sopravvive”. [57]

Il nuovo essere, ossia la scienza moderna, giunta alla sua maturità, dopo essersi separata dalla tutela materna, torna oggi alla madre, mostrando ora con evidenza che la sua essenza filosofica è un’eredità incancellabile e che riemerge imponendosi con forza. La scienza si riconosce e si mostra nell’epistéme, ossia torna a considerare il Fondamento immutabile.

Il lógos come phýsis, armonia e syllapsis

Il lógos in Eraclito è espresso anche con i termini phýsis, armonia e syllapsis.

Phýsis è natura e manifestazione dell’arché. Quando “i primi filosofi pronunciano la parola phýsis, essi – scrive Emanuele Severino – non la sentono come indicante quella parte del Tutto che è il mondo diveniente. …..Phýsis è costruita dalla radice indoeuropea bhu, che significa essere e la radice bhu è strettamente legata (anche se non esclusivamente, ma innanzitutto) alla radice bha, che significa «luce» e sulla quale è appunto costruita la parola saphés”[58] , dove saphés significa chiaro, manifesto, evidente, vero.

“La vecchia parola phýsis – scrive Emanuele Severino – significa «essere» e «luce» e cioè l’essere nel suo illuminarsi”[59] e, pertanto, nel suo mostrarsi.

Phýsis è “il Tutto che si mostra”[60] come verità incontrovertibile.

Se archè è substantia, hypostasi ed è subjectum o hypokíemenon, ossia ciò che raccoglie tutto in sé come fondamento, physis è la manifestazione dell’arché, che sboccia da sé stessa con l’azione del lógos.

Il mostrarsi è anche verità. La concezione greca della verità è disvelamento (a-letheia) della natura (phýsis) dalla cui contemplazione (theoría) nascono le conoscenze relative al fare e all’agire. Il fare è poíesis e in questo senso il lógos è poeta dell’universo.

“Nei primi pensatori la phýsis è insieme archè [principio] e stoichéion [elemento]”. [61]

L’armonia è kosmos, l’invisibile armonia sottesa al chaos, derivante dalla radice indoeuropea cháos – cha o gha che interviene, come ben spiega Umberto Galimberti “in vari gruppi di parole greche: chásko, chaíno (dischiudersi, aprirsi, spalancarsi), sia latine: hiatus (intervallo, apertura)”[62] e pertanto “non indica tanto il disordine, la mescolanza, quanto l’aprirsi, il dischiudersi che offre lo spettacolo della totalità. In questo senso cháos non è la situazione antecedente all’evocazione dell’ordine da parte di una volontà che, chiamando, separa, ma l’apertura originaria che ospita al suo interno ogni teogonia, ogni cosmologia, ogni generazione di dèi, di uomini e dei mondi. Non dunque una situazione superabile, ma l’apertura della totalità che include ogni situazione”. [63]

Emanuele Severino ci ricorda che kósmos deriva dalla radice indoeuropea kens. “Essa – scrive il filosofo bresciano – si ritrova anche nel latino censeo che, nel suo significato pregnante significa «annunzio con autorità»: l’annunziare qualcosa che non può essere smentito, il dire qualcosa che si impone. Ci si avvicina al significato originario di kósmos se si traduce questa parola con «ciò che annunziandosi si impone con autorità». Anche l’annunziarsi è un modo di rendersi luminoso. Nel suo linguaggio più antico, la filosofia indica con la parola kósmos quello che essa indica con la parola phýsis: il Tutto, che nel suo apparire è la verità innegabile e indubitabile”. [64] Kosmos non è mondo, ma “invisibile armonia sottesa al chaós”[65] e arché che si annuncia.

“Dall’etimo più originario della parola cháos si opera una ripercussione sul termine corrispettivo che è dato dalla parola kósmos, la cui radice indoeuropea kens (da cui il latino: censeo) significa: «annuncio con autorità». Impiegare la parola kosmos, allora, non significa riferirsi al mondo che nasce solo in presenza di Dio, ma significa riferirsi a quella parola che, nell’apertura dischiusa di cháos, si annuncia con autorità senza poter essere smentita. Questa parola, per il pensiero greco, è il Logos cosmico…”. [66]

Un Principio, Archè o Fondamento si dischiude, si annuncia con forza e agisce come lógos.

Ordo ab chao è pertanto il dischiudersi  di un ordine implicito, che dà origine ad un ordine esplicito.  Nulla a ché fare  con il platonico disordine al quale è in contrapposizione l’ordine.

Il lógos come syllapsis: tensione e unità degli opposti

Nel frammento 10 DK Eraclito afferma che di ogni copia di opposti si può fare un’unità: “Rapporti: cose intere e cose non intere, qualcosa che viene messo assieme, e qualcosa che viene diviso, qualcosa che è intonato e qualcosa che è stonato; di ogni cosa può farsi un’unità e di tale unità sono fatte tutte le cose”. Frammento 50 DK: “Se hai udito non me ma il lógos è saggio concordare che tutte le cose sono uno”. Frammento 51 DK: “(Gli uomini) non comprendono in che modo ciò che diverge non di meno converge con se stesso; c’è un rapporto di tensione retrograda, come quello dell’arco e della lira”. Il concetto di tensione retrograda è espresso da “ παλιντονος

, “cioè – commenta  Miroslav Marcovich – la tendenza delle due estremità di un arco teso ma inerte […] a convergere all’indietro rispetto alla linea retta. Grazie a questa duplice spinta all’indietro in opposte direzioni si può ottenere l’effettiva unità dell’attrezzo mediante la corda (νευρα) [neura]. La corda viene ad assumere in tal modo il ruolo di un principio più elevato, quello dell’unità o lógos (αρμονιη) [armonie], mentre non pare avere importanza la controtendenza, o tensione, che essa sviluppa”. [67]

Il lógos è tensione (το παλιντονον) [to palintonon], in quanto unità degli opposti.

Scrive Miroslav Marchovic che “molto spesso non si intende parlare di coincidenza logica o identità degli opposti, ma della loro unità metafisica. Secondo Eraclito, esiste un rapporto sottostante, un unico continuum fra due opposti estremi: i due opposti appartengono di necessità al medesimo intero”. [68]

Il punto di equilibrio tra gli opposti è la possibilità di de-cidere, di tagliare, di stabilire il senso delle cose eliminando in un colpo tutti i significati adiacenti: vale per la coscienza riguardo all’inconscio e per la fisica quantistica per il collasso dell’onda.

