di Michele Manfredi-Gigliotti.

Il thema tractandum ci impone di dare per ammesso che si sappia, in modo sufficientemente storico, chi fossero i Cavalieri Templari e, allo stesso tempo, cosa sia la Sacra Sindone. L’indagine odierna è, quindi, da rivolgersi alla ricerca storica, mirata ad accertare se vi fu un momento, nella lunga storia del Tempio e nella più lunga storia del sacro lenzuolo, nel quale i due cursus si incontrarono e, se ciò avvenne, dove, quando e come ciò ebbe a verificarsi. A latere di questo che è il problema principale, valuteremo le fonti storiche sotto il profilo delle loro serietà e fondatezza probanti.
Diciamo subito che nessuna delle fonti religiose (dai vangeli canonici a quelli apocrifi; dai rotoli di rame di Qumran ai testi di Nag Hammadi), sia coeve alla crocefissione e alla morte del Cristo, sia immediatamente successive, si riferisce in modo esplicito (ma nemmeno implicito) al sacro lenzuolo. Neppure gli storici di estrazione laica effettuano alcun riferimento all’esistenza della Sindone. Eppure, l’immagine dell’uomo crocefisso impressa nel lino avrebbe dovuto colpire maggiormente l’immaginazione dell’umanità dei tempi antichi, che non quella attuale. Ma, probabilmente, non è proprio così, in quanto nei tempi antichi ci si affidava al mito, che era una specie di panacea per tutto ciò che era incomprensibile, mentre oggi ci si rivolge alla scienza che, però, non sempre riesce a penetrare il muro del mistero. D’altra parte se, per un verso, è certamente comprensibile un comportamento prudente in un momento storico nel quale il Cristianesimo era messo al bando e i Cristiani fatti sbranare dalle belve nelle arene di Roma, non si riesce a comprendere e, dunque, a giustificare, il lungo silenzio attorno alla Sindone a partire dal momento in cui il Cristianesimo era diventato la religione ufficiale dell’Impero Romano, originando una vera e propria caccia alle reliquie alle quali si attribuiva un potere taumaturgico e salvifico. (1)
Il momento storico, nel quale si può ragionevolmente ritenere che la Sindone abbia fatto la sua comparsa nel mondo orientale, è da individuarsi in occasione della quarta crociata. Come è noto, i crociati della quarta spedizione in Oriente salparono le ancore della flotta, messa a disposizione da parte della Repubblica marinara di Venezia, al comando del marchese Bonifacio di Monferrato. Puntarono le prore dei loro navigli sulla Palestina con lo scopo, dichiarato, di liberare l’enclave cristiana di Gerusalemme dall’accerchiamento dell’Islam. Ma non tutti i partecipanti alla spedizione di liberazione dei luoghi sacri al Cristianesimo erano portatori dei medesimi intenti. Anzi, la maggior parte di essi erano animati da finalità ben più materialistiche ed edonistiche. In particolare, le repubbliche marinare (2), capofila tra di esse la Serenissima, erano indotte a fornire il naviglio necessario al trasporto da prospettive di conquista dei mercati di sbocco dei loro prodotti o di approvvigionamento delle materie prime. Così la armata della quarta crociata, durante il tragitto per l’Oriente, fece una puntatina su Zara che, pur essendo di fede cristiana, venne sottoposta al saccheggio. Dopo una lunga sosta nella città della Dalmazia e un’altra più avanti nell’isola di Corfù, era logico che ci si aspettasse che i Crociati puntassero dritti sulla Siria per rafforzare le guarnigioni locali (per la maggior parte, costituite da Templari e Ospitalieri), ma ciò non avvenne. Infatti, i Crociati deviarono verso Costantinopoli. La motivazione di tale deviazione si fondava sull’intento dichiarato di dare una mano, per la riconquista del trono, all’imperatore legittimo, Isacco II Angelo, il quale, dopo essere stato accecato, era stato spodestato. Quando i Crociati giunsero sotto le mura di Costantinopoli, l’ imperatore Isacco II Angelo era stato rimesso sul trono spontaneamente, motu populi. Ciò avrebbe dovuto fare venire meno le motivazioni della presenza crociata sul suolo greco, ma i Crociati si accamparono lo stesso nelle immediate vicinanze delle mura della città. In tale occasione l’armata crociata ebbe modo di visitare la capitale greca e rendersi conto de visu degli sterminati tesori (soprattutto costituiti da reliquie attribuite a Cristo e ai Santi più importanti) che costituivano la dote delle chiese e dei palazzi nobiliari. Per avere una idea dei tesori esistenti in Costantinopoli, ricordiamo che Geoffroy de Villehardouin nella sua Cronaca afferma che la capitale greca possedeva da sola tante reliquie quante ne possedeva il resto del mondo messo assieme. Intanto, la componente veneziana della spedizione crociata faceva pressioni sempre più vigorose e insistenti affinché venisse pagato il debito contratto con loro per approntare la flotta. Il comando generale dei Crociati si rivolgeva al trono greco per avere i fondi necessari a tacitare i Veneziani. Prendendo lo spunto dal fatto che l’imperatore