Premessa necessaria: «Il gioco dei Trionfi – come scrive Giordano Berti – nacque verso il 1430, forse alla corte di Filippo Maria Visconti, e fu il prodotto di una cultura aristocratica tipica delle corti padane. Questo gioco fu il risultato della mescolanza di cinquantasei carte comuni con un insieme di figure educative, vale a dire allegorie a sfondo etico e morale, raccolte da opere enciclopediche, letterarie e religiose risalenti al secolo precedente». [i]

I Tarocchi, secondo Gerard Van Rijnberk, sono un gioco di origine italiana nato verso la fine del Medioevo.

L’invenzione del gioco dei Trionfi, successivamente denominati Tarocchi, si deve in gran parte alla passione per il gioco delle carte del duca di Milano Filippo Maria Visconti, per il quale fu realizzato il mazzo Visconti tra 1442 e 1447, i cui semi sono: Coppe, Spade, Denari e Lance (al posto dei successivi bastoni).

Il Mazzo Brambilla (Pinacoteca di Brera) è coevo di quello del Visconti ed è opera, così come quelli del Visconti, del pittore bresciano Bonifacio Bembo.

Il Mazzo denominato Mantegna, realizzato a Ferrara o in una città del Veneto nel 1465, rappresenta una sintesi dell’enciclopedismo tardo medievale e, al contempo, un gioco di memoria.

Alla stessa epoca appartengono i Tarocchi Grigonneur, dal nome dell’incisore a cui li commissionò Carlo VI di Francia.

I Tarocchi Sola-Busca (datazione tra il 1470 e gli inizi del Cinquecento), recentemente acquisiti dalla Pinacoteca di Brera, costituiscono un interessante spaccato della cultura ermetico-alchemica tra Marche e Veneto alla fine del Quattrocento. Dipinti da Nicola di maestro Antonio, figlio del pittore fiorentino Antonio di Domenico, i Tarocchi Sola-Busca offrono un’iconografia ermetica testimone di un interesse risvegliato dai codici attribuiti a Ermete Trismegisto (1458, in possesso del cardinal Bessarione e 1459, in possesso di Cosimo de Medici),  tradotti da Marsilio Ficino e di una mai del tutto obnubilata cultura alchemica, come del resto dimostrano gli scritti di Alessandro Magno, Tommaso d’Aquino, Ruggero Bacone e di molti alchimisti minori, tra i quali alcuni di grande interesse nell’area lombardo-veneta, con un punto significativo di incontro sul Lago di Iseo.

Sin qui i dati essenziali a collocare i Tarocchi nella storia e nella cultura dell’Italia umanistica e rinascimentale dove sono nati.

In questa riflessione mi occupo della lama dei Tarocchi denominata la Torre o, non a caso, la Maison de Dieu, che contiene una simbologia complessa e, come sempre accade con il linguaggio iniziatico, prevede più piani di lettura.

I Tarocchi linguaggio iniziatico

Un’interpretazione possibile e coerente con la nascita dei Tarocchi li collega ai Fedeli d’Amore e la Maison Dieu, o la Torre, in questo approccio ermeneutico, è in perfetta linea con l’idea della Sapienza divina (la Donna, il Fiore) custodita e messa al riparo delle falsificazioni del Potere delle Chiavi. La Torre, pertanto, è la casa della Sapienza divina.

Una significativa testimonianza del fatto che i Tarocchi, sotto le pubbliche spoglie del gioco delle carte, sia per divertimento, sia per edificazione morale, nascondessero un linguaggio iniziatico, ci è proposta da Italo Calvino nel racconto: “Il castello dei destini incrociati” (Einaudi).

Nel racconto un viaggiatore attraversa una foresta in mezzo alla quale c’è un castello trasformato dai due castellani in una locanda. Il viaggiatore è accolto ed entra in una sala dove gli altri viaggiatori stanno pranzando e, quando tenta di chiedere qualcosa ad un commensale, si rende conto di essere, come lui, muto.

Nella sala si parla a gesti e le persone per raccontare le loro storie e, più in generale, per comunicare, usano i Tarocchi nella loro completezza di 52 carte: arcani minori e maggiori.

Non entro nel merito della simbologia proposta da Italo Calvino, che merita una trattazione a parte, ma il racconto ci dice chiaramente che i Tarocchi sono un linguaggio iniziatico.

Un altro indizio interessante è costituito dalla letteratura emblematica composta da immagini edificanti, abbinate ad esempi morali edificanti. La pittura è una forma muta (come i personaggi di Calvino) di poesia e il libro emblematico si rivolge sia agli occhi, sia all’intelletto.

Il fine della letteratura emblematica era quello dell’ammaestramento morale per i giovani, servendosi di favole che piacessero al lettore e che potessero istruirlo: la memorizzazione delle immagini doveva favorire la memorizzazione degli esempi morali.

Nata nel Cinquecento come interpretazione moderna dei geroglifici egiziani, scrittura cifrata in cui si credono riposti misteri sapienziali, la moda emblematica ispira la decorazione di medaglie, monete, colonne, archi trionfali, appartamenti.

La letteratura emblematica, così come i Tarocchi, trae ispirazione da Francesco Petrarca, il quale, tra il 1352 e il 1374, compone i Triumphi, rime spesso affiancate da illustrazioni mimate, molto simili ad alcune carte da gioco dei Trionfi. I Triumphi petrarcheschi si distinguono in:

Trionfo dell’amore: Amanti.

Trionfo della castità:  Temperanza.

Trionfo della morte: Morte.

Trionfo della fama: Giudizio

Trionfo del tempo: Eremita.

Trionfo dell’Eternità: Mondo.

Francesco Petrarca, come Dante e Boccaccio, era un Fedele d’Amore.

La Torre e la scacchiera in Chretien de Troyes e nella tradizione celtica

Un’ulteriore conferma della validità di questo approccio ermeneutico è contenuta nei testi di Chretien de Troyes (1130-1191) che, come ho tentato di  dimostrare nel mio: “I Fedeli d’Amore alla corte di Artù”, era un Fedele d’Amore, essendo i Fedeli d’Amore una corrente iniziatica strutturatasi alla corte di Federico II di Svevia (1194-1250), ma figlia dei trovatori e, pertanto, della tradizione basca e celtica dei bardi (il primo troubadour fu lo zio di Eleonora d’Aquitania (1122-1204). Chretien de Troyes scrisse i suoi romanzi alla corte di Maria, figlia di Eleonora.

Nel Perceval Galvano entra in un castello e incontra una damigella che dimora in una torre. “Si mettono a ragionar d’amore, ma, se avessero parlato d’altro che sciocchezze avrebbero detto! Messer Galvano la prega d’amore e dice che sarà suo cavaliere tutta la vita. Ella non lo rifiuta e glielo accorda volentieri”. Galvano deve combattere per lei contro degli oppositori che la damigella chiama villani; ha alla cintura la spada Escalibur ma non ha scudo e usa come scudo una scacchiera. La damigella usa gli scacchi per lapidare gli assalitori.

La divina Sapienza è ben custodita e difesa. A minacciarla sono i villani (la gente grossa) che sono contrastati e sconfitti con gli strumenti della conoscenza: gli scacchi e la scacchiera. Il giuoco degli scacchi è, infatti, il giuoco della Sapienza.

Ne è testimonianza la tradizione celtica.

Lugh, la più importante divinità maschile celtica, presentandosi a Teamhair (Tara), il centro sacro d’Irlanda, dove non può entrare chi è senz’arte, dice al guardiano di essere esperto in tutte le arti (Ildánach, Maestro di tutte le arti) e viene messo da Nuada (l’equivalente del Re Pescatore del ciclo arturiano) alla prova della scacchiera e avendo vinto tutte le partite gli viene concesso di sedersi sullo “Scranno della conoscenza”.     

Un nome celtico del gioco che avviene sulla scacchiera (per inciso simbolo antico della Dea e della filosofia druidica, che si muove tra il bianco e il nero, tra il lato chiaro e quello oscuro della realtà) è il Brandubb, la “scacchiera della gioia”, riferito a Bran, la cui testa vaticina.

Goll, uno dei Fianna (i bianchi guerrieri iniziati del Celti), possiede una scacchiera di nome Salustairtech (oggetto scintillante), che dopo la sua morte viene sepolta a Slieve Baune.

Nella basca Biscaglia c’è la Danza della cantiniera. La cantiniera nasconde l’Andere, la signora, la regina. Questa “danza comporta per sé un mistero nella composizione dei ballerini, i quali sembrano rappresentare i pezzi fondamentali della scacchiera. Sono, oltre alla regina-cantiniera, il cavaliere con la sua coperta da cavallo, l’alfiere, in certi casi una palla all’estremità di una cordicella (in alta Navarra), un probabile rappresentante della Torre, il re, che spesso porta una bandiera”. [ii] 

La scacchiera e il gioco degli scacchi appartengono a Lugh, il Luminoso, detto il Politecnico e contemporaneamente alla Dea.[iii] Nella torre il maschile e il femminile agiscono di nuovo uniti, come era al tempo della Grande Dea Madre Universale e del suo paredro e figlio Lugh.

Lancillotto cerca la regina che è stata rapita e la trova ben custodita in una torre da Baudemagu che ha come figlio Meleagant. Grazie all’intervento di Lancillotto la regina è liberata.

Lancillotto è a sua volta rinchiuso in una torre che è nei pressi di Gorre e ha come unica apertura una finestrella ed è liberato dalla figlia di Baudemagu.

Baudemagu è l’equivalente di Baeddan che troviamo nel racconto Culhwuc e Olwen della letteratura celtica. Baeddan e suo figlio Maelwys sono tra i molti personaggi mitologici ai quali Culhwuc si rivolge chiedendo il dono di avere in sposa Olwen. Baeddan significa verro e Maelwys significa nobile cinghiale.

La regina, ossia la Sapienza, è oggetto di custodia e di disputa intellettuale tra Druidi, essendo il maiale o il cinghiale l’animale simbolo del Druida.

Nel Cligés Fenice, grazie alle arti magiche della sua nutrice e di Giovanni, l’artigiano onniscente, dopo aver simulato la morte vive in una torre costruita appositamente da Giovanni e della quale egli solo conosce le modalità per entrare e uscire.

La presenza di Giovanni, oltre ad attestare che l’antica conoscenza non è perduta, testimonia del fatto che essa è custodita.

“Fuori dalla città, in un luogo appartato, Giovanni aveva fatto costruire una torre a cui aveva lavorato con grande talento. ….. questa torre è bella e confortevole e, sottoterra, vasta …. “.

Un indizio? Il rifugio degli antichi iniziati è sotto terra, ossia si è nascosto per non essere sottoposto all’imperio della cultura dominante? Oppure esiste una setta segreta che custodisce l’antica conoscenza? Una conoscenza segreta la cui accessibilità è affidata a Giovanni? C’è, infatti, un punto, nel Cligès, dove Giovanni indica una porta segreta nel muro, invisibile e apribile solo a chi la sa riconoscere. 

Qui Chrétien de Troyes ci induce a pensare ad un possibile collegamento anche con la corrente cristiana giovannita.

Nel Cligés, il principe si reca con il fido Giovanni al cimitero ove è sepolta Fenice. I due aprono il sarcofago e lo portano nella camera sotterranea di una torre dove Fenice, che era stata drogata per simularne la morte, vive separata dal mondo. Un mattino Fenice, che vive nella torre, sente cantare l’usignolo e vuole mettersi in un verziere. Giovanni, che è anche il curatore del verziere, apre una porta che nessun altro potrebbe aprire e Fenice e Cligés possono entrare in un verziere al centro del quale c’è un albero carico di fiori che ha forma di un pergolato. Fenice non desidera altra dimora. Un cavaliere in cerca del suo sparviero vede Cligés e Fenice che dormono nudi sotto l’albero.

L’immagine che ci fornisce Chrétien è chiaramente un riferimento all’Eden, al Paradiso, che in chiave cabalistica è il Pardes, ossia, in lingua ebraica consonantica il prds, acronimo di peshad (superficie), remez (allusione, allegoria), derash (significato comparativo) e sod (mistero, ispirazione, rivelazione). Il Pardes, dal significato di giardino, frutteto, nasconde un processo iniziatico che conduce da una lettura diretta e superficiale all’ispirazione del mystes. Sono i quattro livelli che Dante indica nel Convivio: letterale, allegorico, morale e anagogico.

Fenice è simbolo di una conoscenza nascosta e custodita, ma pronta a riemergere al richiamo del tempo propizio (l’usignolo).

Infine, nel gioco degli scacchi, il re, che era concepito come re sacro, si arrocca, ossia di difende dagli attacchi coprendosi con la torre.

La Maison Dieu e la Torre di Babele

Una possibile interpretazione ulteriore riguarda il parallelo possibile con la Torre di Babele, come ben mostrano le immagini e riguarda uno degli aspetti più significativi e caratterizzanti dell’essere umano, ossia il linguaggio: “una combinazione infinita di parole – scrive in proposito Edward O. Wilson – traducibili in simboli e (questa è la parte importante) scelta arbitrariamente per trarne significati”[iv], poiché, come afferma Bessel Van Der Kolk, “gli esseri umani sono creature che creano significati”. [v]

“Homo sapiens – aggiunge Wilson – è l’unica specie superstite dotata di intelligenza simbolica”. [vi]

L’essere umano è un essere pensante, che crea significati, ma la sua mente immagina, ossia conosce per immagini, e qualsiasi concetto viene tradotto in un’immagine, in un simbolo, in una metafora, ossia in un linguaggio traslato. Le metafore “liberano l’immaginazione” e “permettono di ampliare infinitamente il linguaggio e le idee che definisce”. [vii]

Il processo cognitivo, spiegano Edoardo Boncinelli e Antonio Ereditato è generare un’immagine mentale della realtà. Quello degli esseri umani è, affermano ancora Boncinelli e Ereditato, “un cervello capace di comprendere la realtà producendo modelli interpretativi”. [viii]

E’ del tutto evidente che i Tarocchi, immagini simboliche, si prestano magistralmente ad essere strumenti di comunicazione per Homo Sapiens dotato di intelligenza simbolica.

La Torre di Babele è solitamente identificata con la dispersione delle lingue, in una logica punitiva dell’essere umano che aveva avuto l’ardire di salire troppo in alto, ma come sempre il mito si presta a letture stratificate. La Torre di Babele, ossia di Babilonia, era la grandissima ziqqurat Etemenanki, costruita nel II millennio a.C. e dedicata al dio Marduk: una casa di dio, quindi, vera e propria, secondo la tradizione mesopotamica: Maison Dieu.

In Genesi (11,1-9) gli Ebrei ne fecero il simbolo della tracotanza umana, punita da Dio: «Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra».

La Torre, come quella di Babele, nell’iconografia che la riguarda, viene colpita da un fulmine, ossia dalla luce e da un soffio.

Lampi e tuoni o luce e spirito? Anime e uomini, frattali dell’Uno Tutto.

La luce è il Logos e la parola è soffio, il soffio divino, ancora il Logos, che estrae, separa e disperde le psichè degli esseri umani dalla Psichè originaria la quale, come afferma Eraclito, è Arché, principio. Eraclito, infatti, secondo Aristotele, affermava che il principio primo, Arché, l’esalazione da cui prende forma ogni altra cosa, è la Psiché.

Il soffio, ioé, è il seme, che ha respiro e la dinamis del seme, afferma Democrito, è pneumatica.

Psichein è soffiare e il soffio, che è anche parola dell’Archè, dà luogo al molteplice, che dell’Uno Tutto è un frattale, i cui pezzi cadono al suolo, ossia sulla terra.

Le anime dei Tarocchi cadono al suolo e assumono forme umane.

Ogni pezzo, in una logica olografica, contiene l’informazione del tutto, così come la pischè umana contiene l’informazione della Psiché-Arché. “È vero senza menzogna, certo e verissimo, che ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli di una sola cosa”. (Tavola smeraldina).

C’è un’antica storia indiana riguardante il dio Brahma. Non esisteva nulla eccetto Brahma, il quale si annoiava. Voleva giocare, ma non c’era nessuno con cui farlo. Perciò creò Maya,una  bellissima dea. Le spiegò il motivo per cui l’aveva creata e Maya disse: “Va bene, faremo un gioco bellissimo, ma tu devi fare ciò che chi dirò”. Brama acconsentì, e seguendo le istruzioni della dea creò il cielo, le stelle, la luna, i pianeti e l’intero universo. Poi creò la vita sulla terra: gli animali, l’atmosfera, gli oceani, tutto.

Maya disse: “Com’è bello questo mondo di illusione. Ora dovresti creare un animale tanto intelligente e consapevole da poter apprezzare la tua creazione”.

Allora Brahma creò gli esseri umani, e quando ebbe terminato chiese a Maya quando sarebbe iniziato il gioco. “Inizieremo adesso”, rispose lei. Prese Brahma, lo tagliò in pezzettini minuscoli e ne mise uno dentro ogni essere umano. Poi disse: “Ora comincia il gioco! Ti farò dimenticare chi sei e dovrai cercare di ritrovarti”. Maya creò il sogno e ancora oggi Brahma sta cercando di ricordare se stesso. Si trova dentro ciascuno di noi e Maya ci impedisce di ricordare chi siamo.

Ri-accordare, ri-al-cor-dare

Per ricordare è necessario ri-accordare, ri-al-cor-dare.

Per molti popoli il cuore era la sede della coscienza e dell’intelligenza e il luogo ove risiedeva il Sé individuale che è in collegamento con il Sé universale. Per ri-accordare il Sé individuale con il Sé universale (Atman-Brahman) è necessario essere Fedeli d’Amore, ossia, amanti della conoscenza con l’intento rivolto alla Sapienza, la quale è racchiusa nella Torre per difenderla dalla gente grossa e dal Potere delle Chiavi, ma è disponibile ad abbracciare il suo amante in un fresco e vitale verziere. 

©Silvano Danesi


[i] Giordano Berti, Storia dei Tarocchi, Oscar Mondandori

[ii] Louis Charpentier, Il mistero basco, Edizioni Età dell’Acquario.

[iii] Vedi in proposito gli studi di Marija Gimbutas e di Margherite Reimscneider

[iv] Edward O. Wilson, Le origini della creatività, Cortina

[v] Bessel Van Der Kolk, Il corpo accusa il colpo, Cortina

[vi] Edward O. Wilson, Le origini della creatività, Cortina

[vii] Edward O. Wilson, Le origini della creatività, Cortina

[viii] Edoardo Boncinelli-Antonio Ereditato, Il cosmo nella mente, Il saggiatore