L’astrofisica ci consegna un’idea dell’universo del quale facciamo parte come di un immenso pallone in espansione del quale solo la parte corticale è composta da galassie, soli, pianeti, corpi celesti che si muovono secondo leggi uguali ovunque. Tutto sarebbe cominciato allorquando il big bang, una sorta di esplosione di qualcosa di infinitamente piccolo, di infinitamente denso e di infinitamente caldo diede vita allo spazio, al tempo e a tutto quanto ci circonda. Se proviamo a fare, come hanno fatto fisici e matematici, il processo a ritroso, torniamo ad una densità infinita della materia e a una curvatura spazio temporale infinita, ovvero all’annullamento dello spazio, ossia del campo gravitazionale G, e del tempo e della validità delle leggi che lo riguardano.

“I matematici – spiega Paul Davies – chiamano singolarità il limite di curvatura infinita dello spazio tempo. In questo quadro, quindi, il big bang ha origine da una singolarità. Il modo migliore per farsi un’idea  delle singolarità è di concepirle come frontiere o contorni dello spaziotempo. In questa luce esse non fanno parte, in senso tecnico, dello spaziotempo, nello stesso modo in cui il bordo di questa pagina non fa parte, a rigore, della pagina”.[1]  “Se l’universo – prosegue Paul Davies – è delimitato da una singolarità nel passato, il big bang non fu soltanto l’origine dello spazio, ma anche l’origine del tempo”. [2]

Indietreggiando fino all’inizio, si arriva a quello che è stato anche definito come Punto Zero, zero poin energy, un vasto nulla, che contiene tutte le potenzialità.

In fisica, l’energia di punto zero (in inglese, zero-point energy, ZPE) è il più basso livello energetico possibile in un sistema quantistico.

Nella teoria quantistica dei campi, il termine energia di punto zero è sinonimo di energia del vuoto.

La fisica del XX e del XXI secolo si accorda con antiche definizioni dell’origine del mondo, come se nella mente dell’uomo, che funziona con le stesse leggi costitutive dell’universo, stesse scritto il codice che oggi gli scienziati declinano in formule e che gli antichi esprimevano in allegorie, in metafore, in suggestioni poetiche.

Nei Vangeli cristiani, il regno dei cieli “è più piccolo di un granello di senape che un uomo semina nel suo campo. Il seme è piccolissimo, ma quando è cresciuto diventa la più grande fra tutte le piante dell’orto”. [3]

Nell’Atharva Veda, l’Uno “è più fine di un capello, l’Uno è completamente invisibile; e tuttavia questa divinità a me tanto cara, è più vasta di tutto il grande universo”. [4]

Il punto di partenza e la base di tutta la riflessione filosofica indoeuropea è il sacrificio, Yaina, di Prajapati, il quale smembra se stesso per far si che il mondo sia e sia ciò che è. La creazione, pertanto, è il sacrificio di Prajapati (signore della creazione): un dono che è un atto di auto-immolazione. Un atto che ricorda altri smembramenti archetipici, come quello di Osiride o di Dioniso.

Il Big Bang nasce da una singolarità, da qualcosa di indefinibile, che comincia ad esserlo solo nel momento stesso dell’espansione, quando diventa spazio-tempo e attiva le leggi che lo regolano.

Tapas, ardore e concentrazione, sollecitata da kama, ardore, penetra nell’In-Sé al punto da smembrarlo. L’In-Sé, Prajapati, si sacrifica, si smembra, si disperde. “E’ il sacrificio di Parajapati – scrive Panikkar – in termini mitici che dà vita all’Essere e agli esseri, e che libera l’Essere dal peso di dover essere l’origine e la causa degli esseri … All’origine di ogni essere c’è il sacrificio che l’ha prodotto. Il tessuto dell’universo è il sacrificio, che è l’atto per eccellenza, e che produce tutto ciò che è”. [5]

Nasce l’universo e con esso Rita, l’ordine cosmico che ispira l’energia dell’atto sacrificale ed è alla radice del tutto: il principio, non ontologico, di ordine e di attività.

Rita è un elemento essenziale della cosmogonia vedica; è l’elemento relazionale ed è l’energia stessa del sacrificio; è Prajapati in formazione e come informazione; è intimamente connesso all’ardore (tapas) e alla verità (satya), in quanto senza Rita la verità non sarebbe vera. “Tutti i poteri di ardore, concentrazione, energia e simili sono collegati a Rita. In effetti l’intero ordine dell’universo proviene ed è mantenuto da Rita

“La caratteristica di base di Yaina sembra essere – suggerisce ancora Panikkar – quella di un’azione che giunge dove intende giungere, che realmente e veramente offre qualcosa, che estende e amplia sé stessa. In altre parole il sacrificio sembra suggerire un’azione che effettivamente «crea», vale a dire, agisce, è efficiente e produce ciò che intende”.[6]  

Il sacrificio è l’atto per mezzo del quale il mondo è e, dunque, questo atto viene ad essere, diventa manifesto, nasce e cresce continuamente.

