L’acacia è albero che ha assunto nel tempo valori simbolici ed archetipici di grande significato, primo fra i quali quello dell’immortalità. Valori che sono stati in gran parte distorti o obnubilati da accezioni moralistiche, come dimostra il significato di innocenza e di libertà dal peccato attribuito al greco akakia.

L’acacia incisa nei nostri ricordi ancestrali

Un significato ancestrale, primordiale, archetipico è strettamente correlato all’Acacia nilotica, una pianta della famiglia delle mimosacee diffusa in Africa, nella penisola arabica e nel sub continente indiano che può presentarsi come un arbusto dall’ampia chioma o come un vero e proprio albero, in grado di raggiungere i 15–20 m di altezza.

La chioma è fitta, di forma emisferica o piatta, e i rami presentano spine lunghe sino a 5 cm.

“Noi – scrive Edward O. Wilson – siamo i figli della Terra, scappati di casa per cercare successo in città. Tuttavia, come stanno scoprendo gli scienziati […], nei nostri geni c’è ancora molto di Madre Natura”. [1]

In questo genetico ancestrale ricordo, l’acacia ha un posto di primaria importanza, in quanto parte essenziale di quell’habitat primordiale che ha accolto la nostra evoluzione dall’animalità alla specie Homo sapiens: la savana; e nella savana le acacie dominano il paesaggio.

“Le ragioni per cui la savana madrepatria degli esseri umani ha modellato proprio in questo modo la nostra primordiale predilezione – aggiunge Edward O. Wilson – sono semplici e facilmente verificabili. Da una posizione elevata, i primi esseri umani avevano un’ampia visuale sugli erbivori intenti a brucare e sui nemici che si avvicinavano. Vivere vicino a una riserva d’acqua garantiva un rifornimento anche nei periodi di siccità e costituiva una fonte aggiuntiva del cibo. La fisionomia caratteristica delle acacie, con rami bassi che crescono orizzontalmente, permetteva poi di arrampicarsi in fretta per sfuggire ai leoni e agli altri predatori abbastanza grossi e feroci da uccidere un essere umano. Le ampie ramificazioni orizzontali agivano da appoggio per riposare e attendere che gli inseguitori si allontanassero. Inoltre, servivano come postazione elevata per controllare il territorio alla ricerca di prede da cacciare”. [2]

Noi esseri umani, figli di un’evoluzione durata migliaia di anni, abbiamo conosciuto l’acacia, nel nostro paesaggio primordiale, come luogo elevato di protezione e di osservazione.

Se consideriamo che le due facoltà sensoriali più sviluppate nell’essere umano sono la vista e l’udito, l’acacia è, in quanto supporto protettivo all’osservazione e all’ascolto, l’albero primordiale della sopravvivenza e della conoscenza. Sin dai primordi dell’umanità l’acacia è, pertanto, l’albero della vita e con questo significato lo ritroviamo nell’antico Egitto storico.

L’Egitto, l’acacia e la confraternita delle Meresankh

Associata all’acacia, per gli Egizi albero della Vita e simbolo della nascita delle divinità, era la dea Lusaas( Lusaaset, Jeusaes, Ausaas, Jusaas), in greco Saosis.

Lusaas è la parte femminile di Atum (Tum-Aten, Colui che è, Colui che non è), il demiurgo, il quale fonda nel suo cuore, nella sua intelligenza (informazione), tutto ciò che esiste e lo manifesta con il verbo Ra, la cui consonante sonora è vibrazione manifestativa. (vedi: https://laboratoriocasadellavita.it/2018/11/28/nel-prologo-del-vangelo-di-giovanni-il-segreto-della-vita/) (vedi anche: https://laboratoriocasadellavita.it/2018/09/11/un-fondamento-di-informazione-significante-chiamato-divino/).

Lusaas, la “nonna” di tutte le divinità, è la Grande che si divide in quattro. Il quaternio, ancora una volta, si evidenzia con tutta la sua valenza simbolica.

