Il testo che fa da preambolo a questa sezione del sito www.laboratoriocasadellavita.it è chiaro nell’affermare che i Rituali della Massoneria non sono segreti e che, chi li voglia leggere, ha anche il diritto, che è di ogni essere umano che voglia usare la sua intelligenza, di commentarli e di cercare di ricavarne qualche insegnamento.

Mi avvalgo pertanto del testo di Salvatore Farina, dal titolo: “Il libro completo dei riti massonici” e di molti altri testi che si inseriscono nella vasta letteratura riguardante la Massoneria: tutti disponibili e consultabili. Chiunque abbia il tempo e la voglia di leggerli può, pertanto, come sto facendo,  esercitarsi in interpretazioni e in approfondimenti.

In questo articolo tento di approfondire, grazie alla letteratura disponibile, alcuni aspetti del 18° grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato, così come ci viene offerto dalla lettura del rituale pubblicato nella raccolta di Salvatore Farina.

Il 18° Grado del Rito Scozzese, dal titolo distintivo di: “Principe di Rosa Croce”, per la sua complessità rituale offre la possibilità di addentrarci in uno degli aspetti, a mio parere più significativi, della ritualità iniziatica: la drammatizzazione del rito.

La ritualità e la liturgia

Prima di entrare nel vivo dell’argomento, ritengo necessaria una precisazione.

Rito, dal latino ritus, è vocabolo che deriva da una radice indoeuropea *are-, la stessa della voce greca arithmós (numero), in sanscrito ritis e *ri- scorrere. Il rito si collega semanticamente al ritmo, rhyitmós e introduce una ripetizione che induce alla non linearità o ricorsività e, conseguentemente, anche alla circolarità, al cerchio, allo zero, l’eternamente immobile che è perennemente in movimento. Poiché il cerchio in sanscrito è sakra, il rito si collega al sacro. Il rito, se così inteso, attiva, pertanto, la circolarità in uno spazio, connotato da un orientamento e da una scansione temporale che non è la scansione temporale lineare.

Da qui la necessaria distinzione del rito dalla liturgia (greco leiturgía = servizio pubblico da léiton = popolare e érgon = lavoro), che si occupa di allestimenti e aspetti cerimoniali. 

Il teatro dell’antichità è il luogo del mito.

“I riti di una civiltà – scrive Campbell – riproducono i miti a essa sottostanti. Si potrebbe definire, come ho fatto, il rituale come la possibilità di partecipare direttamente al mito. Il rito mette in atto una situazione mitica; partecipando al rito, si partecipa direttamente al mito”. [1] E aggiunge: “Ciò che il mito fa per noi è mostrare il trascendente oltre il campo fenomenico”. [2]

Ognuno di noi, secondo Campbell, ha “un proprio mito individuale, che lo sappia oppure no”[3] e in effetti “l’individuo deve imparare a vivere secondo il proprio mito”. [4]

“L’intera concezione degli archetipi della psiche umana – sostiene il grande antropologo – si basa sulla nozione che nel cervello umano, nel sistema nervoso simpatico, ci siano strutture che creano la predisposizione a rispondere a certi segnali. Sono strutture condivise da tutta l’umanità, con variazioni individuali, ma essenzialmente allineate”.[5] Tuttavia, ognuno di noi ha “i propri favoriti; ognuno è pronto a un’esperienza diversa rispetto a chiunque altro. I simboli, per cui siamo già pronti, evocano in noi la risposta”.[6]

“Un rituale – afferma Campbell – non è altro che la manifestazione o la rappresentazione drammatica, visiva e attiva di un mito. Partecipando a un rito, ci impegniamo in un mito e il mito opera su di noi, posto naturalmente che siamo catturati dall’immagine”.[7]

Quattro, secondo Campbell, le funzioni del mito:

  • La prima riguarda la ricerca di un ordine e di un senso, che renda cosciente un certo significato dell’esistenza. La mente va sempre in cerca di un ordine e di un significato.
  • La seconda (funzione cosmologica) riguarda la presentazione di un’immagine del cosmo e dell’universo circostante.
  • La terza riguarda la convalida e il sostegno ad un sistema sociale.
  • La quarta è psicologica.

La prima funzione, teleologica, appartiene più propriamente all’ordine di indagine filosofica e religiosa. La seconda trova risposta in un orizzonte scientifico che ormai si discosta necessariamente dal positivismo e che lambisce tangenzialmente l’orizzonte metafisico. La quarta, quella psicologica ci induce a sperimentare ciò che attiene alla psiche.

L’itinerario iniziatico massonico, che è anzitutto conoscenza di sé, conoscenza del Tempio dell’Uomo e del Tempio del Cosmo,  sembrerebbe comprendere la prima, la seconda e la quarta funzione del mito.

Mito e rito, pertanto, sono gli strumenti, con il corredo archetipico e simbolico, per una conoscenza di sé che è, conseguentemente conoscenza del divino e del mondo.

La cornice biblica è un velame storico contingente

Gran parte della ritualità massonica ha come riferimenti schemi narrativi e mitologici medio orientali e in particolare biblici, che nascondono, sotto un velame giudaico cristiano, radici molto più profonde e antiche.

