Alla fine di marzo di quest’anno ho avuto il piacere e il grandissimo onore di partecipare al convegno svoltosi nella splendida cornice del Palazzo Serra di Cassano in quel di Napoli sul tema “Una scienza dell’anima”. In questa occasione vorrei cominciare a cercare di sintetizzare le mille riflessioni che le eccezionali presentazioni alle quali ho assistito hanno fatto scaturire. Mille spunti di riflessione, tutti relazionati tra loro. In particolare vorrei partire da una profonda citazione proposta dal famoso fisico teorico Fabio Truc durante la sua magistrale esposizione, a proposito della coscienza.

L’assunto che più ha catturato la mia attenzione era relativo alla fisica quantistica, secondo la quale ciascun evento diviene reale (cioè collassa la corrispondente funzione d’onda che lo descrive) quando viene osservato. Ma l’atto di osservare è di per sé un atto cosciente, perché l’osservatore decide di osservare, o comunque ad ogni modo ne è cosciente.

Negli ambiti di applicazione della meccanica quantistica, ricordava il Prof. Truc, non esiste la materia senza osservatore, dunque senza coscienza. “In questo senso” – affermava –  “l’universo sarebbe più simile a un grande pensiero, piuttosto che a una grande macchina”. Dunque sarebbe la propria coscienza che “crea” l’universo, nel senso che lo rende percepibile come reale.

Si riferiva in quella citazione alla teoria, per ora tutta da dimostrare, proposta da David Chalmers, un filosofo australiano appartenente all’area analitica che si interessa soprattutto di coscienza. Secondo quella teoria, la coscienza, posto che finora questo è tema che scappa a qualunque precisa definizione scientifica circa il suo relativo “perché”, varrebbe la pena considerarla come fosse una caratteristica fondamentale dell’universo, così come la gravità o l’elettromagnetismo. Se questo si prendesse in considerazione, allora “qualunque cosa nel nostro universo sarebbe dotata di coscienza, addirittura anche protoni e neutroni ne avrebbero una, sebbene molto minore rispetto a quella delle forme più evolute”, ricordava il Prof. Truc nella sua presentazione. Secondo Chalmers, ogni minuscolo elementare contributo di coscienza si combina con tutti gli altri dando vita su scala macroscopica alle emozioni, al pensiero, agli stati di coscienza più complessi.

Da mesi sto rielaborando quella possibile definizione dell’universo come “composto da frammenti di coscienza… […] che, se strutturati, producono pensiero… […]. Dunque anche la coscienza si evolve.” Personalmente – non so quanto in maniera corretta – ho interpretato in primo luogo l’idea di “frammenti di coscienza” come una specie di “unità elementari di coscienza”, ovvero la loro minima porzione possibile. Azzardo dunque la possibilità di tornare a definirne il frammento parafrasando altri contesti, come un “quanto” di coscienza, ovvero la sua più piccola parte definibile (mi perdoni Prof…!).

Il perché è presto detto: se tutto ha avuto origine dall’espansione del vuoto quantistico, allora anche la coscienza – sia quel che sia – se davvero fosse qualcosa di connaturato all’esistenza, può allora aver seguito la stessa logica.

Così come un elettrone, osservato o no (ovvero particella o sua corrispondente funzione d’onda) non può occupare livelli energetici intermedi agli stabiliti, allora mi son detto, probabilmente anche la coscienza potrebbe essere descritta in una logica simile, essendosi originata negli stessi istanti di creazione di tutto l’esistente, quando la realtà rispondeva alle originali (e per me ostiche quanto stravaganti ma al contempo affascinanti) leggi della meccanica quantistica.

Anche secondo l’articolo pubblicato dal dr. Silvano Danesi circa la definizione e ricostruzione semantica del termine Ceugant (Ceugant, il cerchio vuoto dei Druidi e la coscienza dell’Olos), articolo incentrato sull’interpretazione delle opportune letture delle triadi bardiche, sul concetto di vuoto quantistico e sulla coscienza, queste dimensioni sono strettamente legate tra loro.

Per esempio, l’articolo cita la relazione simbolica tra cerchio (fondamento di informazione significante, il vuoto quantistico), il triangolo equiangolo inscritto (luce, splendore che stabilizza il corpo materiale), il quadrato inscritto nel triangolo (corpo materiale) e il cerchio interno (il sé).

È quella l’immagine simbolica della quadratura alchemica del cerchio, relazionata con la pietra filosofale.

Mi permetto notare che il cerchio esterno è anche molto simile al concetto fondamentale taoista ed anche al serpente egizio racchiuso su sé stesso, ovvero la rappresentazione dell’iniziale vuoto quantistico da cui tutto ha origine.

Per il mio connaturale modo di ragionare, mi piace però soffermare l’attenzione sul grande triangolo inscritto nella circonferenza maggiore, simbolo anche dell’Arché, l’informazione primordiale e formante che si relaziona ed agisce, come sottolineato in articoli precedenti, il quale inevitabilmente mi sospinge ad avventurarmi in un’altra possibile interpretazione: e se cambiassimo il punto di vista e capovolgessimo la struttura?

Quello stesso triangolo potrebbe rappresentare ora un utero femminile, la matrice, il femminino sacro, ovvero il mezzo fisico attraverso il quale le potenzialità essenziali del vuoto quantistico sono capaci di trasportare energia nella realtà dell’esistenza, la luce nella carne, ovvero nel cerchio inscritto nel quadrato, cioé il “sé” dell’essere individuale. Il processo alchemico è del resto una trasformazione da una sostanza ad un’altra, o meglio da una condizione iniziale ad una nuova, una trasformazione, una transmutazione. Cioè molto più profondamente, un processo di ricerca del fondamento.

La potenza simbolica di tutto ciò è straordinariamente impressionante ma non meno lo è la sua valenza propositiva: dobbiamo dedicarci a cercare in noi stessi quella “pietra” fondamentale, quell’elemento capace di provocare in noi una transmutazione.

L’articolo citava inoltre le ben note conversazioni tra Wolfgang Ernst Pauli e Carl Gustav Jung (fisica e psicologia). In quei dialoghi, Pauli e Jung concordavano sul fatto che materia e psiche devono intendersi come aspetti complementari della stessa realtà, entrambi fondati su principi comuni: gli archetipi. A corollario, ciò implica che gli archetipi appartengono a un dominio al di là di materia e psiche, in grado cioè di influire simultaneamente su entrambe.

Se ho capito bene, non esiste un inconscio individuale secondo Jung, quanto una specie di estrazione dall’inconscio collettivo di suoi elementi che, per essere percepiti ed interpretati, si presentano al “sé” nella loro valenza onirica, cioè attraverso i sogni.

Cedo alla tentazione di definire quelle parti elementari dell’inconscio collettivo per così dire “prelevati” a livello personale, come “grumi” di coscienza condensati nell’individualità contestualizzata che ne costituiscono una concretizzazione personale.

La tentazione di identificare questi “grumi” d’inconscio collettivo con i succitati quanti di coscienza è dunque fortissima, nel tentativo – mi si permetta la battuta – di chiudere il cerchio.

Allargando poi la riflessione su questa forma di trasferimento dell’informazione dall’inconscio collettivo al sé, potrebbe ciò avvenire anche attraverso altri stati di coscienza, non necessariamente dunque per mezzo dei sogni. Potrebbe essere vincolata a questa interpretazione anche ciò che chiamiamo meditazione, per porre un esempio, quando si verifica una specie di sospensione volontaria dell’attenzione dell’io cosciente.

Un altro esempio potrebbe riferirsi ai rituali degli antichi sciamani che, attraverso l’assunzione di determinate sostanze naturali come catalizzatori della percezione,  assumevano uno stato alterato di coscienza capace di rendergli raggiungibile l’altrimenti irraggiungibile. Potevano cioè, assumendo quella condizione, attraversare la sottile membrana che separa i due mondi, quello dei vivi (physis) e quello degli antepassati riuniti agli dei (vuoto quantico, l’origine del tutto, l’essenza).

Ad ogni modo quei frammenti di coscienza che costituiscono l’universo, ovvero quei quanti di coscienza, così intesi come fossero i mattoni elementari dell’inconscio collettivo, sarebbero allora assimilabili metaforicamente anche ad un altro tipo di elemento costitutivo elementare, con particolare riferimento alla propria materia barionica, cioè ai quark, ovvero a tutto ciò che costituisce l’universo osservabile (in natura esistono spontaneamente solo quelli di tipo UP e DOWN), ovvero l’altra faccia della medaglia.

Protoni e neutroni, costitutivi dei nuclei di qualunque atomo, per quanto ne sappiamo oggi sono il risultato dell’interazione di terne di quark. Anzi, il 2% della massa di un protone per fare un esempio, è dato dalla somma delle masse dei tre quark che lo compongono. Il restante 98% è dovuto all’interazione nucleare forte, le cui particelle bosoniche d’interazione sono i pesantissimi gluoni. In altri termini, quel rimanente ma preponderante 98% di massa è fatto di energia. Se pensiamo però per un attimo ai quark come ai mattoni elementari che costituiscono la materia, potremmo interpretarli come pixel della realtà. Quei fermioni sono le più piccole particelle conosciute che compongono la materia osservabile, al momento la nostra massima risoluzione d’indagine.

Non lascia pensare questo forse a quei mattoncini elementari come fossero pixel di un’immagine? Voglio dire, potrebbero essere intesi come pixel costitutivi di ogni osservazione, alla massima risoluzione a noi possibile oggi nel guardare e studiare l’universo – per l’appunto – osservabile.

Potremmo azzardare l’ipotesi – forse strampalata – che i cosiddetti quanti di coscienza siano i pixel che definiscono le immagini dell’inconscio collettivo, così come i quark lo sono dell’immagine dell’universo osservabile nel mondo cosciente?

E se fosse proprio la coscienza la componente finora indefinita che determina se e quando collassa la funzione d’onda?

E se fossimo gli inconsapevoli personaggi protagonisti di una enorme simulazione computerizzata in 4D, tipo Matrix, i cui pixel quadridimensionali osservati sono i quark e quelli non osservabili i supposti quanti di coscienza?

E se prendessimo sul serio l’abitudine a porci domande anche pazze come queste, per puro principio di precauzione? E se cioè ci soffermassimo sul come uscire dalla mitologica caverna platonica ponendoci domande, rendendo salda e inamovibile la decisa, ferma convinzione del possibile dubbio?

E se in forma cosciente (ovvero universale) cominciassimo cioè ad assumere la pillola rossa quotidianamente, magari a piccole dosi?