Dividersi in quattro significa assegnare le direzioni, ossia tracciare lo spazio e conseguentemente il tempo e consentire l’orientamento. Lusaas orienta e dà all’oriente il suo significato autentico di senso manifestativo.

Alla regina d’Egitto era conferito, tra gli altri, il titolo di “dimora dell’acacia”.

La dimora dell’acacia è legata al mistero della resurrezione, al quale presero parte tutte le regine. [3]

“Fra i grandi personaggi della corte – scrive Christian Jacq – troviamo tre donne che hanno lo stesso nome Meresankh, e sembrano fondare una discendenza. Sono due le traduzioni possibili di questo nome insigne: o «ella ama la vita» o «la vivente [una dea, probabilmente Hator] l’ama». Qualunque sia la soluzione, il fatto che una discendenza femminile sia messa in diretto rapporto col concetto essenziale di «vita» sottolinea, ancora una volta, il ruolo preminente della donna nella civiltà dell’antico Egitto. Della prima Meresankh non sappiamo nulla….. La seconda sembra fosse figlia di Cheope. La terza, invece, ci riserva una magnifica sorpresa”.

Abbandoniamoci al racconto di Christian Jacq.

Entrando nella tomba di questa terza Meresankh, probabilmente moglie di Chefren, ci si “trova di fronte ad una visione unica, un gruppo scultoreo che, per quanto ne sappiamo, esiste solo in quella dimora eterna: una confraternita formata da dieci donne in piedi, di tutte le età, dall’adolescente alla donna matura, che pare sorgere direttamente dalla pietra. Quando si entra per la prima volta in questo luogo magico si ha l’impressione che queste donne siano vive, che i loro occhi ci contemplino, che esse continuino a pronunciare frasi rituali indispensabili al buon andamento del mondo. E più ci si trattiene in questo luogo di straordinaria potenza, più l’impressione si consolida. Intimamente legate alla roccia, queste statue sono state animate come per magia e continuano a racchiudere il loro ka, la forza immortale che ha fatto di loro esseri di luce. Dato che Meresankh aveva accesso alla «dimora dell’acacia», possiamo supporre che sia rappresentata in compagnia delle «sorelle» della confraternita e che la trasmissione avvenga dalla più anziana alla più giovane, passando per gli stati intermedi. E’, infatti, rappresentato il gesto dell’abbraccio iniziatico tra due donne, di cui una più anziana; quest’ultima passa il braccio sinistro attorno alle spalle della sua discepola, che a propria volta abbraccia la vita della sua iniziatrice. Da questo gruppo di dieci donne unite per sempre dai legami di una stessa esperienza dell’eternità emana un profondo sentimento di comunione; contemplandole, nel silenzio di questa cappella, si percepisce la vera dimensione delle antiche egizie. Anche la «madre», Hetepheres, è rappresentata con sua «figlia» Meresankh nei momenti diversi del rito, durante il quale l’anziana trasmette alla giovane la sua saggezza. Così, le due donne esplorano le paludi in barca per cogliere i fiori di loto e non soltanto si votano al culto delle divinità, ma preservano il profumo della prima aurora, quando dalla luce nacque la vita. Durante questa gita in barca, la madre svela alla figlia il segreto del loto sul quale ebbe luogo la creazione”. [4]

Meresankh ha il titolo importante di sacerdotessa del dio Thot, creatore della lingua sacra e signore dei geroglifici. Meresankh è pertanto messa in diretto rapporto con la conoscenza. “Il particolare – scrive ancora Christian Jacq – ha la sua importanza perché prova che Meresankh aveva accesso alla scienza sacra e agli archivi dei templi che venivano chiamati «la manifestazione della luce divina (bau Ra). Del resto, la sovrana della Casa della Vita, dove si componevano i rituali e dove i faraoni venivano iniziati ai segreti della loro funzione, era una dea, Seshat. …. Vestita di una pelle di pantera, con la testa coronata da una stella a sette punte (a volte a cinque o a nove), Seshat” è depositaria, assieme al faraone, “dei segreti della costruzione del tempio…”. [5]

