di Gianfranco Costa

Questa volta prendo spunto da due articoli recentemente pubblicati su questo stesso sito, entrambi a firma Silvano Danesi. A proposito del primo di questi, Il IX grado, lo Straniero, Stolkin, Seth e Gesù, ho riflettuto molto sul concetto di ”straniero”, così come viene presentato.

Circa l’altro invece, Dio e l’immortalità dell’anima nella riflessione massonica, vorrei soffermarmi sul concetto di “fondamento”, ovvero l’Archè. L’altro testo che sempre tengo a riferimento è uno dei capisaldi della mia personale formazione, il Tao della Fisica, scritto da Fritjov Capra nella sua prima edizione nel 1975 e proprio da lì vorrei cominciare questa mia riflessione.

La visione del mondo propria del misticismo più interiorizzato e la ricerca scientifica profonda a livello di fisica teorica, inevitabilmente si toccano vicendevolmente, seppure a volte con certa (comprensibile) ritrosia ad ammetterlo da entrambi i lati. Con idiomi molto diversi tra loro, sulla base di dati e posture spesso antitetiche, con premesse diametralmente opposte e in apparenza inconciliabili, sviluppano però e tentano di descrivere di fatto gli stessi temi. Il libro di cui sopra sottolinea spesso il momento cruciale, quando cioè la scienza iniziò a studiare gli atomi. Da lì in avanti la fisica fu costretta ad indagare cose al di fuori dell’esperienza sensoriale, cosa alla quale i mistici, per il contrario, sono peraltro abituati da sempre. In particolare, nel primo testo indicato a riferimento, leggo a proposito degli antichi miti che “… Queste definizioni sembrano poter essere oggi tradotte in termini di campo quantico, un vuoto brulicante di eventi che emergono e si annichilano. La tradizione riportata dai testi antichi e la fisica quantistica sembrano parlare la stessa lingua”. Precisamente.

Circa cosa in particolare ci affascina tentare di comprendere meccanismi e schemi di attuazione? Alcuni lo chiamano dio, altri anima, altri ancora spirito e via così; personalmente preferisco il termine “Criterio”, perché meglio modula secondo me i punti di vista spirituale e scientifico che poi così distanti tra loro, in effetti non sono. Di fatto è percepibile ed immaginabile come essenza, come origine in continua ripresentazione, capace di riproporre in essere tutto l’esistente. Osserviamo, riflettiamo, studiamo, ipotizziamo concretamente questo qualcosa totalmente altro come fosse esterno, come se non ci appartenesse e come se noi stessi non gli appartenessimo, con gli occhi di uno di fuori, uno straniero.

Sempre nel primo articolo citato, a proposito di un antico testo simbolico, si legge testualmente “Lo straniero è il Sé; è la parte interiore di Stolkin, colui che sa stare in silenzio, che conduce Stolkin a comprendere che chi ha ucciso Hiram (conoscenza, consapevolezza e conseguentemente conoscenza di sé stessi) è l’ignoranza della propria reale condizione ed è questo ‘ignorare’ quella parte di sé stesso che dorme in una caverna, come la nota caverna di Platone.

Diventare stranieri a sé stessi significa andare oltre, riconoscere la propria origine non terrestre, così come ci ricorda il mito dei popoli mesopotamici…”.

Vorrei interpretare il concetto di “diventare stranieri a sé stessi” con il termine “ricerca”, perché secondo me è precisamente questo ciò di cui si parla, il tentativo di incontrare ciò che ancora ci è ignoto ma che sappiamo esistere e che ci riguarda direttamente. In sostanza mi piace interpretarlo come un aprire la porta a quanto ci supera, pur essendo parte di noi stessi. È questa la fame che dobbiamo cercare di soddisfare, ciò che contraddistingue noi esseri umani curiosi: quella “fame” consiste nel tentativo di comprendere, per l’appunto attraverso la ricerca (interiore, scientifica, letteraria etc.), quanto avvertiamo come nostro e che pur tuttavia ci oltrepassa di gran lunga.

Nel secondo articolo, a proposito delle Costituzioni del pastore protestante Anderson (che ammetto non conoscere) si riporta questa serie di frasi: “… non sarà mai uno stupido ateo… Ma sebbene nei tempi antichi i Muratori fossero obbligati in ogni Paese ad essere della religione di tale Paese o Nazione, quale essa fosse, oggi peraltro si reputa più conveniente obbligarli soltanto a quella Religione nella quale tutti gli uomini convengono […] ossia essere uomini buoni e sinceri o uomini di onore e di onestà…”.

Nonostante io non faccia parte direttamente di alcuna realtà massonica, approfitto volentieri per sottolineare il mio personale intendimento di tale questione a seguito della lettura dell’articolo, che comunque mi riguarda in prima persona in quanto  interessato alla ricerca di significato: in sostanza ciò che ha importanza è il concetto di spiritualità piuttosto che di religione. Effettivamente, se fossi nato in medio oriente sarei musulmano o ebreo, se fossi nato altrove sarei buddista, animista, induista e così via. La mia lettura della frase “il concetto del divino come Grande Architetto dell’Universo” è proprio questo: il Criterio.

Però il criterio di cosa? Il criterio di esistenza di tutto l’esistente, il senso delle eterne leggi che regolano, creano e definiscono tutto l’esistente. Dato che di “unico vero dio” ne esistono tanti quante sono le religioni, concludo che o non è unico o non è dio. Dunque quello di cui ho bisogno non credo sia un’uniforme religiosa, una bandiera fatta di forma e precetti. Quello di cui sento di avere bisogno è riconnettere la mia stessa essenza in forma armonica con tutto l’esistente. Voglio essere una parte, cosciente di essere null’altro che una infinitesima parte, però connessa al Tutto. D’altro canto, nemmeno ho bisogno di sentirmi o di essere necessariamenteil ragno (… dominerai su tutto il creato…), perché sono cosciente di essere solo un filo della ragnatela. Nella semplicistica metafora, il ragno è il Criterio (chi vuole può chiamarlo dio), la ragnatela è l’universo.

Sempre a proposito dell’ateo l’articolo procede così: “… essendo abbandonato dagli dei, ossia dalle potenze dell’essere, che si mostrano come archetipi (il cui linguaggio è quello dei simboli), non essendo più capace di incontrarli in quanto incapace di rapportarsi ad essi, avendo perduto la chiave del loro linguaggio, l’essere umano è attonito, stordito, sbalordito, senza senso ed essendo senza senso è disorientato”. Precisamente di questo credo si tratti, di ritrovare il senso. Il senso dell’essenza.

Altra stupenda frase a riferimento: “Ma cos’è il senso? È il Logos”. Sono rimasto a riflettere su questa frase alcune ore. Quel Verbo costituisce l’essenza attiva del criterio. O meglio il Verbo è il Criterio che agisce, una parola che può agire, perché è informazione che si relaziona, un progetto che si mette in marcia. Siccome poi ogni cosa è parte del tutto, sta nel tutto ed è fatta del tutto, in ogni cosa è possibile scoprire il Verbo, in ogni cosa è possibile scoprire il senso. Allora si potrebbe riassumere dicendo che il senso è l’essenza, la costituisce. In altri termini, il senso del criterio è lo stesso criterio. Ancora una volta, tornano i concetti di ricorsione e di “frattale” (in ogni dettaglio c’è il tutto).

In questo senso si interpreta chiaramente l’espressione “il Logos come azione dell’Arché”. Il Verbo è l’essenza, l’Origine che agisce. Per questo è in principio, cioè prima della stessa creazione, cosa che gli conferisce la potenzialità di progetto. Esiste un Criterio che, messo in marcia, agisce e crea. Questo ricorda molto lo schema delle frasi che in Genesi descrivono la creazione: “… e Dio disse… e luce fu…”, dunque ciò che crea è la parola, il Verbo.

Qui a margine individuo in parentesi una delle più grandi responsabilità che ci competono come esseri viventi consapevoli di essere tali: l’uso che facciamo delle parole, perché queste creano ciò che significano, sono delle rappresentazioni simboliche a loro volta, di concetti più o meno complicati ma comunque simboli. Così l’attenzione che dobbiamo avere rispetto all’educazione ai simboli è la stessa che dovremmo avere nei confronti del linguaggio.

Se dunque si tratta di rendersi stranieri a sé stessi per cogliere il senso del criterio originale in azione, allora possiamo dire in sintesi che tutto si riconduce ad una ricerca di senso.

Chissà potremmo allora dire che ricercare l’essenza dell’esistente non consiste nel conformarsi a nessuna religione in particolare, quanto piuttosto a studiare con trasporto e passione il nostro proprio limite, questo sì, per x che tende a infinito.