René Guénon, nel suo saggio sugli stati molteplici dell’Essere, affronta la questione premettendo il concetto di Infinito, che considera non definibile e il concetto di Possibilità, la quale è altrettanto infinita e, conseguentemente, non definibile.

Ciò premesso, René Guénon scrive che l’Essere non racchiude in sé tutta la Possibilità e non è identificabile con l’Infinito.

Guénon precisa che “l’Essere non è infinito dal momento che non coincide con la Possibilità totale; tanto più che l’Essere, come principio della manifestazione, contiene in sé tutte le possibilità di manifestazione, ma soltanto in quanto si manifestano”.

L’Essere, conseguentemente è limitato, non è infinito e non comprende il Non Essere, che Guénon afferma essere “più dell’Essere”.

L’infinità, afferma Guénon, appartiene all’insieme dell’Essere e del Non Essere ed è nell’insieme di Essere e Non Essere che risiedono tutte le possibilità.

L’Essere è dunque il prodotto del sacrificio del Non-Essere, ossia di Prajapati, dell’In-Sé che si estende nello spazio-tempo secondo le leggi dell’ordine cosmico Rita.

E Rita, in quanto relazione, consente all’uomo vedico di compiere a sua volta il sacrificio, ossia di celebrare, di concelebrare con l’universo. “Potremmo dire che il nucleo dell’esperienza dell’uomo vedico sta nel fatto che egli è chiamato a compiere il sacrificio che fa sussistere il mondo e persino gli Dèi”. [7]

Sull’altare del sacrificio, che è il limite della condizione umana,  e dove si incontrano i tre aspetti di Agni (spirito – adhiadaivika, uomo – adhyatmika e materia adhibhautika), grazie a Rita, in quanto relazione, l’uomo vedico non compie una manipolazione del divino, “ma il balzo esistenziale con il quale l’uomo si tuffa, per così dire, nel non-ancora-esistente con la sicurezza cosmica che il tuffo stesso causi l’emergere di quella realtà nella quale si tuffa”. [8] 

Oggi la fisica quantistica esprimerebbe lo stesso concetto con l’osservatore che osservando fa emergere dalle probabilità una determinata realtà.

Agni, archetipo del redentore

L’altare del sacrificio offerto e praticato dagli uomini ha, nella cultura vedica, un officiante divino: Agni.

Agni è la divinità più frequentemente citata nei Veda; eternamente giovane, eterno fanciullo, è il soccorritore, il mediatore tra il dio inconoscibile e gli uomini; è l’amico dell’uomo. Agni è anzitutto epifania divina, aspetto benevolo e incarnato del Divino, rappresenta la dimensione teantropocosmica trascendentale di tutto ciò che è. E’ un archetipo sul quale è costruita anche la figura di Gesù Cristo.

Agni è il primogenito: Agre (principio)  purva (primo) ed è Vaisvanara, colui che appartiene a tutti gli uomini; è il legame tra gli uomini e gli dèi. Conosce il filo. E’ il dio onnisciente. Agni ha un corpo d’oro (aur = luce), quindi corpo di luce, viene identificato con il sole, rappresenta la sacralità del fuoco ed è figlio di Dyaus (dal significato di splendore). Nasce in cielo, da dove scende in forma di lampo, ma si trova anche nell’acqua, nel legno, nelle piante.

Embrione delle acque (ha penetrato le acque primordiali e le ha fecondate), lo si rappresenta, secondo una concezione cosmologica piuttosto arcaica: la creazione compiuta attraverso l’unione di un elemento igneo (fuoco, calore, luce, semen virile) e del principio acquatico (acque, virtualità, seme) mentre si distacca dalla matrice delle acque, il Mare.

Agni, fuoco è chiamato infatti “embrione delle Acque”. Si ritiene che egli abbia penetrato dall’alto le Acque primordiali e le abbia fecondate. [9] Siamo di fronte alle nozze alchemiche tra l’elemento igneo e il principio acquatico.