Le radici libero muratorie, infatti, sono antiche e i «Muratori» non furono soltanto degli «esecutori» della volontà altrui (Bonvicini)[8] “Essi – scrive Bonvicini – furono partecipi di una ricerca allegorico-simbolica di contenuto teologico che valicava gli angusti confini exoterici e che si richiamava a Tradizioni extra-cristiane che nell’età Umanistica erano intese come «anticipatrici» di un Cristianesimo interiorizzato che era in auge in quel tempo fra le persone di maggiore cultura”. [9]

“Riteniamo – scrive ancora Bonvicini – che quei lontani maestri siano stati, da uomini eclettici, dotati di una vasta cultura in quelle che erano le Arti liberali del tempo, degli uomini aperti alla «riscoperta» e alla «rivisitazione» dei tesori culturali del passato, non soltanto nelle «tecniche» dell’«Arte classica»”. [10]

La cornice biblica e il riferimento costante alla lingua ebraica è, infatti, un dato storico, un modo di espressione dettato dalla contingenza.

Qui ci aiutano Arturo Righini e Umberto Gorel Porciatti.

“Come è noto – scrive Righini – l’iniziazione Massonica conserva le caratteristiche della cerimonia sacrale propria delle antiche iniziazioni, e con essa si conferisce, nel nome del G.A.D.U., la facoltà di pervenire alla Conoscenza. Trattandosi di cerimonia sacra è naturale che le parole Sacre e di Passo, e non soltanto esse, ma anche gli elementi costituenti la liturgia del Rito, siano state tolte dall’ebraico poiché nell’epoca in cui la Massoneria prese l’attuale forma «l’ebraico era considerato una scrittura sacra in cui Iddio aveva parlato all’uomo nel Paradiso terrestre»”. [11] “I dotti, a cominciare dai Padri della Chiesa – scrive Porciatti – hanno sempre ritenuto che la lingua ebraica fosse la prima lingua umana, quella parlata da Abramo. Questa più che una convinzione è stata una certezza sino alla seconda metà del secolo scorso [l’Ottocento, ndr], quando la scoperta del sanscrito e lo studio delle affinità grammaticali e lessicali delle varie lingue, portò un serio colpo alla teoria della monogenesi del linguaggio. Ma la Massoneria è sorta assai prima che la scienza avesse detto queste cose, che forse non saranno le ultime, e perciò il cerimoniale massonico si è inquadrato nella lingua sacra che nel contempo era ritenuta la più antica: l’ebraico”. [12]

La scelta dell’ebraico è, dunque, un fatto contingente.

I quattro piani di lettura e la libertà interpretativa

La ritualità massonica, per la sua natura simbolica, consente più piani di lettura, i quali conducono il libero pensatore, lungo i sentieri della Tradizione, a superare ogni assolutizzazione interpretativa.

Nel Convito Dante, che Réné Guénon (L’esoterismo di Dante, Atanor) considera affiliato all’Associazione della Fede santa, Terzo ordine di filiazione templare, avverte che tutte le scritture “si possono intendere e debbonsi sponere massimamente per quattro sensi”: letterale, filosofico-teologico, politico-sociale e iniziatico.

L’esercizio costante dell’ermeneutica è necessario per evitare l’illusione di essere giunti alla verità e, al contempo, per evitare che le interpretazioni di chi ci ha preceduto assurgano allo status di verità.

 Il grado di comprensione di una realtà la determina, cosicché è l’osservatore, con la sua capacità cognitiva, a creare attorno a sé la sua realtà.

Conoscere se stessi e cambiare se stessi, in un processo evolutivo delle proprie capacità cognitive, è pertanto il punto essenziale di inizio di ogni mutamento della realtà.

L’esperienza lo insegna.

La Tradizione massonica necessita, pertanto, del costante lavoro di estrazione delle antiche radici, attraverso un percorso archetipico, simbolico e mitologico.

La drammatizzazione attiva simboli e archetipi

“Un archetipo, per essere tale – scrive Éllemire Zolla -, deve avere una parte inconscia, sommersa: la sua denominazione deve accompagnarsi a sofferenze e allucinazioni e al minimo esige un animo commosso, capace di trasporsi in simboli. Soltanto tramite il simbolo un archetipo traspare”. [13]

Simboli e archetipi sono eterni e sono paradossali, in quanto naturali. La natura, nella sua paradossale essenzialità, li consegna alla nostra sensibilità, alla nostra intuizione, alla nostra capacità interpretativa, che ne cattura, di volta in volta, un significato, mentre gli altri ci sfuggono.  

Ogni interpretazione di simboli e archetipi è datata, in quanto frutto di una focalizzazione che risente, inevitabilmente, della cultura del tempo e del luogo e ogni focalizzazione è una traduzione e, pertanto, una limitazione.

Rifrequentare simboli e archetipi e rileggerli equivale a riattivarli, a toglierli dalle fossilizzazioni interpretative precedenti e a renderli vivi e operanti.

Ecco la funzione essenziale della drammatizzazione della ritualità: rendere vivi miti, simboli, archetipi.

Essere religiosi, in questo ambito semantico, è essere vivificanti. “Il termine religione – scrive Umberto Gorel Porciatti – deriva dal latino religio ed è di etimologia incerta. Secondo la più accreditata etimologia la radice comune è quella del verbo relegere che vale anche aggomitolar di nuovo, scorrere di nuovo, risolcare; come tale è data da Cicerone (De Nat. Deorum, II, 28)….L’etimologia da religare – rilegare, legar dietro, attaccare, aggiogare – è quella di Lattanzio (Instit. VI, 28)”. [14]

Tra le possibili etimologie preferisco quella che fa discendere il vocabolo religione dalla particella re, che significa frequenza, e dal verbo legere, che equivale a scegliere e, in senso figurato, a cercare, guardare con scrupolosa cura. Cercare è il modo essenziale per conoscere.

Per questo motivo un massone non può essere un libertino (colui che esercita il libero pensiero) irreligioso, in quanto il suo operare è costante ricerca, rilettura, osservazione scrupolosa, sulla via illimitata della Conoscenza.

Nulla a che fare, dunque, la sua religiosità con le “religioni”, ossia con i sistemi ideologici che si occupano, a vario titolo, del Divino.

Il compito essenziale dei restauratori del rito

Se è vero che i riti di una civiltà riproducono i miti ad essa sottostanti, è ovvio che per ottenere una ritualità corretta è necessario un attento riconoscimento, un lavoro di scavo che recuperi l’autenticità di un mito, per consentire ad ognuno di noi di poterlo vivere nella sua verità, ossia nel suo mostrarsi come fondamento.

E’ un compito da riformatori? No, da restauratori.

Il ritorno a Campbell consente, a questo punto, anche di poter svolgere alcune considerazioni sulle funzioni del rito che non possono essere che la conseguenza dell’apparato mitologico.

Il rito, per essere efficace, va pertanto riportato all’essenzialità della sua corrispondenza con il mito e ripulito dalle sovrastrutture liturgiche che lo affaticano e lo sviliscono e da manifestazioni di celebrazione dell’Ego: titoli altisonanti, salamelecchi iperbolici, esteriorità profane e profananti.

Il rito va riportato alla sua essenziale funzione di drammatizzazione del mito, di attivazione archetipica e simbolica, dove la vera maestria è ars maieutica e non inutile e dannosa esternazione gerarchica.

Fatte queste osservazioni di carattere generale, indispensabili al fine di collocare la riflessione sul 18° grado in un ambito corretto, si rende necessario un brevissimo accenno alla struttura della tragedia greca, della quale, a mio parere, è in buona parte debitore l’incedere rituale del 18° Grado.

Struttura della tragedia greca

La tragedia greca è strutturata secondo uno schema rigido, di cui si possono definire le forme con precisione.

La tragedia inizia generalmente con un prologo (da prò e logos, discorso preliminare), che ha la funzione di introdurre il dramma; segue la parodo, che consiste nell’entrata in scena del coro attraverso dei corridoi laterali, le pàrodoi; l’azione scenica vera e propria si dispiega quindi attraverso tre o più episodi (epeisòdia), intervallati dagli stasimi, degli intermezzi in cui il coro commenta, illustra o analizza la situazione che si sta sviluppando sulla scena; la tragedia si conclude con l’esodo (èxodos).

Prologo

Il prologo (πρόλογος), secondo la definizione data da Aristotele nella Poetica è “tutta la parte di tragedia che precede la parodo del coro”, cioè la parte recitata compresa tra l’inizio del dramma e l’entrata del coro. Questa parte può essere costituita da un monologo o da un dialogo, ed ha la funzione di introdurre il dramma.

Parodo

La parodo (πάροδος) è il primo canto che il coro esegue nel corso della tragedia, quando entra in scena attraverso dei corridoi laterali, chiamati πάροδοι (pàrodoi).

Episodi

La tragedia si sviluppa attraverso tre o più episodi (ἐπεισόδιοι), che contengono le parti dialogate tra gli attori.

Nel dialogo interviene anche il coro, di solito con brevi battute di commento affidate al “corifeo”, ossia il capocoro.

Il dialogo tragico si sviluppa attraverso alcune forme tipiche: la rhèsis, la sticomitia (stichomythìa) e la monodìa.

La rhèsis, dal greco “discorso”, è il monologo, più o meno esteso, di un personaggio.

La stichomythìa è, come dice il nome stesso, la battuta di un verso solo. Si ha, infatti, quando il dialogo si fa più concitato e i personaggi si scambiano battute di un verso ciascuna.

La monodìa si ha quando un attore canta in metri lirici anziché recitare.

Stasimi

Gli stasimi sono degli intermezzi destinati a separare tra loro gli episodi.  

Esodo

L’esodo è la parte conclusiva della tragedia, che finisce con l’uscita di scena del coro.

Struttura del rituale del 18° Grado

La struttura del rituale di iniziazione del 18° Grado sembrerebbe seguire i canoni della tragedia greca. Il rituale si apre con un prologo, comprensivo dell’apertura dei lavori. Il tema della fede è aperto da un intervento del corifeo (una voce di Fratello), seguito da quello degli attori (Saggissimo, 1° Custode) e dall’intervento del coro (voci). L’andamento si ripete, con diverse accentazioni, riguardo ai temi della speranza e della carità, per poi entrare nella fase degli episodi (viaggio, pramantha, cena) e per concludersi con l’esodo (chiusura o, meglio, sospensione dei lavori).

Il grafico evidenzia le varie fasi dell’iniziazione dal punto di vista emozionale ed energetico. La parte energetica, fondamentale, andrebbe opportunamente testata, analizzata, indagata, anche alla luce di quanto sappiamo delle ritualità antiche.

Il prologo evidenzia un leggero crescendo, con un salto all’inizio della fase relativa alla “fede”, determinato dall’intervento del corifeo (un Fratello), un ulteriore crescendo (1° Cust. e Sagg.) e un picco con l’intervento del corifeo (un Fratello), un ulteriore crescendo (1° Cust. e Sagg.) e un picco con l’intervento del coro.

Queste fasi sono seguite da una caduta verticale segnata sul grafico da una X.

Cosa è accaduto? E’ caduto un pesante velo.

Dopo le varie affermazioni relative alla fede, il 1° Custode dice: “Fratelli, voi avete incontrato la fiaccola della fede e avete inteso proclamare le credenze degli uomini. Se ve ne è una che la vostra coscienza accetta, seguitela: siete liberi. Se non ve ne è, attendete che una nuova fede vi inspiri”.

Il messaggio è chiaro: è la libera coscienza di ognuno il metro della fede. Ogni credenza è relativa. Tale affermazione è propedeutica a quanto avviene subito dopo.

Il crescendo riprende con le fasi della speranza e della carità, con un picco dovuto all’intervento del coro e alle parole del Saggissimo, ma ad un certo punto c’è una nuova caduta verticale.

Cosa è accaduto? E’ caduto un altro pesante velo.

Dopo la lunga esposizione di un’opinione, che tale rimane, per quanto interessante, relativa a Cristo e che potrebbe apparire come un’indicazione dottrinale, da apprendere come tale, il Saggissimo dice: “Non adottando alcuna credenza determinata ed anzi considerandole tutte come transitorie e subordinate al lento progresso della ragione umana, fedele al solo principio della libertà e del lavoro, la Massoneria superiore ha potuto conquistare, in ogni periodo storico, la verità parzialmente scoperta: ha potuto conservarne il senso esatto, ripudiare i cattivi elementi o gli abusi, abbandonarli senza pena per delle verità più complete. E’ così ch’essa ha glorificato la Fede, la Speranza e la Carità”.

Sembra qui di leggere le teorie di Popper sul principio di falsificazione.

Subito dopo un leggero crescendo sembra attutire il colpo.

Lascio a voi il piacere di proseguire, attraverso i successivi episodi, fino all’esodo.

La musica e l’intonazione della voce

Solo per inciso, poiché l’argomento merita un serio approfondimento, metto in evidenza l’aspetto musicale con il quale l’andamento emozionale ed energetico andrebbe accompagnato. Troppo spesso ci accontentiamo di brani musicali evocativi o legati alla tradizione musicale di autori massonici, mentre ritengo che un serio studio dovrebbe ritrovare il senso degli antichi riti, della cui musicalità troviamo poche tracce nella tradizione greca, ebraica e nel canto gregoriano.

Non può mancare un cenno all’intonazione della voce. Gli Egizi insistevano nel designare: “Giusto di voce” colui che procedeva nel cammino iniziatico quando doveva incontrare i Neter, i Guardiani della soglia, i mostri paurosi e pronunciare correttamente il loro nome.

L’iniziazione egizia, della quale non si è persa interamente memoria presume, per la sua riuscita, l’esatta pronuncia del nome, ossia la giusta intonazione vibrazionale. Il campo della ricerca è aperto e affascinante.

Dopo queste riflessioni, vorrei introdurre alcune osservazioni su aspetti specifici.  

Pramantha, l’agitatore, e il sacrificio vedico

Nel Rito Scozzese è prevista l’accensione della “pramanta” che ricorda, con qualche importante variazione, lo strumento arani usato per l’accensione del fuoco nel sacrificio vedico.

Arani

“La croce inferiore di legno di mimosa [una specie simile all’acacia], per il tipo di legno e per la sua posizione orizzontale ricettiva, è –scrive Mario Polia – considerata la parte femminile dello strumento ed è assimilata all’energia cosmica «femminile» (çacti). Il piolo verticale è la parte maschile dello strumento ed è assimilata al dio fecondatore. L’accensione del fuoco rappresenta pertanto una vera e propria riattuazione della cosmogonia”. [15] “La parte girevole dello strumento – aggiunge Polia – era detta anche pramantha, «l’agitatore»”. [16]