Isacco II Angelo e suo figlio Alessio, correggente assieme al padre, un giorno promettevano di dare i soldi e il giorno successivo negavano la promessa (nel frattempo, l’imperatore e suo figlio erano stati ancora una volta detronizzati), i Crociati decisero di conquistare militarmente Costantinopoli. L’esercito cristiano entrò facilmente nella capitale greca che, nei giorni 14, 15 e 16 aprile 1204, fu oggetto di un saccheggio senza precedenti dal quale non si salvarono neppure le chiese, anzi queste ultime furono il bersaglio privilegiato di una spoliazione meticolosa e capillare di ogni sorta di reliquia vi si trovasse. Le reliquie erano diventate un bottino molto ambito in dipendenza del fatto che si era creato un mercato clandestino di esse, regolato da prezzi a dir poco astronomici. La cosa impressionante era che i soldati che entravano nelle chiese per spoliarle portavano addosso i simboli della cristianità. Costantinopoli fu devastata e incendiata. Dei suoi tesori non restò traccia se non cartolare, in seno agli inventari tenuti negli archivi. Trattamento privilegiato ebbero le reliquie sottratte alla collezione dell’imperatore che si trovavano, al momento del saccheggio, nella cappella di Pharos e quelle provenienti dalla Basilica delle Blacherne. Esse, molto ambite, andarono ad arricchire alcune cattedrali europee. In particolare, molte finirono nella cattedrali di Troyes. Le ultime reliquie rimaste, in quanto sfuggite per puro caso al saccheggio, furono aggiudicate, a seguito di una vera e propria asta indetta allo scopo di creare liquidità nelle casse della capitale greca, nientemeno che a Luigi IX, re di Francia. Nelle immediate vicinanze della cattedrale di Notre-Dame, dirimpetto all’Ile de France (dove sono stati, poi, messi al rogo Jacques de Molay, Gran Maestro dei Templari, e Geoffroy de Charny, Precettore di Normandia) venne edificata una piccola chiesa, cui fu dato il nome di Sainte-Chapelle, destinata a custodire tali reliquie (3).

Jacques de Molay e Geoffroi de Charny, messi al rogo

E, così, siamo arrivati all’epicentro della questione.
Se la Sindone era custodita nella città di Costantinopoli, è fortemente probabile che essa sia stata sottratta in occasione del saccheggio e dell’eccidio al quale sopra si è accennato.
Occorre chiedersi, a questo punto, se vi siano notizie storiche che la Sindone fosse custodita nella capitale della Grecia.
In verità, notizie dirette in tal senso non ve ne sono. Vi sono, al contrario, alcune circostanze fortemente indizianti secondo cui è ragionevolmente molto
probabile che la Sindone si trovasse in Costantinopoli al momento in cui la città fu conquistata dai Crociati. Esisteva a Costantinopoli una famosissima riproduzione (acherotipa o frutto di cheiropoiesi? Non è chiaro, essendo diverse le definizioni il più delle volte determinate dalla fede o dalla mancanza di essa) del volto di Cristo, nota in quasi tutto l’Oriente con il nome di Mandylion (4). Quello che è certo è che di tale rappresentazione fisica del volto del Cristo vennero fatte varie riproduzioni pittoriche da parte dei più famosi pittori dell’epoca per essere donate alle maggiori chiese e cattedrali. Da ciò (ossia, dal fatto che la matrice per la riproduzione è stata unica) dipende la somiglianza fisionomica del volto di tutti i mandylion esistenti, compresi quelli raffigurati nelle vetrate delle cattedrali gotiche. Della immagine di un volto sacro impresso sul tessuto, parla Robert de Clary, originario di Amiens il quale lasciò il suo feudo di Clary-les-Pernois per seguire Pierre d’Amiens nella crociata. Il de Clary annotò di avere personalmente visto a Costantinopoli, precisamente nella Chiesa di Santa Maria di Blacherne, la Sindone, di cui si effettuava l’ostensione tutti i venerdì. Non v’è motivo per dubitare della veridicità di quanto afferma il de Clary, del quale è stata riscontrata la puntualità quando parla di altri fatti attinenti alla spedizione.
L’origine del mandylion è di natura mitologica, così come viene comunemente raccontata. La figura del volto sarebbe rimasta impressa nell’asciugamano, quando una donna, a cui è stato attribuito il nome di Veronica, impietosita dalle condizioni fisiche del Cristo che portava la croce ascendendo verso il Golgota, gli si fece da presso asciugandogli il volto: i lineamenti del destinato al patibolo rimasero miracolosamente impressi nella stoffa. Qualche versione va anche oltre e parla di colei che deterse il volto del Cristo, come di santa Veronica. In sostanza, l’episodio non è altro che pura invenzione. Veronica altro non è se non la deformazione di Vera Icona riferita alla riproduzione del volto stesso (Il termine proviene dalla lingua greca e, precisamente, da eikon derivato dal tema di eoika con il significato di “sembrare”, “assomigliare”. Ricordiamo che il termine greco emigrò, per prima, verso la lingua russa, dalla quale si diffuse, poi, in Occidente).