Conclude Christian Jacq: “Misteriosa e affascinante Meresankh, che ci ha permesso di scoprire che l’universo della conoscenza era totalmente aperto alla donna egizia”. [6]

L’acacia simbolo arboreo della Dea

L’acacia è simbolo arboreo della Dea. L’identificazione albero-Dea, infatti, è più che mai evidente nell’acacia nilotica, mitologicamente in relazione con la Dea Akanthô. Albero elegante, l’acacia nilotica, ha dei bellissimi fiori e secerne una essudazione gommosa (la gomma arabica).

L’acacia è una rappresentazione arborea della Potnia che, forte dell’autonomia generativa inerente la sua natura divina, dà alla luce Helios.

“La Potnia nella sua forma originaria di dea non generata, rappresentante la suprema e concreta femminilità del divino, era dai Mediterranei sentita come realtà trascendente, nel senso di una realtà extraumana, una realtà mitica, quindi, e, come tale, di là dalle frontiere del tempo storico, vivente ed agente nel clima atemporale delle origini”. [7]

L’acacia, la mimosa e il “ramo d’oro”.

 

L’acacia dei botanici ha anche il nome di Mimosa e in questa versione potrebbe essere chiamata “Ramo d’Oro” a causa dei suoi fiori gialli. Frazer, tuttavia, assegna la denominazione di “Ramo d’Oro” al ramo di vischio, simbolo druidico. E qui troviamo una possibile sovrapposizione di simboli.

F.Chapuis, citato da Boucher, scrive: ” Ci resta solo da domandarci: perché il vischio si chiamava Ramo d’Oro? Il giallo biancastro delle bacche del vischio non può bastare a spiegare questo nome, poiché Virgilio dice che il ramo era interamente d’oro, lo stelo come le foglie. Forse il nome deriva dal bel giallo dorato che prende un ramo di vischio quando lo si è colto e conservato per alcuni mesi; la tinta rilucente non è limitata alle foglie, ma si estende agli steli, in modo che tutto il ramo possa essere davvero un Ramo d’Oro. I contadini bretoni sospendono grandi mazzi di vischio dinnanzi alle loro case e nel mese di giugno questi mazzi sono notevoli per lo splendore dorato delle loro foglie”.[8]

L’acacia, la spina e l’ascia bipenne

Nell’acacia nilotica troviamo alcuni elementi fisici che assurgono a simboli di notevole interesse: la spina e la disposizione bipennata delle foglie, che riconduce all’ascia bipenne, altro simbolo della Dea e, al contempo, riferimento puntuale all’ascia neolitica e alla tradizione dei carpentieri. Nella leggenda dei Compagnons, infatti, si dice che quando Hiram fu chiamato per costruire il Tempio di Salomone, chiamò operai da ogni paese e tra questi alcuni Maître Jacques, che avrebbero costruito la colonna Jacquin. I Figli di Maître Jacques sono quelli ritenuti derivanti dalle tradizioni più lontane e sono considerati all’origine delle altre fraternità. “Non sembra che gli “Jean” abbiano istruito gli “Jacques” nella metallurgia ….- scrive Louis Charpentier – ma sembra che sia dovuto ad essi e alla loro profonda conoscenza delle materie naturali l’apparizione dell’ascia in pietra levigata, ascia così tagliente come un affilato strumento d’acciaio e perfettamente sufficiente per abbattere i più grandi alberi”. [9]

“E’ evidente – scrive Luois Charpentier – che i carpentieri apparirono contemporaneamente a questa ascia. Furono essi che fecero le città lacustri. Essi avevano delle “logge” nel bosco. ….. Essi erano figli della “Voive”, della foresta (la foresta d’Orléans ha lungamente avuto questo nome); figli della Veuve”.[10]

La spina dell’iniziazione templare

 

Qui giunti il simbolo dell’acacia incontra i Templari. Una delle caratteristiche dell’acacia, come s’è visto, è che i rami presentano spine lunghe sino a 5 cm.

Il simbolo dell’acacia si relaziona, pertanto, con quello della spina.

“Salvo rare eccezioni, dovute alla scomparsa successiva del nome – scrive a proposito della spina Louis Charpentier – tutte le commende, o per lo meno tutti i gruppi di commende abbinate avevano nei dintorni una località spina”.[11] Abbiamo Épinay, Pinay, L’Épinay, Épinac.

Charpentier fa notare che nel Cantico dei Cantici troviamo la spina: “Io sono la rosa di Sion […] simile al giglio in mezzo alle spine”.

Una rosa di Sion che, stando alle origini dei Templari nella Champagne, potrebbe anche rimandare, in forma velata, alla Dea Rosmerta di Saxon Sion. (vedi: https://laboratoriocasadellavita.it/2018/11/22/rosmerta-notre-dame-de-sion-e-una-societa-segreta-di-iniziati/).

Il simbolo della spina è presente in molte declinazioni.

La Vergine è chiamata nelle litanie Lilium inter spinas, il giglio in mezzo alle spine. Il castello della Bella addormentata nel bosco è circondato da una siepe di spine che solo il principe può attraversare.

C’è, dunque, un luogo particolare che sta alla fine di un percorso di spine?

Louis Charpentier ne accenna a proposito della misteriosa chiesa di Notre-Dame de l’Épine, eretta nel XIV-XV secolo a strapiombo sulla Vesle, vicino a Châlon sur Marne.

“Notre Dame de l’Épine, stando a Luc Benoist, presenta la duplice e singolare caratteristica di essere stata costruita in aperta campagna, relativamente lontana da ogni centro, e di essere l’edificio più notevole della Champagne, naturalmente dopo Notre Dame di Reims”. [12] Va notato che, nel disegno che le cattedrali gotiche francesi dedicate a Notre Dame segnano sul suolo in corrispondenza dell’asterisma della Vergine, la Notre Dame costruita vicino a Châlon sur Marne corrisponde a Spica. Secondo Charpentier, “testi del XIII secolo provano, …, l’esistenza già nel 1230 di una chiesa con questa denominazione situata nel medesimo posto, costituito da un tumulo antichissimo. E anche il pellegrinaggio sembra abbia avuto origine in epoche estremamente antiche”.[13]

Una leggenda del 1400 narra della Vergine apparsa in un cespuglio di rovi in fiamme.

La planimetria della chiesa è prossima alle proporzioni di quella di Chartres, dove ricorre la frazione un ottavo (rapporto tra la larghezza della navata centrale e di quelle laterali, ecc.). Il pilastro trilobato è una croce celtica rovesciata, firma della Confraternita dei costruttori Figli di Salomone legati all’Ordine del Tempio di Salomone.

Nel Libro dei Giudici, fa notare Charpentier (IX,14) si legge (secondo la traduzione moderna): “Allora tutti gli alberi dissero alla spina: «Vieni; regna su di noi». La spina rispose agli alberi: «Se siete in buona fede nello scegliermi per regnare su di voi, venite e rifugiatevi alla mia ombra; altrimenti che il fuoco esca dalla spina e divori i cedri del Libano”.

La spina, in questa versione, appare sempre più come l’acacia, simbolo della Dea.

In un ambiente come la Champagne dove fiorivano nel XII secolo gli studi sulla cultura ebraica è possibile che si siano usati riferimenti biblici per dire altro? E’ possibile che nella Spina delle spine o, se si vuole, nella Rosa tra le spine, ossia in un luogo che si trova alla fine di un percorso segnato dalle Épine siano nascosti oggetti di un’antica cultura, come, ad esempio il mitico Shamir, strumento per tagliare la pietra senza i metalli, ovvero appartenente ad una civiltà neolitica?

Secondo alcuni la spina come materiale da costruzione dell’Arca, sarebbe la spina-christi, ovvero la Marruca, una pianta resinosa della Cirenaica. Interessante notare che il suo nome in ebraico è Shamir, lo stesso che viene dato ad uno strumento mitologico che serve a tagliare la pietra.

La caratteristica dell’avere le spine è condivisa peraltro da alcune piante che sono in diretto rapporto con la dea.

Il biancospino, dai fiori bianco rosati che fioriscono in maggio-giugno e frutti rossi, che fruttificano ad agosto settembre, è una di queste. Il prunus spinosa, i cui fiori bianchi fioriscono ad aprile e ha i frutti tondi e blu che maturano a settembre ottobre, fa parte della famiglia di quelle piante che hanno le spine. Bianco rosso e blu (che non si differenzia dal verde) sono i colori della Dea.

La forma antica dell’aculeo vegetale della spina è akantha, parola che per estensione diventa la pianta stessa con le spine: l’acanto, l’acacia. La spina d’Egitto è l’acacia: akakia, ossia acacia.

L’acacia era un albero sacro riverito anche dagli Arabi pre islamici come Dea della triade femminile, ossia Al-Uzza o Huzzal.

Una spina per lavorare la pietra

Lo Shamir viene descritto nel Talmud (Pesachim 54°) come un “verme tagliente” e nello Zoar (74 a,b) come un “tarlo metallico divisore”. Nel Talmud (Mischna Avot 5/9) si parla di una creatura di origine minerale che gli Ebrei indicano come un “verme”, un “tarlo capace di forare i minerali più duri”. Nella Bibbia, Geremia 17/1, viene descritto come un “diamante”: “il peccato di Giuda è scritto con uno stilo (la penna usata all’epoca per incidere sulle tavolette di cera) e con una punta di diamante”.

Nel capitolo 5 del trattato Abot, che fa parte del Talmud babilonese, è scritto che lo Shamir fu creato nei sei giorni della creazione del mondo. Sempre nel Talmud, Sotah 486, si dice che Mosè portò lo Shamir nel deserto per costruire l’Efod, il pettorale destinato ad Aaron, come stabilito nel patto col Signore cui si fa riferimento nella Bibbia – Esodo 28,9: “prenderai due pietre di onice (durissime) e inciderai su di esse i nomi degli israeliti, seguendo l’arte dell’intagliatore di pietre per l’incisione di un sigillo”.

“In un primo tempo i nomi erano stati scritti con l’inchiostro, allora fu mostrato loro lo Shamir e furono incisi sulla pietra al posto di quelli scritti con l’inchiostro”. (Talmud babilonese Sotah 48,b). Mosè per far ciò istruì due tagliatori di pietra, Bezaleel della tribù di Giuda e Ooliab, figlio di Achisamach, della tribù di Dan. La conferma si trova anche nella Bibbia, Esodo 36,2.

Shamìr deriva dall’antica parola indoeuropea smer, da cui smerigliare, ossia lavorare la pietra grezza per farne una pietra levigata.

I simboli si rincorrono e aprono sempre nuovi orizzonti di conoscenza.

© Silvano Danesi

 

[1] Edward o. Wilson, Le origini della creatività, Cortina

[2] Edward o. Wilson, Le origini della creatività, Cortina

[3] Christian Jacq, Le donne dei faraoni, Mondadori

[4] Christian Jacq, Le donne dei faraoni, Mondadori

[5] Christian Jacq, Le donne dei faraoni, Mondadori

[6] Christian Jacq, Le donne dei faraoni, Mondadori

[7] Vedi in proposito Uberto Pestalozza, Nuovi saggi di religione mediterranea – Sansoni

[8] Jules Boucher, La simbologia massonica, Atanòr

[9] Louis Charpentier – Les géants et le mystère des origines – Ed. Laffont

[10] Louis Charpentier – Les géants et le mystère des origines – Ed. Laffont

[11] Louis Charpentier, I misteri dei Templari, Edizioni dell’Acquario

[12] Louis Charpentier, I misteri dei Templari, Edizioni dell’Acquario

[13] Louis Charpentier, I misteri dei Templari, Edizioni dell’Acquario