Il testo che fa da preambolo a questa sezione del sito www.laboratoriocasadellavita.it è chiaro nell’affermare che i Rituali della Massoneria non sono segreti e che, chi li voglia leggere, ha anche il diritto, che è di ogni essere umano che voglia usare la sua intelligenza, di commentarli e di cercare di ricavarne qualche insegnamento.

Mi avvalgo del testo di Salvatore Farina, dal titolo: “Il libro completo dei riti massonici” e di molti altri testi che si inseriscono nella vasta letteratura riguardante la Massoneria.

Chiunque abbia il tempo e la voglia di leggerli può, pertanto, come sto facendo, esercitarsi in interpretazioni e in approfondimenti.

Nel IX grado del Rito Scozzese, il Maestro delle Cerimonie è lo Straniero.

Pot.mo – Chi vi ha condotto?

Stolkin – Uno straniero

Pot.mo – Che cosa significa questo straniero?

Stolkin – Il lavoro compiuto davanti a noi e dal quale dobbiamo trarre profitto.

Chi è questo straniero, il cui significato potrebbe essere quello di Antenato, perché “il lavoro compiuto davanti a noi” potrebbe essere costituito dalle conquiste di conoscenza di chi ci ha preceduto, sia in un percorso profano, sia in un percorso iniziatico?

Lo Straniero, in questa accezione, è l’archetipo degli Antenati; è la Tradizione, ossia la conoscenza, acquisita grazie al lavoro di generazioni nel corso dei millenni,  che conduce Stolkin a continuare l’opera.

Stolkin, nelle varie definizioni etimologiche, è ritenuto essere “colui che tace”, ossia che sa ascoltare e apprendere; che sa far tesoro della Tradizione, che sa onorare gli Antenati.

A questa prima lettura ne può seguire una seconda, la quale introduce una riflessione sullo gnosticismo e sulle influenze che potrebbe avere avuto nella compilazione dei rituali del Rito Scozzese.

Lo straniero figlio di Adamo

Un epiteto di Set (Seth), figlio di Adamo ed Eva, nei testi gnostici è, infatti, lo Straniero.

Lo Straniero Seth è all’origine della grande generazione dei Sethiani e solo chi fa parte di quella generazione conosce la vera natura di Gesù.

Nel Vangelo di Giuda, a questo proposito, si legge: “E Giuda [disse] a lui [a Gesù]: “So chi tu sei e donde sei giunto. Tu vieni dal reame immortale di Barbelo”.

“Nei testi sethiani Barbelo è la Madre del Tutto, spesso detta Preveggenza (pronoia) del Padre, l’Essere Infinito. Sembra che il nome Barbelo sia basato su una forma del tetragrammaton, il sacro nome in quattro lettere del Dio giudaico, e apparentemente deriva dall’ebraico: forse «Dio (cfr El) in (b-) quattro (arb (a))». Per le descrizioni di Barbelo nella letteratura sethiana vedi il Libro segreto di Giovanni II:4-5; il Libro Sacro dello Spirito Invisibile (noto anche come Vangelo degli Egiziani; Codice III Nag Hammadi) 42,62,69; Zostrianos 14,124,129; Allogeno lo Straniero 51,53,56; Tre forme del Primo Pensiero 38”. [1]

In questo contesto, il Grande Straniero, l’Eone degli Eoni, è il Dio Supremo, il quale è: Prescienza (πρόνοια), straniero (αλλογενής), senza segno (άσήμαντος), clui che generò se stesso, autogeneratore, nato da sé (αύτογενής).

I Mandei discendenti di Seth

I Mandei, che ammontano probabilmente a meno di centomila in tutto il mondo e che, fino al 2003, vivevano per la maggior parte in Iraq, “affermano – secondo Gerard Russel (Regni dimenticati, Adelphi) – di discendere da Seth, figlio di Adamo, e di essere depositari di dottrine segrete trasmesse da Adamo nel giardino dell’Eden”. [2] I testi religiosi Mandei, ci ricorda ancora Russel  “rimontano almeno al terzo secolo d.C.  ed essi conservano usanze e tradizioni ben più antiche, risalenti forse a Babilonia stessa”.[3]  Infatti, quando “un sacerdote mandeo sussurra all’orecchio di un credente, in occasione del primo battesimo, il suo nome sacro, nome che quella persona non dovrà mai rivelare a nessuno fuorché ai parenti più stretti, lo fa nella lingua dell’antica Babilonia”. [4]

I Mandei adorano un solo Dio, praticano il battesimo, credono in un paradiso che chiamano “Mondo di Luce” e in uno spirito maligno femminile che chiamano Ruha e riveriscono un profeta di nome Giovanni, che è “il Battista, non l’Evangelista, e sebbene il Battista compaia nei testi cristiani come seguace di Gesù, lo considerano un profeta maggiore”. [5]

I Mandei rifiutano Abramo e hanno libri sacri propri.

