Obsucurum per osbcurius, ignotum per ignotitius

di Lux Rox

Premessa

Marie-Louis von Franz, nel suo saggio su Il Processo di inviduazione pubblicato nell’ Uomo e i suoi Simboli (C. G. Jung, 1964) dettaglia, fase per fase, il processo con il quale l’uomo porta ad esistenza la propria innata natura umana. Secondo Jung tale processo deve essere svolto in maniera cosciente dall’individuo, attraverso un’esperienza soggettiva che rivela all’individuo che qualche forza soprapersonale operi attivamente in modo creativo.

Il processo di identificazione utilizza i simboli (archetipi) che emergono durante i sogni. L’analisi di tali simboli onirici è fondamentale per procedere sul proprio percorso di identificazione.

Secondo Jung la psiche (l’anima, da non confondere con Anima-Animus, cui si farà riferimento successivamente) può essere paragonata a una sfera piena: sulla superficie esterna vi è un settore luminoso che rappresenta la Coscienza; il centro di questo settore è l’Ego (soltanto se io conosco una cosa questa diviene conscia); all’interno della sfera vi è una perla, il Sé (che al contempo costituisce il nucleo e l’intera sfera). L’Inconscio – con la sua capacità di produrre sogni – ha facoltà creativa ed organizzativa di tale sistema.

Già dall’infanzia, quando il bambino allarga la sua sfera di coscienza, la separazione tra Sé ed Ego si fa sempre più marcata, adattando quest’ultimo al mondo esteriore. Talvolta tale adattamento rischia di limitare, sabotare o mortificare ciò che i greci chiamavano daimon, gli egiziani anima di Ba e i romani genius. Ciò che nella psicologia analitica è detto Sé.

Per molti individui gli anni della fanciullezza sono caratterizzati da un graduale risveglio, nel corso del quale l’individuo comincia ad acquistare coscienza del sé in relazione col mondo. I sogni si fanno più complessi perché nel processo di esplicazione del daimon (che vuole ritornare in superficie e identificarsi con l’io), l’inconscio, per comunicare con l’Ego, utilizza un grande numero di immagini e nozioni, che la coscienza ha accumulato nel corso degli anni di formazione, tutti mirati a mostrare e “spiegare” ciò che il Sé manifesta semplicemente con archetipi.

In questa fase spesso gli adolescenti incominciano a sentire un turbamento doloroso, la sensazione di sentirsi diversi dagli altri e non compresi. In questa fase, per molti ragazzi, cominciano a manifestarsi sogni caratterizzati dall’esigenza della ricerca di qualcosa di unico, raro e difficile da trovare, un talismano da ottenere dopo peregrinazioni e sofferenze di ogni tipo.

Le reazioni a questo tentativo di risveglio sono di due tipi: se l’Ego rifiuta tali impulsi, il ragazzo sarà molto probabilmente esteriormente sereno, mentre sotto la superficie soffrirà “di una noia mortale, che rende tutto vuoto e privo di senso” (op. cit.); se l’Ego invece dimostra interesse ai primi segnali di questo processo di identificazione, il fanciullo si troverà ad affrontare il caos che troverà dentro e fuori di sé. Secondo Jung alcuni fanciulli sono inconsapevolmente guidati dal dinamismo degli schemi archetipi ereditari ed istintivi. Per gli altri, che hanno maggiormente subìto il processo di sabotaggio del sé da parte degli agenti esterni, il cammino sarà doloroso e spesso clinicamente critico.

Si potrebbe dire che proprio in questa fase si delinea il destino dell’individuo. Molto probabilmente, in questa fase si possono riconoscere in potenza le scelte e la direzione che l’individuo prenderà nella propria vita.

Il processo di identificazione non comincia necessariamente in età adolescenziale, ma può riproporsi anche più avanti negli anni. I sintomi della prima esigenza della manifestazione del Sé tramite l’inconscio sono comunque gli stessi: un senso di vuoto e un sentirsi non adeguati alla società che li circonda. Nei gruppi di individui che condividono tale percorso (sia esso psico-analitico, religioso o iniziatico) si possono talvolta sentire frasi del tipo “Non siamo normali!”. È un sentimento tipico delle prime fasi di autocoscienza. L’accettazione del proprio stato di coscienza è il primo passo per il raggiungimento dello scopo. Il processo di identificazione non solo è “normale”, ma è auspicabile e desiderabile per chiunque.

Dell’Ombra, dell’Animus-Anima, del Sé

Subito oltre la facciata della Coscienza e dell’Ego, ecco presentarsi l’Ombra. Jung definisce Ombra quella parte inconscia della personalità che rappresenta attribuzioni e qualità ignote, o poco note, dell’ego. Talvolta l’Ombra rappresenta i propri limiti.

Secondo la psicologia analitica, quando l’individuo percepisce l’“oscurità incombente” può negarla, interrompendo di fatto il processo di identificazione. Solo accettando di inghiottire ogni sorta di amara verità, può innescare il processo di conoscenza del sé. L’atto sottomettente può facilmente aprire la strada all’autoeducazione, talvolta però l’Ombra dirompe autonomamente: “[…] prima ancora che si possa rifletterci, la cattiva osservazione è già stata fatta, il complotto è stato ordito, la decisione iniqua è stata presa, e ci si trova davanti a risultati che non si sono mai consapevolmente voluti” (cit. M.-L. von Franz).

I sogni di questa fase spesso hanno a che fare con intricati corridoi e cunicoli, labirinti, succedersi di stanze e botole che aprono al sottosuolo, un immaginario che ereditiamo – nel mondo occidentale – dall’antica configurazione egiziana del mondo sotterraneo, simbolo dell’inconscio e delle sue ignote possibilità. In questi ambienti – e nello stato di angoscia che il sognante può avere – è possibile incontrare personaggi che mettono a disagio l’individuo, ad esempio perché socialmente spregevoli. Certe volte, anche se raramente, il soggetto vive a livello cosciente esprimendo il lato peggiore di sé, soffocando e comprimendo la sua migliore natura. In tali casi, può accadere che l’incontro con l’Ombra sia rappresentato da una figura positiva (che potrebbe però giudicarlo). È chiaro dunque, che l’incontro con l’Ombra indica all’individuo l’esistenza di una dualità al suo interno. La sfera della sua personalità (che è unica) è onnicomprensiva del bene e del male, della santità e della diabolicità dei pensieri che può, anche se lo nega, concepire. Tocca all’ego di rinunciare al proprio orgoglio e alle proprie presunzioni, di lasciarsi andare a ciò che incontrerà e di dare espressione a una forza che può sembrare, ma che sicuramente non lo è, pericolosa o ambigua. In una società nella quale l’individuo è continuamente richiamato a frenare le proprie passioni ed impulsi, con atti a volte sorprendentemente potenti, l’“aprire la strada”, non all’Ombra, ma a ciò che essa rappresenta, può richiedere uno sforzo altrettanto eroico come quello nel frenare le passioni, ma in direzione del tutto opposta.

L’impegno alla sottomissione (che invece è apertura) a questo tipo di realtà inconscia è ben sintetizzato nei versetti 65-82 della XVIII Sura del Corano (vorrei credere che non sia un caso che la Sura in questione è intitolata “La Caverna”). Nel racconto coranico Mosè incontra al-Khidr (anche conosciuto come l’Uomo Verde o l’Iniziatore), servitore di Allah e grande sapiente. Mosè chiede all’Uomo Verde di seguirlo per un tratto perché da egli vuole imparare in merito alla “retta via”. L’Uomo Verde gli risponde che per accettarlo come seguace in quel breve cammino fino all’incrocio dei due fiumi, Mosè deve promettere di non parlare, né chiedere, né giudicare in nessun modo. Mosè afferma di volerci provare, nonostante il sarcasmo dell’Uomo Verde, e giura fedeltà alla promessa di essere paziente e non disobbedire ai suoi ordini.

Durante il cammino al-Khidr compie azioni spregevoli, distrugge una nave, uccide un giovane e ricostruisce le mura di una città di infedeli. Dopo ognuno di questi atti Mosè dichiara la sua insofferenza, protestando con l’Uomo Verde. Al-Khidr ogni volta gli rammenta di aver fatto un solenne giuramento impegnandosi al silenzio, riportando Mosè all’obbedienza e all’umiltà.

Alla fine del cammino, Mosè si dimostra in collera verso colui che gli era stato descritto come un uomo pio e saggio. L’Uomo Verde gli risponde: «Questa è la separazione. Ti spiegherò tuttavia il significato di ciò che non hai potuto sopportare con pazienza». Al-Khidr gli spiega che la nave distrutta sarebbe stata a breve attaccata dai pirati, ora i pescatori dovranno lavorare per rimetterla a nuovo ma hanno salva la vita; il giovane di bell’aspetto era in realtà un miscredente e un impuro, il ragazzo stava andando a commettere un delitto, uccidendolo al-Khidr ha preservato dall’infamia i suoi pii genitori; sotto le mura della città di infedeli era stato seppellito un tesoro che apparteneva a due giovani orfani, restaurando le mura della città l’Uomo Verde aveva salvato dalla rovina un’intera famiglia. Quando ormai era troppo tardi Mosè capisce che il suo giudizio era stato troppo affrettato soprattutto perché, non conoscendo la totalità, si era soffermato in giudizi che riguardavano la parte.

La Sura XVIII ovviamente rispecchia la mentalità di una cultura lontana da noi culturalmente e storicamente, ma è utile a comprendere ciò che l’individuo (Mosè) deve fare quando incontra la sua Ombra (il suo Uomo Verde): affidarsi e perseguire nella strada che ha deciso di compiere.

L’Ombra non è la sola a manifestarsi durante il processo di conoscenza di sé. Spesso si avverte la presenza di un altro “elemento interiore”, spesso questo elemento si sovrappone o si mescola all’Ombra, richiedendo una concentrazione e un’attenzione particolari per operare una purificazione degli stimoli. Jung definisce quest’ulteriore elemento Anima-Animus, riferendosi all’insieme delle tendenze femminili (Anima) dell’uomo e a quelle maschili (Animus) della donna. Prima ancora che fossero scoperte, a livello fisiologico ed endocrinologico, queste compresenze negli esseri umani, gli antichi saggi ne riconoscevano l’esistenza affidando, generalmente, a sacerdotesse la gestione di culti mascolini e a sacerdoti uomini quella di culti femminini. Quando l’uomo – o la donna – incontrano nei propri sogni Anima-Animus, questi hanno spesso sembianze di spiriti guida, sacerdotesse e sacerdoti. In effetti, Anima-Animus possono essere intesi quali medium tra l’Ego e il Sé. Il compimento dell’opera è però possibile solo quando l’individuo vince la propria incertezza interiore.

Jung nota un aspetto molto interessante, ossia che i gradi dello sviluppo dell’Anima-Animus sono quattro.

Per ciò che riguarda l’uomo, l’Anima passa attraverso quattro stadi: il primo è raffigurato da Eva, che rappresenta i rapporti di ordine puramente istintivo e biologico; il secondo, nella figura di Elena, simboleggia uno stato romantico, di estasi, caratterizzato pur tuttavia ancora da una forte componente sessuale; il terzo grado trova la sua raffigurazione in Maria, una donna capace di elevare l’amore all’altezza della devozione spirituale; il quarto è simboleggiato da Sapientia, la saggezza che trascende anche le manifestazioni più pure e sante delle emozioni umane.

Anche nella donna i gradi di evoluzione dell’Animus sono quattro: il primo è la personificazione di un puro potere fisico, quali un atleta o un guerriero; al secondo grado esso rivela spirito di iniziativa e capacità di svolgere un’attività pianificata, come un re o un condottiero; al terzo l’Animus diviene parola, acquisisce spesso le sembianze di un sacerdote o di una guida; il quarto grado, l’Animus è la manifestazione stessa del significante.

Nell’ultimo stadio di evoluzione di Anima-Animus l’individuo deve fare un ultimo sforzo: trovare il coraggio e la libertà necessari per mettere in dubbio il carattere sacro delle proprie convinzioni, solo allora potrà accogliere i suggerimenti che, tramite l’inconscio (Ombra – Anima/Animus), emergono dal Sé.

Quando l’individuo, dopo lungo e serio lavoro su di sé, comincia a non identificarsi più con le sue convinzioni, si modifica ulteriormente il carattere dell’inconscio che inizia a rivelare, secondo nuove raffigurazioni simboliche, il Sé, la perla nascosta della sfera psichica dell’uomo.

Jung fa notare che in questa fase i sogni dell’individuo assumono una caratterizzazione sacrale e che si ricompone la dualità nell’unità: gli uomini visualizzeranno il proprio Sé attraverso i simboli di anziani maestri o giovani puri, le donne attraverso sacerdotesse o divinità femminili. Spesso i simboli del Sé sono animali parlanti o un cubo di pietra. In ogni caso, anche le manifestazioni del centro psichico (il Sé) sono spesso caratterizzate da un motivo quaternario (si è visto che 4 sono le divisioni della psiche e 4 sono i gradi di evoluzione dell’Anima-Animus). La molteplicità di forme con cui l’inconscio può rappresentare il Sé indica il fatto che esso esiste al di là della vita consapevolmente organizzata e realizzata, in qualche modo esso esiste al di là dello spazio e del tempo. L’individuo saprà intimamente di aver incontrato il proprio Sé e l’esperienza che ne ricaverà sarà per lo più indescrivibile o incomunicabile.

Oscurum per obscurius, ignotum per ignotius

Il processo di identificazione dell’Ego con il Sé ha molti aspetti in comune con alcuni percorsi iniziatici. Non conoscendo sufficientemente le culture orientali o amerinde, credo che sia opportuno prendere in considerazione solo alcuni di quelli che vengono inseriti nel novero dei percorsi iniziatici ed esoterici di tipo occidentale: nello specifico Massoneria ed Alchimia.

Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem

Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultam Lapidem

La frase è il più delle volte resa in forma di acronimo V.I.T.R.I.O.L. e sembra risalire al mitologico monaco benedettino ed alchimista Basileus Valentinus, vissuto nel XIV secolo in Germania. L’acronimo è patrimonio comune sia della letteratura alchemica che di quella massonica.

Semplificando, e volendo necessariamente trovare una differenziazione tra le due tradizioni, la pietra (lapidem) alchemica è il lapis philosophorum (la Pietra Filosofale), mentre la Massoneria considera la Pietra nascosta l’oggetto diretto del proprio lavoro. Per la psicologia analitica la pietra è il Sé.

La Terra intima (Interiora Terrae) è il mondo dell’inconscio da esplorare. L’imperativo latino Visita (vedere frequentemente, ispezionare) ha la sua radice etimologia nel verbo video (vedere, osservare), che a sua volta deriva dal tema ἰδ del verbo greco ὁράω (vedere) che nel 3° perfetto assume il significato di sapere, conoscere. Visita è quindi un invito alla conoscenza del mondo interiore, dello spazio inconscio che declina i significanti del Sé al quale bisogna arrivare. Rectificando è gerundio presente del verbo rectificare, il significato italiano del quale ha due accezioni: correggere (generico) e purificare (in chimica). L’utilizzo del gerundio ci rimanda a un’azione continuativa e mai conclusa. L’individuo che esplora la sua anima (psiche) è tenuto a un continuo lavoro di purificazione di ciò che incontra e di ciò che impara. Invenies Occultum Lapidem: letteralmente “Troverai la pietra nascosta”.

Abbiamo visto che molti “sognatori” rappresentano il Sé in forma di pietra, spesso squadrata, nascosta e difficilmente raggiungibile. Non può essere un caso se gli altari sacri, dall’antichità ad oggi e soprattutto in tutto il mondo, sono cavati dalla pietra; non è un caso se le fasi di sviluppo della tecnologia umana sono scandite dalla capacità di lavorare la pietra (paleolitico, mesolitico e neolitico); non è un caso se Giacobbe indicò con una pietra il luogo nel quale si svolse il suo celebre sogno, né che Cristo è definito in Luca XX,17 la “pietra angolare” o che nel Corano (I, X,4) sia “la pietra dello spirito”. La pietra è un materiale difficile da distruggere (la struttura cristallina ha la capacità di espandersi o ridursi in maniera frattale, pertanto la sua più piccola parte ha la stessa struttura dell’insieme delle sue parti), è lavorabile pur mantenendo il suo carattere di persistenza.

Prima ancora della visitatio, l’individuo deve fare una scelta: affrontare o meno i suoi turbamenti. Prima che possa incontrare per la prima volta e in maniera cosciente la sua Ombra, cominciando così la sua discesa nell’oscurità dell’inconscio, egli deve “inghiottire l’amara verità” (in primis accettare di non sapere). Morire a sé stesso, alle sue credenze. Calarsi nel lavoro alchemico di preparazione della fase di nigredo.

Per Jung, in Psicologia ed Alchimia (1944), le fasi psicologiche dell’Opera (il processo di identificazione) non sono lineari ma subiscono continui arresti e retrocedimenti. In ogni caso, solo l’individuo che accetta di proseguire ne potrà trovare giovamento. Anche gli alchimisti sostenevano che l’Opera non potesse essere cominciata in media res ma che bisognava seguire (rectificando di volta in volta)un preciso percorso. Soprattutto partire dallo stato di nerezza (o preesistente, quale qualità prima della materia, o provocato dalla decomposizione). Se “[…] si partiva dallo stato di decomposizione, si procedeva poi a un’unione degli opposti sul modello dell’unione di maschile e femminile (il cosiddetto coniugium, matrimonium, coniuctio, coitus), seguita dalla morte del prodotto dell’unione (mortificatio, calcinatio, putrefactio) e corrispondente all’innerimento” (Jung, op. cit.). Solo in seguito si poteva procedere alle fasi successive.

Cosa ci dice il riferimento allo stato di nerezza alchemica in merito al percorso di identificazione che ogni individuo consapevole è intento a fare? Semplicemente che nel proprio lavoro bisogna partire da un puro stato di nigredo. Quando il processo si interrompe, bisogna ogni volta ripartire, rectificando, dallo stato di nerezza. Per inciso, quando in Massoneria si aprono i lavori di una camera di Compagno o di Maestro, la ritualità prevede l’apertura dei lavori prima in grado di Apprendista e poi di Compagno, e così via. Il partire dal nero non è una mortificazione delle proprie conoscenze, quanto piuttosto una premessa necessaria affinché l’Opera sia correttamente elaborata e svolta.

Se bisogna ripartire ogni volta daccapo, il raggiungimento dell’Opera potrebbe sembrare per alcuni un obiettivo impossibile, ma l’esercizio costante rende tutto più agile. Il lavoro su di sé, analitico, massonico o alchemico (stiamo riconoscendo che le strade sono più simili di quanto si possa dire a un primo e superficiale sguardo), è tale solo se portato avanti con la collaborazione attiva della Coscienza (la sezione della sfera che ingloba l’Ego). Sul frontespizio del Liber Mutus si legge “Ora, Lege, Lege, Lege, Relege, Labora et Invenies” ovvero “Prega, leggi, leggi, leggi, rileggi, lavora e troverai”. L’invito dell’anonimo autore del volume non è per nulla privo di un senso pratico: come l’apprendista massone pone intenzione e forza nello scalpellare e il compagno intenzione e volontà nel levigare, così l’alchimista è chiamato ad un continuo esercizio di volontà e vigore (prega, leggi, leggi, leggi, rileggi, lavora…solo alla fine troverai). Accade dunque, all’individuo che utilizza la simbologia archetipica dei suoi sogni per trovare il suo Sé, di trovarsi in una fase recessiva, di lavorare nuovamente con la sua Ombra anche se per un periodo era stato a contatto con il suo Animus-Anima o anche con il suo Sé. Ed è del tutto normale, soprattutto se si considera che il sistema sociale nel quale esso è immerso non gli consente di lavorare esclusivamente al suo più importante compito.

Il profondo rapporto che si instaura tra l’Ego e il Sé è potente quanto delicato. La coscienza, che è in relazione col mondo esterno e che, va ricordato, ingloba l’Ego, opera un continuo adattamento alle dinamiche sociali. Per tale motivo, i simboli archetipi, che il Sé fa risalire tramite l’inconscio, si scontrano, talvolta, con l’incapacità di coglierne il significato da parte della coscienza (che potrebbe intanto essersi modificata, adattandosi a nuovi impulsi mondani).

Il lavoro non è mai sprecato. Il costante esercizio, quando è seriamente operato in coscienza, consente all’operatore di ripristinare lo stato di nigredo sempre più velocemente per poi andare avanti. Più l’individuo lavora e più agilmente preparerà le varie fasi. Lo stesso vale per l’albedo, o l’incontro con la propria Anima-Animus. Si parte sempre daccapo: Prega, Leggi, Leggi, Leggi, Rileggi, Lavora e Troverai.

In un testo alchemico del XIII secolo di Arnaldo da Villanova, del quale abbiamo nozione tramite trascrizione e conseguente pubblicazione cinquecentesca, si legge: «La natura crea le sue operazioni a poco a poco, pertanto vorrei anche che tu facessi così, piuttosto lascia che la tua immaginazione sia d’accordo con la natura, e vedi secondo la natura, quei corpi che sono rigenerati secondo la natura nelle viscere della terra. Immagina per questa vera immaginazione e non fantasticamente, […]».

Il rapporto tra imaginatio e phantasia meriterebbe un approfondimento a sé stante, eppure in questo contesto qualcosa va detta. L’imaginatio fa parte del lavoro alla riscoperta del proprio lapis. Per imaginatio si intende un’evocazione attiva di immagini (interne) secundam naturam, un’opera vera e propria di pensiero o di rappresentazione, che non “fantastica” menando il pensiero senza una mèta, ma che tenta di comprendere i fatti interni e di rappresentarli con immagini fedeli alla loro natura. Questo tipo di lavoro, quest’attività è chiamata opus.

Un aspetto interessante è quello relativo alla manifestazione del Sé (lapis, daimon, pietra cubica) e di quanto tale manifestazione possa influenzare la vita dell’individuo fin nel suo intimo. Quando un individuo, rectificando, incontra in sogno o in meditazione (imaginatio) il proprio Sé, ne rimane generalmente sconvolto. Si tratta, come si è detto, di un’esperienza incomunicabile (segreta) e alla quale si lega intimamente. Chi ha vissuto questo tipo di esperienza si terrà lontano dal tentare di descriverla ad orecchie altrui, non certo per avidità, ma perché il senso del sacro che ne consegue glielo impedisce in qualche modo. Considerata l’unica acqua che possa togliere la sua inestinguibile sete, l’esploratore della propria anima la ricerca in ogni momento, aumentando il numero di ore dedicate alla rettificazione dei processi, esercitandosi con passione alla levigatura della pietra grezza, analizzando continuamente i simboli archetipici dei suoi sogni.

