di Michele Manfredi Gigliotti.

La vexata quaestio della condanna dei Templari. Ancora oggi, come ai tempidi Clemente V, persiste la medesima indifferenza. 

Parlare o peggio ancora scrivere, oggi, sui Pauperes milites Christi et templi Salomonis, ovverosia sui Cavalieri Templari, potrebbe essere ritenuto da qualcuno come un anacronismo talmente fuori dal tempo da rischiare quel minimo di reputazione che si possiede, tanto se ne è scritto e detto, sia sul piano squisitamente storico, sia su quello giuridico, sia, soprattutto, su quello delle costruzioni fantastiche, da risultare occupata ogni possibile area scientifico-speculativa nella quale potere inserire un impossibile novum verbum.

Ciò che mi spinge, malgrado il rischio di una possibile lapidazione professionale, a trattare l’argomento è qualcosa di talmente sentita e radicata in me da fare passare su un piano deuteragonistico il rischio insito nella trattazione.

Sono quasi quindici anni che mi occupo della storia del Tempio, precisamente dal 9 febbraio 2004, quando mia figlia Giovanna mi fece dono del libro di Malcolm Barber, The new Knighthood. A history of the Order of the Temple, che per gli Italiani diventa La storia dei Templari.

Da quel giorno credo di avere letto tutto ciò che c’era da leggere sull’Ordine del Tempio e di avere indagato tutto ciò che v’era da indagare. Dalla fondazione e, quindi, dalla Regola scritta da Bernard de Clairveaux, alle imprese militari; dalla fede religiosa alla rinunzia nei confronti dei beni terreni (l’Ordine era ricchissimo, mentre i monaci poverissimi); dalla difesa armata delle terre e dei simboli fondanti la religione cristiana (in un’epoca in cui in tale difesa erano impegnate la Chiesa e tutta la Comunità cristiana) alla difesa dell’incolumità fisica del pellegrino che si recava in Terra Santa; dalle prime impacciate accuse di cui fu fatto oggetto, alle imputazioni vere e proprie e, finalmente, al processo, alla condanna e conseguente martirio ed olocausto dei suoi componenti.

Nel frattempo, i Templari non si sono mai tirati indietro quando c’era da dare la vita, a decine di migliaia, per difendere la nostra fede. Oggi, questo può non condividersi più, ma occorre tenere presente quali fossero i principi e le condizioni storiche dei tempi in cui l’Ordine ebbe ad operare.

Per lo specifico scopo che mi propongo di raggiungere, è ovvio che mi occuperò, specificamente, del processo che fu intentato nei confronti del Tempio ad impulso del re di Francia Filippo IV, detto il bello, ma anche il falsario.

Da tutta la letteratura tràdita (di qualsiasi estrazione ideologica, religiosa o anche politica) un dato balza subito all’occhio dell’ermeneuta, ossia la strettissima relazione etiologica tra torture (a cui furono sottoposti i Cavalieri per ottenere piene confessioni circa la commissione dei fatti che venivano loro imputati) e confessioni, talché non esiste oggi studioso o semplice lettore che non pensi che le prime siano state la causa diretta ed efficiente delle seconde.

Le cosiddette confessioni dei Cavalieri Templari appaiono, nella serenità del tempo trascorso che attribuisce ai fatti una maggiore valenza storica, come il risultato diretto di quella territio realis di cui i monaci guerrieri furono destinatari.

Questo stretto legale tra torture e confessioni, emerge in modo chiaro ed univoco dalla lettura delle carte processuali relative a quelle parvenze di processi penali che furono radicati e si svolsero nei diversi Paesi d’Europa, nei quali, tuttavia, si ebbero risultati disparati in dipendenza della pratica o meno della tortura stessa. Così, esemplarmente, in Francia e in Inghilterra, malgrado gli strettissimi legami esistenti tra i due Paesi in epoca medievale, si hanno risultati diametralmente opposti e contraddicentisi.

Nello Stato di Filippo IV si annovera una serie ininterrotta di condanne, per la maggior parte alla pena di morte mediante il fuoco del rogo, tutte precedute e supportate da confessioni, quasi fotocopiate e secondo un cliché monotono e stereotipato, come se fosse predisposto da una unica mano.

Non avviene la medesima cosa in Inghilterra, ove i Fratelli del Tempio ebbero l’opportunità di difendersi senza lo spauracchio della sottoposizione ad esperimenti di macchine infernali da tortura. L’esito dei processi fu assolutamente opposto a quelli francesi. Anche negli altri paesi europei i risultati dei processi furono come quelli inglesi. In sostanza, le condanne si ebbero solo sul suolo francese.

Da questo semplice dato dovrebbe sorgere, nelle persone che non abbiamo riserve mentali, il primo, grave dubbio: se le accuse non erano rivolte ai Templari, ut singuli, caso per caso, ma all’Ordine come tale e, quindi, quale Istituzione religioso-militare, come è possibile che l’Ordine, come Ordine intendo, sia potuto uscire indenne in Inghilterra e negli altri paesi dell’ Europa e condannato in Francia?

Ma le incongruenze e i sospetti non sono solo questi.

Il corredo cartaceo dei processi istruiti e decisi in Francia (di quelli che sono pervenuti sino a noi) denuncia, ictu oculi, quello che fu il modus procedendi dello Ufficio inquisitore.

I Templari inquisiti non poterono avvalersi dell’opera difensiva di avvocati.

Lasciati in balia di se stessi e non potendo indicare validi testimoni a discolpa (stante la particolare impalcatura architettonica delle imputazioni per la quale gli unici testimoni finivano per essere gli altri Fratelli Templari, i quali, tuttavia, essendo a loro volta indagati e imputati, e avendo spesso confessato a seguito delle torture subite, non potevano assumere l’ufficio di testimoni a favore di altri coimputati), essi finivano con lo sperare nell’intervento del Sommo Pontefice, Clemente V, al quale, però, i tempi e le circostanze non consentirono di intervenire in difesa del Tempio, dovendosi ritenere, tutto sommato, che anch’egli fosse ostaggio, nella cattività avignonese in cui si trovava, di Filippo IV.

L’unica difesa, rectius, parvenza di difesa, concessa agli imputati durante il procedimento che si sostanziava nelle tre fasi canoniche della denuntiatio, dell’accusatio e dell’inquisitio, era la seguente:

Dopo la convocazione dinanzi all’ufficio dell’inquisitore e prima di esporre loro quale fosse il contenuto dei capi d’accusa contestati, agli inquisiti veniva consegnato un foglio di carta e una penna da scrivere e si diceva loro di redigere un elenco dettagliato di tutte le persone che potessero avere motivi di inimicizia o rancore nei loro confronti e dalle quali potessero aspettarsi una azione malefica.

Il più delle volte accadeva che l’inquisito (debilitato dalla fame, dalla sete, dalla stanchezza, dall’insonnia e, non per ultimo, dalla stessa privazione della libertà) rimanesse perplesso e incerto dinanzi a tale richiesta non potendo penetrarne, lì per lì, il senso recondito e subdolo.

A seguito delle decise insistenze dell’ufficio dell’inquisitore, gli inquisiti scrivevano i nomi delle prime persone che venissero loro in mente, le quali spessissime volte erano gli stessi Fratelli Templari.

Orbene, se l’elenco così redatto non conteneva il nome di colui che aveva proposto l’accusa, l’ufficio riteneva raggiunta la prova, certa ed univoca, della fondatezza dell’impalcatura accusatoria, per cui non era più necessario cercare altre prove aliunde, essendo più che sufficienti quelle acquisite sino a quel momento.

Se, al contrario, l’elenco stilato dall’inquisito comprendeva il nome dell’accusatore, quale persona a lui invisa, in tal caso, si effettuava di solito un supplemento di indagine che consisteva, sempre, in un supplemento di torture che avevano termine solo quando l’inquisito si fosse proclamato responsabile in ordine ai fatti contestati.

Giammai, e si ripete giammai, l’ufficio inquisitore ha avvertito la necessità di andare a rintracciare quello che oggi si definisce un riscontro oggettivo.

Sebbene in Francia le Magioni Templari siano state messe a soqquadro, sempre senza alcun preavviso (di modo che i Fratelli del Tempio non potessero avere la possibilità di fare sparire eventuali prove della loro presunta attività definita, per un verso delittuosa e, per altro verso, sacrilega), giammai furono rinvenuti idoli bi-trifonti, gatti oppure qualche documento o testo contenente una regola segreta e di tali perquisizioni esistono, allibrati nelle carte processuali a noi pervenute, inventari così dettagliati da sfiorare il parossismo. Eppure, come si affermava prima, MAI è stata rinvenuta una sola prova che riscontrasse l’ipotesi accusatoria.

Malgrado la loro abnormità, quelle sopra esposte per relationem, non sono le sole ed uniche mostruosità in senso giuridico (monstrum juris), poiché la mostruosità più grande e profonda è data dalla circostanza che a svolgere l’attività processuale di raccolta delle prove (attività, per altro a senso unico in quanto venivano raccolte solo le prove cosiddette a carico degli inquisiti, giammai quelle a discarico), di formulare l’accusa (a volte di natura giuridica, altre volte di natura religiosa) e di giudicare emettendo la sentenza finale ed applicando, conseguentemente, la pena di morte tramite il fuoco del rogo, è stato il potere secolare (leggasi: Filippo IV e i suoi scagnozzi, Guillaume de Nogaret [ministro plenipotenziario del re] e Guillaume de Playsians, esperto di materie giuridiche), mentre la giurisdizione sulla Cavalleria Templare era stata riservata, dall’atto costitutivo dell’Ordine (bolla pontificia omne datum optimum),                           esclusivamente al Pontefice. In sostanza i Templari erano stati dichiarati legibus soluti, per cui non potevano essere sottoposti a giudizio da nessuna altra autorità (né civile, né militare, né ecclesiastica) che non fosse il Pontefice, sedente sul soglio di Pietro (competenza esclusiva e funzionale), il quale poteva delegare tale sua potestas ad altra autorità ecclesiastica (ad un cardinale) tramite un provvedimento autografo ad personam e per un compito ben determinato, portato a termine il quale la delega veniva rimessa nelle mani del delegante.

Nel processo intentato nei confronti dei Templari si ha, contemporaneamente, uno straripamento di poteri da parte della Giustizia civile rispetto a quella ecclesiastica e, quindi, un difetto di giurisdizione dell’autorità procedente e giudicante: tutto questo produce, alla fine, un effetto giuridico per il quale tutti gli atti compiuti dall’Autorità invadente sono affetti da nullità assoluta e insanabile e da ritenersi tamquam non essent, ossia non produttivi di alcun effetto giuridico o, se si preferisce, i provvedimenti adottati sono inutiliter dati.

Questi che precedono sono i principi giuridici che avrebbero dovuto applicarsi al caso dei Templari, con la specificazione che in tale fattispecie essi non hanno trovato applicazione, tanto è vero che di tutti quei Templari inquisiti sono stati condannati per lo più all’ergastolo (il carcere a vita, allora denominato immuramento perpetuo) quelli che, a seguito delle torture, avevano confessato ogni fatto di cui all’imputazione e al rogo quelli che avevano resistito alle torture non ammettendo alcunché oppure, dopo avere confessato, si erano successivamente pentiti di essere stati mendaci, procedendo alla ritrattazione della confessione, il che importava che fossero considerati relapsi (recidivi) e, quindi, condannati a morte tramite il fuoco del rogo.

Ma, al di là della condanna fisica, quella che ancora oggi, attraverso i secoli e una serie interminabile di ricostruzioni fantasiose (verrebbe voglia di dire calunniatrici), appare come una condanna ben più pesante di quella fisica già patita è, sicuramente, quella specie di damnatio memoriae a cui il Tempio è stato sottoposto e che non trova alcun emendamento perché coloro che dovrebbero provvedere alla loro riabilitazione tacciono e neppure riscontrano le istanze che in tal senso vengono loro rivolte.

Si diceva prima che i Templari furono condannati senza aver potuto beneficiare della doverosa assistenza di un difensore. Due avvocati, nominati d’ufficio, rinunziarono immediatamente all’incarico (rectius: vennero costretti a rinunziare) a causa dell’atteggiamento della commissione che respingeva qualsiasi richiesta istruttoria (soprattutto di ammissione di prove a discarico) da loro avanzata.

Eppure, come a volere salvare la faccia o iniettarsi un sedativo per tacitare le loro coscienze, al termine del dibattimento (il termine è, chiaramente, eufemistico), la commissione chiedeva:

“V’è qualcuno che intende parlare in favore del Tempio?”

Nessuno si è mai alzato a prendere la parola.

Chi scrive è stato indotto ad assumere la difesa in memoriam nel 2006, inoltrando dopo due anni, nel 2008, una formale istanza di revisione del processo nei confronti dei Templari, allorché sul quotidiano messinese, LA GAZZETTA DEL SUD, apparve una notizia, che era stata ripresa da L’OSSERVATORE ROMANO, secondo la quale “I Templari non erano eretici e il papa Clemente V non li condannò mai come tali ”.

L’affermazione sarebbe stata supportata dai documenti del processo contro i Templari, ritrovati nell’Archivio segreto vaticano.

Ora, a parte la considerazione piuttosto ovvia che l’imputazione non si fondava solo nell’accusa di eresia, ma riguardava altri capi imputativi, ho sempre sostenuto che l’Ordine fosse innocente riguardo a tutti i capi di imputazione. Anche, quindi, se fosse come sostenuto dal Vaticano, il problema resta.

Così, con mia raccomandata del 3 settembre 2008, n. 13425638321-4, indirizzata alla Gazzetta del Sud e al Prefetto dell’Archivio dello Stato Città del Vaticano rilevavo come la notizia diffusa fosse fantasiosa, antistorica e smentita da documenti sia amministrativi che processuali.

Per l’Archivio Segreto Vaticano (in tal caso, il termine “segreto” è usato nel senso non di segretato, ma di privato riferito al pontefice dell’epoca), mi riscontrava il Segretario della Prefettura, dott. Marco Grilli, il quale mi informava con cortesia che la mia istanza, con gli allegati, era stata inoltrata, per ordine di Sua Eccellenza Rev.ma Mons. Prefetto, alla Direzione de L’Osservatore Romano.

Non ho avuto notizia di alcun seguito.

L’incipit dell’istanza suddetta era di questo tenore:

“Come si sa, l’ Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone, sponsorizzato dalla maggiore autorità religiosa dell’epoca, Bernard de Clairveaux, che a suo favore aveva scritto il De laude novae militiae e, quindi, ne aveva scritto la Regola avendo come modello quella cistercense, era stato ideato, in Palestina, a Gerusalemme, da Hugues de Payns, André de Montbart e altri sette cavalieri e subito posto sotto la tutela pontificia. Anzi papa Clemente V (al secolo Bertrand de Got, francese e, a quanto pare, eletto al soglio pontificio con il decisivo intervento di Filippo IV, re di Francia) con la bolla Omne datum optimum aveva posto l’Ordine del Tempio sotto la diretta giurisdizione del papa: qualsiasi altra autorità, sia civile che religiosa, non poteva intromettersi, né giudicare i Templari.

I fatti che portarono all’annichilimento dell’Ordine sono ben noti. Filippo IV, sopraffatto dai debiti, non aveva saputo fare altro che mettere in circolazione una quantità tale di numerario, in prevalenza cartaceo, da superare di gran lunga le riserve auree della Banca di Francia provocando, così, una situazione inflattiva senza vie d’uscita (da ciò prese origine il suo secondo epiteto, il falsario). Il re conosceva l’immenso tesoro del Tempio per averlo visto personalmente (non solo il tesoriere templare di Parigi fungeva anche da tesoriere del re di Francia, quanto, in occasione di una insurrezione dei Parigini contro di lui, Filippo era stato sottratto alla furia del popolo proprio dai Templari che lo avevano nascosto nella loro Magione parigina) e appropriarsene divenne il suo unico scopo. Il piano venne messo a punto dal suo Ministro della Giustizia (poi promosso a ministro plenipotenziario) Guillaume de Nogaret (quello stesso che, anni prima, aveva pianificato il rapimento ad Anagni di Bonifacio VIII, finito con l’episodio dello schiaffo al papa ad opera del suo complice, Sciarra Colonna). Il de Nogaret si avvalse dell’opera di uno dei più fini cervelli di Francia, il giureconsulto Guillaume de Playsians.

Dapprima Filippo IV tentò con le vie diplomatiche. Chiese al papa di fondere i due maggiori Ordini monastico-cavallereschi, il Tempio e l’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme (fondato, quest’ultimo, da Gerardo de Sasso), mettendone a capo, come Gran Maestro, suo figlio. Il papa girò la questione ai due Gran Maestri interessati: quello degli Ospedalieri non disse sì, ma neanche no, mentre il Gran Maestro del Tempio, Jacques de Molay, oppose un netto rifiuto. Il fallimento del tentativo diplomatico indusse Filippo IV a dare il via al gioco pesante. In gran segreto, vennero raccolte prove testimoniali false e compiacenti nei confronti dell’accusa. Con tale materiale probatorio in mano fu facile al de Nogaret stilare l’imputazione che comprendeva, all’incirca, 127 capi d’accusa, i quali vennero recepiti, senza alcuna osservazione, nella bolla pontificia Faciens misericordiam.

In sostanza, le accuse possono essere così compendiate: 1)Eresia (al momento dell’iniziazione di un bussante a pane ed acqua—c.d. cerimonia di accoglienza—quest’ ultimo sarebbe stato costretto a sputare sul Crocefisso e a rinnegarne la natura divina; 2)Idolatria (i Templari sarebbero stati degli adoratori di una testa barbuta che, secondo le testimonianze raccolte, era descritta a volte con due, a volte con tre e financo con quattro facce—c.d. Baphomet-Bafometto, probabile corruzione terminologica di Maometto-Muhammad). Qualcuno testimoniò che i monaci templari adoravano perfino un gatto; 3)Sodomia (i monaci, al momento dell’iniziazione, avrebbero assunto l’obbligo di concedersi sessualmente ai Fratelli).

Attorno a queste principali, ruotavano altre accuse come: baci osceni; uso di cordicelle totemiche e sataniche; somministrazione di sacramenti in assenza del relativo potere; assoluzione dei laici; mantenimento del segreto.

Erano queste tutte accuse di cui non esisteva uno straccio di riscontro oggettivo, ovverosia di prova. Si può capire che alcune delle accuse che precedono avrebbero potuto reggere per qualche singolo Templare, ma riferite all’Ordine Templare non reggono e si afflosciano implodendo su se stesse. E’ come se nel nostro secolo qualcuno si piccasse di sostenere che tutti i sacerdoti cristiani siano dei pedofili: sarebbe una causa che la difesa vincerebbe prima ancora di iniziare il dibattimento.

Evidentemente, Filippo IV, che era il deus ex machina di tutto questo ordito, era cosciente del pericolo che correva e, per questo, decise di accelerare i tempi. Con l’operazione di polizia denominata rex jubet Templarios comprehendi (il re ordina di catturare i Templari) i balivi e i siniscalchi del re, in una sola mattinata, arrestano in tutta la Francia, contemporaneamente circa un migliaio di monaci del Tempio.

Quella parvenza di processo a cui i catturati furono sottoposti si svolse secondo le tre fasi classiche, adottate, poi, dalla Inquisizione cosiddetta Santa: denuntiatio, inquisitio, accusatio. A tutti gli inquisiti (l’affermazione è processuale) venne applicata la territio realis con torture inenarrabili e tutti, o quasi, finirono con il confessare qualsiasi accusa. Anche il Gran Maestro, Jacques de Molay, si dichiarò colpevole dei fatti contestati e per questo venne condannato all’immuramento perpetuo, salvo poi (quando comprese che Clemente V non sarebbe intervenuto) ritrattare la confessione, per cui, essendo diventato relapso, la sentenza di condanna alla privazione della libertà personale a vita venne commutata in condanna a morte: salì sul rogo, assieme al Precettore di Normandia, Geoffroi de Charny, nell’ Ile de France, di fronte alla cattedrale di Notre Dame de Paris.

Mentre avvenivano tali fatti, il papa fu completamente latitante, ostaggio com’era, tra Avignone e Poitiers, del re di Francia lasciando a quest’ultimo campo libero. Quando, poi, Filippo IV lo minacciò apertamente che avrebbe aperto un processo in statuam nei confronti di Bonifacio VIII e lo avrebbe coinvolto nello scandalo dei Templari, Clemente V, innalzò definitivamente bandiera bianca emettendo la bolla Vox in excelso tramite la quale scioglieva l’Ordine del Tempio dichiarandolo estinto.

In che cosa consista, dunque, l’opinione del Vaticano secondo cui i Templari non erano eretici e Clemente V non li ritenne mai tali, è affermazione affatto chiara. Quale fine, poi, abbiano fatto per il Vaticano tutte le altre accuse, non è dato sapere. Probabilmente l’ autore dell’affermazione riportata su L’Osservatore Romano intendeva riferisi alla c.d. pergamena di Chinon, rinvenuta negli Archivi segreti del Vaticano nei locali ipogei di Castel Sant’Angelo, da una studiosa italiana, autrice di varie e pregevoli monografie sui Templari, Barbara Frale.

Da questo documento si evincerebbe che a Chinon, sia Jacques de Molay che Geoffroi

de Charney, siano stati assolti dalle accuse.

L’ Assoluzione alla quale, però, si riferisce la pergamena non è quella assoluzione di tipo giuridico della quale stiamo parlando; si tratta di una assoluzione canonico-religiosa che si dà a quivis de populo vada a confessarsi e dimostri di essere pentito. La natura del proscioglimento giuridico, è cosa assolutamente diversa”.

Sull’argomento che precede ho scritto varie istanze (oltre quella sopra indicata):

–alla Sacra Congregazione dei Religiosi e a S.S. Benedetto XVI ( n. 12811760547-1) del 10/11/2006: nessuna risposta.

–a S.S. Benedetto XVI (raccomandata n. 12997347710-9) del 16/10/2006: nessuna risposta.

–a S.S. Papa Francesco (raccomandata n. 12904315992-0): nessuna risposta.

Ho avuto due risposte. La prima, il cui contenuto è stato sopra riportato, è quella del Dott. Marco Grilli.

La seconda, datata 7/11/2006, è quella di Sr. Enrica Rosanna F.M.A. Sottosegretario, Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, che conferma l’arrivo della mia istanza che ha trovato posto nell’Archivio sotto il Prot. n. SpR 297/2006.

Nessuna risposta in ordine all’istanza di sottoporre a revisione giuridico-canonica il processo contro i Templari, i quali non meritano la damnatio memoriae che li perseguita. Gli elementi acquisiti dalla STORIA (che non ha ideologie o credi fideistici) consentono oggi di potere ribaltare la sentenza a carico dell’Ordine dei Templari. Basta volerlo fare e promuovere un processo di REVISIONE in base ai nuovi elementi acquisiti. Competente a effettuare questo è, esclusivamente, il Sommo Pontefice, in base alla bolla Omne datum optimum.

Il silenzio non ha il potere di mettere a tacere la coscienza e fare finta di niente, come se nulla fosse accaduto, non è comportamento che Cristo approva.

Sono più che convinto che, se anziché essere cristiano fossi stato di fede islamica e avessi scritto la medesima istanza al capo religioso di tale ipotetica mia fede, costui avrebbe certamente sentito il dovere di rispondere senza divagazioni fuori tema.

Un’altra convinzione, anche se di natura intuitiva, mi ronza per la testa e consiste nel fatto che credo che le missive, soprattutto l’ultima a lui indirizzata, non siano arrivate all’attenzione di papa Francesco: da ciò origina il silenzio epistolare e istituzionale. Se ne fosse venuto a conoscenza, sono certo che avrebbe riscontrato, anche per dirmi di lasciare perdere essendo trascorso troppo tempo per pensare a riparare un torto così antico ormai metabolizzato da tutti!