Nel Ginza Rabba, ossia “Il Grande Tesoro”, all’inizio di ogni capitolo c’è una dichiarazione: “Nel nome della Grande Vita!”. Su ogni pagina c’è “una sorta di croce, coronata da un ramo di mirto e drappeggiata da un panno bianco”. [6] Il panno bianco è il darfesh, il simbolo dell’immersione nel Tigri per il battesimo mandeo. “Fu messo sulla terra il giorno in cui Hibil Ziwa, l’angelo della luce, battezzò Giovanni, che divenne allora Giovanni il Battista e compì i miracoli ricordati in un altro testo sacro mandeo, il Drasa d-Yahya (Libro di Giovanni). Giovanni Battista, vi si legge, era capace di miracoli assai più grandi di Gesù”. [7] Chiamano il loro Dio Re della Luce, Malka-d-nhura e credono negli angeli, come Manda d-hjja, la Conoscenza della Vita, e, in particolare in “un angelo di luce, Hibil Ziwa, che lotta incessantemente contro l’oscurità”.[8]

Un aspetto importante della loro religione è che i Mandei “ritengono di essere scintille di luce cosmica separate da essa e intrappolate in una dimora materiale. Quando la morte le libera dalla prigione corporea, le scintille di luce possono ascendere nuovamente alla grande luce da cui provengono”. [9]

Una delle festività mandee è chiamata i Giorni Bianchi e commemora i cinque giorni della creazione, secondo la credenza mandea.

La parola mandeo deriva dal termine di quella lingua per “saggezza”, manda.

Altro aspetto interessante è che un tempo le donne mandee potevano divenire sacerdotesse al pari degli uomini.

Il tema della luce ricorre: Dio è Re della Luce, gli angeli sono esseri di luce, gli esseri umani stessi sono scintille di luce, il loro paradiso è un “Mondo di Luce”.

Lo Straniero è come Seth e Gesù: un generato altrove

Nel Vangelo degli Egiziani, altrimenti detto “Il sacro libro del grande invisibile spirito”, scritto nel II o III secolo, ma tratto da un testo precristiano più antico, Cristo è una figura celeste, mentre Gesù è l’incarnazione di Seth sulla Terra.

Gesù è “generato dalla viva parola e indossato dal grande Seth”.

Nella complessa descrizione della creazione, l’Essere supremo si manifesta in Adamo, il quale è un Adamo-luce, che chiede di avere un figlio che diventi “padre della stirpe che non vacilla”.

L’Adamo del Vangelo degli Egiziani è, pertanto, un essere di luce, che dà origine, attraverso Seth, ad una stirpe di esseri umani che contengono la luce dell’origine.

Questa idea che Gesù sia un’incarnazione del grande Seth trova eco nel Vangelo di Luca, che fa risalire la genealogia di Gesù ad Adamo, padre di Seth (Lc, 3, 23-38): “[23]Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli, [24]figlio di Mattàt, figlio di Levi, figlio di Melchi, figlio di Innài, figlio di Giuseppe, [25]figlio di Mattatìa, figlio di Amos, figlio di Naum, figlio di Esli, figlio di Naggài, [26]figlio di Maat, figlio di Mattatìa, figlio di Semèin, figlio di Iosek, figlio di Ioda, [27]figlio di Ioanan, figlio di Resa, figlio di Zorobabèle, figlio di Salatiel, figlio di Neri, [28]figlio di Melchi, figlio di Addi, figlio di Cosam, figlio di Elmadàm, figlio di Er, [29]figlio di Gesù, figlio di Elièzer, figlio di Iorim, figlio di Mattàt, figlio di Levi, [30]figlio di Simeone, figlio di Giuda, figlio di Giuseppe, figlio di Ionam, figlio di Eliacim, [31]figlio di Melèa, figlio di Menna, figlio di Mattatà, figlio di Natàm, figlio di Davide, [32]figlio di Iesse, figlio di Obed, figlio di Booz, figlio di Sala, figlio di Naàsson, [33]figlio di Aminadàb, figlio di Admin, figlio di Arni, figlio di Esrom, figlio di Fares, figlio di Giuda, [34]figlio di Giacobbe, figlio di Isacco, figlio di Abramo, figlio di Tare, figlio di Nacor, [35]figlio di Seruk, figlio di Ragau, figlio di Falek, figlio di Eber, figlio di Sala, [36]figlio di Cainam, figlio di Arfàcsad, figlio di Sem, figlio di Noè, figlio di Lamech, [37]figlio di Matusalemme, figlio di Enoch, figlio di Iaret, figlio di Malleèl, figlio di Cainam, [38]figlio di Enos, figlio di Set, figlio di Adamo, figlio di Dio”.