E’ come se fossimo ad una fase anteriore alla determinazione del molteplice.

Il mondo degli esistenti, ossia di esseri determinati, è originato quindi dal Demiurgo, dall’evidenza, o disvelamento e dalla libertà, ossia dall’aprirsi ed evidenziarsi della compresenza degli opposti nella divisione, che è la condizione del pólemos eracliteo (il collasso dell’onda).

“Il pólemos, come dice Eraclito, “dall’opposizione un accordo, e dai discordi bellissima armonia”. (Eraclito, DK, Fr. B8). Il pólemos, inoltre, scrive Eraclito, “gli uni svela come gli dèi, gli altri come uomini”. (EraclitoDK Fr. B53).

Nell’origine delle tre cose animate si evidenzia anche lo svelamento di due realtà: la realtà degli dèi, ossia di esseri non materiali e degli uomini, esseri materiali.

La scienza è theoría  (contemplazione) della phýsis

Sempre Severino, alla cui chiarezza espositiva ci affidiamo, scrive che epistéme, comunemente tradotto con scienza, è “lo «stare» (stéme) che si impone «su» (epí) tutto ciò che pretende negare ciò che «sta»: lo «stare» che è proprio del sapere innegabile e indubitabile e che per sua innegabilità e indubitabilità si impone «su» ogni avversario che intenda negarlo o metterlo in dubbio. Il contenuto di ciò che la filosofia non tarda a chiamare epistéme è appunto ciò che i primi pensatori (ad esempio Pitagora ed Eraclito) chiamarono kósmos e phýsis”. [69]

La vera scienza è, dunque, theoría  (contemplazione) della phýsis, ossia dell’archè, del Principio o Fondamento che si mostra.

Theoría deriva da théa, visione e da oráo, vedere, e l’insieme di due modi di vedere intensifica il concetto di visione, che in sanscrito è vidya, dalla radice vid (videre latino).

Plotino, nelle Ennaeadi (III,8,4), fa dire alla natura: “Meglio sarebbe non interrogare, ma comprendere e tacere, come faccio io che sono silenziosa e non usa a parlare. L’essere che nasce è visione (théama), ed io che sono nata da una simile visione ho una naturale tendenza alla contemplazione, ond’è che l’atto stesso del mio contemplare crea”.

Una descrizione perfetta del collasso dell’onda dovuto all’osservare, al vedere, al contemplare e pertanto all’essere vedenti e teoretici, in quanto ogni visione necessita di un vedente e in questo caso il vedente non può che essere il Principio stesso che, in quanto tale, si presenta come il Fondamento, ossia l’ólos, il Tutto che, a questo punto è cosciente, anzi coscienza infinita.  “Sin dall’inizio – scrive Severino – la filosofia è l’interesse portato al Tutto che appare nella verità”. [70]

Se la filosofia si rivolge al Tutto rimane da capire che cosa sia l’elemento unificatore delle cose, ossia, in altri termini, il problema della determinazione di cosa sia l’arché.

Anassimandro, ponendo come arché di tutte le cose l’ápeiron, ossia l’infinito, pone le basi di un ragionamento che oggi sfocia nel vuoto quantico che, come l’ápeiron, contiene in sé ogni opposizione essendo l’origine degli opposti, che sono in equilibrio quando sono simmetrici (un’eccitazione annichila il suo contrario) e avviano il divenire quando c’è asimmetria, ossia una prevaricazione di un’eccitazione che dà origine ad un’inflazione cosmica. Un processo continuo, quello che si svolge nel vuoto quantico, che evoca il pólemos eracliteo.

Anassimandro chiama il Tutto divino il “governo” dell’ápeiron e questo “governo” trova nelle espressioni odierne di alcuni fisici la sua giustificazione nella “coscienza del Tutto”.

Nel pensiero greco, la questione del governo dell’ápeiron, troverà collocazione nel concetto platonico di Demiurgo e in quallo aristotelico di Mente motrice o di causa efficiente, “ma già in Eraclito – scrive Emanuele Severino – il lógos, la «ragione», non è solo la legge conformemente alla quale accadono le cose, ma anche la forza che le produce e distrugge. E già per Anassimandro l’archè non è soltanto la dimensione da cui tutte le cose provengono e in cui ritornano, ma è anche la forza che le «governa»”.[71]

Anche l’ápeiron è un predicato di qualcosa e questo qualcosa oggi alcuni scienziati lo definiscono “informazione” e “coscienza”.

In questo nuovo orizzonte, la scienza torna ad essere epistéme e ad occuparsi del Tutto, “abitato”, come direbbe Severino, dalle cose, “non nel senso che si trovano in esso, ma nel senso, più forte, che l’origine da cui vengono e il termine ultimo a cui, andandosene, pervengono, stanno esse stesse nel Tutto”. [72]

In questa formulazione del Tutto, l’arché, il Principio, si pone come “centro di irraggiamento”.

“Eraclito – scrive Severino – non afferma soltanto che «tutte le cose sono uno», ma anche che «da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose». Il Tutto include sia l’«uno» sia «tutte le cose» ma nell’«uno» stanno già e tornano a trovarsi raccolte «tutte le cose» che da esso provengono e ad esso ritornano”. [73]

Un Fondamento cosciente che si evolve

Il fisico Fabio Truc, nella conferenza tenuta nell’ambito del convegno: “La scienza dell’anima”, tenutosi a Napoli il 23 marzo 2019, ha proposto l’idea che l’universo sia composto da frammenti di coscienza e che tali elementi, se strutturati, producano pensiero. Non solo, ma che la coscienza si evolva.

Federico Faggin, fisico e uno dei padri dei microprocessori, nel suo “Silicio” (Mondadori),  scrive che “la coscienza deve essere già contenuta in qualche forma nelle particelle elementari di cui tutto è fatto”. [74]

Faggin, che assegna la coscienza all’essere umano e la consapevolezza agli animali e anche alla materia inerte, propone con il termine Uc (unità di consapevolezza) “le unità ontologicamente elementari di cui tutte le realtà sono fatte”. [75]

Nella teoria quantistica dei campi (TQC) ogni particella non esiste come entità indipendente e separata, ma è uno stato eccitato di un omonimo campo quantico.

