di Michele Manfredi-Gigliotti.

Orfeo musicista, cantante, introduttore nella società civile dell’alfabeto e, quindi, della scrittura, poeta, famosissimo nell’antichità e nei secoli successivi sino a quello odierno, vantava un albero genealogico dotato di due importanti rami: uno aveva natura divina, l’altro natura regale. Era figlio, infatti, di Calliope (Kallioph=dalla bella voce), la quale, figlia di Zeus e Mnemosine, era la Musa della poesia epica, e di Eagro (Oiagros), che era salito al trono di Tracia a seguito della morte del padre Carope. Gli antichi ritenevano che egli fosse, sin dalla nascita, un predestinato non avendo fatto altro che seguire i sentieri che il Fato aveva predefinito per lui. Così, certamente, era stato il Fato che aveva fatto in modo che il dio Apollo, tra tutti i doni possibili che avrebbe potuto offrirgli, gli regalasse uno strumento musicale, una lira, così come era stato sempre il Fato che aveva fatto in modo che la madre, Calliope, intervenisse presso le altre consorelle Muse facendo in modo che queste insegnassero al figlio ad esprimersi nel linguaggio musicale. Era talmente radicata in lui l’inclinazione poetico-musicale che egli divenne e restò il più famoso citaredo di tutto i tempi, un virtuoso della lira e della cetra, tramite le quali amava esprimere la sua profonda ispirazione poetica diffondendo tutt’intorno melodie così coinvolgenti da rapire e far cadere in estasi ipnotica non solo la natura animata, ma anche quella inanimata. Quando Orfeo suonava (allo stesso modo di quanto accadrà, tanti secoli dopo, nella favola del pifferaio magico di Hamelin) si spostavano, per seguirlo, rapiti e incantati, gli uomini, gli alberi, le pietre, le acque fluviali, i pesci, gli animali domestici e quelli feroci che diventavano mansueti e stavano ad ascoltarlo (il mito dell’addomesticamento delle belve rivivrà, tantissimi secoli dopo, trovando riscontro speculare nella storia di San Francesco che ammansiva gli animali feroci e interloquiva con essi).

Quando Orfeo (che era una specie di globetrotter) si fermava, tutti quelli che lo seguivano arrestavano la marcia e cominciavano a danzare rapiti estaticamente dalle note melodiose del suo canto e della sua lira.

Narrano Pindaro (Pitica, IV, 176) ed Euripide (Agamennone 1629-1630) che in Tracia, precisamente a Zone, gli alberi di un intero boschetto di querce erano ancora, ai loro tempi, fermi in posizione ciclica così come si erano disposti in semovenza al tempo di Orfeo, quando iniziarono a danzare al suono della sua musica.

Fu per appagare la sua natura di giramondo che Orfeo si aggregò, prendendovi parte attiva e proficua, alla spedizione che si prefiggeva di raggiungere la Colchide, organizzata dagli Argonauti-Mini, guidati da Giasone, figlio di Esone, che intendeva andare alla ricerca del vello d’oro da recuperare e portare in Grecia (al di là del mito puro e semplice di Giasone e del vello d’oro, sulla natura squisitamente commerciale della spedizione, tendente a stabilire rapporti commerciali più solidi tra Grecia ed Asia Minore, non esiste oramai dubbio alcuno).

Orfeo con la sua presenza tra gli Argonauti si rivelò di grande aiuto per Giasone e i suoi compagni, essendosi adoperato, in tutti i modi, ma soprattutto pizzicando le corde della lira e dando fiato a quelle vocali, a trarli fuori dalle situazioni difficili.

Così, quando la nave Argo, che teneva la prua rivolta verso il Bosforo, si trovò senza alcuna visuale in quanto avvolta completamente dalla nebbia che ivi stallava eternamente, rischiando di concludere in modo tragico il viaggio sulle rocce che affioravano dal mare, fu proprio Orfeo, con la musica della sua lira, a trarla d’impaccio facendo in modo che potesse raggiungere la meta evitando gli scogli. Allo stesso modo protesse i suoi compagni dal canto ammaliatore delle sirene, mettendosi a cantare a sua volta con effetti maggiormente ipnotici per le stesse ammaliatrici.