Agni “è il messaggero tra Cielo e Terra ed è per il suo tramite che le offerte giungono fino agli dèi. Ma Agni è soprattutto l’archetipo del sacerdote; lo si chiama il sacrificatore o il «cappellano» (purohita)”. [10]

Capo degli dèi e loro messaggero (come Thoth, Hermes, Mercurio) Agni è il fuoco dell’ispirazione vedica, il fuoco sacro e sacrificale, il fuoco che è nel sole, nelle cose e nel cuore dell’uomo; il focolare domestico, legato alla vita; è l’agente divino sacerdotale e sacrificale, colui che fa venire all’esistenza l’intera realtà; è il fuoco sacrificale che trasforma tutti i doni materiali e umani in realtà spirituali e divine, così che possano raggiungere la loro destinazione definitiva; è il Fuoco primitivo, cioè la Luce stessa, nella grande dimora chiamata l’Antica. Non è difficile vedere l’equivalenza simbolica con i concetti di Arché e di Logos.

Direbbe Eraclito: “Fuoco semprevivente”.

Nell’Aitareya Brahmana (II,36) si afferma che “il Serpente Ahi Budhnya rappresenta in modo invisibile (paroksena) ciò che Agni è in modo visibile (pratyaksa). Il Serpente è, in altre parole, virtualità del Fuoco … “.[11] Lo Sathapatha Brahmana, infine, dichiara che “la scienza dei Serpenti (sarpavidyâ) è il Veda”.[12]

Agni il redentore uno e trino

Agni ha una struttura marcatamente trinitaria: triplice nascita, tre teste, tre corpi. Gli dei lo hanno reso triplice ed egli dimora in tre luoghi.

La funzione e il privilegio di Agni, che potremmo chiamare redentore divino, è di ricomporre Prajapati, ovvero recuperare le scintille divine disperse nella manifestazione, rendendole coscienti (risvegliando la consapevolezza) del loro essere parti essenziali del Tutto.

L’altare di Agni, così come è descritto nel Śulvasūtra, dove śulva è la corda che assieme a dei paletti consente le misure rituali, con lo stesso metodo usato in Egitto e dai Druidi, è costruito con la regola dell’accrescimento, che utilizza lo gnomone (descritto nel Libro I degli Elementi di Euclide, il quale ha attinto evidentemente alla sapienza vedica), che si ritrova anche in Pitagora e che ingrandisce o diminuisce mantenendo inalterata la forma: “In ogni parallelogramma i complementi dei parallelogrammi posti intorno alla diagonale sono uguali tra loro”.

Se inseriamo a squadra su un quadrato 4 (possiamo immaginarlo anche come 4 punti) 5 quadrati (o punti), otteniamo un quadrato 9 .

La squadra assume in questo contesto l’importante ruolo di strumento creativo della frattalità.

Squadrare è costruire un altare ad Agni, al sacro fuoco della ricomposizione: un altare alla umana consapevolezza dell’essere umano una scintilla divina, frattale dell’Essere creato dal sacrificio di Prajapati.

“La prescrizione per la costruzione dell’altare di Agni – scrive Paolo Zellini – era la seguente: iniziare con un piccolo quadrato di 4 mattoni; poi, con l’aggiunta di 5 mattoni, proseguire con un quadrato di 9; poi ancora, con l’aggiunta di 7 mattoni, con un quadrato di 16”. [13]

Il numero sedici è il quadrato di quattro.

La progressione è: 4 (+5) 9 (+7) 16 (+9) 25 (+11) 36 (+13) 49 (+15) 64, ecc.

La costruzione dell’altare di Agni ha, dunque, un significato sacro, in quanto riguarda la ricomposizione del corpo disperso di Prajapati, così come in Egitto accade a Iside, che ricompone il corpo disperso di Osiride.

Nella squadratura sono sottesi i grandi temi della crescita e della decrescita nella conservazione della forma, ossia la questione delle questioni: la frattalità, dove frattale significa frazione del tutto e introduce il concetto di ologramma. 

La squadratura assume il significato della “possibilità di sottrarsi all’accidentalità del divenire per mezzo di configurazioni relativamente stabili, ove prevalgono lógos e morphé”. [14]

Rapporto, relazione, lógos e forma, morphé, delimitano, poiché con una crescita e una decrescita illimitata “finisce con il prevalere il non-essere dell’ápeiron” [15], il senza limite, indefinibile e inconoscibile.

©Silvano Danesi


[1] Paul Davies, Una fortuna cosmica, Mondadori

[2] Paul Davies, Una fortuna cosmica, Mondadori

[3] Matteo, 31.

[4] Atharva Veda X,8

[5] Raimon Panikkar, I Veda, Bur

[6] Raimon Panikkar, I Veda, Bur

[7] Raimon Panikkar, I Veda, Bur

[8] Raimon Panikkar, I Veda, Bur

[9] Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Sansoni

[10] Mircea Eliade, Storia delle credenze religiose, Sansoni

[11] Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Sansoni

[12] Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Sansoni

[13] Paolo Zellini, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi

[14] Paolo Zellini, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi

[15] Paolo Zellini, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi