Gwynfyd, nella filosofia druidica trasmessaci dale Triadi bardiche, è il Cerchio della Felicità.

La prima definizione di Gwynfyd è nella triade XII, dove è scritto che è là “dove [sono] tutte le sostanze qualitative o viventi, e l’uomo lo attraversa in cielo.

TRIADE XII – Tri chylch hanfod y sydd : cylch y Ceugant. Ile nid oes namyn Duw, na byw, na marw, agnid oes namyn Duw a eill ei dreiglo cylch yr Abred, Ile pob ansawdd-hanfod o’r marw, a dyn a’i treiglwys; cylch y Gwynfyd, lle pob ansawddhanfod o’r byw, a dyn a’i treigla yn y nêf.

Tre cerchi della sostanza dell’essere: il cerchio di Ceugant, dove non esiste nulla se non il Demiurgo, né viventi, né morti, e nessuno se non il Demiurgo lo può attraversare; il cerchio di Abred, dove [sono] tutte le qualità delle essenze (sostanze) animate o inanimate, e l’uomo lo attraversa; il cerchio di Gwynfyd, dove [sono] tutte le sostanze qualitative o viventi, e l’uomo lo attraversa in cielo.

Gwynfyd è, pertanto, un Altromondo, un Aldilà in confronto ad Abred (il cerchio delle migrazioni terrene, ossia lo spazio-tempo o campo gravitazionale). Un Aldilà dove ci sono tutte le substantie o ipostasi viventi o qualitative, ossia dotate di qualia, ovvero degli aspetti qualitativi più che quantitativi dell’esperienza umana. Gwynfyd è un mondo di essenze.

Gwynfyd, che l’essere umano attraverserà, è un’altra dimensione; è un mondo di trasformazioni, dove l’essere umano cambia la sua condizione in assenza di costrizioni, non ha un corpo materiale e non ha un impulso manifestativo, ossia non ha più l’impulso a entrare in un mondo spazio-temporale.

Nel Cerchio della Felicità l’essere umano si vede restituito l’Awen originario, ossia la sua essenza primigenia, l’amore originario e la memoria originaria e avrà la comprensione delle qualità del disordine e della morte, delle loro cause e del loro modo di agire e la volontà di sconfiggerli.

Uno degli aspetti più interessanti riguarda la conoscenza che viene conseguita in Gwynfyd e che si fonda sulla possibilità di transitare in tutte le condizioni della vita, di ricordarsi di tutte le disavventure e di poter essere in una condizione qualsiasi.

Gwynfyd appare come una dimensione sottile e incorporea, per noi virtuale, che consente all’essenza umana di potersi immedesimare, per conoscere, in qualsiasi stato e condizione dell’esistenza.

Il concetto è ribadito nella Triade XLV, dove l’essere umano può partecipare di ogni qualità, ma essere completo in una; può interpretare ogni Awen, ma eccellere in uno; può amare ogni essere vivente, ma sopra ogni cosa deve amare il Demiurgo, che viene definito come essere vivente, ossia informazione in azione: Duw, azione dell’Oiw o, in altri termini, Logos, azione dell’Arché. Il Demiurgo è [Triade XLVI] essere infinito in lui stesso, finito in rapporto al finito e co-unito con ogni stato dell’esistenza in Gwynfyd.  Ogni stato dell’esistenza in Gwynfyd è pertanto co-esistente con il Demiurgo.

Le Triadi ci consegnano poi alcuni elementi essenziali della condizione dell’essere umano in Gwynfyd.

L’essere umano ha un compito, un privilegio, ossia una sua legge individuale e un Awen, ossia il suo “soffio vitale”. L’essere umano, pertanto, in Gwynfyd è vivo e ha una propria individualità.

A conferma di questa fondamentale notizia le Triadi ci dicono che tre cose non avranno mai fine e dureranno in eterno nel Cerchio della Felicità: la forma, la qualità e l’utilità dell’esistenza.

L’esistenza dell’essere umano in Gwynfyd, pertanto, avrà una forma. Cosa significhi non è specificato, ma, considerando che Gwynfyd non è un mondo materiale, la forma ha da intendersi come un’aggregazione, un grumo di quanti di coscienza (vedi in proposito quanto è scritto in “Ceugant, il cerchio vuoto dei Druidi e la coscienza dell’Olos), una modalità distintiva che ben si coniuga con il privilegio, ossia con la legge individuale, ma anche un’immagine, per noi virtuale, ma reale come quelle emergenti dall’inconscio.

La qualità dell’esistenza indica un’individualità e l’utilità ci richiama al concetto di compito. Gli esseri umani non sono nati a caso e la loro utilità rientra nel sistema. Non a caso, nella Triade XL l’esistenza in Gwynfyd presenta tre vantaggi: l’istruzione, la bellezza e il riposo, ossia il conoscere, il creare e il riposare dopo aver conosciuto e creato. Tre vantaggi propri di un demi-ergon, ossia di un collaboratore del Demi-ergon, del Demiurgo, di Duw o, in altri termini, del Logos.

Vediamo, prima di procedere, il testo delle Triadi.

TRIADE XXX – Tri gwahaniaeth angenorfod rhwng dyn, a phob byw aralI, a Duw: ing ar ddyn. ag nis geIlir ar Dduw; dechre ar ddyn.. ag nis gellir ar Dduw; ag angen newid cyflwr olynol yn nghylch y Gwynfyd ar ddyn. o anoddef bythoedd y Ceugant, ag nis gellir ar Dduw, gan allu pob dyoddef, a hyny gan wynfyd.

Tre inevitabili differenze tra uomo, o qualsiasi altro essere vivente, e il Demiurgo: l’uomo è finito, mentre il Demiurgo no; l’uomo ha avuto un inizio, mentre il Demiurgo non l’ha avuto; l’uomo necessita di cambiare la propria condizione successivamente nel cerchio di Gwynfyd, in quanto incapace di resistere fino a Caugant, mentre il Demiurgo non ne necessita in quanto in grado di resistere ad ogni cosa e questo coerentemente con la felicità.

TRIADE XXXI – Tri chyntefigaeth Gwynfyd : annrwg, anneisiau, ag annarfod.

Tre vantaggi principali nel cerchio di Gwynfyd: assenza di costrizione, assenza di necessità, assenza del corpo materiale.

Nota: male è costrizione; necessità intesa come impulso insopprimibile a manifestarsi; annarfod è armatura, ossia corpo materiale. 

TRIADE XXXII – Tri adfer cylch y Gwynfyd: awen gysefin, a gared gysefin, a chôf cysefin; am nas gellir gwynfyd hebddynt.

Tre cose saranno restituite nel Cerchio della Felicità: l’Awen originario, l’amore originario e la memoria originaria; senza questi non c’è felicità.

TRIADE XXXV – O ddeal tri pheth y bydd difant a gorthrech ar bob drwg a marw: ansawdd, achos a pheirant; a hyn a geir yn y Gwynfyd.

Dalla comprensione di tre cose e dalla volontà di sconfiggere Drwg e la morte: le [loro] qualità, la [loro] causa e il [loro] modo di agire; e questa conoscenza sarà acquisita in Gwynfyd.

TRIADE XXXVI – Tri chadernyd gwybodaeth : darfod treiglo pob cyflwr bywyd, cofio treiglo pob cyflwr a’i ddamwain, a gallu treiglo pob cyflwr fal y mynner, erprawf a barn; a hynn a geir yn nghylch Gwynfyd.

Tre i fondamenti della conoscenza: transitare in tutte le condizioni della vita, ricordarsi di tutte le disavventure e essere in grado di poter essere in una condizione qualsiasi. E questo è ottenuto in Gwynfyd.

TRIADE XXXVII – Tri bannogion pob byw yn nghylch y Gwynfyd: swydd, braint ag awen; ag nis gellir dau’n bod yn ungyfun y mhob peth; gan y bydd cyflawn pob un yn y bo bannog arno: ag nid oes cyflawn ar ddim, heb y maint olI a dichon fod o hano.

Le tre caratteristiche di ogni essere vivente nel cerchio di Gwynfyd: il compito, il privilegio, l’Awen; ne è possibile che due esseri siano identici in ogni cosa; perché ognuno di questi sarà completo in ciò che gli è caratteristico per questo e non vi è nulla di completo senza la comprensione dell’intera misura che potrebbe appartenergli.

TRIADE XXXIX – Tri pheth nis gellir darfod byth arnynt gan angen eu galledigaeth: dull hanfod, ansawdd hanfod, a lles hanfod; gan hyn byddant hyd byth yn eu hannrwg, ai byw ai marw ydynt, yn amryfel hardd a daionus cylch y Gwynfyd.

Tre cose non avranno fine a causa della necessità della loro potenzialità: le forme dell’esistenza, le qualità dell’esistenza e i benefici dell’esistenza. Per questo non esisteranno mai nella malvagità, presso gli esseri animati e inanimati, nella differenza tra bello (eccellente)  e bene nel cerchio di Gwynfyd.

TRIADE XL – Tri rhagor newid cyflwr yn y Gwynfyd : addysg. harddwch, a gorphwys. rhag anallu dioddefy Ceugant a’r tragywyddol.

Tre eccellenti cambiamenti di stato in Gwynfyd: l’istruzione, la bellezza e il riposo; a causa dell’impossibilità di sopportare Ceugant e l’eternità.

TRIADE XLV – Tri chyfiawnder Gwynfyd: cyfran yn mhob ansawdd. ag un cyflawn yn pennu; cyfymddwyn a phob awen, ag in un rhagori; cariad at bob byw a bod, a tuag at un, sef Duw, yn bennaf; ag yn y tri un yma y saif cyflawnder nef a Gwynfyd.

Le tre pienezze del Gwynfyd: partecipazione di ogni qualità, con la completezza di una; interpretare ogni Awen, ed eccellere in uno; amore verso ogni essere vivente e verso uno di questi, ossia Duw, sopra ogni cosa. E’ in queste tre cose che consiste la pienezza del cielo e di Gwynfyd.

TRIADE XLVI – Tri angen Duw : anfeidrol ger ei hûn; meidrol ger meidrol. a chyfun a phob cyftwr bywydolion yn nghylch Gwynfyd.

Tre necessità del Demiurgo: essere se stesso infinito; mortale vicino al mortale e   in accordo con tutti le condizioni esistenziali nel ciclo di Gwynfyd.

Gwynfyd, il luogo dell’etica

Gwynfyd, per come è descritto nelle Triadi, è l’approdo evolutivo dell’essere umano, in quanto gli è impossibile accedere a Ceugant il Cerchio Vuoto, sede dell’Oiw nel quale può transitare solo Duw). Conseguentemente Gwynfyd è il luogo della massima prossimità all’origine, ossia è il luogo dell’etica.

Êthos, infatti, significa “soggiorno”[1]. Scrive Eraclito (frammento B119): ” Êthos antropói daímon”. “L’uomo soggiorna presso gli dei”.[2] Il soggiorno dell’uomo è nel divino in quanto il divino è in lui e divino significa splendente, ossia luminoso.  Dayus è splendore, come Duw, il Demiurgo druidico: una luce (energia) creata e derivante dalla luce originaria delle Acque primordiali indoeuropee (Na-Ka); un’energia intensa e relazionale.

Il soggiornare presso il Divino, questo farsi ospitare, è proprio del semnoteo,  ossia del Druida, nella sua tensione verso l’unità con l’origine e nel suo essere osservatore, contemplatore dell’origine nel suo paradossale rendersi evidente mentre si nasconde.

L’etica è, dunque, un soggiornare che implica una tensione conoscitiva verso l’unità che si esplica nell’osservazione e nella contemplazione, ossia in una costante apertura, disponibilità al darsi dell’origine. L’etica è tensione verso la conoscenza della sapienza del divino, del Duw, del Demiurgo, dell’attività dell’infinito campo informativo dal quale scaturiscono le realtà dei mondi.

Praticare l’etica, come facevano i druidi, è praticare il soggiorno ed è rendersi disponibili alla conoscenza. L’essere umano etico è colui che segue la via della conoscenza, la quale presuppone libero pensiero, scevro da dogmi, verità rivelate, schemi mentali e pregiudizi.

L’etica non è una costellazione valoriale, derivante da un Superente, come ad esempio il platonico Sommo Bene, ma tensione conoscitiva, un aprirsi alla conoscenza, un’accettazione del costante sopravvenire del nuovo.

Essere semnotei significa essere disponibili ad ascoltare Duw, la voce di Duw che, nell’orizzonte dell’apparire, dà all’uomo notizie degli enti.

Gwynfyd è un luogo dell’esistenza

Quando “i primi filosofi pronunciano la parola phýsis, essi – scrive Emanuele Severino – non la sentono come indicante quella parte del Tutto che è il mondo diveniente. …..Phýsis è costruita dalla radice indoeuropea bhu, che significa essere e la radice bhu è strettamente legata (anche se non esclusivamente, ma innanzitutto) alla radice bha, che significa «luce» e sulla quale è appunto costruita la parola saphés”[3] , dove saphés significa chiaro, manifesto, evidente, vero.

“La vecchia parola phýsis – scrive Emanuele Severino – significa «essere» e «luce» e cioè l’essere nel suo illuminarsi”.[4]

Phýsis è “il Tutto che si mostra”[5] come verità incontrovertibile. Ed è questa la verità delle Triadi: il mostrarsi dell’Oiw come phýsis.

Gwynfyd essendo un luogo dell’esistenza è physis, ossia un luogo dove l’Oiw (arché) si mostra come universo non materiale, universo di luce virtuale: l’Altromondo.

Severino ci ricorda che kósmos deriva dalla radice indoeuropea kens. “Essa – scrive il filosofo bresciano – si ritrova anche nel latino censeo che, nel suo significato pregnante significa «annunzio con autorità»: l’annunziare qualcosa che non può essere smentito, il dire qualcosa che si impone. Ci si avvicina al significato originario di kósmos se si traduce questa parola con «ciò che annunziandosi si impone con autorità». Anche l’annunziarsi è un modo di rendersi luminoso. Nel suo linguaggio più antico, la filosofia indica con la parola kósmos quello che essa indica con la parola phýsis: il Tutto, che nel suo apparire è la verità innegabile e indubitabile”. [6] Kosmos non è mondo, ma “invisibile armonia sottesa al chaós”[7] e arché che si annuncia.