Quando la spedizione degli Argonauti fece ritorno in patria, Orfeo venne nella determinazione di mettere su famiglia e sposò la figlia di Pelope, Euridice, madre di Alcmene, mettendo su casa in una remota regione antropizzata da una etnia piuttosto selvaggia della Tracia, i Ciconi.

Il racconto mitologico ci ha tramandato che Euridice morì giovanissima. Alcuni dicono a causa del morso di un serpente velenoso mentre camminava in un prato; altri (tra i quali le fonti annoverano Ovidio e Virgilio), invece, sostengono che morì mentre era in fuga per sottrarsi ad un tentativo di violenza carnale posta in essere da un pastore a nome Aristeo.

La morte della moglie provocò nell’animo di Orfeo un dolore straziante e disperato, senza vie d’uscita. Egli prese la lira e cominciò ad intonare dei canti nei quali traspariva tutta la sua disperazione, al punto che l’intero Olimpo, le Ninfe e, persino, le Erinni (che non erano, certo, facili alla commozione) ne furono talmente commossi che consigliarono al poeta-citaredo (se fosse vissuto ai giorni nostri, Orfeo sarebbe stato un cantautore di profonda spiritualità rivolta al mondo ultraterreno, sul tipo di Franco Battiato, per intendersi) di scendere (katabainein, dal quale verbo katabasi) nel regno dei trasumanati per tentare di commuovere e convincere Hades e Persefone a far ri-salire (anabainein, dal quale anabasi) alla luce del sole la sua amata Euridice.

Orfeo segue il consiglio divino e scende agli Inferi, dove riesce, tramite la liricità delle sue parole e le note della sua musica, ad emozionare Hades e Persefone i quali si convincono a fare tornare sulla faccia della terra Euridice. Le due divinità infernali acconsentono alla richiesta di Orfeo, ma pongono, tuttavia, in particolare Persefone, una condizione inderogabile, come tramanda Apollodoro.

apoqanoushs de Eurudikhs ths gunaikos autou dhcqeishs upo ofews kathlqen eis Aidou qelwn anagein authn

kai Ploutwna epeisen anapemyai. o de upesceto

touto poihsein an mh poreuomenos Orfeus epistrafh

prin eis thn oikian autou paragenesqai.

Dopo che ebbe a verificarsi la morte di Euridice, sua moglie, a causa del morso di un serpente, (Orfeo) discese nell’Ade per riportarla alla luce e convinse Plutone a farla tornare sulla terra. (Plutone) promise che lo avrebbe esaudito se Orfeo, durante la via del ritorno non si fosse voltato prima di essere arrivato a casa”.

Orfeo, sulla strada del ritorno al mondo di superficie, avrebbe dovuto precedere, camminandole davanti, Euridice ed evitare in tutti i modi di voltarsi indietro per guardarla e sincerarsi che lo stesse seguendo. Una volta giunti alla luce del sole e precisamente a casa avrebbe potuto guardarla ed abbracciarla. Orfeo sapeva bene che se non avesse osservato la condizione posta dalle divinità degli Inferi, avrebbe perso per sempre la sua Euridice. Così, lungo il tragitto dall’Ade verso il mondo dei viventi, al fine di non cadere in tentazione, non fece altro che suonare con la sua lira impegnando così la mente e distraendola dalla voglia irresistibile di voltarsi a guardare la sua amata.

Giunto che fu, finalmente, alla luce del sole, convinto che il precetto-divieto posto dalle divinità degli Inferi fosse stato obbedito, si voltò indietro per vedere la sua amata, ma Euridice, che lo seguiva, non era ancora fuoruscita dai confini del regno dei morti. Quando Orfeo guardò verso di lei, Euridice svanì annichilendosi in una nuvola senza lasciare traccia alcuna. Tramite un suo messaggero, Persefone spiegò a Orfeo che egli si era voltato troppo presto e, per questo, aveva perso per l’eternità la sua amata.

La maggior parte degli studiosi si sono posti il problema del significato simbolico del racconto mitologico riassumendolo, in sostanza, nelle due domande che seguono.

Per quale ragione la divinità pone ad Orfeo il divieto di voltarsi a guardare Euridice prima di essere giunto a casa?

Per quale ragione Orfeo si rende responsabile della violazione della precettazione divina?

Le risposte che sono state date sono molteplici e diversificate.

Noi non riteniamo di dover affrontare il dilemma in questa sede. Crediamo che sia sufficiente evidenziare quanto segue.

Il mito della precettazione di Orfeo da parte della divinità infernale era destinato a rivivere, pedissequamente, nella storia biblica del divieto posto dal Signore in testa ad Adamo ed Eva di mangiare il frutto proibito raccogliendolo dall’albero della Conoscenza.

E, ancora:

Il mito della perdita definitiva di Euridice da parte di Orfeo (e soprattutto le modalità con le quali si era verificata tale perdita) era destinato a rivivere, mutatis mutandis, nella storia biblica della moglie di Lot, la quale, mentre il Signore stava distruggendo Sodoma, contravvenne all’ordine di non voltarsi a guardare e, per questo, fu tramutata in una statua di sale.

Sembrano entrambe delle precettazioni poste più che altro per saggiare le capacità di obbedienza dei destinatari, talmente esse non possiedono alcun senso, né logico, né teleologico.

Che il Dio dei Cristiani volesse, sic et simpliciter, che l’Umanità da Lui creata restasse ignorante (mantenendola lontana dall’albero della Conoscenza), è un’ipotesi assolutamente priva di alcun fondamento e, dunque, non percorribile.

Eppure, quante menomazioni, amputazioni, sofferenze e, inoltre, fatica, sudore, difficoltà l’Umanità ha dovuto patire in dipendenza e a far tempo da quella trasgressione iniziale avvenuta nei giardini dell’Eden!

Il tutto si giustifica tramite la motivazione secondo cui le finalità divine sono imperscrutabili e non apprendibili a priori da parte dell’Uomo.

Ma ritornando al tema orfico, occorre aggiungere che, a causa della perdita di Euridice, che (si comprendeva benissimo che la seconda volta era avvenuta in modo definitivo e senza appello), Orfeo non riuscì a riprendersi mai più. Visse in solitudine, senza pronunciare più parola, abbandonando il canto e la musica e, addirittura, rifiutando sia il cibo sia l’acqua, sin quando giunse ben presto alla invocata fine dei suoi giorni.

Da quanto abbiamo sopra evidenziato, si ricava che Orfeo non aveva l’intenzione di creare, come si potrebbe pensare di primo acchito, una ritualità iniziatica strictu sensu. Egli si limitò, nel corso della sua vita, alla professione di determinati principi, che per lo più si collocavano al di fuori delle vecchie concezioni di vita, facendo in modo di praticarli, lui prima di tutti, con assoluta coerenza. Questo determinò il formarsi, in modo spontaneo e automatico, di una regola iniziatica, che man mano prese piede in tutta la Grecia e in seno alla quale ogni iniziato veniva indicato con il termine di magous orfeostelesthn.

Sul contenuto e ritualità di tali regole iniziatiche non esistono scritti provenienti da Orfeo ai quali attingere per potere ricavare un’idea precisa e originale di quello che fu l’Orfismo in Grecia. Tutto ciò che conosciamo su tale movimento iniziatico (che non era, però, solo e soltanto un movimento iniziatico) è il risultato di un paziente lavoro di cucitura di notizie frammentarie e disparate provenienti da vari autori dell’antichità degni di fede in quanto di stature notevoli come, per citarne qualcuno: Strabone, Plutarco, Diodoro Siculo, Pseudo Eratostane, Pindaro, Pausania, Platone, Apollodoro, Demostene, Aristotele, Atenagora, Eschilo, Aristofane, Callimaco, Olimpiodoro, Euripide.

L’osservazione che precede non deve creare meraviglia, poiché non è il primo caso in cui il fondatore di un ordine iniziatico o anche religioso si sia astenuto dal tramandare testimonianze scritte di sua mano, ma abbia soltanto lasciato ai posteri solo esempi da seguire e molteplici ipse dixit.

E’ sufficiente riferirsi allo stesso Cristianesimo per riscontrare come tutto ciò che ne conosciamo provenga esclusivamente dai Vangeli, che sono stati scritti dagli Apostoli su Gesù Cristo e la sua vita, mentre niente è stato tràdito di scritto direttamente da Gesù.

Anche per l’Orfismo, le fonti informative sono costituite da ciò che è stato scritto su di esso da pensatori, storici, filosofi, per la maggior parte dei casi, estranei alla iniziazione e alla conseguente attività rituale.

Fonti, per così dire, più dirette del pensiero e della liturgia orfici possono considerarsi qualche rarissimo papiro (ad esempio, il Papiro di Derveni (derbeni), rinvenuto in Macedonia, tra Salonicco e Kavala, il quale contiene, illustrati per relationem, soprattutto tre argomenti fondamentali dell’Orfismo: la teogonia, la cosmogonia, l’antropogonia) e le laminette auree orfiche, per la maggior parte retrodatabili tra il quinto e il terzo secolo a. C., rinvenute in varie regioni, in particolare nell’isola di Creta, in Tessaglia e, specialmente, nella Magna Grecia.

Esse consistono, come denuncia il nome, in sottilissime lamine dorate sulle quali sono state incise, nell’ antica lingua di Omero, alcune regole comportamentali che il trasumanato, al momento in cui lasciava il mondo dei viventi, doveva tenere presenti e osservare. Erano istruzioni destinate a guidare nel suo itinerario oltremondano l’anima che è stata debitamente iniziata a una dottrina misterica, come si può leggere, in proposito, nel libro curato da Giovanni Pugliese Carratelli [(a cura di), Le lamine d’oro orfiche. Istruzioni per il viaggio oltremondano degli iniziati greci, Biblioteca Adelphi, 2001].

Per fare in modo che il trasumanato non ne dimenticasse il contenuto, la laminetta aurea gli veniva posizionata sul petto o nella mano oppure nella bocca (come, per la religione olimpica, era usanza consolidata mettere sugli occhi del defunto due monete per consentirgli di assolvere il pagamento dell’obolo a Caronte per l’ultimo servizio di traghettamento), in modo che potesse essere facilmente letta ed esibita, come lasciapassare, per potere proseguire il viaggio.

Erano, nella sostanza, come una specie di pro memoria di cui si sarebbe servita l’anima del defunto per non smarrire il retto sentiero nell’al di là, imboccando l’esatto percorso per giungere alla meta. Quando si poneva il dilemma se imboccare il sentiero di destra oppure quello di sinistra e il trasumanato doveva prendere una decisione, la laminetta aurea gli rammentava che a sinistra si trovava allocata la sorgente del Lete, l’acqua (udwr) dell’ oblio che faceva dimenticare tutta la vita pregressa annullando definitivamente quella che era stata la personalità terrena del trapassato con l’esperienza (empiria) tesaurizzata, mentre a destra era posta la fonte Mnemosine che, al contrario, ravvivava la memoria. Chi beveva l’acqua del Lete era condannato a reincarnarsi, mentre chi beveva l’acqua di Mnemosine, riuscendo ad interrompere il ciclo della metempsicosi, entrava nella immortalità.

Nella sostanza, le laminette d’oro venivano, così, ad essere deputate a svolgere la medesima funzione che aveva Il Libro dei Morti per la civiltà egizia. Non è superfluo rammentare e sottolineare, ancora una volta a tal proposito, che Orfeo, che possedeva un’anima da giramondo, come lo abbiamo in precedenza definito, si era recato nella terra del Nilo dove aveva soggiornato per lungo tempo, venendo, così, a contatto del modo di vivere, delle credenze, degli usi e costumi di quella civiltà. E’ impensabile, infatti, che Orfeo, in tutto il periodo in cui ebbe a soggiornare in Egitto, non sia stato attratto e affascinato dal complesso e misterioso (è il caso di dire, a causa della sua derivazione da musteria) mondo ultraterreno, nel quale la civiltà egizia credeva talmente profondamente da regolare tutta la vita terrena in funzione esclusivamente di quella dell’aldilà.

Le lamine d’oro più conosciute sono quelle rinvenute a Petelia in Bruttiis, ad Hipponion, a Thurii, a Pharsalos, tanto per ricordare quelle che vengono più correntemente menzionate.

Nella sua concezione iniziatico-misterica, Orfeo aveva trovato un’importante fonte di ispirazione nel culto dionisiaco dal quale aveva tratto e utilizzato vari principi e riti canonici. E’ stato variamente sostenuto, infatti (secondo quanto scrivono sia Euripide (Il Papiro Gurob), sia Demostene (Epigramma di Festo) che tra Orfismo, Dionisismo e Misteri eleusini intercorresse un importante e fondamentale rapporto simbiotico, del quale è ulteriore testimonianza archeologica il fatto che Eleusi era considerata l’ombelico (onfalos) dei culti misterici, avendo dato asilo al culto eleusino, al culto orfico e a quello dionisiaco.

Ad ulteriore testimonianza di quanto testé affermato, ricordiamo quanto abbiamo scritto a proposito del Papiro di Derveni (posted by Laboratorio del 10 settembre 2018), in cui è stato messo in rilievo come Orfismo, Eleusismo e Dionisismo fossero riti misterici molto affini, tanto che si è supposto, in base a ciò che abbiamo illustrato in quella occasione, che il cavaliere, del quale sono stati rinvenuti i resti umani nella tomba di Derveni, avesse avuto la doppia iniziazione, all’Orfismo sicuramente, ai Misteri di Eleusi con una probabilità così alta da raggiungere la certezza.

Prima di enunciare quale fosse, nella sostanza, il contenuto del credo orfico, è doveroso mettere in rilievo che fu proprio l’Orfismo il primo movimento di pensiero che abbia affermato che sono due gli elementi fondamentali e basilari, anche se tra essi eterogenei, contrapposti e, per lo più, in aperto conflitto d’interessi, i quali concorrono a costituire quella entità che noi chiamiamo uomo (anqrwpos): l’ anima (yukh) e il corpo (swma, che gli Orfici ritenevano fosse la tomba, la prigione [shma] dell’anima), di modo che, alla fine, si ha quell’unica realtà psicosomatica.

Il papiro di Derveni, oltre a contenere un inno di natura rituale, contiene il compendio di quelle che rappresentano la teogonia, la cosmogonia e la antropogonia del movimento.

Secondo l’Orfismo all’origine di tutte le cose create nell’Universo è collocata la NOTTE (nux), la quale, è necessario precisarlo, non viene prospettata come la faccia speculare o l’ altra faccia della LUCE (faos) e, dunque, del giorno, in quanto per l’orfismo essa ha una connotazione ontologica autonoma: la notte esiste sempre e comunque e quando sembra che non ci sia non è perché venga cancellata, ma solo affievolita dalla luce, la quale ultima, invece, viene meno per cause e meccanismi da ricercarsi nella sua stessa natura.

Altro filone orfico-teogonico proviene da Ieronimo ed Ellanico, secondo i quali il TEMPO (Kronos, che per l’orfismo coincide con il monte Olimpo, del quale si impadronisce Zeus divenendo, in questo modo, anche Signore del Tempo Cosmico [Kronos tou Kosmou]), genera l’ UOVO dal quale ultimo nasce un essere ermafrodita, dalla natura, quindi, ambivalente, sia femminile che maschile, i cui segni somatici sono due ali d’oro, una testa taurina posta sui fianchi e un enorme serpente collocato sul capo. Questo essere, riassumendo in sé tutti i semi delle future creature, era denominato PROTOGONO (prwtogonos=primo nato rispetto a tutte le cose del creato), in successione di tempo chiamato anche Zeus (Zeus), Pan (Pan), Eros (Erws), Bromio (Bromios).

Il mito precisa che lo stesso Fanes (Fanaios), secondo il convincimento generale, sarebbe stato covato nell’ UOVO COSMICO, avendo come genitori Kronos (Kronos, il Tempo) e Anagkh (Ananke, la Necessità). Quando egli nacque, fu Nux, moglie di Crono, ad imporgli il nome di Prwtogonos.

Zeus, dalla doppia natura, essendo costituito, infatti, da pneuma (soffio[vitale]) e nous (mente, intelligenza), divenuto Signore del Tempo Cosmico, fagocita Protogono, ingoiandolo letteralmente con tutto il suo Fallo Generatore che viene identificato dall’Orfismo con il Sole.

Il processo teo-cosmogonico può essere compendiato, quindi, nel modo seguente.

In origine, quando il Tempo ancora non esisteva, era solo e soltanto la Nux tou Kosmou, la notte cosmica. Non si può, a questo punto, non evocare un parallelismo più recente, secondo cui in origine era il caos e solo molto più tardi arriva Fanes o Fanaios (Luce) che, apparendo e scomparendo, si alterna con la visione del buio.

Tutte queste realtà primordiali, attraverso il processo esaminato, vengono riassunte e finiscono con lo identificarsi in Zeus, dal quale proviene un nuovo processo poetico-creativo (quando egli crea ex nihilo) e poetico-modificativo (quando aggrega o modella quello che già esiste in natura).

A seguito di una violenza sessuale incestuosa (l’aggettivo, sconosciuto con il significato di oggi ai tempi di cui si discorre, ha una origine moderna secondo una visione del rapporto uomo-donna più evoluta che rispetta i legami parentali), per cui Zeus si congiunge con la propria figlia, Persefone che aveva avuto da Demetra, nasce una divinità molto particolare, Dioniso, il quale, a causa di una camarilla intessuta e organizzata da Era, finisce divorato dai Titani.

Venuto a conoscenza di tale avvenimento, Zeus immediatamente decide di punire gli autori di tale orribile teofagia e li colpisce con la sua arma più micidiale, la folgore, che li incenerisce. La fuliggine (aiqalh) che si sprigiona dalla combustione dei Titani colpiti dalla folgore (e non, quindi, la cenere [spodos] come avviene per l’Araba Fenice) diventa la fonte generatrice degli uomini (anqrwpoi), i quali, a causa di tale eccezionale mito antropogonico, risultano avere, quindi, la natura di esseri piuttosto complessi, formati, in conseguenza di tale racconto, dalla fusione di due elementi psicosomatici: l’ANIMA (yuch) che proviene dal mondo divino, Dioniso, e rappresenta l’elemento nobile e immortale della dualità psicosomatica e il CORPO (swma, che invece proviene dal mondo degli istinti primordiali e cannibaleschi, identificati con i Titani, e rappresenta l’elemento vile, corruttibile e, per questo, effimero [eis=uno; hmera=giorno]).

Il processo sopra illustrato spiegherebbe il sostrato ambivalente della razza umana, la cui natura, essendo partecipe sia dell’elemento materiale e terreno, sia di quello spirituale e divino, appare e si manifesta all’esterno, a volte in modo angelico, altre volte demoniaco.

Secondo l’Orfismo, dunque, l’ uomo ha in sé un elemento, un seme, un germe che proviene dal mondo immortale, l’ anima, che sopravvive al corpo e può aspirare ad una vita immortale nell’aldilà, sempreché nella sua prigionia terrena abbia osservato alcuni precisi ed ineludibili precetti posti, per l’appunto, per saggiarne la sua potenzialità ad assumere, nel mondo ultraterreno, la cittadinanza dello Stato immortale.

Primo tra tutti tali precetti a cui ubbidire, l’Orfismo poneva il divieto assoluto di mangiare carne (abitudine gastronomica, quest’ultima, che avrebbe inevitabilmente fatto rivivere a Persefone, giudice degli Inferi, il dramma dell’orrenda teofagia di suo figlio Dioniso da parte dei Titani) e quello di astenersi dall’ offrire sacrifici cruenti alla divinità così come, invece, era consuetudine diffusa nell’ambito della religione d’Olimpia.

Il principio di offrire sacrifici alla divinità per propiziarne l’intervento al proprio o all’altrui vantaggio, oppure per placarne l’ira, è tuttora vigente, anche nella religione cristiana, in seno alla quale il sacrificio, cruento all’origine (Cristo si è immolato per salvare l’umanità), si perpetua oggi in modo incruento, in quanto sull’ altare cristiano il vino e il pane hanno simbolicamente sostituito il sangue e la carne: il principio intenzionale, però, del sacrificio alla divinità o della divinità è rimasto tale e quale.

A conclusione di quanto abbiamo sino a questo punto illustrato, riteniamo di dovere cercare di dare una risposta a quella che rappresenta la domanda epicentrica di tutto il discorso e cioè: dall’angolo visuale della escatologia (escatos=finalità, scopo; logia=studio), come si poneva l’Orfismo nei confronti del problema di quale sia la finalità in sé e per sé dell’esistenza umana? Che scopo ha la vita umana (nel senso puro e semplice di bios) nel quadro escatologico del grande meccanismo dell’Universo?

L’Orfismo riteneva che la vita dell’ uomo sulla terra altro non fosse se non una sua sottoposizione ad un esame, un test piuttosto difficoltoso, mirato ad ottenere determinate risposte all’esame di maturità, dall’esattezza o erroneità delle quali dipendeva il destino dell’uomo nell’al di là.

L’Orfismo era un sostenitore della teoria della metempsicosi (metemyucwsis), secondo la quale l’anima, dopo la morte del corpo, è destinata a trasmigrare da un corpo ad un altro e non solo da uomo ad uomo, ma in altri corpi in genere, sia di natura minerale, sia di natura vegetale che, infine, di natura animale, in una successione cronologica che ha fine soltanto quando l’anima del trasumanato non sia emendata e purificata definitivamente.

Infatti, tale situazione, per così dire dinamica, ha la finalità esclusiva di purificare la yuch per tutti quei soggetti che durante l’arco vitale terreno non siano riusciti a raggiungere la catarsi con la completa purificazione dell’anima. Costoro sono destinati a reincarnarsi in un altro corpo per essere sottoposti a quel test di cui sopra si è detto nel tentativo di superarlo per raggiungere l’immortalità. Il tentativo diagnostico verrebbe, così, reiterato all’infinito (immane fatica di Sisifo!) sino a quando l’esaminando non abbia raggiunto il superamento dell’esame. Acquisita l’immortalità, il ciclo metempsicosico raggiunge la sua naturale conclusione.

Olimpiodoro, nel commento al Fedone, ritiene che sarebbe più corretto parlare di metensomatosi in quanto la trasmigrazione dell’anima riguarderebbe solo gli esseri umani e non altro.

Nel mondo occidentale, nella Megalh Ellas in particolare, la teoria della metempsicosi fu introdotta dalla Scuola pitagorica di Crotone, essendo il Maestro Pitagora un seguace dell’Orfismo, a cui ebbe ad apportare, anzi, qualche emendamento originale. Secondo la Scuola pitagorica, infatti, l’anima sarebbe precipitata dall’Empireo sulla terra e nella caduta avrebbe fatto in tempo ad intravvedere la realtà del mondo ultraterreno di cui avrebbe conservato un ricordo in stato di latenza. La caduta dall’Empireo sulla terra sarebbe avvenuta per espiare una colpa originaria che non viene però meglio specificata e, quindi, costretta a trasmigrare da corpo in corpo (umano, vegetale, minerale o animale) fino a giungere ad uno stato di purezza, catarsi ed emenda dai vizi da consentire l’ingresso nella immortalità.

Per questo, il magous orfeostelesthn (l’iniziato seguace dell’Orfismo) non teme la morte, in quanto, secondo il teorema orfico, la morte non solo non è un male, ma anzi é un bene, come afferma un epitaffio del secolo secondo d. C.

L’ Orfismo (ma anche il Dionisismo e i Misteri eleusini) si prefiggeva di fare in modo che gli iniziati vivessero la loro condizione umana il più felicemente possibile, confortati dalla certezza che nell’al di là, prima o poi in conseguenza del processo di metempsicosi, si sarebbe ottenuta l’immortalità. Questo tipo di insegnamento comportava come conseguenza teoremica che la morte dovesse essere considerata non come la fine ma, in modo definitivo o intermedio, l’inizio di una vita nuova, per cui essa non poteva essere temuta non essendo un male ma un bene.

La morte rappresenta la liberazione dell’anima dal corpo-prigione (swma-shma) in cui essa è stata reclusa per tutta la vita.

Lo stesso Orfeo, secondo la narrazione mitica tràdita, si sarebbe lasciato morire rifiutando di nutrirsi per il dolore a causa della perdita definitiva della sua amata Euridice.