E’ del tutto evidente che, essendo Gesù nato da una vergine per intervento divino, il fatto di occuparsi della genealogia di Giuseppe avrebbe poco senso, se non fosse che questa lunga e minuziosa ricostruzione risente di una tradizione riportata da vangeli gnostici, che riconducono Gesù a Seth e all’Adamo di Luce.

Ed è in questa possibile interpretazione che trova una sua precisa collocazione la definizione di Gesù come di uno straniero.

La parola “straniero” per Gesù è usata solo una volta, ma in un contesto particolarmente significativo,  ossia quando  i discepoli di Emmaus sono stupiti dell’ignoranza dell’uomo che sta con loro: “Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?” (Lc. 24,18). Gesù è chiamato in greco pàroikos e la traduzione nell’italiano forestiero non rende l’idea esatta di πάροικος (pàroikos). Pàroikos  deriva da παρά e οἶκος. Il termine òikos significa famiglia o casa e un oikos era l’unità di base della società. La preposizione greca para ha il significato di avanti, fuori, oltre, rimpetto, dinanzi, contro. Nel contesto la traduzione del concetto greco di pàroikos è di uno che non appartiene alla famiglia, ma è oltre: uno che vive sulla terra come straniero, un ospite di passaggio sulla terra, in quanto la sua famiglia è celeste.

Traggo da uno scritto dal monaco Fra Luca Fallica (Santo, cioè straniero-Gesù straniero per il mondo – Milano 26 gennaio 2006) un elemento di particolare importanza ai fini di quanto stiamo valutando in relazione allo straniero.

“Credo anzi – scrive Fra Luca Fallica – che una pagina particolarmente illuminate la troviamo non in Giovanni, ma in Luca. Mi riferisco a Luca 24, 13-35: il celebre racconto dell’incontro del Risorto con i due discepoli di Emmaus.  Anche in questa pagina di Luca Gesù viene percepito come un forestiero dai due viandanti di cui si fa compagno di strada. «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?» (Lc 24,18). Qui Luca mette sulle labbra di Cleopa il verbo paroikeîn, che per l’appunto significa abitare presso, dimorare vicino, ma provenendo da altrove, come un forestiero o uno straniero. Sia nel greco classico, sia nel greco della LXX, il sostantivo pàroikos indica colui che vive stabilmente in un paese straniero, senza tuttavia averne diritti di cittadinanza e di nazionalità. Con questo termine si designa anche colui che vive in esilio, non solo lo straniero, dunque, ma l’esiliato”.

Lo straniero è un generato altrove, appartiene ad una famiglia che non è quella dell’òikos terrestre e sulla terra è un esiliato. Il termine esilio, in senso figurato, è il tempo della vita terrena.

Lo straniero è il Sé, lo “psicologico” sanscrito Tat tvam asi

Lo straniero è il Sé; è quella parte interiore di Stolkin, “colui che sa stare in silenzio”, che conduce Stolkin a comprendere che chi ha ucciso Hiram (conoscenza, consapevolezza e, conseguentemente conoscenza di sé stessi) è l’ignoranza della propria reale condizione ed è questo “ignorare” quella parte di se stesso che dorme in una caverna, come la nota caverna di Platone.

Diventare stranieri a se stessi significa andare oltre, riconoscere la propria origine non terrestre, così come ci ricorda il mito dei popoli mesopotamici, ossia che ogni uomo è figlio, oltre che dei suoi genitori naturali, anche del suo dio e della sua dea: il dio din-gir-sag-du-ni, il dio (din-gir) che ha fatto (du) la sua (a-ni = persona) dalla testa (sag = principio) e la dea ama-dim-ma-ni, la madre che lo ha generato non corporalmente.

“Lo studio della Filosofia Perenne – scrive Aldous Huxley (La Filosofia Perenne, Adelphi) – può cominciare dal punto più basso, con la pratica e la morale; o dal punto più alto, con le verità metafisiche; ovvero dal mezzo, dal punto nevralgico in cui spirito e materia, azione e pensiero si incontrano nella psicologia umana”. [10]

In particolare il Sé, il Tat tvam asi, riguarda quella parte della psicologia tradizionale che  si chiama autologia (che si giustifica da se stessa), “scienza dell’eterno Sé”, che “è al fondo degli io particolari e individualizzati, ed è identico o per lo meno apparentato al divino Fondamento”. [11] Questo concetto viene espresso con la formula: Tat tvam asi, Quello se tu. Un concetto psicologico autologico.

Incontriamo qui un concetto che potremmo definire frattalico.

Il tema dello straniero, in quanto concetto autologico, è anche il tema della sfocatura, ossia della nostra limitatezza nel vedere con i sensi la realtà nella sua autentica essenza, appercepibile con le facoltà dell’anima, ma è anche il tema della frattalità.

Lo straniero è quel frattale del tutto, ossia l’essere umano come microcosmo, che comprendendo se stesso comprende il tutto. Conosci te stesso non è, pertanto, un precetto morale (il punto più basso), ma un imperativo psicologico (autologico) che implica una conoscenza scientifica: l’essere umano è un frattale del Fondamento o, in termini mitologici, una goccia di luce.  

Dopo l’approccio psicologico autologico, la domanda è: “Casa è Quello?”. Il mito, qui, si fa scienza e metafisica.

Il prefisso meta- significa, a seconda del contesto, mutamento, trasformazione e, soprattutto, dopo, oltre. La metafisica si occupa di quelle trattazioni che sono oltre quelle relative alla natura: physis.

Il vocabolo physis non significa solamente natura materiale. L’Arché è il Principio, il Fondamento di tutto. Anassimandro ha chiamato l’Arché apeiron, senza limiti e pertanto incommensaurabile e l’apeiron è theion, divino. L’apeiron compie interminabilmente l’ekkinesthai, la disseparazione delle cose spingendole nell’esserci, ossia nella presenza e la physis è l’apeiron stesso. L’Archè, pensata nell’apeiron, si disvela proprio come physis.

L’apeiron di Anassimandro è, scrive Fink, “il theion inteso come physis, la natura onnipresente, sempre assente, inesauribile, che racchiude in sé morte e vita, che genera e annienta…”. [12]

L’apeiron di Anassimandro è l’abisso che fa uscire tutte el cose e che di nuovo le riprende in sé.

Il theion inteso come physis e l’apeiron di Anassimandro, sono molto simili, come concetti a quello del campo quantico, ossia a quel vuoto dal quale emergono eventi che si annichilano.

La physis è per Aristotele l’uno originario che è sempre, che permane, che è imperituro, che sostiene il sorgere e il trapassare, essendo così lo stoicheion, l’elemento e l’arché, il principio delle cose.

L’Archè è la racchiusa, la vergine, da *ark, racchiuso; è il Non-Essere dal quale emerge come physis l’Essere; è il Fondamento materno del mondo, il grembo che tutto partorisce.

Per comprendere il rapporto tra Archè come Fondamento e Physis come Fondamento è necessaria una conoscenza paradossale. La preposizione greca para – come detto supra – ha il significato di avanti, fuori, oltre, rimpetto, dinanzi, contro. Doxa è opinione. E’ necessario, pertanto, andare oltre l’opinione della conoscenza inferiore, perché la natura stessa è paradossale.

Al to be or not to be di Shakespeare va sostituito il to be and not to be. All’aut aut il et et , il sia questo e sia quello.

I miti e la scienza

Come scrive Carlo Rovelli: “I miti si nutrono di scienza e la scienza si nutre di miti”[13]

Pertanto vediamo cosa dicono i miti e cosa dice la scienza.