Gwynfyd, in quanto physis (l’Oiw che si mostra), è kosmos (l’Oiw che si annuncia) ed è l’invisibile armonia sottesa al chaos; è un universo di luce virtuale.

Sempre Severino, alla cui chiarezza espositiva ci affidiamo, scrive che epistéme, comunemente tradotto con scienza, è “lo «stare» (stéme) che si impone «su» (epí) tutto ciò che pretende negare ciò che «sta»: lo «stare» che è proprio del sapere innegabile e indubitabile e che per sua innegabilità e indubitabilità si impone «su» ogni avversario che intenda negarlo o metterlo in dubbio. Il contenuto di ciò che la filosofia non tarda a chiamare epistéme è appunto ciò che i primi pensatori (ad esempio Pitagora ed Eraclito) chiamarono kósmos e phýsis”. [8]

La vera scienza è, dunque, la comprensione della phýsis, del Tutto che si mostra, sia nel mondo della materia (Abred), sia nel mondo della luce virtuale, Gwynfyd e del kosmos, ossia dell’annunciarsi del Tutto.  

 “Se il mondo è phýsis che «dischiudendosi si manifesta», l’essere umano – scrive Umberto Galimberti – si lascia sorprendere dallo stupore proprio di chi si meraviglia di fronte allo spettacolo cosmico che si dispiega”. [9]

Nel pensiero filosofico antico troviamo la parola arché, “dimensione da cui tutte le cose provengono e in cui tutte ritornano”[10], ma anche “forza che determina il divenire del mondo”[11], quindi anche legge che lo governa (in altre parole Ritam, Recht).

L’arché è, nel pensiero dei primi pensatori greci, “l’unità da cui tutte le cose provengono e in cui tutte ritornano”[12]. Un’unità intesa come identità che ogni singolo ha con ogni altro.

Arché o àrchi, come árchein, dal significato di principio, di essere a capo, di essere il primo di una serie e primo nel tempo (archaîos=antico) derivano dalla radice *arh dal significato di valere, meritare, potere, esser degno, superiorità, eccellente, primeggiare, grado superlativo. Tutti significati attribuiti alla Dea che è Potnia (potente), eccelsa (Brighit) e che è la prima e il principio: Dea Madre degli universi, matrix fondamentale, utero primigenio.

Se analizziamo ora la parola archetipo, notiamo come sia composta da arché e typos (immagine, impronta). Gli archetipi sono dunque le immagini, le impronte dell’arché, ossia della dimensione da cui tutte le cose provengono e in cui tutte ritornano e la forza che determina il divenire del mondo.

L’archè, in quanto Dea Madre, è la Madre degli archetipi.

Il massonico concetto di Architetto dell’Universo (archi-tékton, capo costruttore) è dunque traducibile nell’azione della Dea Madre, della Matrix degli universi che costruisce l’esistente e in quanto Arché-Tectòn, il Grande Architetto dell’Universo è il Duw, il Logos, che regola l’apparire della Matrix, dell’arche, dell’Oiw, rendendo esplicito ciò che è implicito, evidente ciò che è nascosto, manifesto ciò che è immanifesto: è l’azione della Matrix  nel suo rendersi evidente nel limite. 

La phýsis è (Anassimando) apeiron (infinito, illimitato, immenso), originaria unità degli opposti ed è non solo l’altro aspetto dell’Arché, ma anche stoichéion, elemento unificatore del molteplice.

“Anche in Eraclito – scrive Severino – la phýsis è sia stoichéion, sia arché: sia l’identità delle cose diverse e opposte (ossia la loro legge e il loro ordine), sia il luogo divino dove tutti gli opposti sono originariamente ed eternamente raccolti e dove la legge delle cose è il contenuto della suprema sapienza del Dio, da cui procede ed è governato il divenire cosmico”. [13]

Ritroviamo qui i concetti di En to Pan e di Olos.

Essendo la phýsis, come s’è visto, l’apparire dell’archè, la phýsis rimane così sul confine del Tutto, come Gwynfyd che è il luogo della prossimità. Questo apparire sul confine è un’immagine che ben si attaglia alla druidica Nona Onda, “estremo confine della Terra, al di là del quale – scrive Philip Carr Gomm – si estendono i mari neutrali”. La Nona Onda è l’estremo confine del soggiorno: un confine non statico, ma estremamente diveniente, poiché le onde continuamente si creano e si infrangono, rappresentando esse stesse il trasformarsi dello spirito (soffio divino) in vibrazione energetica, che è anche materia. Oltre la Nona Onda, ossia oltre le onde energetiche, si estendono i mari neutrali, l’Oceano primordiale, il Campo quantico, Ceugant, ove dimora il vuoto quantico, la infinita Informazione, la Matrix.   

Gwynfyd, un mondo di luce virtuale

Ceugant, sede dell’Oiw, in quanto cerchio, si espande rimanendo sé stesso, ma aumentando la propria luce, ossia emanando luce, così come avviene quando le particelle virtuali (eccitazioni) del vuoto quantico si annichilano, emettendo fotoni virtuali: un mondo di luce virtuale: Gwynfyd.

A confermarcelo è anche l’analisi semantica del vocabolo Gwynfyd secondo il metodo di Franco Rendich. [14]

Con la prima parte del vocabolo, ossia Gwyn, abbiamo:

  • g) andare in ogni direzione
  • w come u) concentrazione
  • y) andare, muoversi, staccarsi
  • n) acque primordiali

Muoversi in ogni direzione staccandosi dalle Acque primordiali Na alle quali è consustanziale la luce primordiale Ka.

Abbiamo poi Fyd:

  • f come k) luce primordiale
  • y) andare, muoversi
  • d) luce derivata

Gwynfyd è, in questo insieme di significati, un mondo di luce derivata, che si è mossa da una luce originaria, staccandosi dalle Acque primordiali e muovendosi in ogni direzione.  In buona sostanza un mondo di luce virtuale.

Cosa ci dice la fisica riguardo ad un universo di fotoni?

Fernando Ferroni e Antonio Masiero, scrivono che particelle virtuali e antiparticelle virtuali (eccitazioni del vuoto quantico) si annichilano, entrambe scompaiono e l’energia da esse portata si trasforma in fotoni virtuali, che sopravvivono. [15]

Gwynfyd, in questo scenario, sarebbe un mondo di luce virtuale portato di una simmetria.

Il vuoto quantistico, quando la fluttuazione generata è asimmetrica, dà luogo ad un’inflazione che si trasforma con una rapidità incredibile nell’universo materiale.

Il mondo materiale, Abred, in questo scenario è il risultato di un’asimmetria.

Le fluttuazioni del vuoto quantico, la Matrix, danno pertanto origine ad un universo di pura luce, o luce virtuale, che possiamo identificare con Gwynfyd e a un universo di materia, che possiamo identificare con Abred.

Cosa significa per noi esser umani viventi nella materialità un mondo di luce virtuale?

L’Olos immaginando crea

Una delle caratteristiche più significative del nostro essere “umani” è la capacità di pensare, di simbolizzare, di creare.

Eduard O. Wilson, nel suo “Le origini della creatività” (Cortina) scrive che “l’Homo sapiens è l’unica specie superstite dotata di intelligenza simbolica”, che “ha il potere di immaginare” e che “la creatività è il carattere distintivo della nostra specie”. Wilson aggiunge: “Gli esseri umani pensano”. [16]

Bessel Van Der Kolk nel suo “Il corpo accusa il colpo” (Cortina) afferma che “gli esseri umani sono creature che creano significati”. [17]

Eduard  O. Wilson ci avverte che “siamo per lo più animali audio-visivi e per quanto riguarda la vista, tuttavia, l’unica particella cui reagiamo è il fotone”. [18]

Poniamo ora la nostra attenzione agli archetipi, che popolano l’inconscio collettivo, che in base al carteggio Jung Pauli ho assimilato al Fondamento di informazione significante cosciente o vuoto quantico (vedi l’articolo: “Ceugant, il cerchio vuoto dei Druidi e la coscienza dell’Olos).

Gli archetipi, che potremmo anche definire come impronte dell’arché, ossia del Fondamento di informazione significante cosciente,  sono idee generali comuni all’intera umanità e il loro linguaggio è simbolico. I simboli sono immagini.

Un’immagine simbolica è significante e narra di concetti e di storie con una vastità e profondità interpretativa che nessuna definizione logica sequenziale è in grado di offrire.

Un simbolo è una rappresentazione vivente.

Se poniamo attenzione alla tradizione alchemica, nel Rosarium Philosophorum, l’anonimo autore afferma che l’opera deve essere fatta “con la vera immaginazione e non con quella fantastica”, ossia, come suggerisce Jung con un’immaginazione attiva.

Cosa è l’immaginazione? E’ mettere un’informazione in immagine; è tradurre un’idea, un pensiero in immagine.

E un pensiero cosa è? E’ informazione in azione.

Immaginare è, dunque, mettere l’informazione in azione in un’immagine.

Immagine, dal latino, imaginem deriva dal greco mimeomai, imito (da cui mimos). Un’immagine mima, imita un pensiero, che è informazione in azione in un’immagine ed è, pertanto, informazione in azione in una forma, sia essa reale (materiale) o virtuale.  

Un’immagine si realizza in foto-grammi, dove gramma sta per graph-ma, incisione (dal greco graphô, incido) e photo sta per luce (dal greco phôs, genitivo: photôs, luce).

Un’immagine è un fotogramma, un’incisione luminosa, che mima un pensiero che è informazione in azione. Un’immagine, pertanto, contiene informazione in forma di luce o trasportata dalla luce. In altri termini, l’informazione in azione incide se stessa nella luce. Essendo la luce fotoni, l’immagine è un insieme di fotoni, ossia di quanti di luce.

 L’informazione in azione (pensiero) incide se stessa in quanti di luce.

L’informazione, per molti fisici, è il fondamento del Tutto (Olos). Non solo, ma si presenta come un’informazione cosciente.

L’ologramma, in questo ambito di ragionamento, è l’incisione dell’Olos, il Fondamento di Informazione significante cosciente, ossia la Matrix, in un’immagine complessa, a noi percepibile tramite i sensi e la mente.

Come ho scritto in: “Ceugant, il cerchio vuoto dei Druidi e la coscienza dell’Olos”,

Possiamo ipotizzare uno schema in questo modo:

  1. FISC – Fondamento di informazione significante cosciente. Il vuoto quantistico. Un infinito utero (matrix) di informazione significante, altrimenti definibile come substantia o ipostasi cosciente. Inconscio collettivo. 
  2. ISEMC – Informazione significante energeticamente morfogenetica, altrimenti detta Demiurgo (Duw), Logos, azione e relazione coscienti.
  3. ECEIS – Eventi coscienti energeticamente informati semanticamente. Le singole realtà e i loro aggregati: organismi, esseri viventi. Realtà animate e non animate. Frattali. Quanti di coscienza o di consapevolezza.
  4. ICEEIS – Insieme cosciente di eventi energeticamente informati semanticamente. Physis, l’altro aspetto dell’Archè. En to pan. Sintesi cosciente della molteplicità.

Il vuoto quantico, nel continuo lavorio di emanazione e di annichilazione di eccitazioni (particelle virtuali) incide l’informazione, che è la sua substantia, la sua ipostasi, o, in altri termini la radix ipsius degli alchimisti,  in quanti di luce, che costituiscono un universo di luce, un universo di fotoni, sia virtuale, sia reale. Virtuale quando non è percepibile dai sensi ed è un contenuto dell’inconscio che può salire alla coscienza e reale quando è visibile con i sensi.

Possiamo descrivere lo stesso processo utilizzando il vocabolo manifestare, da manu e –fest, dove il suffisso – fest deriva dal greco theinô: colpisco, tocco.

Manifestare è colpire, battere, toccare e anche evidenza palpabile, così apparente che quasi si potrebbe toccare con mano.

Le immagini, informazione in azione, ossia pensiero, idee, concetti, incisi nei quanti di luce, virtuali o reali,  sono, in effetti evidenze quasi palpabili. Lo sono nella realtà materiale e lo sono anche quando emergono alla coscienza come contenuti dell’inconscio.

Le immagini così poste si presentano come incisioni dell’Olos, ossia del vuoto quantico inteso come Fondamento di Informazione Significante e Cosciente, una matrix infinita, la Dea Madre di ogni fenomeno (da phainô, appaio con la stessa radice di phôs). La radice sanscrita comune è bha, splendore.  L’apparire è luce, splendore, incisione dell’informazione in azione in immagini costituite da fotoni.

Il processo è pertanto descrivibile in questo modo:

Un processo che vede l’informazione agire come pensiero e trasformarsi in immagine, ossia in fotoni organizzati (virtuali o reali).

Siamo di fronte alla substantia, ossia a ciò che sta sotto, l’Informazione, che non è conosciuta e forse è inconoscibile, la quale agisce e si mostra in immagini.

La nostra mente, quando immagina attivamente, “vede” solo la realtà sensibile o “vede” anche immagini ultrasensibili? L’esperienza parrebbe dire sia le une che le altre.

Il cervello umano apprende per immagini. Pertanto le immagini si presentano anche come la modalità di trasmissione di idee, concetti, pensiero provenienti dal FISC o vuoto quantico, ossia la Matrix, ad un recettore capace di decodificarle in concetti, ossia in pensiero e, quindi, in informazione.

Riguardo alla realtà materiale il processo è:

Riguardo alla “realtà immaginaria”, ossia derivante dall’inconscio, l’immaginazione attiva della quale parla Jung segue un processo inverso:

Il filosofo della scienza Karl Popper, in un saggio sulla teoria della conoscenza, dal titolo emblematico: “Tutta la vita è risolvere problemi”, parte dalla considerazione che l’essere umano è un “essere spirituale, almeno finché è in piena coscienza; è un essere spirituale, un  Io, una mente, la quale è strettamente legata ad un corpo che soggiace alle leggi della fisica”. [19]

Popper pone, dunque, il problema millenario dell’interazione tra il corpo e la mente, al quale si accompagnano quelli della conoscenza e delle modalità del conoscere.

“Mi presento, dunque, – scrive in proposito Popper – come un realista metafisico che accetta la teoria dello sviluppo e che, come forse posso permettermi di sottolineare, ha introdotto nell’epistemologia il problema dinamico della crescita della nostra conoscenza”. [20]

Nel rapporto corpo mente Popper teorizza anche la presenza di un “mondo 3”, che si relazione a un “mondo 2”, quello psichico e a un “mondo 1“, quello materiale. Scrive Popper. “Chiamo «mondo 3» nel significato più ampio del termine il mondo dei prodotti dello spirito umano; nel senso più stretto, in particolare, il mondo delle teorie, comprese le teorie false; e il mondo dei problemi scientifici, compresi i problemi riguardanti la verità o la falsità delle diverse teorie. In senso lato, appartengono al mondo 3 anche le poesie, le opere, i concerti di Mozart. Ma se si vuole, si può chiamare il mondo delle opere artistiche mondo 4. E’ una questione di terminologia”. [21]

Il “Mondo 3” di Popper è il mondo dei prodotti delle menti umane, che ha una sua autonomia e nel quale si verifica il sorgere autonomo di problemi non pensati: un “mondo” intelligente e problematico, nel senso che ci pone problemi.

Il nostro rapporto con questo mondo è di prossimità.

Noi quotidianamente estraiamo immagini dall’inconscio, il quale, secondo la teoria junghiana è il depositario di un sapere anteriore ad ogni elaborazione cosciente, come dimostra il fenomeno della sincronicità.

Il fenomeno della sincronicità è costituito da un’immagine inconscia che si presenta alla conoscenza, come sogno, presentimento, idea improvvisa e da un dato di fatto, un accadimento della realtà materiale che coincide con il contenuto di quell’immagine. Jung scrive in proposito che “l’esperienza psicologica s’imbatte costantemente in casi in cui l’affiorare di parallelismi simbolici non può essere spiegato senza ricorrere all’ipotesi dell’inconscio collettivo”. [22]

Inconscio collettivo che, sempre secondo Jung, “non può essere localizzato perché lo si può trovare in ogni individuo, e in linea di principio nella sua totalità, oppure identico dappertutto e rintracciabile dovunque”. [23]

Non è impossibile, a questo punto, l’identificazione dell’inconscio collettivo con il Fondamento di informazione significante e cosciente, dove quello che per noi è l’inconscio è per il Fondamento la sua coscienza.

“I casi di coincidenze significative, che vanno distinti da semplici gruppi casuali, sembrano basarsi – osserva Jung – su un fondamento archetipico”. [24]  “L’enorme maggioranza dei fenomeni spontanei di sincronicità che ho avuto occasione di osservare e di analizzare – aggiunge – lasciavano intravedere senza difficoltà il loro rapporto diretto con l’archetipo”. [25]

Cosa sono gli archetipi?  Jung li definisce le “potenze operanti (numinose) dell’inconscio”.[26]

La compresenza della natura fisica e psichica nella realtà archetipica riflette la dualità della natura.

“Per quanto questo possa riuscire incomprensibile – spiega Jung – si è comunque costretti alla fine a supporre che esista nell’inconscio un ché di simile a una conoscenza a priori o, meglio, una «presenza» a priori svincolata da ogni base causale”. [27] E aggiunge: “La presenza del «sapere assoluto», della conoscenza non mediata da alcun organo sensoriale che caratterizza il fenomeno sincronistico, sostiene l’ipotesi o esprime l’esistenza di un significato che sussiste di per sé stesso”. [28]

Ecco di nuovo il Fondamento che appare dietro le quinte, come Fondamento di informazione che ha significato, ma anche gli esseri umani sono creature che creano significati (Besser Van Der Kolk).

Siamo in presenza di quello che Jung chiama l’unus mundus, del quale le immagini archetipiche celano, in modo oscuro e difficilmente comprensibile, la forma.

Anche nel caso dell’inconscio il nostro rapporto è di prossimità.

Da quanto sin qui esposto è chiaro che la realtà, così come normalmente la intendiamo, ossia la realtà materiale, misurabile e acquisibile con i nostri sensi o con l’estensione degli stessi (strumenti vari: microscopi, telescopi, e via discorrendo) non è l’unica realtà e che esiste una realtà, altrettanto reale, che è quel mondo del «sapere assoluto», riguardo al quale noi possiamo essere etici, ossia possiamo soggiornare in prossimità.

Gwynfyd, in quanto luogo della prossimità, è una nostra realtà, non meno reale di quella che chiamiamo realtà in quanto mondo delle cose.

Cosa saremo quando, abbandonato il corpo materiale e sciolto anche il campo elettromagnetico che lo tiene aggregato, entreremo nel Cerchio della Felicità?

Cosa sono i corpi di luce, i corpi spirituali, i corpi di potenze dei quali parlano le tradizioni?

Possiamo ipotizzare la seguente risposta: “grumi di informazione cosciente”, “quanti di coscienza aggregati”, dotati di una propria individuale legge e di una propria modalità distintiva, residenti in un mondo fisico nel senso dell’accezione della physis come mostrarsi dell’archè: un mondo “immaginario” di luce virtuale, altrettanto esistente quanto quello materiale, in quanto la physis, come mostrarsi dell’arché è un mostrarsi sia nel mondo virtuale, sia nel mondo materiale e il mostrarsi ci riporta all’immagine.

In Gwynfyd saremo capaci di immaginare nell’immaginario e di collaborare all’immaginario. Da qui l’affermazione di essere capaci di poter essere in una condizione qualsiasi.

Interessante a questo proposito l’affermazione delle Triadi riguardo all’amore verso ogni essere e in particolare verso il Demiurgo, che agisce in Gwynfyd in quanto azione dell’’Oiw, ossia del Fondamento. Amore, nelle Triadi, è reso con Cariad, che è un volgersi verso, un chinarsi verso. L’amore come Cariad è un tendersi a, un volgersi verso: una tensione che, se reciproca, è relazione conoscitiva e creativa.

“Nel Śatapatha Brāhmana, scrive Roberto Calasso, “si legge: «Certamente gli dèi hanno un Sé gioioso; e questo, la conoscenza vera, appartiene agli dèi soltanto e di fatto chi sa questo non è un uomo ma uno degli dèi». La vera differenza tra dèi e umani non sta esclusivamente nell’immortalità che gli dèi hanno faticosamente conquistato e di cui sono gelosi. Sta in una specie singolare di conoscenza, che coincide con la gioiosa sorgente del fondo del Sé. La conoscenza ultima non è impossibile né immobile, ma somiglia al perenne riversarsi della pienezza nel mondo. Verso questa immagine converge il culto vedico della conoscenza”. [29]

Ecco Cariad: un riversarsi della pienezza nel mondo e una tensione degli esseri umani verso il fondamento del  Sé.

L’insieme delle riflessioni sin qui condotte ci richiama all’importanza del linguaggio archetipico e simbolico come chiave di accesso alla profondità dell’immaginazione, che pesca nell’inconscio e, pertanto dal Fondamento e che dal Fondamento estrae immagini che porta alla coscienza, in un processo conoscitivo che va oltre la realtà materiale e che è prossimità con il vasto mondo immaginario nel quale l’Olos, la Matrix, si incide.

Il linguaggio archetipico e simbolico è proprio della Massoneria, se ben intesa e non ridotta ad un club di pseudo eletti. E il linguaggio archetipico e simbolico, nel costante esercizio della conoscenza e, in particolare della conoscenza di se stessi, è la chiave, che è spezzata se la cerchiamo per dischiudere scrigni esteriori ed è integra, come un lampo di luce, che possiamo immaginare con il zigzagare del fulmine, se la cerchiamo, con Cariad, per dischiudere scrigni interiori.

© Silvano Danesi



[1] “Il soggiorno dell’uomo è il divino che è in lui”, M.Heiddeger, Lettere sull’umanesimo, cit. in Umberto Galimberti, Il tramonto dell’Occidente, Feltrinelli

[2] Umberto Galimberti, Il tramonto dell’Occidente, Feltrinelli

[3] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[4] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[5] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[6] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[7] Umberto Galimberti, Tramonto dell’Occidente, Feltrinelli

[8] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[9] Umberto galimberti, il Tramonto dell’Occidente, Feltrinelli

[10] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[11] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[12] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[13] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[14] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi Editore

[15] Fernando Ferroni e Antonio Masiero, La fisica oltre il modello standard,

[16] Eduard O. Wilson, “Le origini della creatività”, Cortina

[17] Bessel Van Der Kolk, “Il corpo accusa il colpo”, Cortina

[18] Eduard O. Wilson, “Le origini della creatività”, Cortina

[19] Karl Popper, Tutta la vita è risolvere problemi – Scritti sulla conoscenza , la storia e la politica, Rusconi

[20] Karl Popper, Tutta la vita è risolvere problemi – Scritti sulla conoscenza , la storia e la politica, Rusconi

[21] Karl Popper, Tutta la vita è risolvere problemi – Scritti sulla conoscenza , la storia e la politica, Rusconi

[22] Carl Gustav Jung, La sincronicità, Bollati Boringhieri

[23] Carl Gustav Jung, La sincronicità, Bollati Boringhieri

[24] Carl Gustav Jung, La sincronicità, Bollati Boringhieri

[25] Carl Gustav Jung, La sincronicità, Bollati Boringhieri

[26] Carl Gustav Jung, La sincronicità, Bollati Boringhieri

[27] Carl Gustav Jung, La sincronicità, Bollati Boringhieri

[28] Carl Gustav Jung, La sincronicità, Bollati Boringhieri

[29] Roberto Calasso, Ardore, Adelphi