Dietro questo lavoro si nascondono due grandi rischi.

Il primo riguarda ciò che a più riprese e in più parti del mondo ha riguardato quegli uomini che hanno cercato di copiare o riflettere, in atteggiamenti esteriori o ritualistici, l’esperienza originale dei propri maestri, sperando in questo modo di viverla conseguentemente anch’essi. Il più delle volte questi uomini sono divenuti contenitori vuoti ma dalla splendida forma. Seguire le orme di un maestro o di una tradizione non significa ricalcare lo schema di identificazione attuatosi nella vita di qualcun altro, significa soltanto che bisogna, con sincerità e devozione pari a quelle dei maestri della tradizione, vivere la propria ed unica vita.

Il secondo rischio riguarda l’annichilimento dell’esperienza umana: molti individui, quando hanno esperienze con il proprio Sé, ne restano a tal punto abbagliati da rischiare di perdere interesse per la vita quotidiana. Può capitare di sentire cose del tipo “Se sono una fibra dell’infinito, cosa mai può interessarmi di ciò che compete del vivere quotidiano?” o, al contrario, cose del tipo “Se non sono altro che una fibra dell’infinito, la mia non ha alcun valore e continuerà a non averne in futuro”. Questo accade quando, pur avendo raggiunto l’esperienza della manifestazione del Sé, non si è lavorato abbastanza intimamente sulla coniugazione degli opposti e quando, anziché vivere il proprio lavoro, ci si è posti al di fuori o di fianco ad essi.

Affidarsi a un metodo

“Conosci te stesso”: così era scritto sul frontone del Tempio di Apollo a Delfi.

Secondo alcuni filosofi, il significato dell’ammonimento delfico era relativo al riconoscimento della propria limitatezza. A tal proposito ricordiamo che la cultura greca era basata, tra le altre cose, sul concetto di misura, di limite e di circoscrizione. Le cose cominciano a cambiare con Socrate prima e con Platone poi. Nei culti orfici l’assunto ha già un’accezione più ampia, prendendo su di sé il senso di “conosci te stesso per conoscere Dio”.

Nella parte finale dell’antichità, Sant’Agostino dirà: “Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas” («Non andare fuori, rientra in te stesso: è nel profondo dell’uomo che risiede la verità»).

Ritroviamo in Sant’Agostino il senso del limite (“Non andare fuori”) e allo stesso tempo una dilatazione della propria zona d’azione (“…è nel profondo”).

Ma qual è il primo limite che dobbiamo porci quando affrontiamo le grandi domande della vita? Il primo limite siamo noi stessi, la nostra supposta conoscenza delle cose del mondo, la nostra supposta conoscenza di cosa siamo. Il secondo limite siamo sempre noi stessi, nel senso che nulla è conoscibile al di fuori di sé (sfera psichica o animica).

Indagare su di sé non è un percorso senza ostacoli e soprattutto, come si è visto, indagare su di sé (interiora terrae) significa scoprire l’ignoto attraverso l’ignoto, l’oscurità attraverso l’oscurità.

Non è immaginabile poter affrontare questo percorso senza un metodo.

Ed è curioso scoprire il significato profondo della parola metodo, tramite la sua etimologia. Metodo deriva dal greco μέϑοδος (ricerca, indagine, investigazione). La parola è composta da μετα- che fornisce il senso “del tener dietro, seguire”, e ὁδός (via), quindi, letteralmente “seguire la via”. Il metodo, che può sembrare un limite alla propria creatività nel processo investigativo della propria anima, non è altro che il processo stesso.

La via stessa potrebbe sembrare un limite (cosa ci sarà al di qua e al di là della strada?) a chi non ha colto il campo di azione nel quale può operare. Sia essa la sfera animica, sia esso il tavolo dell’alchimista, sia essa la pietra da squadrare, solo chi non ha una mèta può temere di avere altre cose da indagare al di qua e al di là della strada.