“Secondo la TQC – scrive Faggin – le particelle elementari, gli atomi, le molecole, le proteine, le cellule viventi e gli animali sono livelli gerarchici successivi di organizzazione di stati di campi quantici. Questi campi sono entità irriducibili e inseparabili dello spazio che, interagendo tra di loro, creano tutto ciò che esiste nel mondo fisico. Se postuliamo che la consapevolezza sia una proprietà fondamentale della natura, la conseguenza è che essa debba esistere anche a livello dei campi quantici delle particelle elementari”. [76]

Faggin propone pertanto un modello nel quale “tutta la realtà è creata da una miriade di entità coscienti che interagiscono tra di loro sulla base di decisioni e azioni individuali basate sul libero arbitrio” e ritiene che “un osservatore che non sia un campo quantico o che appartenga al più alto livello gerarchico deve contenere un certo numero di osservatori di un gradino più basso e far parte di un osservatore di un gradino più alto”. [77]

In questo ambito di ragionamento l’essere umano è un osservatore gerarchicamente elevato e poiché Faggin postula la presenza della coscienza “già nei campi quantici di cui la nostra materia è «fatta»”,  è ipotizzabile una coscienza originaria, ossia una coscienza del Tutto, che potremmo definire “inconscio collettivo”, così che ciò che è il Fondamento inconscio per le singole coscienze è la coscienza del Tutto.

Le singole coscienze o le singole consapevolezze, per rimanere nella distinzione di Faggin, sono dei “quanti di coscienza o di consapevolezza”, che nel loro insieme sono En to Pan, comprese nella coscienza del Tutto, dell’ólos, ossia, in altri termini, nel Fondamento di informazione significante che possiamo ora postulare come Fondamento di informazione significante cosciente.

Il consiglio di Apollo: “Conosci te stesso” acquista, alla luce di queste affermazioni di uomini di scienza, una nuova chiarezza, in quanto, sapendo di non sapere e cercando in noi stessi, cerchiamo la conoscenza che risiede in noi stessi in quanto aggregati di quanti di coscienza, frattali della coscienza del Fondamento.

A questo punto posso proporre il seguente schema:

  1. FISC – Fondamento di informazione significante cosciente. Il vuoto quantistico. Un infinito utero (matrix) di informazione significante, altrimenti definibile come substantia o ipostasi cosciente. Inconscio collettivo. 
  2. ISEMC – Informazione significante energeticamente morfogenetica, altrimenti detta Demiurgo (Duw), Logos: azione e relazione coscienti.
  3. ECEIS – Eventi coscienti energeticamente informati semanticamente. Le singole realtà e i loro aggregati: organismi, esseri viventi. Realtà animate e non animate. Frattali. Quanti di coscienza, o di consapevolezza.
  4. ICEEIS – Insieme cosciente di eventi energeticamente informati semanticamente. Phýsis, l’altro aspetto dell’Archè. En to pan. Sintesi cosciente della molteplicità.

In questo ambito di ragionamento la fisica sfuma nella metafisica e alla metafisica rimane solo quanto non è conosciuto e forse inconoscibile. Se è conoscibile è oggetto di scienza (episteme). Se è inconoscibile non è oggetto di scienza, forse di intuizione, forse di illuminazione personale e pertanto, di una conoscenza intima e intrasmissibile, se non come testimonianza.

La metafisica dell’essere in quanto essere

Cosa sia la metafisica, se non è una parolina magica utile a scansare le contraddizioni poste dal procedere della conoscenza, non è facile a dirsi. Il vocabolo metafisica nasce con la scuola aristotelica indicando semplicemente i libri di Aristotele che trattavano della “filosofia prima”, la quale ha come campo di indagine l’essere in quanto essere e in particolare gli enti privi di materia, eterni.

Nel XVII secolo la metafisica ricevette il nome di ontologia, come scienza dell’essere, e di teologia razionale, come scienza razionale del sovrasensibile, per distinguerla dalla teologia della rivelazione.

Bacone assegna alla metafisica la determinazione delle cause formali e finali, di contro alla “fisica” , che si limita alle cause materiali ed efficienti. Per Leibniz la materia e il movimento sono meri fenomeni “fisici”, mentre alla metafisica appartengono la sostanza e la forza. Per Cartesio oggetto della metafisica sono le sostanze spirituali, la cui essenza è il pensiero. Per Kant la metafisica è “conoscenza razionale pura per concetti”, mentre Bergson, ne individua l’organo nell’intuizione, la quale permetterebbe di cogliere l’interiorità e l’essenza del reale, cioè la vita e lo spirito, di contro all’intelletto, organo delle scienze che si limita a ciò che è spaziale e discontinuo.

E’ del tutto evidente che, ad esempio, mettere la forza tra gli argomenti che riguardano la metafisica oggi non ha più alcun senso. Con il procedere della conoscenza il campo della metafisica si restringe e quando la scienza affronta temi, come quelli di un Fondamento di informazione, considerato cosciente, è del tutto evidente che la conoscenza si posiziona sul sottile confine tra la metafisica e la fisica.

La questione della metafisica pone la questione, cruciale per il pensiero occidentale,  del rapporto tra l’essere e il niente.

“I Greci, per primi – scrive Severino – intendono il divenire come il dibattersi delle cose tra l’essere e il niente, cioè come il loro essere contese dall’essere e dal niente e quindi come il loro non essere definitivamente legate a nessuno dei due. Le cose sono, sono cioè essenti (ónta) e nessun essente, come tale, è ciò che proviene dal niente ed è destinato a tornarvi. Certo, per la filosofia greca esistono anche cose eterne, le cose divine, ma esse sono eterne non perché sono degli essenti, ma perché posseggono una natura peculiare e privilegiata. Quando, dell’essente, considera il suo puro essere essente, la filosofia greca e, poi tutto il pensiero occidentale, non vi scorge nulla di eterno: l’essente, in quanto essente, è ciò che proviene del niente e vi ritorna”. [78]

La filosofia greca, sin dalle origini, con Talete e Anassimandro, apre inoltre un conflitto che non è ancora ricomposto tra due forme di sapere.

“Aprendo, per usare le parole di Plinio, «le porte della natura», infatti, Anassimandro – scrive Carlo Rovelli – apre anche un immenso conflitto: il conflitto fra due forme di sapere profondamente diverse. Da un lato un nuovo sapere sul mondo, fondato sulla curiosità, sulla ribellione alle certezze, e quindi sul cambiamento. Dall’altro, il pensiero allora dominante, che è principalmente mistico-religioso ed è fondato in larga misura sull’esistenza di certezze che per loro stessa natura non  possono essere messe in discussione. Si tratta di un conflitto che ha poi attraversato la storia della nostra civiltà, secolo dopo secolo, con sorti alterne e nel quale siamo ancora immersi”. [79]

La questione del divenire toglie le certezze e induce alla ricerca, ma la filosofia, in questa concezione del divenire, ci ripropone l’idea che il lógos, in quanto facitore della realtà, faccia uscire le cose dal ni-ente e le porti nell’ess-ente. Ciò che unisce tutte le cose nel divenire è l’essere dell’ess-ente. L’essere, pertanto, è “en to pan”, l’essenza che unisce il molteplice nel suo essere ente nel divenire.

Sin dalla nascita in Grecia, avverte Severino, la filosofia vuole essere epistéme, ossia lo stare che si impone su ogni discussione, la quale tuttavia, “imponendo al divenire la propria legge, riconosce l’esistenza del divenire, così come il padrone vuol dominare il servo, proprio perché ne riconosce l’esistenza”. [80]

Il divenire viene inteso come l’entrare nell’ess-ente, uscendo dal ni-ente e come entrare nel ni-ente, uscendo dall’ess-ente. In questo entrare ed uscire è evidente che il ni-ente ha una propria “essenza”. Se così non fosse, non si potrebbe parlare di entrare e uscire da qualcosa che semplicemente non è. Ciò che è ni-ente non è ancora ess-ente, ma è, non come ente, bensì come substantia, Fondamento. .

“La tradizione filosofica, dai Greci a Hegel – scrive Severino – presenta una caratteristica antinomica. Da un lato, afferma che il niente è assolutamente inconoscibile e che quindi l’ancor niente in cui consiste il futuro è assolutamente imprevedibile e inconoscibile. Dall’altro lato, la tradizione filosofica si presenta come epistéme, cioè come conoscenza incontrovertibile della verità immutabile e definitiva della totalità dell’essente. Sono due lati antinomici, in contraddizione tra loro. La loro coesistenza è impensabile”. [81]

La questione dell’ess-ente e del niente è ora posta, in altri termini, dalla fisica del nulla, che ha un ruolo speciale nella fisica quantistica dei campi e dove “nulla” e “nessuna cosa” è lo stesso che ni-ente e dove il vuoto è una situazione nella quale non esistono particelle.

“L’idea di un vuoto quantistico – scrive James Owen Weatherall –  è fondamentale e spiega l’importanza di alcune sue proprietà così sorprendenti da far sfumare ulteriormente una distinzione un tempo nettissima: quella tra il «qualcosa» e il «nulla»”. [82]

“Lo spazio vuoto – sostiene Weatherall – non è semplicemente un palcoscenico su cui va in scena la fisica della materia, ma un’entità dotata di una struttura propria interessante e complessa quanto la struttura della materia stessa”. [83]

Maxwell credeva che il campo elettromagnetico consistesse in vibrazioni dell’etere, ma l’etere è stato considerato inesistente. Se non è l’etere, cosa è? La risposta della fisica è: il campo.

Cosa è un campo quantistico? Qualcosa di simile a un campo elettromagnetico, ma i suoi stati possibili vanno pensati  nella forma quantistica, “cioè come valori di probabilità assegnati a quantità osservabili. Il campo quantistico può assumere varie forme di «eccitazione», analoghe alle differenti oscillazioni accessibili a un campo elettromagnetico”. [84]

I fenomeni di tipo corpuscolare sono da interpretare come forme particolare di eccitazione del campo quantistico e le particelle sono “istanze delle configurazioni possibili di un campo quantistico, “un tipo particolare di configurazione”.

“In effetti – scrive Weatherall – tutto sembre indicare la presenza, nell’universo, di una radiazione elettromagnetica bassa ma costante, il cosiddetto fondo cosmico a microonde, che lo pervade con le sue oscillazioni “ e dire che l’intensità di vibrazione del campo “è nulla equivale a dire che il campo non sta facendo nulla, il chè è ben diverso dall’affermare che è completamente assente”. [85]

«Nulla», pertanto, non è assenza di qualcosa, “ma solo una sua configurazione possibile”. [86] Il ni-ente è non attività e l’ess-ente è attività diveniente.

Anche il campo quantico zero è qualcosa: un vuoto pieno. “L’immagine intuitiva del vuoto, quindi – commenta Weatherall – è quella di un mare che ribolle di attività o, meglio ancora, di possibilità, dato che le fluttuazioni riguardano ciò che potrebbe accadere all’atto della misura e non eventi reali in senso classico”. [87]

Anche quella che eravamo soliti considerare come la forza di gravità non è che una manifestazione di una particolare geometria dello spazio-tempo, cosicché le onde gravitazionali possono esistere anche in universi vuoti.

“Non solo lo spazio-tempo vuoto mette in movimento la materia ordinaria – afferma Weatherall – ma il moto di quest’ultima può addirittura generare radiazione elettromagnetica e questa […] è una sostanza nell’accezione comune. Le onde gravitazionali, quindi, possono generare materia ordinaria… “.[88]

“Uno stato quantistico – afferma ancora Weatherall – porta in sé, codificate, le probabilità dei risultati” che si possono ottenere  se si cerca di “misurare una data grandezza fisica” e il “grande mistero è proprio questo: che cosa rende speciale una misura? E che cosa vale come misura? […]. Nella teoria dei quanti – sostiene sempre Weatherall – il problema,  che si ripresenta in forme diverse in tutta la teoria, è noto come problema della misura”. [89]

Ed ecco che la questione della misura ci riconduce, con un salto nel passato, alla Bibbia e ad Eraclito.

In Sapienza (11,20) è scritto: “Tu hai disposto tutto con misura, calcolo e peso”.

Il lógos eracliteo è unità di ciascuna coppia di opposti, unità sottostante all’ordinamento del mondo e anche proporzione e misura. Il dio biblico misura, calcola e pesa. Il lógos è, tra le sue altre qualità, anche proporzione e misura.

La tradizione ci consegna intuizioni assai vicine al concetto di “nulla”. Per Meister Eckart, mistico cattolico, la sola parola che a Dio si convenga è “Nulla” e Lao Tzu annuncia che “il Tao è vuoto e vuotandosi produce”.

René Guénon, spesso invocato a torto come custode e certificatore della Tradizione metafisica, nel suo saggio sugli stati molteplici dell’Essere postula che l’Infinito non è definibile e che la Possibilità è altrettanto infinita e, conseguentemente, non definibile.

Ciò postulato, René Guénon scrive che l’Essere non racchiude in sé tutta la Possibilità e non è identificabile con l’Infinito.

Guénon aggiunge, a scanso di equivoci, che “l’Essere non è infinito dal momento che non coincide con la Possibilità totale; tanto più che l’Essere, come principio della manifestazione, contiene in sé tutte le possibilità di manifestazione, ma soltanto in quanto si manifestano”.

L’Essere, conseguentemente è limitato, non è infinito e non comprende il Non Essere, che Guénon afferma essere “più dell’Essere”.

L’infinità, afferma Guénon, appartiene all’insieme dell’Essere e del Non Essere.

L’Essere non è, dunque, infinito ma transeunte, sostiene Guénon, dicendo che lo stato di manifestazione è sempre transitorio e condizionato e che nel passaggio dal manifestato al non manifestato nulla si perde in quanto “le cose sussistono eternamente nel loro principio”.

L’Essere, dunque, non è infinito, non racchiude in sé tutte le possibilità ed è, in quanto orizzonte del manifestato, transitorio.

Dell’Infinito, ossia del non limitato, non si può parlare in quanto qualsiasi definizione lo limiterebbe e, conseguentemente, non si parlerebbe dell’Infinito, ma di un finito.

Dell’Essere, al contrario, essendo finito e transitorio, in quanto appartenente al manifestato, si può parlare, per definizioni successive e sempre più universali.

L’Essere, scrive Guénon, comprende “in sé l’Esistenza, poiché ne rappresenta il principio; quanto all’Esistenza, essa non è identica all’Essere, dal momento che a questo corrisponde un minor grado di determinazione e quindi un maggior grado di universalità”.

Il concetto di maggior grado evidenzia ancora una volta la relatività dell’Essere. 

Essendo l’Essere principio dell’Esistere, ma non infinito, possiamo risalire dal particolare al generale, ossia dalle esistenze al loro principio e, pertanto, possiamo parlare dell’Essere e delle sue determinazioni.

E’ del tutto evidente che Guénon attribuisce all’Essere quanto attiene all’ess-ente e al Non Essere quanto attiene al ni-ente. La confusione deriva dal suo ispirarsi all’idea dell’Essere delle dottrine induiste, che pongono il Brahman oltre l’Essere e il Non Essere, inconoscibile e impensabile. Una prospettiva radicalmente diversa da quella della filosofia occidentale.

Nell’induismo delle Upanishad il Brahman (radice brh, crescere) è realtà ultima, infinito, trascendente tutti i concetti, non può essere compreso dall’intelletto, non può essere descritto; è senza principio, né essere né non essere e l’Atman è la manifestazione di Brahman nell’anima umana. Il Brahman crea il mondo attraverso il sacrificio essendo Brahman anche il grande mago che trasforma il mondo con il suo gioco divino ritmico, la Līlā, della quale Karman è principio attivo. Maya è la potenza della creazione nel mondo ed è l’insieme delle forme statiche e dei concetti illusori: costruzioni della mente. La sua accezione di “illusione” deriva dal nostro punto di vista che confonde la mappa con il terriorio. Vedere il territorio oltre la mappa è uscire dall’illusione.

Oggi, i fisici quel nostro punto di vista che l’induismo chiama Maya, lo chiamano la sfocatura. Oltre ciò che vediamo c’è altro, ma questo altro, progressivamente ci viene incontro, grazie alla continua ricerca.

La scienza infatti ci riserva continue sorprese nella direzione della comprensione di ciò che gli antichi filosofi avevano intuito.

Alcune teorie ipotizzano l’universo a 10 dimensioni, con le altre 6 (oltre alle tre più il tempo) avvolte in se stesse in maniera così compatta da risultare praticamente inosservabili.

La teoria delle stringhe ipotizza 10500 tipi diversi di nulla. “L’ida di base è che se esistano molti, moltissimi universi, diciamo 10500,  quasi tutti – commenta Weatherall – incompatibili con la nostra presenza, non dobbiamo stupirci se per caso ci troviamo in un angolo del multiverso in cui la fisica funziona in maniera compatibile con la nostra esistenza”. [90]

Dopo che è stata scoperta sperimentalmente l’onda gravitazionale, ora è in allestimento un esperimento che riguarda la sua collocazione nella fisica quantistica, con la possibile compresenza di più campi gravitazionali.

Le leggi della fisica quantistica sono valide anche per l’antimateria. Lo dimostra la scoperta di un gruppo di ricerca quasi interamente italiano, guidato da Simone sala dell’Università di Milano e dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, che ha verificato la dualità onda-particella (una tipica proprietà quantistica) per il positrone, la corrispondnete antiparticella dell’elettrone.

Un team di ricercatori dell’Oak Ridge National Laboratory (Tenessee-Usa) ritiene che per la prima volta si possa aprire un portale verso una dimensione parallela, un mondo speculare, utilizzando un fascio di neutroni. Lo ha affermato il capo squadra e fisico Leah Briussard alla Nbc. Se la dimostrazione avrà successo molte intuizioni relative ad altri mondi paralleli al nostro troveranno conferma, determinando un salto davvero enorme nella comprensione della realtà.

Siamo giunti alla conoscenza del Fondamento? E’ evidente che la risposta non può che essere negativa, ma ogni passo è utile ed importante affinchè la nostra vista sia meno sfocata.

Archè e il lógos pre-esistente ed esistente.

Benedetto XVI nel testo noto come discorso di Ratisbona, come già ricordato, scrive che: “il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come lógos e come lógos ha agito e agisce pieno d’amore in nostro favore”.

Se incastoniamo quanto afferma Benedetto XVI nel testo greco del Prologo del Vangelo di Giovanni:

En archē ēn ho lógos
kai ho logos ēn pros ton theón
kai theòs ēn ho lógos


Possiamo ben mettere al posto di Dio l’archè, cosicché la frase di Benedetto XVI potrebbe ben essere declinata in questo modo: “Il Principio veramente divino è quel Principio che si è mostrato come lógos e come lógos  ha agito e agisce pieno d’amore in nostro favore”.

Nella frase “En archē ēn ho lógos”, il verbo appare nel tempo imperfetto. 
Il verbo greco è ēn, che significa “era”. In realtà ēn è l’imperfetto del verbo greco eimi, ossia: essere. L’Apostolo Giovanni pare dirci “nel Principio”, ossia prima della manifestazione di ogni cosa, di ogni mondo, esisteva il lógos.

Il lógos era pertanto pre-esistente ad ogni cosa.

Se il lógos mostra e agisce è il Demiurgo e in quanto si mostra è ex-sistente.  

L’ex-sistente è una manifestazione dell’origine sconosciuta e senza nome, ossia nel Principio principiante.

Ex-sistere deriva da ex-, “fuori” e sistere, stare, essere stabile, essere in atto, riferito ad ogni realtà in quanto tale. Lo stare fuori non è attribuibile al Fondamento, ma a qualcosa che dal Fondamento sta fuori: in questo caso la sua azione, il Demiurgo e ciò che risulta dall’azione del Demiurgo.    

Possiamo discutere del Demiurgo perché, come scrive Umberto Galimberti, “non si può discutere dell’essenza di qualcosa prescindendo dalle condizioni della sua esistenza”. [91]

Del lógos è pertanto possibile dia-logare, discutere; non così del Fondamento, se non attraverso il lógos e la phýsis.

 “Più giustamente del volgo e dei retori – scrive Giordano Bruno nel suo “Il triplice minimo e la misura” – affermiamo che noi non possiamo scorgere il punto originario della luce (che né con il senso, né con la ragione derivata dal senso possiamo determinare in rapporto al punto d’origine), ma la sua diffusione”. 

Interessante quanto sostiene Mario Polia a proposito della greca arché, l’oscura e la racchiusa e delle sue radici semantiche. “Nei Veda – scrive Mario Polia – la Morte, intesa come oscura origine della Vita, per crearsi un corpo canta un inno di lode e questo inno è un canto a piena voce (ark) che si accompagna alla gioia (ka) e crea il Cosmo”. [92]

L’oscura origine è l’arché, la racchiusa, la tenebra e il canto è la sua parola, ossia il lógos, che è ark-ka (l’arca dell’alleanza, l’arc en ciel, il ponte). L’arco, l’arcobaleno, l’Arco reale, è la parola sapiente del dio.

 “L’arco – sottolinea Polia – è la potenza raccolta e pronta a scagliarsi condensata sulla punta del dardo. E’ immagine di vita (in greco «vita» e «arco» si dicono allo stesso modo: bios) ed è fonte di morte che silenziosamente vola lontano”. [93] L’arco, aggiunge ancora Polia, “è la parola del sapiente e del dio (l’uno è nell’altro) che scocca e dà la vita e la morte”. [94]

La parola, il verbo, il lógos, anche in questo caso il Demiurgo, è ponte in quanto comunicazione relazionale ed è, in quanto comunicazione relazionale, alleanza.

Il divino della parola e dell’alleanza è il Demiurgo.

Il “Fuoco semprevivente” e il campo di Higgs

“Nella sua forma più pura di aither extracosmico il fuoco è «semprevivente», cioè immortale e divino. Ebbene, dal momento che il fuoco rappresenta la materia prima dell’ordinamento del mondo- scrive Miroslav Marchovic -, questo è esso stesso, a sua volta eterno (contrariamente alla opinione epica tradizionale circa la sistemazione del mondo)”.[95]

Nel fr. 30 DK Eraclito scrive: “Questo ordinamento del mondo, il medesimo per tutti (gli uomini), nessuno lo ha fatto, ma è sempre stato, è, e sempre sarà: un fuoco sempre-vivo, che di misura si accende e di misura si spegne”.

L’etere era per gli antichi una sostanza sottilissima e immutabile, un fluido tenuissimo che riempie lo spazio consentendo il movimento. In seguito il concetto di etere ha avuto alterne fortune fino ad essere negato come effettivamente esistente, ma recentemente è ricomparso nella nuova veste del campo di Higgs, ossia dello stato più profondo che l’essere umano, per ora, è riuscito a identificare, vedere e “toccare”. Lo spazio, dicono i fisici, è pervaso da un brulichio di minuscole particelle dal cui comportamento collettivo emerge la materia.

L’oceano di bosoni di Higgs è quel gran numero di agenti tra di loro interagenti che con il loro comportamento collettivo producono le proprietà delle particelle che a loro volta si organizzano in atomi, dando il via a tutte le espressioni materiali, compresa la vita.

Il contemplare la natura, secondo l’insegnamento di Eraclito, ha condotto l’essere umano alla sempre maggiore comprensione della phýsis.

Il soggetto del fr. 30 DK di Eraclito è il fuoco sempre-vivo che è ordinamento del mondo.

Ordinamento, come ordine, deriva dal latino òrdo (accusativo ordinem) dalla radice ar- o or- che si trova  in òr-ior dal significato di nasco. Ordior è comincio. Il greco or-nymi è “faccio andare”. In sanscrito rnômi o ar-nômi è “mi metto in movimento”. Ordinare è un modo di andare, di procedere e ordinamento è, pertanto, un procedere e un nascere, un mettersi in movimento.

Il fuoco eracliteo, commenta Miroslav Marchovic, stando al di sotto sia delle vicende del mondo, sia delle singole cose separatamente, è sottoposto costantemente e simultaneamente ad estinguersi a misura  e ad accendersi di misura, “in modo tale che il quantum di cambiamenti rimane sempre costante”. [96]

Sembra, quella del frammento di Eraclito, una descrizione ante litteram del vuoto quantico a somma zero.

Nel mondo quantistico le particelle hanno la proprietà di essere simultaneamente in due posti. I fisici la chiamano sovrapposizione. La sovrapposizione è uno stato precario, in quanto può collassare rapidamente in un’unica posizione.

Esperimenti in fase di attuazione potrebbe dare supporto di evidenza al ragionamento di Feynmann in base al quale se la gravità fosse davvero un fenomeno quantistico, una sovrapposizione di una particella in due punti diversi contemporaneamente creerebbe due distinti campi gravitazionali e poiché, secondo la teoria della relatività generale, un campo gravitazionale è una distorsione dello spazio-tempo, nel caso in esame coesisterebbero due diversi spazi-tempo.

Anche il sottile confine tra il mondo della fisica quantistica e quello della fisica classica è in rapida evoluzione, dando ulteriore spazio alla comprensione delle dinamiche manifestative.

“Il Dio di Eraclito – scrive ancora Miroslav Marchovic  – appare anche come immanente nel mondo. Il Dio-Fuoco è l’essenza sottostante a tutte le cose, che soggiace a cambiamenti qualitativi. I frr 77 e 78 [67 DK e 7 DK] sembrano vole r illustrare la tesi non assiomatica secondo due esempi concreti: il rapporto fra fuoco (cioè Dio) e spezie, il rapporto fra fumo e odori”. [97]

Nel fr 67 DK Eraclito scrive: “Dio è giorno e notte, inverno e estate; guerra e pace, sazietà e fame; e prende varie fogge (ovvero: è soggetto ad alterazione) proprio come il fuoco, quando è commisto a spezie viene nominato a seconda del profumo di ciascuno di esse”.

Nel fr 7 DK Eraclito scrive: “Se tutte le cose diventassero fumo, le narici le distinguerebbero”.

Eraclito, Eschilo e la conoscenza che scaccia il dolore

Nel fr. 41 DK Eraclito scrive: “Sapienza è una sola: conoscere il Pensiero (l’Intelligenza) da cui tutte le cose sono pilotate per ogni dove”.

Alla theoría (contemplazione) del lógos e all’ascoltare la voce del Principio si riferisce anche l’inno a Zeus contenuto nell’Agamennone di Eschilo, dove è scritto che rivolgendosi a Zeus si scaccia con verità dalla mente la follia del dolore, esprimendo così, scrive Severino, “l’originario significato della filosofia”. [98]

Nelle Eliadi, ricorda Severino, Eschilo dice: “Zeus è l’etere, Zeus la terra, Zeus il cielo, Zeus tutte le cose e anche ciò che sta sopra di esse”. [99]

Zeus è il Principio di tutte le cose ed è al Principio di tutte le cose che ci si deve rivolgere per scacciare il dolore.

L’inno, scrive Severino, “afferma qualcosa che il pensiero greco non aveva ancora espresso: a Zeus, cioè al Principio di tutte le cose, ci si deve rivolgere per cacciare con verità il dolore. […]. Il dolore è cacciato con verità solo se il pensiero si porta in avanti, sino a distendersi su (en) tutte le cose (pánta)  e sul loro principio”. [100]

“Il cacciar via con verità la follia e la vanità del dolore – scrive Severino – è lo stesso portarsi avanti del pensiero che si distende sino all’estremo confine del Tutto” e per “evitare l’inganno, il pensiero che si porta in avanti con verità misura di tutte le cose che incontra”. [101]

 Il misurare è indicato, commenta Severino, con il termine epistathōmenos, un verbo formato dal sostantivo státhmē, “la cordicella impregnata di colore che consente di tracciare sulla pietra o sul legno per poterli lavorare”. [102]

Státhmē è anche regola e la linea è la regola che si impone. In státhmē è presente hístēmi, “sto”, che si forma dalla radice indoeuropea stha, indicante lo stare. E questo stare, imporsi come regola è “indicato nell’antica lingua greca dalla parola epistème”[103], tradotta come arte, abilità, sapere e scienza.

“Nell’espistéme lo stare è […] duplice, perché per un verso è l’incontrovertibilità del sapere (e il sapere è incontrovertibile solo in quanto vede il Tutto e si distende sul Tutto), per altro verso è la stabilità di ciò che si è saputo”[104] e Eschilo dice che la verità dell’epistéme è il vero rimedio del dolore.

Oggi la fisica quantistica proponendoci un campo quantico di infinite probabilità, che collassano in un evento a seguito dell’azione di un osservatore, ci rinvia necessariamente al concetto dell’osservare, che è theorìa, il quale necessariamente implica la presenza di un osservatore e poiché lógos è theos, ossia l’irrompere dell’evento divino ed è un vedere e un correre verso l’evidenza, ne deriva che lógos è l’azione del vedere di un vedente che determina l’evento. Il ricondurre la riflessione ad un vedente che vedendo e inducendo eventi ci riporta alla questione del Fondamento.

Nelle Eumenidi di Eschilo Zeus è onniveggente e, commenta Emanuele Severino, “il divino guardare in avanti è insieme l’essere il Tutto, il prodursi del Tutto”. [105]

Nell’inno Rigveda V,10,129 si legge:

Né l’Essere, né il non Essere v’era allora

Né l’aria coi vapor, né il cielo eccelso.

E che si mosse? E dove’ E chi lo mosse?

L’acqua esisteva? Ed il profondo abisso?

Morte non v’era allor né il suo contrario,

né divario fra il giorno e la notte:

un Solo respirava, da sé solo,

altro non v’era fuor che questo solo.

L’oscurità ravvolta era in tenebra

sopra una indistinta massa d’acque,

ed il vuoto incombeva sul deserto:

la forza del calor [tapas] produsse l’Uno.

Il primo Desiderio [kama] che in Lui nacque,

allor fu della Mente il primo seme:

dall’Essere al Non Essere il legame,

cercando in cuor, trovarono i sapienti.

E chi mai sa, chi mai potrebbe dire

donde questo Creato, donde nacque?

Se vennero gli Dèi dopo il Creato?

Chi potrà dir donde il Creato venne?

Donde questo Creato, donde nacque?

E fu creato oppure fu increato?

Lo sa Colui che dagli eccelsi cieli

Contempla il tutto? O forse Ei pur l’ignora?

La domanda dei sapienti vedici trova oggi una possibile risposta nell’ipotesi di alcuni scienziati che introducono l’idea che abbiamo riassunto nel Fondamento di informazione significante e cosciente.

Nel dipinto di Michelangelo due aspetti colpiscono: il primo è quello di un dio racchiuso in un “altro mondo” che abbraccia una donna (Sophia? La stessa Arché?) e che tende il proprio braccio, ossia si volge, verso l’essere umano, il quale non è in un paradiso terrestre, ma è nudo sulla dura roccia. Il secondo è nello stesso tendersi dell’essere umano verso il dio dell’altro mondo.

Due mondi che si tendono l’uno verso l’altro e che, tuttavia, non si toccano.

Qual dio di Michelangelo sembra più al lógos, ossia all’azione dell’arché, che si volge verso l’essere umano, che a sua volta si volge verso il lógos.

Nelle Triadi bardiche leggiamo (Triade V): Tri thystion Duw am a wnaeth ag a wnà; gallu anfeidrol, gwybodaeth anfeidrol, a chariad anfeidrol; gan nad oes nas dichon, nas gwyr, ag nas mynn y rhain.

Tre testimonianze di ciò che il Demiurgo ha fatto e fa: la sua potenza infinita, la sua conoscenza infinita e il suo amore infinito; poiché non possiamo sapere il desiderio del suo impegno.

Qui troviamo la presenza di un concetto indoeuropeo ben esplicitato nel vedico Kama: desiderio, ardore, che misterioso elemento attivatore della volontà manifestativa dell’Oiw, o se si vuole, dell’Archè, del Tao.  

In altri termini l’Oiw inaccessibile è dimorante in Ceugant  e diviene conoscibile solo traverso la sua manifestazione in Gwynfy e in Abred, mondo virtuale e mondo materiale, e mediante l’opera del Duw, che è l’azione dell’Oiw e relazione tra Ceugant, Gwynfyd e Abred.

Amore è chariad, ossia un volgersi verso. Chariad è il volgersi verso Duw, luce creata di Ka, luce primordiale e di Duw verso il molteplice manifestato.

Cariad ha la stesse radici di charis,  “il «dono» della sapienza divina”[106].

Massoneria è il volgersi verso il lógos e, in questo senso, come è scritto nei Rituali, è amore.

Una Massoneria che non si volge verso il lógos, che non invita alla conoscenza della legge del Tutto che salva, non è Massoneria che possa rientrare nei miei interessi.

La Massoneria che rientra nei miei interessi è la Massoneria che pone la domanda, perché è la domanda che avvicina alla verità.

©Silvano Danesi


[1] Emanuele Severino, Legge e caso, Adelphi

[2] Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[3] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[4] Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[5]Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[6] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[7] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[8] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[9] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi.

[10] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi.

[11] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi.

[12] Traduzione di Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[13] Traduzione di Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[14] Traduzione di Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[15] Traduzione di Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[16] Traduzione di Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[17] Traduzione di Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[18] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[19] Massimo Saggi in Aspenia 85-2019

[20] Eric B. Schnurer, Aspenia 85 – 2019

[21] Eric B. Schnurer, Aspenia 85 – 2019

[22] Citazione in Massimo Gaggi, Aspenia 85 – 2019

[23] Emanuele Severino, Il giogo, Adelphi

[24] Emanuele Severino, Il giogo, Adelphi

[25] Emanuele Severino, Il giogo, Adelphi

[26] Emanuele Severino, Il giogo, Adelphi

[27] Emanuele Severino, Il giogo, Adelphi

[28] Emanuele Severino, Il giogo, Adelphi

[29] Emanuele Severino, Il giogo, Adelphi

[30] Emanuele Severino, Il giogo, Adelphi

[31] Emanuele Severino, Il giogo, Adelphi

[32] (Ellémire Zolla, Che cos’è la Tradizione), Adelphi.

[33] Julius Evola – Rivolta contro il Mondo Moderno, Mediterranee

[34] René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. XIV “Sulle qualificazioni iniziatiche”

[35] Le Voile d’Isis, maggio 1935. Recensione al libro L’Infidélité des Franc-Maçons (L’Infedeltà dei Massoni)

[36]Alec Mellor, Dizionario della Franco-Massoneria e dei Franco-Massoni.

[37] Carlo Rovelli, Che cosa è la scienza – La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori

[38] Carlo Rovelli, Che cosa è la scienza – La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori

[39] Carlo Rovelli, Che cosa è la scienza – La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori

[40] Carlo Rovelli, Che cosa è la scienza – La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori

[41] Carlo Rovelli, Che cosa è la scienza – La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori

[42] Giamblico, La vita pitagorica, Bur

[43] Giamblico, La vita pitagorica, Bur

[44] Giamblico, La vita pitagorica, Bur

[45] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[46] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[47] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[48] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[49] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[50] Martin Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi

[51] Paolo Zellini, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi

[52] Paolo Zellini, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi

[53] Martin Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi

[54] Martin Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi

[55] Eugen Fink, Le domande fondamentali della filosofia antica, Donzelli editore

[56] Eugen Fink, Le domande fondamentali della filosofia antica, Donzelli editore

[57] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[58] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[59] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[60] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[61] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[62] Umberto Galimberti, Psiche e techne, Feltrinelli

[63] Umberto Galimberti, Psiche e techne, Feltrinelli

[64] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[65] Umberto Galimberti, Tramonto dell’Occidente, Feltrinelli

[66] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[67] Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[68] Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[69] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[70] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[71] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[72] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[73] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[74] Federico Faggin, Silicio, Mondadori

[75] Federico Faggin, Silicio, Mondadori

[76] Federico Faggin, Silicio, Mondadori

[77] Federico Faggin, Silicio, Mondadori

[78] Emanuele Severino, La filosofia futura, Rizzoli

[79] Carlo Rovelli, Che cosa è la scienza – La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori

[80] Carlo Rovelli, Che cosa è la scienza – La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori

[81] Emanuele Severino, La filosofia futura, Rizzoli

[82] James Owen Weatherall, La fisica del nulla, Bollati Boringhieri

[83] James Owen Weatherall, La fisica del nulla, Bollati Boringhieri

[84] James Owen Weatherall, La fisica del nulla, Bollati Boringhieri

[85] James Owen Weatherall, La fisica del nulla, Bollati Boringhieri

[86] James Owen Weatherall, La fisica del nulla, Bollati Boringhieri

[87] James Owen Weatherall, La fisica del nulla, Bollati Boringhieri

[88] James Owen Weatherall, La fisica del nulla, Bollati Boringhieri

[89] James Owen Weatherall, La fisica del nulla, Bollati Boringhieri

[90] James Owen Weatherall, La fisica del nulla, Bollati Boringhieri

[91] Umberto Galimberti, Psiche e techne, Feltrinelli

[92] Vedi Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[93] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo 

[94] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[95] Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[96] Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[97] Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[98] Emanuele Severino, Il giogo – Alle origini della ragione: Eschilo, Adelphi

[99] Citazione in: Emanuele Severino, Il giogo – Alle origini della ragione: Eschilo, Adelphi

[100] Emanuele Severino, Il giogo – Alle origini della ragione: Eschilo, Adelphi

[101] Emanuele Severino, Il giogo – Alle origini della ragione: Eschilo, Adelphi

[102] Emanuele Severino, Il giogo – Alle origini della ragione: Eschilo, Adelphi

[103] Emanuele Severino, Il giogo – Alle origini della ragione: Eschilo, Adelphi

[104] Emanuele Severino, Il giogo – Alle origini della ragione: Eschilo, Adelphi

[105] Emanuele Severino, Il giogo – Alle origini della ragione: Eschilo, Adelphi

[106] Emanuele Severino, Il giogo – Alle origini della ragione: Eschilo, Adelphi