Il Fondamento nei miti è il “buio superluminoso” del quale scrive Aldous Huxley; o quella “Chiara Luce del Vuoto” del buddhismo Mahāyāna; o, ancora, il Nulla supra-essenziale (Aldous Huxley) quale è descritto nella Brhadaranyaka Upanisad con il Brahman espresso come neti neti (non così, non così); o, infine, il Tao.

Queste definizioni sembrano poter essere oggi tradotte in termini di campo quantico, un vuoto brulicante di eventi che emergono e si annichilano. La tradizione riportata dai testi antichi e la fisica quantistica sembrano parlare la stessa lingua.

“Se il modello della struttura globale dell’universo – scrive Mario Livio (La sezione aurea, Bur) detto dell’«inflazione infinita» è corretto allora l’universo stesso è un immenso frattale”. [14]

In uno pseudo vuoto si è determinato un universo “tascabile”, ossia limitato, mentre rimane uno pseudo vuoto, che dà origine ad altri universi “tascabili”. Il modello frattalico è qui evidente.

“In tal modo – scrive Mario Livio- sarebbero stati generati un numero infinito di universi tascabili e una configurazione frattale, con la stessa sequenza di pseudovuoti e universi tascabili che replica se stessa in scala via via più ridotta”. [15]

In un universo frattalico è celato il numero aureo e le leggi che presiedono alla frattalità sono uguali in ogni frazione. L’essere umano, pertanto, funziona con le stesse leggi dell’universo: Macrocosmo, microcosmo.

Così un’anima è un insieme di anime, che a loro volta sono insiemi di anime. Un grumo di “informazione significante” è il frattale dell’Informazione significante, ossia del Fondamento: l’Archè.

Vedi in proposito: http://laboratoriocasadellavita.it/2018/09/11/un-fondamento-di-informazione-significante-chiamato-divino/

Microcosmo e macrocosmo, nel loro rapporto, danno un senso alla Tavola Smeraldina, laddove è detto che ciò che è in alto è come ciò che è in basso e viceversa, per fare la cosa una.

La Tradizione non è fissità, ma evoluzione

Un interessante racconto, riguardante Mosè e il Rabbi Akiba, riportato da Scholem e citato in un libro di Paolo Zellini, ci indica la via della comprensione del rapporto tra i miti, i riti, gli archetipi, i simboli, ossia la conoscenza tradizionale e la scienza.

Mosé riceve da Dio la Torah scritta con lettere ornate da infiniti riccioli e corone. Per ogni ricciolo, gli dice Dio, Akiba avrebbe formulato, un giorno, innumerevoli dottrine. Mosè chiede di conoscerle e come d’incanto si trova in ottava fila, assieme agli allievi di Akiba, nell’aula dove il rabbino insegna. Mosè non capisce nulla di quello che Akiba insegna, ma si consola quando gli scolari chiedono al rabbino per quale via egli fosse giunto ad affrontare una certa questione e questi risponde che si tratta di una dottrina consegnata a Mosé sul monte Sinai.

“Qui – commenta Paolo Zellini – sta tutto il senso della tradizione, della continua ripresa di sapienze antiche secondo formulazioni più avanzate e suscettibili di diventare nuova sapienza”. [16]

Oggi, molte intuizioni degli antichi filosofi sono avvalorate dalla scienza, come se nelle antiche sapienze ci fossero delle capsule di conoscenza che si svelano nel tempo.

©Silvano Danesi


[1] Il Vangelo di Giuda, National Geographic, nota pag. 21

[2] Gerard Russel, Regni dimenticati, Adelphi

[3] Gerard Russel, Regni dimenticati, Adelphi

[4] Gerard Russel, Regni dimenticati, Adelphi

[5] Gerard Russel, Regni dimenticati, Adelphi

[6] Gerard Russel, Regni dimenticati, Adelphi

[7] Gerard Russel, Regni dimenticati, Adelphi

[8] Gerard Russel, Regni dimenticati, Adelphi

[9] Gerard Russel, Regni dimenticati, Adelphi

[10] Aldous Huxley, La Filosofia Perenne, Adelphi

[11] Aldous Huxley, La Filosofia Perenne, Adelphi

[12] Eugen Fink, Le domande fondamentali della filosofia antica, Donzelli editore

[13] Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi

[14] Mario Livio, La sezione aurea, Bur

[15] Mario Livio, La sezione aurea, Bur

[16] Paolo Zellini, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi