” Êthos antropói daímon” (Eraclito, frammento b119). Poiché êthos significa “soggiorno”, Eraclito ci dice che l’essere umano soggiorna presso il divino e, in termini psicologici junghiani, che soggiorna presso il proprio daimon, il proprio Sé.

Il Maestro ha più di 7 anni perché ha oltrepassato il settimo gradino della scala iniziatica (vedi l’archetipo della scala come ponte tra terra e cielo); è un “risorto”, si è “risollevato” dal corpo terrestre al corpo celeste.

Due frasi sono significative a questo proposito: “Post fata resurgo”, ossia dopo che si è compiuto il fato mi risollevo e quella del matematico Jakob Bernoulli (1654-1705): “Aedem mutata resurgo”, ossia risorgo uguale eppur diversa, con evidente riferimento all’anima che, abbandonato il corpo, si risolleva e si mantiene uguale, seppur mutata (evidente ossimoro).

Il Maestro ha conosciuto se stesso e vive nei due mondi.

Oltre alla tradizione greca che ci ha consegnato i due aforismi. “Gnoti seauton” e ” Êthos antropói daímon”, altre due tradizioni, confluite in quella massonica, ci narrano della trasfigurazione del risorto: la tradizione egizia e quella druidica.

Il grado di Maestro, infatti, elaborato nel ‘600 da Elias Ashmole, vero e proprio crocevia umano delle tradizioni massonica, rosacroce e druidica e fondatore della Royal Society, introduce la leggenda sincretica di Hiram, il quale nulla ha a che fare con gli Hiram biblici, se non per l’omonimia.

La tradizione egizia

Nel Rituale di 2°Grado (Compagno d’Arte) si legge: “L’Architettura ebbe la sua culla in Egitto, paese originario della Libera Muratoria”.

Il percorso massonico, in forme velate, ripropone la ritualità osiriaca.

La morte rituale (Gabinetto di riflessione) evoca la morte del corpo materiale (Khat). Il Ba (anima) chiama l’ombra (Khaibit) fuori dalla tomba e la conduce alla porta della Duat (alla porta del Tempio). Nella Duat (Tempio) avvengono le prove e le purificazioni. Il morto è rinato come Apprendista e si rende conto, successivamente, come Compagno, di essere non solo un corpo, ma anche un’anima; si rende consapevole del rapporto corpo mente, del rapporto corpo anima e si appropria della conoscenza antica e degli strumenti per proseguire nel cammino della conoscenza, di se stesso e del mondo. Infine, approda alla condizione di Maestro, alla comprensione del corpo di resurrezione, l’Akh, una forma di esistenza trascendente e perfetta, la potenza ipostatizzata, quella che determina il destino degli esseri umani  risvegliati e li trasfigura.

Il Libro egizio degli inferi (Libro di ciò che è nella Duat) è la descrizione di un viaggio iniziatico mediante il quale si realizza lo stato di Akh, il «divino nell’umano», il «corpo di gloria», il «corpo di fiamma».

Il rituale contenuto nel Libro egizio degli inferi ci consegna la chiave della morte e della rinascita di Hiram, leggenda massonica chiaramente osiriaca in veste biblica, ossia della sua morte corporale (la carne si distacca dalle ossa) e della sua resurrezione (resurgo, mi rialzo) come corpo di fiamma, corpo di luce (la trasfigurazione).

Il Maestro è il trasfigurato, colui che ha riconosciuto il suo essere corpo di fiamma, Akh e che è, per questo, andato oltre la morte. Il Maestro è un Osiride giustificato.

L’assassinio di Hiram acquista il suo significato misterico del sacrificio dell’Uno, del Logos, dell’Archétécton, che si disperde nel molteplice, così come Dioniso lacerato o Osiride tagliato a pezzi.

La ricerca della tomba di Hiram ricorda la ricerca di Osiride da parte di Iside.

La tradizione druidica

La tradizione druidica transitata nella Massoneria attraverso i regni celtici scozzesi, ci consegna il concetto di Cerchio della felicità: Gwynfyd.

Gwynfyd è un Altromondo, un Aldilà in confronto ad Abred (il ciclo delle migrazioni terrene, ossia lo spazio-tempo o campo gravitazionale). Un Aldilà dove ci sono tutte le substantie o ipostasi viventi o qualitative, ossia dotate di qualia, ovvero degli aspetti qualitativi più che quantitativi dell’esperienza umana.

Gwynfyd è un mondo di essenze. Gwynfyd, che l’essere umano attraverserà, è un’altra dimensione; è un mondo di trasformazioni dove l’essere umano cambia la sua condizione in assenza di costrizioni, non ha un corpo materiale e non ha un impulso manifestativo, ossia non ha più l’impulso a entrare in un mondo spazio-temporale.

Nel Cerchio della Felicità l’essere umano si vede restituito l’Awen originario, ossia la sua essenza primigenia, l’amore originario e la memoria originaria e avrà la comprensione delle qualità del disordine e della morte, delle loro cause e del loro modo di agire e la volontà di sconfiggerli.

Uno degli aspetti più interessanti riguarda la conoscenza che viene conseguita in Gwynfyd e che si fonda sulla possibilità di transitare in tutte le condizioni della vita, di ricordarsi di tutte le disavventure e di poter essere in una condizione qualsiasi.

Gwynfyd appare qui come una dimensione sottile e incorporea che consente all’essenza umana di potersi immedesimare, per conoscere, in qualsiasi stato e condizione dell’esistenza.

Il concetto è ribadito nella Triade XLV dove l’essere umano può partecipare di ogni qualità, ma essere completo in una; può interpretare ogni Awen, ma eccellere in uno; può amare ogni essere vivente, ma sopra ogni cosa deve amare il Demiurgo, che viene definito come essere vivente, ossia informazione in azione: Duw, azione dell’Oiw o, in altri termini, Logos, azione dell’Arché. Il Demiurgo è [Triade XLVI] essere infinito in lui stesso, finito in rapporto al finito e co-unito con ogni stato dell’esistenza in Gwynfyd.  Ogni stato dell’esistenza in Gwynfyd è pertanto co-esistente con il Demiurgo.

Le Triadi ci consegnano poi alcuni elementi essenziali della condizione dell’essere umano in Gwynfyd.

L’essere umano ha un compito, un privilegio, ossia una sua legge individuale e un Awen, ossia il suo “soffio vitale”. L’essere umano, pertanto, in Gwynfyd è vivo e ha una propria individualità.

A conferma di questa fondamentale notizia le Triadi ci dicono che tre cose non avranno mai fine e dureranno in eterno nel Cerchio della Felicità: la forma, la qualità e l’utilità dell’esistenza.

L’esistenza dell’essere umano in Gwynfyd, pertanto, avrà una forma. Quale essa sia non è specificato, anche se altre tradizioni ci danno significative indicazioni riguardo a un corpo di luce, simbolicamente indicato di forma sferica, come l’anima mundi. Nella simbologia antica l’uomo spirituale è rotundum e l’anima ha forma sferica. Cerchio e sfera sono archetipi della completezza.

La qualità dell’esistenza indica un’individualità e l’utilità ci richiama al concetto di compito. Gli esseri umani non sono nati a caso e la loro utilità rientra nel sistema. Non a caso, nella Triade XL l’esistenza in Gwynfyd presenta tre vantaggi: l’istruzione, la bellezza e il riposo, ossia il conoscere, il creare e il riposare dopo aver conosciuto e creato. Tre vantaggi propri di un demi-ergon, ossia di un collaboratore del Demi-ergon, del Demiurgo, di Duw o, in altri termini, del Logos.

La resurrezione nel corpo di luce

Il concetto di resurrezione, se collocato in ambito giudaico, meglio: farisaico, implica la resurrezione dei corpi. Tale concetto è transitato nella cultura cristiana delle origini, in un contesto apocalittico che presupponeva la fine dei giorni e l’avvento del Regno di Dio.

Giovanni (5,28) scrive: “…. Perché vien l’ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri, udranno la sua voce, e ne usciranno quelli che hanno operato il bene, risusciteranno alla vita; quelli invece che fecero il male, risusciteranno per la condanna”.

Giovanni (6,36). “Gesù dice…..«che io non perda niente di quanto egli mi ha dato, ma che lo resusciti nell’ultimo giorno»” e poi aggiunge che  chi crede in lui come Figlio del Padre lo resusciterà nell’ultimo giorno.

Marta, riferendosi a Lazzaro, dice (Giovanni 11, 24): “Lo so che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”.

E Lazzaro, del resto, nonostante Maria dica: “Signore già puzza, perché è di quattro giorni”, è resuscitato da Gesù. 

Risorge il corpo o risorge l’anima?

Paolo (Lettera ai Corinti) scrive. ” Ma qualcuno dirà: «Come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?». Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore. Quanto a ciò che semini, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo. Non tutti i corpi sono uguali: altro è quello degli uomini e altro quello degli animali; altro quello degli uccelli e altro quello dei pesci. Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, altro quello dei corpi terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle. Ogni stella infatti differisce da un’altra nello splendore. Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale. Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale. Sta scritto infatti che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo. Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste. Vi dico questo, o fratelli: carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che si corrompe può ereditare l’incorruttibilità. Ecco, io vi annuncio un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Essa infatti suonerà e i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d’immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata inghiottita nella vittoria”.

Non morte: metamorfosi. Il bruco diventa farfalla. Il corpo diventa anima. La morte corporale del Maestro fa risorgere il Maestro animico, la coscienza dell’Io lascia il posto alla coscienza del Sé, che è la coscienza della totalità.

Nella cultura greca non c’è il concetto di resurrezione dei corpi, ma quello di immortalità dell’anima.

L’Egitto ci consegna il concetto di “corpo di luce” e a supportare l’idea egizia della sopravvivenza del corpo di luce è il testo Per em Ra (Per salire alla luce), solitamente definito Libro dei morti, dove il defunto/iniziato, che afferma di “prendere forma di un Ba vivente”, dice: “Io sono lui, io sono Ra”. Ra è il sole, simbolo della luce che, nella sua epiclesi di Khepri (Ra del mattino), è colui che viene in esistenza. Sempre nel Per em Ra è scritto. “Io sono il Ba di Ra, uscito dal Nun, questo Ba del dio che ha creato Hu, il verbo”.

Nei Testi dei sarcofagi è espresso un concetto analogo: “Io sono Ra, uscito dal Nun, io sono l’Eterno, io sono colui che ha creato Hu, il verbo, io sono Hu, il verbo”.

Se il defunto/iniziato afferma di prendere la forma di un Ba vivente e le successive affermazioni riguardano luce e energia (vibrazione), è ipotizzabile che i testi citati confermino l’idea che dopo la morte del complesso costituente il corpo fisico, il Ba, ossia la presenza dell’essenza dell’intelligenza suprema nell’essere umano, continui ad esistere in altra forma o dimensione.

Nel Corpus Hermeticum una delle conseguenze della consapevolezza di non essere solo corpo mortale è la rinascita o palingenesi dell’anima, rivelata al figlio di Ermete, che consiste nel “non mostrarsi più nella forma del corpo a tre dimensioni”, nel superare cioè il corpo fisico che “è lontano dalla generazione sostanziale” dissolubile e mortale, per entrare in un corpo “composto di potenze” che è indissolubile e immortale, divenendo nello stesso tempo consapevole di “essere dio e figlio dell’Uno”.

L’anima abbandonando il corpo mortale, entra in un corpo “composto di potenze”.

Negli Atti di Filippo (apocrifo del IV secolo) Gesù insegna: “Se non farete che il sotto divenga il sopra, che la destra divenga la sinistra, non entrerete nel regno, perché tutto l’universo è volto nel senso contrario e così ogni anima che è in esso”.

L’inversione è l’atto del volgersi dell’anima dal mondo sensibile a quello intelleggibile evocando la multidimensionalità, ossia il passaggio a un’altra dimensione.

Gustav Meyrink (Il volto verde) scrive: “Esiste anche un equinozio dello spirito, e la prima ora del tempo nuovo a cui mi riferisco ne è il punto culminante. In esso si raggiungerà l’equilibrio fra luce e tenebre. Da un millennio e più gli uomini hanno imparato a capire le leggi della natura e a servirsene. Fortunati coloro che hanno riconosciuto e compreso il senso di questo lavoro, ossia il fatto che la legge interiore è identica a quella esterna, solo di un’ottava più alta: costoro sono chiamati a raccogliere la messe; gli altri invece resteranno schiavi che si spezzano la schiena sui campi; con la faccia rivolta alla terra. La chiave del dominio sulla natura interiore è arrugginita sin dal diluvio universale. Essa consiste nella veglia. Restare svegli è tutto”. [1]

La trasmutazione è un salto vibrazionale.

Questa immagine evoca il “corpo di luce” (l’akhu egizio), il “corpo celeste” (San Paolo) o un “corpo composto di potenze” (Corpus Hermeticum), ma anche il passaggio del morto/iniziato dei riti osiriaci dalla tomba alla giustificazione o il transito dell’essere umano descritto nelle Triadi bardiche, il cui germe è giunto in Abred (cerchio delle migrazioni, ossia la realtà terrestre) da Ceugant (il cerchio vuoto origine del tutto), in Gwynffydd (il mondo bianco).

Vibrazioni dell’Olos.

Il segreto di Hiram non è l’erudizione muratoria

Vitruvio (seconda metà del I sec. A.C) nel: “De Architettura” definisce l’arte costruttoria come una scienza che si è adornata di più dottrine e di varie erudizioni, “col sentimento delle quali giudica di tutte quelle opere che sono perfezionate dalle arti rimanenti. Ella nasce dall’esperienza non meno che dal raziocinio. L’esperienza è una riflessione continua e consumata sull’uso, la quale si perfeziona coll’operare sulla materia di qualunque genere, e necessaria giusta l’idea del disegno. Il raziocinio poi è quello che può dimostrare le cose fabbricate, e manifestarle con prontezza, e con le ragioni della proporzione. Per lo che quegli Architetti che illetterati hanno tentato di operare sulla materia, non hanno potuto arrecare tanto di credito alle loro fatiche, sì che ne acquistassero fama; e quelli poi che nel raziocinio e nelle sole lettere sonosi fidati, l’ombra, non già la cosa, sembra che abbiano seguitata. Ma quelli che fondatamente appresero l’una e l’altra, come uomini provveduti d’ogni sorta d’armi, sono giunti assai più presto a conseguire con riputazione il loro intento. Gonciossiachè in tutte le cose, e soprattutto nell’Architettura, sonovi due parti: la cosa significata cioè, e quella che è significante. La cosa significata è quella di cui si tratta: quella che è poi significante si è la dimostrazione svolta colle ragioni delle dottrine. Sicché sembra che esser debba nell’una e nell’altra parte esercitato chi fa professione di Architetto. Quindi bisogna che egli sia uomo di talento, e riflessivo nella dottrina: perciocché né talento senza disciplina, né disciplina senza talento non possono rendere perfetto un’artefice. Sia perciò egli letterato, esperto nel disegno, erudito nella geometria, e non ignorante d’ottica, istruito nell’aritmetica, siangli note non poche istorie, abbia udito con diligenza i filosofi, sappia di musica, non ignori la medicina, abbia cognizione delle leggi dei giurisprudenti, intenda l’astronomia e i moti del cielo …”. [2]

E’ questo l’architetto che i tre inconsapevoli compagni ritengono possessore di un segreto che permetterebbe loro, se conosciuto, di accedere alla maestria?

Se rimaniamo nell’ambito della superficiale interpretazione dei rituali, per la quale l’Apprendista e il Compagno sono giunti alle soglie della maestria con il lavoro del dirozzamento della pietra grezza, apprendendo tutte le arti e avendo, con l’esperienza del lavoro di Loggia, affinate le loro capacità, comprendiamo ben poco e ci poniamo nell’ambito  di chi colloca il segreto nell’arte muratoria, di un architetto, sia pure di vaste conoscenze e di consolidata esperienza.

I tre Compagni, se inconsapevoli, credono di rapportarsi all’architetto di Vitruvio, ma quello che uccidono non è il vitruviano maestro dei costruttori; è l’incarnazione dell’árchetécton, ossia il leggendario Hiram.

Se consapevoli, ossia se hanno ben compreso di essere non solo corpo, ma anche anima, sanno che l’architetto resuscitato, ossia rialzato, è Hiram, simbolo incarnato dell’árchetécton, il Primo Artefice, l’Architetto dell’Universo, così identificato per la prima volta nel Timeo di Platone.

Il Creatore, nel Timeo, viene chiamato tékton, che significa «artigiano» o costruttore» e secondo Platone, l’árchetékton costruisce il cosmo per mezzo della geometria.

Architetto è termine di origine greca: ἀρχιτέκτων(pronuncia architéktōn), parola composta dai termini ἀρχη (árche) e τέκτων (técton) che significa “ingegnere”, “capo costruttore”, “primo artefice” o proprio “architetto”.

Il primo termine, ἀρχη, connesso con ἀρχειν (árchein), “principiare”, “comandare”, esprime in greco antico il significato di “impresa”, “partenza”, “origine”, fondazione” o “guida”.

Introdotto da Anassimandro, ἀρχη trova nella Metafisica di Aristotele la sua prima completa definizione. Aristotele distingue almeno sei accezioni del termine, riconducibili ai due significati principali di ἀρχη, ossia primo per importanza o primo in ordine temporale. Quando primato valoriale e primato temporale coincidono, ἀρχη esprime la divinità come massimo valore e causa prima di tutte le cose.

Il secondo termine, τέκτων (técton), richiama diversi significati, tra i quali “inventare”, “creare”, “plasmare”, “costruire”: il fare tecnico e il fare manuale.  L’unione dei due termini in ἀρχιτέκτων la troviamo per la prima volta da Erodoto (Storie) e vuole indicare chi provveda a dar norma razionale alla costruzione di alcunché: dal caos l’ordine, il cosmo.

In questo senso l’árchetécton è cosmocrator.

Nella sostanziale differenza tra i due architetti risiede la chiave di comprensione del passaggio di stato tra il Compagno e il Maestro, il quale si rivolge al divino, nel suo lato illuminato e manifesto e nel suo lato oscuro, in quanto lo svelarsi della divinità né evidenzia solo una parte, quella illuminata dall’árchetécton, mentre rimane sconosciuta la parte oscura, l’árche.

Il segreto di Hiram, ossia del Logos, non è pertanto un segreto di mestiere, di arte, di abilità; è il segreto della manifestazione (della Parola creatrice), al quale si accompagna il segreto del lato oscuro (scotia), che egli solo sa cogliere, in quanto è in Árché presso se stesso, essendo se stesso (prima parte del Prologo del Vangelo di Giovanni).

Del tutto vano è il tentativo dei compagni di strappargli il segreto, in quanto quel segreto non rientra nella conoscenza delle cose umane, ma in quella delle cose divine.

© Silvano Danesi


[1] Gustav Meyrink, Il Volto verde, Adelphi

[2] Vitruvio, De Architettura