di Gianfranco Costa

Il nostro bellissimo globo terraqueo è ricco di antichissime costruzioni, alcune di esse datate, in quanto all’epoca della loro costruzione, ad alcune migliaia o decine di migliaia di anni fa. Sono tantissime le realizzazioni che lasciano stupiti al solo vederle. Datare resti archeologici fenici attorno a 2500 anni fa sembra oggi cosa normale, siamo abituati a gettare un occhio all’indietro per conoscere, ricostruire e studiare la nostra storia, o per lo meno molti di noi lo sono. E così ad altrettanti di noi sembra soddisfacente risalire all’epoca degli egizi, fino a più o meno 5500 anni fa, per ammirare le loro costruzioni e per cercare di interpretarne l’essenza simbolica, fino ad evocarne la valenza spirituale.

Allo stesso modo siamo convinti di sapere che quella sumerica è la più antica civilizzazione urbana nota, appare scontato riferirci a quell’epoca di 6000 anni fa in Mesopotamia come a una pietra miliare rispetto al proprio concetto di storia.

Per non parlare della preistoria, ovvero del periodo precedente alle più antiche forme di scrittura o anche delle innumerabili costruzioni megalitiche, caratterizzate dall’uso di dolmen (“tavole di pietra” in bretone) e  menhir (“pietra lunga”), sistemate spesso in forma di cromlech (“circoli di pietra”), dall’uso più che probabilmente rituale.

Non è solo questione di età, quelle antiche e archetipali costruzioni ci affascinano precisamente per il loro valore simbolico, capace intuitivamente di ripresentare – nel senso di tornare a rendere presente – la ragione della loro edificazione. E qui il legame con il cielo e con le stelle è più che evidente: la disciplina della archeoastronomia si dedica precisamente a mettere a fuoco l’utilizzo di molte di quelle antiche strutture a fini astronomici, una forma di sintetizzare l’intuizione iniziale secondo la quale siamo fatti di stelle, o meglio di elementi chimici prodotti dall’esplosione di chissà quali antiche supernove. Ma anche per prevedere molto più concretamente i periodi dell’anno più adatti alla semina e ai raccolti, alla previsione dell’approssimarsi del periodo delle piogge, una maniera insomma di ottimizzare gli sforzi per produrre cibo e sostentamento nella maniera più efficiente possibile.

Ma non è neanche solo questione di simbiosi con i ritmi ciclici della terra e di intuizione astronomica relazionata col divino, per mediare l’apparentemente incomprensibile con la percezione effettiva di sé. C’è anche un aspetto di catarsi intrinseca nell’esistenza di quei monumenti, nel senso aristotelico, mi riferisco alla capacità di liberare l’essere umano dagli elementi negativi dell’intorno per mezzo della realizzazione artistica.

Gestione delle linee di forza, catalizzatori di energie ancestralmente percepite e veri e propri strumenti terapeutici, attraverso i quali reimpostare equilibri scompensati dalle varie forme di disagio, non solo fisico. Alcuni arrivano ad ipotizzare la possibile funzione di una sorta di antichissimi portali astrali per interconnettere punti altrimenti infinitamente distanti tra loro, anche se qui ci si addentra nella sfera della supposizione più ardita e – finora – senza prove concludenti al riguardo. Fantascienza.

Insomma ci sembra di sapere ormai molto, ci sentiamo soddisfatti del livello di conoscenza acquisito, non solo dal punto di vista nozionistico ma, anche e soprattutto, essenziale. Pensiamo di aver colto il centro. Eppure rimane di fondo la domanda: ma come avranno fatto?

E se la presunta sicurezza, se tutto ciò fosse solo un’illusione, una presuntuosa l’illusione?

Questo senso di latente destabilizzazione, come di presa di coscienza della propria insicurezza mi pervade da qualche giorno, da quando ho cominciato a riflettere sul “come” di quelle strutture.

Ci sono alcune antiche installazioni, per esempio in America Meridionale, fatte con tecniche sinceramente incomprensibili per l’epoca. Pietre gigantesche, trasportate da luoghi distanti centinaia di chilometri, ciascuna del peso di svariate centinaia di tonnellate, incastrate tra loro in maniera spettacolare, con una tale precisione da impedire che passi un foglio di carta velina nelle varie fessure di prossimità disegnate ad incastro, non solo giustapposte. Oggigiorno, con le tecnologie estremamente avanzate a nostra disposizione, avremmo delle serie difficoltà a ripetere l’impresa. Il solo trasporto di masse di quelle dimensioni e densità ci costringerebbe ad usare risorse gigantesche, con la tecnologia dell’acciaio e del titanio e tutto questo solo per riuscire a spostarle.

Come hanno potuto farlo molte migliaia di anni fa, senza nemmeno energia elettrica?

Alcuni per giustificare tale incomprensibile evidenza arrivano ad ipotizzare l’intervento di civiltà aliene, l’unica apparente possibilità per spiegare logicamente l’incongruenza, cosa che tra l’altro, dal semplice punto di vista matematico (mi riferisco alla statistica in funzione dell’enorme numero di pianeti potenzialmente abitabili, alle enormi distanze e alla probabilità di un certo evento per potersi effettivamente realizzare) non sarebbe nemmeno tanto impossibile. Ma forse c’è un’altra possibilità, chissà altrettanto improbabile, se non addirittura di più.

Pochi giorni fa mi ha molto sorpreso la notizia relativa ad un eccezionale ritrovamento archeologico, del tutto inaspettato: ossa ed un cranio di Homo Sapiens in Marocco, a circa 150 km ad ovest di Marrakech.

La cosa non sarebbe di per sé tanto destabilizzante se non fosse perché il ritrovamento, avvenuto grazie al lavoro di una equipe internazionale diretta da Jean-Jacques Hublin dell’istituto Max Plank di Antropologia Evolutiva (Leipzig, Germania) e Abdelouaed Ben-Necer dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Patrimonio (Rabat) ha stabilito l’età di quei resti, ed è questo il lato sconvolgente del ritrovamento.

Le tecniche per la datazione di reperti antichi sono molte; la più conosciuta, relativa a resti organici, è quella che utilizza il carbonio 14, naturalmente presente nell’atmosfera ed assorbito attraverso la fotosintesi clorofilliana che lo rende presente nella catena alimentare. Consente di retrodatare reperti fino a 45.000-55.000 anni fa; altre tecniche permettono di risalire ad epoche molto più lontane ed è proprio grazie a queste che è stato possibile datare i reperti a un periodo compreso tra 300.000 e 350.000 anni fa.

Così che le nostre nozioni, supposizioni ed ipotesi rispetto a sumeri ed antichi egizi sembrano relegate all’immediato passato, per così dire: “solo” poche migliaia di anni.

Ma ora abbiamo le prove del fatto che l’umanità esiste e calca le scene di questo pianeta da più di 350.000 anni. È stato calcolato che poche decine di migliaia di anni potrebbero essere sufficienti a nascondere l’esistenza delle attuali vicende umane, figuriamoci cosa può essere successo in diverse centinaia di migliaia di anni. La nostra forma di pensare consueta ci convince che durante – appunto – diverse centinaia di migliaia di anni i nostri antichi predecessori fossero una specie di scimmie ottuse, capaci solo di spulciarsi placidamente tra i rami di frondosi alberi, senza alcuna scintilla di curiosità, ma se così non fosse?

Allora potrebbe essere possibile che altre civilizzazioni, sempre umane, si siano sviluppate e successivamente dissolte, che cioè ci abbiamo preceduti in tempi remotissimi, tanto distanti da risultare completamente dimenticate e cancellate dal trascorrere dei millenni ma capaci di tecnologie importanti, in grado cioè di realizzare quelle costruzioni “impossibili” che oggi ci lasciano senza fiato e, soprattutto, senza risposte.

Potrebbe essere che i supposti “alieni” non siano null’altro che umani evoluti, vissuti centinaia di migliaia di anni fa? Gente capace di fare allora cose che oggi possiamo solo sognare?

Potrebbe essere che il nostro è in realtà un pianeta delle scimmie, cioè l’habitat di una specie incapace di conoscere il suo lontano passato, sepolto ormai così profondamente nel tempo e nella memoria?

Potrebbe essere che in questo pianeta le scimmie siamo noi?