Salvatore Farina, a proposito della “pramantha” massonica, scrive: “L’istrumento consiste in una croce di legno, a bracci disuguali, di 10 o 15 centimetri di spessore, e 20 o 25 centimetri di lunghezza, tagliata grossolanamente, e aventi l’apparenza di rami di un vecchio albero. Al centro della croce è un foro cilindrico coperto da un coperchio a forma di rosa. La pramantha propriamente detta dovrebbe essere un cilindro di legno dolce di 8 o 10 centimetri di lunghezza adattantesi al foro della croce, cilindro che, col solo strofinamento, dovrebbe infiammarsi”.[17]

Attivata la pramantha chi è addetto a tele incombenza recita: “Salute a te, fanciullo celeste, alla triplice nascita che Prometeo apportò agli uomini, figlio di uomo e figlio di Dio; a te che i nostri antenati hanno adorato sotto il nome di Agni e venerato sotto le sembianze di un agnello che libera il mondo dalle impurità. Salute a te, rivelatore del cielo e della terra, vincitore dei mostri, dell’uragano, delle notti e del verno. Sei tu che mostri le meraviglie del Tempio, che accendi, al di sopra delle nostre teste, le luci celesti, che ci abbagli col lampo, che ci riscaldi coi dolci effluvi del focolare domestico, che doni agli uomini il mezzo di rendere se stessi simili agli dei.  Ovunque in germe od al potere, padre di coloro che ti generarono, tu simboleggi ai nostri occhi come per gli Atarvani dell’antica Ariania, il principio di tutte le combinazioni che si verificano nella natura, l’essenza del movimento della vita e del pensiero, la Ragione che rischiara ogni uomo nato al mondo. Aumenta in vigore ed in luce: spandi di lontano i tuoi bagliori folgoranti, rimonta fino al cielo donde sei disceso, mediatore fra i mondi, per fortificare i nostri corpi, per illuminare la nostra ragione, per purificare i nostri esseri, per rischiarare la nostra coscienza. E quando un giorno noi avremo compiuto  il nostro dovere su questa terra, forse porterai gli elementi sottili del nostro Essere lontano dalla corruzione che è la legge fatale delle cose quaggiù”.

Fuoco, simbolo dell’Essere unico

L’inno è preceduto da tre affermazioni essenziali.

La prima.

Saggissimo: “Nell’origine del movimento della vita e del pensiero, vale a dire di tutti i fenomeni naturali senza eccezione, gli Ariani, nostri antenati, ammisero un principio che non era un’astrazione, ma una forza reale e visibile: il fuoco; da prima fuoco terrestre, l’Agni del sacrificio. Poi il fuoco atmosferico o lampo, infine il fuoco celeste rappresentato dal sole. Il fuoco concepito dapprima come una personalità divina non differenziantesi dall’uomo che per l’estensione meravigliosa delle sue facoltà, divenne il simbolo dell’Essere unico che è la sorgente e la trama dell’Universo”.

La seconda:

Oratore: “Ma fu sempre temeraria l’impresa dei mortali quando pretesero imporre un nome al G..A:.D..U:.”.

La terza.

Il Maestro delle cerimonie alla domanda: “Chi vi ha guidati?” risponde : “Raffaelo”.

L’arcangelo Raffaele, il cui nome ebraico (Rafa-El) significa “Medicina di El” o “El guarisce” è l’arcangelo delle cure fisiche e spirituali. I viaggi, pertanto, sono volti a guarire spiritualmente, a confrontarsi con idee, credenze, ideologie, per poi abbandonarle, in quanto relative, e concentrarsi sul viaggio interiore, alla ricerca del proprio centro di gravità permanente, del proprio Sé, il lapis exilis.

Il numero, archetipo degli archetipi

La complessa figura di Agni merita qualche accenno di riflessione.

Agni, quando nacque come Ahi, era privo di piedi e di testa e nascondeva le due estremità nella sua matrice, ma quando divenne manifesto assunse la forma del «dotato di piedi».

Nel mito si cela un linguaggio matematico, dove lo zero è l’ofidico cerchio, ouroboros, senza testa e senza piedi, l’Uno è pedomorfo (un piede) e il molteplice (la serie 0 1) è dotato di piedi e di mani.

Sotteso al mito è il linguaggio degli dèi: il numero, l’archetipo degli archetipi.

Il sacrificio è anche la separazione della Persona (Purusha) e della Parola (vâc). L’unità Persona-Vâc  è suddivisa nel primo sacrificio. “Per mezzo delle loro parole i cantori co-creatori (Viprab Kavayah) lo concepirono molteplice, lui che rimase uno”.(Rig Veda X, 114,5).Nel primo sacrificio la Parola (vâc,a Vacca di Luce, come Brigit, Bo Vinda) è separata dal Purusha.

Concetti simi quelli che si leggono nel Prologo di Giovanni: “Nel Principio era il Logos e il Logos era presso Theon e il Logos era Theos”.

La separazione della Parola dà luogo al tempo (Purusha è l’Uomo Universale e Agni è l’Anno) e così “nel” diventa “in”: in principio era il Verbo.

Il Verbo che è Theos si separa da se stesso e dà luogo a un prima e a un dopo e con il tempo nasce lo spazio.

La Parola è la circolare racchiusa Virgo (Zero) uscita dalla sua circolarità nel pedomorfo (Uno).

“Grazie al sacrificio, seguirono le orme dei piedi della Parola, la trovarono che dava asilo ai Profeti; la condussero e la suddivisero in molte parti; i Sette cantori la intonarono in ogni luogo”. Rig Veda, X, 71,3.

Il latte (luce) della Parola (vâc) è soggetto alla burrificazione, ossia l’avvolgimento della vibrazione dà luogo alla luce (Dio disse: “Sia la luce…”), fotoni.

La vibrazione avvolgendosi su se stessa dà origine alla luce e alla materia.

Il rito come imitazione dell’atto emanativo

Il rito umano del sacrificio è un’imitazione di ciò che fu fatto in principio, è innegabilmente una mimesis, ma è anche un rito di ricomposizione.

“Di conseguenza – scrive Ananada Coomaraswamy – lo scopo finale del sacrificio non è solo di continuare l’operazione creatrice iniziata «una volta» dalla decapitazione, ma anche «di capo volgerla» con la ricostituzione totale della divinità divisa, e con ciò il sacrificante stesso, identificato con la divinità e con il sacrificio. Abbiamo già visto che con il Sacrificio Prajapâti ritrova la sua integrità, ma soprattutto che non è unilaterale, poiché la divinità dev’essere guarita da coloro stessi che l’avevano divisa”. [18] ( Tre hanno ucciso Hiram e tre lo fanno risorgere).

In Shatapatha Brâmana (II,2,2,8-20), citato da Ananda Coomaraswamy, gli Dèi e i Titani erano sprovvisti di Sé spirituale e di conseguenza mortali. Solo Agni era immortale. Gli Dèi sacrificarono il fuoco in se stessi: diventarono immortali e invincibili. I Titani edificarono il fuoco esternamente e rimasero mortali. 

“Analogamente – scrive Ananda Coomaraswamy – ora il sacrificante edifica il Fuoco sacrificale in se stesso. Per quanto riguarda questo Fuoco così acceso in lui pensa: «Qui stesso sacrificherò, qui farò il buon lavoro». Nulla può intromettersi tra lui e questo Fuoco. «Sicuramente, finché vivrò, questo Fuoco che è stato edificato all’interno di me stesso non si spegnerà»”.[19]

L’Agni hotra, l’offerta del Fuoco, è un rito di avvio al riconoscimento e alla ricostituzione del Sé e la Massoneria ne fornisce un preclaro esempio nel 18° grado del Rito Scozzese Antico e Accettato, purché il rito sia eseguito nei dovuti modi, con la giusta voce, con la corretta drammatizzazione.

Del resto, l’affermazione della Massoneria di essere erede della sapienza egizia antica, ci riporta a ritualità analoghe, quali quelle contenute del Libro dei morti (Per em Ra, Per salire al giorno) e nel “Libro di Ciò che è nel Duat”, dove al tuffo nelle profondità e all’incontro con energie di varia natura, segue l’acquisizione dello stato di Akh, lo stesso del Sé delle dottrine induiste e tradizionali e della psicologia junghiana, che della Tradizione si è nutrita.

Bacone, il Novum Organum e la Nuova Atlantide

Nel “crescendo” relativo alla Carità, si accenna al Fratello Francesco Bacone come al “padre della dottrina moderna”.

Rinvio ai testi di filosofia e al Novum Organum per quanto riguarda il metodo baconiano di conoscenza della natura.  Sir Francis Bacon è però anche l’autore della Nuova Atlantide.

Come ho avuto modo di osservare nel mio: “Pitagora” (testo base della conferenza tenuta a Taranto il 17 dicembre 2106 nell’ambito del convegno: “Mediterraneo pitagorico”, Francesco Bacone, nella sua “Nuova Atlantide”, distaccandosi apparentemente dal platonismo, che definisce filosofia fantastica, e dalla cultura umanistica, poiché definisce la magia e l’alchimia saperi fantastici e superstiziosi, propone una restaurazione del potere dell’uomo sulla natura che si realizza attraverso la scienza e la tecnologia e che ha valore, ai suoi occhi, solo se porta al servizio dell’ideale di fratellanza e della «carità».

Il «sapiente» proposto da Bacone assomiglia più a Galilei che a Paracelso o a Cornelio Agrippa e, a Nuova Atlantide, gli scienziati lavorano isolati e si assumono la responsabilità di tenere segreti i loro lavori o di consegnarli al governo.

Sull’isola governa il re legislatore Solamone, il quale ha fondato l’Ordine o la Società Casa di Salomone (inversione voluta), guida e luce di Nuova Atlantide. Fine dell’istituzione è “la conoscenza della cause e dei segreti movimenti delle cose per allargare i confini del potere umano verso la realizzazione di ogni possibile obbiettivo”.

I membri della Casa di Salomone vengono inviati nel mondo per riferire su usi, costumi, conquiste scientifiche e tengono nascosta la loro origine. Essi portano a Nuova Atlantide libri, sommari ed esemplari delle scoperte di tutti gli altri paesi e sono chiamati «Mercanti di luce».

Un riferimento al rapporto del 18° Grado del Rito Scozzese Antico e Accettato con questa salomonica istituzione e con i suoi «Mercanti di luce» è evidente. 

Assai interessante è la ritualità baconiana relativa all’ambito famigliare.

La famiglia costituisce la base portante della società di Nuova Atlantide ed è governata da un rito dove il padre è il Tirsano (evidente il riferimento al tirso dionisiaco) e il figlio prescelto, che starà accanto al padre e gli succederà, è il “figlio della vite”. A questo figlio prescelto viene consegnato un grappolo d’uva d’oro e nella cerimonia di iniziazione ha un ruolo importante l’edera. Tirsano, inoltre, offre ai suoi figli eccellenti, per meriti e per particolari virtù, un gioiello raffigurante una spiga di grano. Il rimando a Dioniso e Demetra e ai riti eleusini è evidente. Meno evidente, in quanto poco conosciuto, è il possibile rinvio ai riti della celtica Ceridwen, assai simili a quelli di Cerere e di Demetra.

I misteri di Ceridwen, segnalati da Artemidoro (simili pare a quelli di Cerere) e trasformati dal bardismo, conservavano ancora i loro fedeli nel VI secolo, al tempo di Taliesin ed erano vivi nel XII secolo. “Il re stesso, come si vede dai canti di Hoël o Hywel, re del Galles, morto nel 1171, era onorato di esservi ammesso. Esiste una preghiera curiosa, nella quale, già ammesso ai gradi inferiori dell’iniziazione, sollecita al Collegio di Ceridwen con espressioni di fervente pietà, il favore  dell’iniziazione superiore”. [20]

Cercate la verità nella sua ombra profonda

“Cercate la verità nella sua ombra profonda. E’ la voce del lavoro e della libertà. Voi conoscerete la legge che governa il mondo”.

La voce del lavoro e della libertà è la Parola, Vac del Logos (vedi sopra – paragrafo: Il numero, archetipo degli archetipi), che è il Demi Ergon, il “Lavoratore pubblico”, il Grande Architetto dell’Universo in azione.

Come ho scritto nel mio “Pitagora”: “Un’intelligenza che è un’armonia invisibile governa l’universo e questa intelligenza e questa armonia è il Logos eracliteo, che nel Prologo di Giovanni è theos ed è in Arché presso theon e poiché una parte del Logos è compresa in noi, ecco che noi possiamo accedere alla sua conoscenza ed ecco il motivo per il quale il Logos “è la luce degli uomini”.

Ad aiutarci nel cammino sono gli archetipi, Arché typos, impronte dell’Archè (neter egizi, dèi greci, angeli e geni), principi che dal Principio principiante, l’Archè, il Puro Pensiero, emergono in forza del Logos , che è theos, ossia manifestazione.

Il vocabolo theos deriva dalla sostantivazione del verbo theeîn, correre e del verbo theâsthai, vedere. Pertanto il potere improntante e determinativo dell’Arché, ossia il Logos, agisce inducendo un correre verso l’evidenza, ossia un manifestarsi (uscire alla luce), di ciò che è tenebroso, un distendersi ordinato di ciò che è racchiuso e caotico.

Questo il vero significato del “lavoro”.

La luce del Logos e il soccorso degli archetipi comunicano con il linguaggio simbolico, il quale è la lingua esoterica che conduce al vero sapere. Il vero sapere, infatti, non consiste nel conoscere una moltitudine di cose, ma nel conoscere il pensiero dal quale sono governate tutte le cose e questo vero sapere è la saggezza, che deriva dall’esperienza di vita (Venere), dal superamento delle prove (Ercole) e dal soccorso della Sapienza (Minerva).

Il percorso per trovare la Parola è il ritrovare se stessi, ossia il proprio Sé, il SaHu delle ritualità iniziatiche egizie, per essere nello stato di coscienza del Sé, per essere realizzati nello stato di Akh (la forma sottile, il corpo di Luce).

La pietra cubica suda sangue e acqua.

Il riferimento al sangue e all’acqua, come quella del costato di Cristo, che sarebbe stato versato nella coppa del Graal, è solo una modalità essoterica per dire che il sangue e l’acqua della pietra è l’effusione di un segreto nascosto che la pietra cubica nasconde dentro di se.

Il cubo ha sei facce, otto vertici, dodici bordi: 6-8-12.

I rapporti tra questi numeri sono armonici.

12/6= 2 ossia l’ottava musicale.

12/8= 3/2 ossia il rapporto di quinta.

8/6 = 4/3 ossia il rapporto di quarta.  

Il cubo è armonia, musica, rapporto armonico. Ed è con l’armonia che si giunge al centro del cubo, ossia al centro della pietra, al centro del corpo di carne, che suda sangue e acqua, per trovare, il baricentro, il centro di gravità permanente (come canta opportunamente Franco Battiato): il Sé.

Ed ecco che dal proprio centro ci si proietta al vertice della piramide: dal fuoco interno al fuoco universale. Ogni riferimento alla ritualità egizia e alla geometria sacra ci porterebbe lontano, ma è un percorso di grande interesse.

Nel cubo, che è fatto di quadrati, si nasconde anche il rapporto tra l’irrazionale (infinito) e il razionale (finito).

Nel cubo sovrastato dalla piramide si nasconde il segreto della porta apparente.

Gli antichi Egizi – scrive Shwaller de Lubicz – sapevano benissimo come si entra nell’invisibile: attraverso la porta apparente”[21], che ha molti stipiti e si restringe, come la pietra cubica che, continuamente levigata, porta all’invisibile punto centrale, dove il visibile si espande nell’invisibile.

La cavalleria dell’Aquila e del Pellicano

L’idea cavalleresca, infine, merita più di un approfondimento.

Scrivere senza alcuna specificazione che “durante l’oscura epoca medioevale, la Cavalleria rappresentava la rivendicazione del diritto individuale: la difesa del debole, il giusto orgoglio del buon diritto, la protesta contro l’arbitrio” è un non senso storico, se non si chiarisce l’esatta valenza di quanto è affermato in chiave.

Anzitutto l’epoca medioevale non è stata, come è ormai acclarato da innumerevoli studi, un periodo totalmente oscuro. In secondo luogo, la cavalleria medioevale è stata, per la sua gran parte, un insieme di bande armate violente, più simili a predoni che a difensori del diritto, sicuramente non difensori dei più deboli.

Significativo, al fine di comprendere il testo, è pertanto il riferimento all’Aquila e al Pellicano.  Non mi soffermo più di tanto sulla simbologia dei due uccelli, se non per ricordarne le caratteristiche essenziali ai fini della specificazione delle caratteristiche dei cavalieri del 18° grado.

Il fatto che i pellicani adulti curvino il becco verso il petto per dare da mangiare ai loro piccoli i pesci che trasportano nella sacca ha indotto all’errata credenza che i genitori si lacerino il torace per nutrire i pulcini col proprio sangue. Il pellicano è divenuto pertanto il simbolo della carità (I care, mi occupo di), dell’abnegazione con cui si amano i figli.

Si deve invece, per l’analogia di forme, l’assonanza al nome con cui gli stessi greci principalmente lo chiamavano: pelekos, da pelekus, l’ascia, a causa dell’apertura del suo becco smisurato, uncinato alla punta che, slargandosi a ventaglio, risulta essere simile ad una antica scure; questa, un segno simbolico del sacrificio di sangue, potrebbe far risalire l’origine delle leggende sul pellicano a tempi antichissimi.

In ogni caso il pellicano è divenuto simbolo di carità, di abnegazione e di sacrificio.

In tutte le tradizioni l’aquila incarna la potenza cosmica; è il re di tutti gli uccelli, avendo il dominio assoluto dell’aria, così come il leone è il re della savana e il cervo è il re della foresta. Dalle sue qualità reali o presunte deriva la sua simbologia. Il suo librarsi verso l’alto nel cielo, fino ad altezze impossibili per l’uomo, lo rende simbolo di qualsiasi movimento ascensionale, dalla terra al cielo, dal mondo materiale al mondo spirituale, dalla morte alla vita. Elevandosi verso l’alto, può alimentarsi del fuoco superiore. L’aquila, alla quale è assimilato il falco, è considerato un uccello solare, detto anche “uccello di fuoco”, per la sua immaginaria capacità di guardare il sole senza bruciarsi. Il rapporto aquila-sole è ben presente nel rapporto falco-Horus.

Essere cavalieri del pellicano significa essere caritatevoli, capaci di abnegazione e di sacrificio (sacrum facere) ed essere cavalieri dell’aquila significa percorrere le vie della conoscenza, per tendere verso la Luce, simbolizzata dal sole, ma ben più consapevolmente presente dentro di noi, in qual centro di gravità permanente, in quella G intima che sa collegarsi alla G universale, nel punto di equilibrio ove l’infinito e il finito si toccano e si trasformano incessantemente l’uno nell’altro.

Cosa ha a che fare con tutto questo la cavalleria medievale? Come al solito, niente.

© Silvano Danesi


[1] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[2] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[3] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[4] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[5] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[6] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[7] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[8] Eugenio Bonvicini, Esoterismo nella Massoneria antica, Atanor

[9] Eugenio Bonvicini, Esoterismo nella Massoneria antica, Atanor

[10] Eugenio Bonvicini, Esoterismo nella Massoneria antica, Atanor

[11] Arturo Righini, I numeri sacri della tradizione pitagorica massonica, Atanor

[12] Porciatti, Simbologia massonica, Gradi Scossesi, Atanor

[13] Ellemire Zolla, Archetipi, Marsilio

[14] Umberto Gabriel Porciatti, Simbologia massonica, Atanor

[15] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il Cerchio-Il Corallo

[16] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il Cerchio-Il Corallo

[17] Salvatore Farina, il libro completo dei Riti Massonici, Gherardo Casini Editore

[18]Ananada Coomaraswamy, La dottrina del sacrificio.

[19] Ananada Coomaraswamy, La dottrina del sacrificio

[20] Jean Rainaud, L’esprit de la Gaule, Firne, Paris, 1864.

[21] R.A. Schwalle de Lubicz, Il Tempio nell’uomo, Mediterranee