Il sigillo dei Templari. Recto: due cavalieri su un’unica cavalcatura; Retro: la Kubat ‘al Sakra

Dunque, esisteva a Costantinopoli qualcosa che aveva a che fare con la figura fisica del Cristo, anche se limitata al viso. Occorre porsi, a questo punto, la seguente, ulteriore domanda: il volto di Cristo del Mandylion é qualcosa di diverso dal volto di Cristo impresso nella Sindone oppure è sempre lo stesso volto?
Il Mandylion (intendiamo il prototipo e non le riproduzioni) non è stato giammai rinvenuto, eppure vi sono serie, numerose e diverse testimonianze storico-letterarie della sua presenza in Costantinopoli, per cui non può essersi volatilizzato senza lasciare alcuna traccia. A questo punto appare assolutamente necessario illustrare quella che è la nostra ipotesi, ribadendo, a scanso di equivoci, che si tratta della nostra ipotesi, che potrà essere contrastata in qualsiasi momento con inoppugnabili elementi storici (ci si augura!), oppure con un’altra ipotesi che appaia, ictu oculi, più fondata.
Sul sacro lenzuolo sono evidenti i segni delle ripiegature della stoffa per tutti i secoli nei quali ha assunto quella posizione. Date le sue dimensioni (5), infatti, era impensabile per quei tempi potere conservare il sacro lenzuolo in posizione distesa in modo da offrire in visione sia il recto che il retro. Quindi, il lenzuolo venne ripiegato in modo da ottenere dodici quadrati sovrapposti di cui ognuno di quattro strati per un totale di quarantotto quadrati. In cima alla pila delle piegature era posto il volto dell’Uomo della Sindone. Ripiegato il lenzuolo nel modo che precede, al visitatore veniva offerta la visione del solo volto. La spiegazione più logica, che appare aderire maggiormente alla presunta realtà storica, sembra, dunque, questa: il Mandylion non è esistito come realtà oggettiva, ontologica; è esistito alla stregua di una realtà funzionale, nel senso che altro non è stato se non la Sindone ripiegata in quarantotto quadrati.
Ciò spiegherebbe l’improvvisa scomparsa del Mandylion mai più rinvenuto nella sua natura prototipica e, allo stesso tempo, conferirebbe alla Sacra Sindone una maggiore presenza storica per tutti quei secoli nei quali essa è stata storicamente presente sub specie di Mandylion, di modo che la Sacra Immagine, se ostensa per intero è “lenzuolo” (Sindone), mentre se ostensa ripiegata è “asciugamano” (Mandylion).

La Sindone fotografata da Giuseppe Enrie (1931)

I cavalieri Templari conoscevano certamente il Mandylion. Correlativamente, essi non potevano non conoscere molto bene la Sindone. Questa affermazione è sorretta sia da prove storiche che da indizi seri, univoci e concordanti. Vediamo di esaminarne qualcheduno.
In seno al processo che l’Ordine subì per volontà ed opera del trio Filippo IV-Guillome de Nogaret-Guillome de Playsians (6), ai Templari vennero contestati circa centodieci capi d’imputazione. Per quanto a noi serve in questa sede, esaminiamo alcuni di tali capi di imputazione.

a-1)Idolatria. Ai Templari veniva contestato di praticare l’iconolatria, ossia l’adorazione e il culto di una non meglio precisata testa barbuta in loro possesso. Questa icona veniva esibita e venerata, secondo l’accusa, in occasione di importanti ritualità nel Tempio e in presenza di riconosciute autorità dell’Ordine (i novizi, i sergenti, gli scudieri, i fratelli artigiani non erano ammessi a presenziare in occasione dell’ ostensione della icona). L’idolo-icona di cui stiamo discutendo è, certamente, meglio conosciuto con il termine di Baphomet (7). Termine, questo, che è di nessun significato e, proprio per questo, esso assolve a quella funzione mimetica che, secondo il nostro parere, il Tempio ha voluto conferirgli. I Templari, cioè, hanno voluto nascondere la vera natura di tale reliquia per il timore, non certo infondato, che sarebbe stata, altrimenti, loro sottratta. A conferma di tale tesi, si pensi che, a seguito della prima ostensione in Francia della Sindone, il vescovo di Lirey ne ordinò l’immediata distruzione (di ciò ci occuperemo più avanti con maggiori dettagli).
Durante l’esecuzione dell’ordine di cattura dei Templari ordinata da Filippo IV il Bello (operazione di polizia conosciuta con il nome rex iubet Templarios comprehendi ), le forze di polizia dello Stato francese effettuarono, in una sola mattinata e su tutto il territorio statuale, una retata simultanea, procedendo alla cattura di tutti i Templari (il numero è prudenzialmente stimato in circa duemila). Malgrado ciò, non rinvennero alcun idolo-icona in nessuna delle magioni o commenderie dei Cavalieri del Tempio. Se i Templari fossero stati degli idolatri qualcuno degli oggetti di tale venerazione si sarebbe dovuto, necessariamente, rinvenire nelle centinaia di magioni dell’Ordine.
Furono in pochi a scampare all’arresto o perché si trovavano altrove, o, semplicemente, perché furono fortunati. Questa circostanza esclude l’ipotesi di un trafugamento. Vero è che la mattina della cattura, alcuni carri partirono verso La Rochelle (città templare fortificata nel golfo di Biscaglia, su territorio francese).
Tutto quanto precede ci rafforza nel convincimento che i Cavalieri-Monaci Templari, a perfetta conoscenza della natura della reliquia, in determinate, grandi ricorrenze, esponevano la Sindone-Mandylion per la venerazione dei fratelli.

b-1)Feticismo.
Ai Templari venne contestato anche l’uso, a pelle, di una funicella con la quale si cingevano i fianchi. Il fatto che TUTTI i Templari indossassero sulla pelle nuda una funicella di panno bianco, oltre a dare motivo all’accusa di feticismo, come in effetti avvenne, ha dato il via ad una miriade di congetture di cui talune veramente fantasiose, come quella che voleva che tali funicelle avessero funzioni taumaturgiche essendo state strofinate con qualche potente reliquia.
Noi crediamo che, anche in tal caso, la spiegazione è molto più semplice e, allo stesso tempo, molto complessa. Come tutti gli studiosi della Sindone sanno, tale reliquia porta impresso un segno, di origine ematica, conosciuto con il nome di “cintura di sangue”. Il Sacro lenzuolo, quasi fosse una lastra radiografica, reca, nella sua parte anteriore, l’impressione di un rivolo ematico la cui fonte è da localizzarsi nella “parte destra del torace presso il quinto spazio fra le costole. Dipende da una grande ferita lunga cm. 4,5 e larga cm. 1,5. Il grosso fiotto di sangue che ne è uscito e ha impregnato il tessuto è sceso lungo il fianco e ha finito per colare su tutta la larghezza della schiena creando una striscia orizzontale” (8).
La ferita patita dal Cristo al costato sembra confermare la cronaca della sua crocefissione tramandataci dalle sacre scritture: si tratterebbe, evidentemente, del colpo di lancia inferto al crocefisso da Longino ed è, questa, la medesima ferita dalla quale sgorgò, assieme al sangue, l’acqua analizzata sulla Sindone: evidentemente il colpo di lancia aveva attinto la pleura. La perizia medico-legale sul lenzuolo ha, infatti, rinvenuto tracce di sangue venoso, di sangue arterioso e di sangue frammisto ad acqua.
Detto questo, non ci sembra che si possa revocare in dubbio che i Cavalieri Templari, indossando la funicella di lana, abbiano voluto dare vita alla rappresentazione scenica della ferita al costato di Cristo con il tragitto del rivolo di sangue. La funicella, in altre parole, tiene luogo della cintura di sangue e in tanto i Templari potevano fare riferimento a tale feticcio in quanto fossero a perfetta conoscenza della cintura di sangue impressa nella Sindone. La scoperta di tale particolare traccia ematica e la conseguente definizione di “cintura di sangue” sono piuttosto recenti. Al momento in cui Baima Bollone effettua la perizia medico-legale sul sacro lenzuolo, ancora non esiste la definizione di “cintura di sangue”. Figuriamoci se, al tempo in cui hanno operato i Templari, qualcuno avrebbe potuto conoscere la “cintura” aliunde, ovverosia in modo diverso dalla osservazione e studio diretti e attenti della Sacra Sindone nella sua interezza di lenzuolo.
Da quanto precede appare evidente che i Templari conoscevano molto bene la Sindone-Mandylion. Ne avevano una conoscenza così puntuale da averne non solo venerato il volto nelle loro liturgie, quanto da averlo riprodotto in tutte le vetrate delle cattedrali gotiche che essi fecero erigere in tutta la Francia.
L’erezione delle cattedrali gotiche cominciò sul suolo francese a partire dal 1250, ossia prima che cominciasse la presenza storica della Sindone sullo stesso suolo francese, presenza di cui si ha certezza a far tempo dalla prima metà del trecento.
La sacra reliquia aveva lasciato Costantinopoli a seguito del saccheggio effettuato dai militi della quarta crociata e sembrava scomparsa dalla circolazione. Almeno, ufficialmente, non se ne seppe più nulla. Essa ricompare nell’anno 1353, nella diocesi di Lirey, quale proprietà di Caterina de Charny, di nobile e facoltosa famiglia, che le vicende storico-economiche del tempo avevano ridotto sul lastrico. Caterina pensò bene di farsi aiutare dal Sacro lenzuolo decidendo di effettuarne l’ostensione nella chiesa del paese, dietro pagamento di un piccolo obolo. L’ostensione ha un esito davvero insperato, attirando vere e proprie folle di fedeli, ma anche di curiosi, con reale beneficio delle condizioni economiche della de Charny. La cosa, però, non passò inosservata alla diocesi di Lirey. Conosciuto, infatti, l’avvenimento, il vescovo ordina che si sospenda immediatamente l’ostensione e che si distrugga il diabolico lenzuolo, ma la de Charney non solo non ubbidisce all’ordine del vescovo, quanto porta via in fretta e furia la reliquia per nasconderla in un luogo sicuro.
Caterina de Charny riesce, finalmente, a vendere (in effetti si tratta di un baratto: la Sindone in cambio di un castello) la reliquia a Luigi di Savoia, che è figlio del papa Felice V. Il Savoia dà disposizioni perché si custodisca la reliquia in un primo tempo a Chambery, nella Sainte-Chapelle di palazzo ducale e, successivamente, a Torino.
La prima ostensione ufficiale della Sindone in Francia, dunque, avviene nell’anno 1353. Il patronimico della proprietaria è de Charny. Trentanove anni prima tale avvenimento (era il 18 marzo 1314) era stato arso vivo sul rogo eretto nell’ Ile de France, proprio in faccia alla cattedrale di Notre-Dame de Paris, Geoffroy de Charny, anch’esso di nobile e facoltosa famiglia, che aveva raggiunto, in pochissimo tempo e ancora giovanissimo, nell’ambito dell’Ordine templare, una posizione apicale, ossia Precettore della Provincia di Normandia. Moriva Geoffroy, gridando l’innocenza del Tempio, assieme al Gran Maestro dei Templari, Jacques de Molay.
Dopo ciò che è stato detto sopra, è facile mettere in relazione Caterina de Charny con Geoffroy de Charny. Caterina non era certamente in grado di acquistare la Sindone, versando in evidenti difficoltà economiche, né mai (per quanto ci risulti) ebbe a recarsi in Oriente. I Templari, al contrario, erano nelle condizioni economiche di poterlo fare. E’ molto più agevole, quindi, pensare che siano stati i Templari ad esserne venuti, comunque, in possesso e che Caterina, morto il suo antenato Geoffroy e scomparso il Tempio, si sia ritrovata proprietaria della reliquia stessa. E’, ancora, agevole pensare che Geoffroy, sentendosi vicino alla fine, abbia provveduto a preservare l’integrità del lenzuolo e, allo stesso tempo, a non farlo cadere in mani inappropriate. Quale migliore rifugio della propria casa situata in un paese della provincia francese? Qui, la Sindone sarebbe stata certamente al sicuro e protetta nell’ombra e nell’anonimato, come in effetti avvenne, per trentanove anni, fino a quando, cioè, Caterina, non vedendo altre possibilità di sopravvivenza, la tira fuori e la espone ai fedeli, non immaginando, lontanamente, che il gesto avrebbe potuto scatenare un vero e proprio putiferio.
Che la Sindone fosse custodita da Geoffroy de Charny appare in linea, sia con l’alto grado rivestito da Geoffroy in seno all’Ordine del Tempio, sia (ma sarebbe molto più corretto dire “ma soprattutto”) con il fortissimo legame istituzionale e di amicizia personale intercorrente tra il Precettore e il Gran Maestro del Tempio. L’amicizia tra i due è talmente profonda e inattaccabile che Geoffroy non esita un momento a seguire il Gran Maestro sul rogo finale.
La parentela, d’altra parte, tra Caterina e Geoffroy, oltre che dalla identità del patronimico, appare convalidata anche dalla provenienza geografica dei due. Nel periodo di riferimento, si ha, è vero, un altro Geoffroy de Charny che non aveva nulla a che vedere con i Templari e che era il portaorifiamma di Giovanni Il Buono, re di Francia.
Barbara Frale nel suo bel libro I Templari e la Sindone di Cristo fa una notazione importante e cioè che Geoffroy de Charny, il Templare, era anche noto tra i suoi confratelli con un soprannome le berruyer, ossia originario del Berry, che era la regione della Francia che corrisponde a quella che odiernamente viene detta Champagne berrichonne e che, a quei tempi era una specie di cuneo tra le terre del conte di Champagne e quelle del conte di Borgogna. E’ proprio la zona, conclude l’Autrice, nella quale era trapiantata e da cui proveniva la famiglia de Charny. Emblematica appare, in verità, la vicinanza della regione dei de Charney con quella di Champagne, da dove (precisamente, dalla città di Troyes) proveniva quell’Hugues de Payns, primo Gran Maestro dell’Ordine cavalleresco del Tempio di Salomone che fece parte dei nove cavalieri apripista che andarono in Palestina, a Gerusalemme, quando ancora l’Ordine del Tempio non era stato fondato e che era il vassallo del conte di Champagne, nonché (è bene ricordarlo) imparentato con Saint Bernard de Clairvaux (9), (10).
In mancanza di prove più solide (ma da quando in qua le deduzioni, che abbiano il crisma della logicità, non hanno una loro, intrinseca solidità?) che vengano a dimostrare il contrario, rimane la fondatissima probabilità che a portare la Sindone in Occidente siano stati proprio loro, i Templari. Le coincidenze sono, in verità, troppe perché si debba credere solo ad un caso fortuito. D’altra parte, logica vorrebbe che, se fosse stato vero che i Templari avevano la consuetudine di adorare un idolo (diciamo un feticcio qualsiasi), tale pratica avrebbe dovuto essere estesa a tutta la Confraternita, senza alcun distinguo né di grado, né di funzioni, non avendo alcun senso la creazione di un settore idolatro a carattere elitario. La circostanza, al contrario, che l’immagine barbuta venisse adibita alle ritualità più importanti e di rango sta a significare che vi era una necessità oggettiva di proteggere sia la cerimonia in se stessa, sia, e soprattutto, l’oggetto del culto. Necessità che, a ragion veduta, era senz’altro fondata sul timore della sottrazione o, addirittura, della distruzione dell’oggetto (tentativo già posto in essere dal vescovo di Lirey quando la Sindone si trovava nel possesso di Caterina de Charney).
Evidentemente, i Templari credevano nella natura ed origine metafisiche dell’immagine stampata sul sacro lenzuolo ed erano, altresì, consapevoli che non tanto facilmente poteva accreditarsi presso la curia papale la tesi dell’origine divina del volto.
La scienza odierna non è riuscita ancora a spiegarsi il processo attraverso il quale l’immagine di quel volto abbia potuto stamparsi su quel lino. Fino a quando non sarà possibile una lettura scientifica del fenomeno, nessuno potrà dubitare della originalità della fotografia.

NOTE
(1)Per riuscire a comprendere appieno e in modo corretto il fenomeno, occorre tenere presente che l’aspetto religioso penetrava, nel Medioevo, ogni altro aspetto della vita civile, militare e, persino, economica al punto da “condizionare l’intera struttura economica” delle società politicamente organizzate (Otto von Simson, La Cattedrale Gotica, Il concetto medievale di ordine, Società Editrice il Mulino). Se una reliquia, che fosse conosciuta presso i popoli, diventava uno strumento economico in grado di apportare flussi cospicui di liquidità nelle casse delle autorità, sia civili che militari, figuriamoci nelle casse delle autorità religiose quale piena torrentizia si dovesse verificare. Sempre O. von Simson (op. cit.) narra che l’imperatore di Costantinopoli, Baldovino II, per ottenere un prestito da parte della Repubblica di Venezia, non esitò ad offrire in garanzia la “corona di spine” che aveva cinto il capo del Cristo per volere scimmiottare una improbabile regalità. Non esisteva nel Medioevo neppure una Cattedrale che non avesse almeno una reliquia da offrire alla venerazione dei fedeli. I più accaniti accaparratori di reliquie furono, nientemeno, che i Crociati. Non facilmente narrabili sono le spoliazioni che essi compirono a Costantinopoli nei confronti degli edifici religiosi (in special modo a Santa Sofia), malgrado fossero edifici di culto dedicati alla medesima loro religione del Cristianesimo. La maggior parte di queste attività predatorie ebbero a verificarsi nel 1204. Esse fruttarono l’accaparramento di tante reliquie che i Crociati si trovarono in grandissima difficoltà nel dovere provvedere alla custodia di tale immenso bottino proveniente, in prevalenza, da Costantinopoli, per cui pensarono bene di indire una vera e propria asta (il termine, molto efficace, si deve a O. von Simson, op. cit.), alla quale parteciparono i rappresentanti delle più famose Cattedrali dell’occidente, che fecero a gara tra di loro per accaparrarsi le reliquie più importanti. Impossibile riportare i luoghi che sono custodi di tutte le reliquie o presunte tali. Sono pochissime le chiese che non possiedono una reliquia al loro interno. Tralasciano le grandi Cattedrali (Notre Dame de Chartres ad esempio custodisce la sacra camicia indossata dalla Madonna al momento in cui partorì Gesù), ci occuperemo brevemente di edifici di culto meno noti al grosso pubblico. Nella Basilica Cattedrale di Cefalù (PA) si trova un pezzo del legno della Croce donato da Ruggero II e così, altrettanti pezzi, sono nella Chiesa dei SS. Nicolò e Giacomo di Capizzi (ME), nella Chiesa della SS. Annunziata di Isnello (PA), nella Cappella del SS. Crocefisso di Paternò (CT). Una parte del teschio si San Calogero eremita è conservata a Frazzanò (ME), mentre i corpi di San Pio Martire, del Beato Goffi, di San Teofilo e frammenti del teschio di Sant’Anna sono custoditi in tre chiese di Castelbuono (PA). A San Fratello (ME) sono custoditi un femore di San Benedetto il Moro, le reliquie dei Santo Martiri Alfio, Cirino e Filadelfio. Ad Alcara Li Fusi (ME), nella Chiesa Maria SS. Assunta sono custodite le reliquie di San Nicolò Politi. L’elenco completo, pur non essendo conosciuti esaustivamente tutti i luoghi delle reliquie, comporterebbe la stesura di interi volumi.
(2)La partecipazione alla spedizione delle repubbliche marinare era indispensabile, in quanto esse fornivano la flotta necessaria al trasferimento dei Crociati in Oriente. In più di una occasione accadde che i fornitori dei navigli necessari al trasporto bloccarono la spedizione, tenendo le navi all’ancora nei porti di partenza, allo scopo di ottenere condizioni più vantaggiose rispetto ai loro interessi economici. Fu l’osservazione di tale fenomeno in una con il desiderio di non subire i ricatti degli armatori, che, in prosieguo di tempo, indusse i Cavalieri Templari ad armare una propria flotta, sia mercantile che da guerra. In poco tempo, la flotta templare divenne la più importante e la più temuta del Mediterraneo. La bandiera da combattimento delle navi da guerra templari (un teschio con due femori incrociati su campo nero) ebbe una diffusione tale che, al suo apparire, le navi nemiche si arrendevano, il più delle volte, senza neppure accennare a difendersi. Di ciò si accorsero alcuni malviventi dei mari (pirati e corsari) che pensarono bene di adottare l’emblema del teschio e dei femori incrociati per i loro navigli. La storia della marineria templare è affatto conosciuta. Quando l’Ordine fu sciolto con la bolla papale Vox in excelso, la flotta dei templari venne smembrata: una parte delle navi fu donata a Ruggero II, re di Sicilia; altra al re del Portogallo che divenne, da quel momento in poi, Giovanni il Navigatore; un’altra aliquota consistente fu donata alla famiglia Synclair, proprietaria di Rosslyn, una delle pochissime dinastie europee che accolse e protesse i superstiti del Tempio.
(3)Si tratta: della lancia per mezzo della quale Longino trafisse il costato di Cristo inchiodato sulla croce; di un frammento della Vera Croce; della spugna che fu imbevuta di aceto e offerta al Cristo per placarne la sete; della Corona di Spine con la quale Gesù fu incoronato re degli Ebrei.
(4)Il termine “Mandylion” appartiene alla lingua ebraica dei tempi arcaici (aramaica) e significa “asciugamano”, con attinenza, evidentemente, alle sue dimensioni fisiche. La sua semantica, tuttavia, è comune ad altre lingue, come la greca (mandylion), la latina (mantilium), l’araba (mandìl), ma anche all’italiano antico (mantile), termine, quest’ultimo, tuttora in uso nel dialetto corrente di alcune contrade della Calabria (mannile, che designa un copricapo femminile delle pacchiane). Per quanto concerne, poi, il termine “Sindone”, esso appartiene alla lingua aramaica e significa “lenzuolo”.
(5)Riporto qui i dati tratti da Pierluigi Baima Bollone-Pier Paolo Benedetto, Alla ricerca dell’uomo della Sindone, Club degli Editori, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1978, che ci sembrano più corrette. I due autori riportano i dati metrici tratti da Coero-Borga, La Sacra Sindone-Circolare trimestrale a cura della Cappella della Sindone, Torino 1967. Altezza del puro lino bianco: m. 1,095; Altezza compreso il bordo, m. 1,155; Altezza del bordo grande: m. 0,05; Altezza del bordo piccolo: m. 0,01; Lunghezza del puro lino bianco: m. 4,3450; Lunghezza compreso il bordo: m. 4,395; Altezza del bordo sia dalla parte della fronte, sia dalla parte del dorso: m. 0,025; Altezza dell’immagine dalla parte della fronte: m. 1,95; Altezza dalla parte del dorso:m. 2,02; Distanza tra le due impronte della testa: m. 0,18.
(6)Filippo IV, detto “Il Bello”, era il re di Francia. Non tutti sanno che egli è passato alla storia anche con un altro epiteto e, cioè, “Il Falsario”. Non sappiamo se la qualificazione estetica corrispondesse effettivamente al soggetto di riferimento. Quello che sappiamo, però, con certezza è che il secondo epiteto è meritato. Infatti, in un momento in cui la Francia era sul punto di dichiarare bancarotta, Filippo si mise a stampare carta-moneta inondando i mercati francesi, come se la moneta cartacea circolante non dovesse essere sorretta dalle riserve auree…che la Francia aveva esaurito. Ciò determinò una gravissima inflazione con conseguente perdita del potere di acquisto del numerario corrente e, specularmente, un innalzamento dei prezzi al consumo mai registrato prima d’allora. Da quel momento il re si mise in testa di impadronirsi dell’Ordine templare (tentando, addirittura, una fusione tra Templari e Ospitalieri) al fine di impadronirsi dell’ incalcolabile tesoro dell’ Ordine che egli, in occasione di una sommossa popolare, aveva avuto occasione di vedere nel Tempio di Parigi, ove aveva trovato rifugio e scampo.
Guillorme de Nogaret era il braccio destro del re di Francia. Esperto di materie giuridiche, era stato ministro della Giustizia e, al momento del radicamento del processo contro i Templari, era stato nominato da Filippo IV ministro plenipotenziario. Il personaggio è quello stesso che, sempre su ispirazione di Filippo IV, aveva organizzato, con il concorso materiale nell’impresa di Sciarra Colonna, il cosiddetto “schiaffo di Anagni”, di cui fu vittima il papa Bonifacio VIII.
Guillorme de Playsians, espertissimo di materie giuridiche, era l’eminenza grigia di Guillome de Nogaret. Non amava apparire e non appariva mai, ma era quello che studiava i piani che, poi, il de Nogaret metteva in atto. Ebbe un ruolo importantissimo nella organizzazione del processo contro i Cavalieri Templari architettando di sana pianta le circostanze che confluirono nelle imputazioni.
(7)Il termine è di origine incerta. Tralasciamo tutta quella serie di ipotesi che fanno riferimento ad un significato di natura esoterica, in quanto tale percorso non ci sembra agibile. Ci riferiamo, invece, all’interpretazione oggi più diffusa, secondo la quale il termine deriverebbe da una corruzione del nome “Maometto”. Tale percorso non ci sembra praticabile, prima di tutto perché non è logicamente supportato da alcun elemento. Un eventuale intelligenza da parte dei Templari con il mondo arabo sarebbe stato certamente sottaciuto, così come i Templari mai rivelarono i loro buoni (legittimi, senza ombra di dubbio) rapporti con il mondo Sufi o con quello degli Sciti-ashashin del Gran Vecchio della Montagna. Per non considerare che il profeta è detto Maometto soltanto in Italia e, quindi, la corruzione linguistica dovrebbe riguardare la denominazione italiana. La lingua corrente dei Templari era la lingua della Provenza o Linguadoca e quella ufficiale del processo contro di loro è quella francese (alle quali lingue è estraneo il termine Maometto). Se si pensa, poi, che il nome arabo del profeta è Muhammad non si comprende in che modo esso abbia potuto corrompersi in Baphomet.
(8)Barbara Frale, I Templari e la Sindone di Cristo, il Mulino Intersezioni, Bologna, 2009, pag. 145 e ss. Ci sembra doveroso ricordare, qui di seguito, gli altri scritti di questa Autrice, a cui si deve, fra l’altro, la scoperta molto importante della cosiddetta pergamena di Chinon che contiene la prova dell’assoluzione (non giuridica, ma canonica: la nota è nostra) che la Chiesa ha impartito ai Templari). B.F.,La corte dei papi- Il Papato e il processo ai Templari, Viella, Roma 2003; B.F., I Templari, il Mulino Intersezioni, Bologna, 2004.
(9)Gli altri erano: Hugues I° conte di Champagne, Gondemar, Roseal, André de Montbar, Payen de Montdidier, Godefroy de Saint-Omer, Archambaud de Saint Amand, Geoffroy Bisol, tale Roland (probabilmente si tratta di Bernard Roland).
(10)Saint Bernard de Clairvaux (in Italia inteso San Bernardo di Chiaravalle, ma impropriamente in quanto Chiaravalle esiste davvero nelle Marche dove si trova la sede di un importante monastero cistercense-benedettino) fu determinante per la fondazione dell’Ordine templare. L’Occidente, in genere, non aveva tradizioni militari applicate al monachesimo, come, al contrario, succedeva e succede con alcuni ordini religiosi orientali (Shaolin Monks, Samurai). Militarizzare un ordine monastico nell’ambito di una religione il cui precetto fondamentale è quello di porgere l’altra guancia a chi ti dà uno schiaffo, non era cosa da poco. Soprattutto, non era semplice trovare una giustificazione logico-teologica. Fin tanto che la regola fosse stata quella benedettina, comune anche ai Cistercensi, di ora et labora, nessun problema si sarebbe posto alla fondazione dell’Ordine. Lo scoglio da superare era rappresentato, però, dalla circostanza che i monaci militarizzati, oltre ad assumere la veste di oratores et laboratores, avrebbero assunto anche quella di bellatores, ossia portatori di guerra. La soluzione fu trovata proprio da Bernard de Clairvaux, che un primo tempo si era mostrato contrario. Bernardo, al fine di giustificare la sua presa di posizione a favore dell’istituzione dell’Ordine monastico-cavalleresco, portò quale suo mallevadore nientemeno che Sant’Agostino, il quale aveva posto un netto distinguo tra guerra sic et simpliciter e bellum justum, ossia guerra giusta, santa. E, certamente, difendere i pellegrini (coloro che andavano per agros) sulle strade della Palestina e difendere i luoghi sacri dove aveva vissuto Gesù, apparve subito un bellum justum, ovverosia assolutamente giustificato e legittimo. Si elaborò, così, a latere, il concetto secondo cui uccidere un infedele non era più considerato un omicidio, ma diventava un malecidio, ossia azione altamente meritoria in grado di fare conseguire un premio sicuro nell’aldilà . Quando Bernardo scrisse il De laude novae militiae, rilasciando, così, l’imprimatur per la costituzione dell’Ordine, nessuno, neppure il papato, ebbe più dubbi, al punto che immediatamente venne emanata la bolla pontificia Omne datum optimum tramite la quale veniva ufficialmente fondato l’Ordo Pauperum Militum Christi et Templi Salomonis con l’acquisizione, intanto, tra le fila dell’Ordine neo costituito, dei nove cavalieri che, essendo stati gli antesignani dei Cavalieri del Tempio nella funzione di protezione dei luoghi santi di Palestina e dei pellegrini che lì si recavano per pregare, avevano meritato certamente che uno di loro divenisse il primo Gran Maestro dell’Ordine. Da quel momento furono legione quelli, tra i cavalieri secolari (distinti, poi, in cavalieri-monaci), bussarono a pane ed acqua (così si diceva per coloro che volevano essere iniziati) alle porte delle Magioni o delle Comanderies del Tempio. Altrettanto numerosi furono i monaci, già ordinati tali (distinti, poi, in monaci-cavalieri) che decisero di bussare a pane e acqua (era il modo simbolico tramite il quale si chiedeva di essere iniziati all’Ordine del Tempio).

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