Sono esigue le fonti storiche che restituiscono luce certa sulla storia dell’antico Egitto e, spesso, quelle che ci sono giunte dalla notte dei tempi, frammentate ma certe, non sono molto conosciute.

Un documento lapideo è la cosiddetta “Pietra di Palermo” che ci informa su un periodo che va dal 3.100 a.C., epoca Protodinastica, fino al 2350 a.C., epoca della V Dinastia dell’Antico Regno.

Il nome “Pietra di Palermo” gli è stato attribuito non per indicare il luogo di ritrovamento, ma la città dove è conservato. Infatti, questo prezioso reperto è ospitato dal 1877 presso il Museo Archeologico “Antonio Salinas” di Palermo, donato dal collezionista Ferdinando Gaudiano. Le ipotesi sulla sua originaria collocazione sono diverse e non concordi tra loro, c’è chi afferma dovesse trovarsi nel Tempio di Heliopolis, chi nel Tempio di Ptah a Menfi dove fu rinvenuto un altro piccolo frammento.

Altri pezzi della stessa stele, più piccoli e meno eloquenti, sono conservati nei musei del Cairo e di Londra.

La “Pietra di Palermo” è la più grande porzione di una stele che, come un diario, riporta molti dettagli su circa 700 anni di storia egizia: l’uso del “circa” è inevitabile.

Le sue dimensioni residuali sono di cm.43 per cm.30,5 ed è realizzata in diorite nera, una roccia magmatica dalle caratteristiche di particolare durezza che, nonostante la difficoltà di lavorazione, fu utilizzata nell’antico Egitto per manufatti e sculture di grande pregio e finitura. Anche altre civiltà come quelle Incas, Maya, Babilonese, Sumerica, usarono questo particolare materiale litico, basta ricordare la famosa stele conosciuta come “Codice di Hammurabi” conservata al Louvre di Parigi.

Entriamo nei particolari.

La stele fu realizzata verso la metà della V Dinastia, all’epoca del Faraone Niuserra (2.416 a.C.), ed inizia la cronistoria delle successioni dall’epoca del Faraone Aha (3.100 a.C.) fino a giungere al Faraone Neferirkhara Kakai che finì di regnare nel 2.426 a.C..

Le incisioni sulla porzione di stele sono ripartite in riquadri riportanti le più significative informazioni, suddivise in anni, a partire dallo ieronimo assunto dal Faraone dopo il suo insediamento, detto nome “Horo”, con il quale verrà indicato in tutti gli atti successivi.

Accanto al nome “Horo” del Faraone, che poteva essere ripetuto nelle successioni al trono, era riportato il nome della madre e delle consorti in modo che non ci fossero confusioni di omonimia e di datazione.

Inoltre, le informazioni annotate nelle caselle dell’annuario di pietra comprendevano il numero delle inondazioni del Nilo che cadenzavano le attività agricole lungo le sponde del fiume, le cerimonie religiose dedicate alle divinità, le attività militari, i bottini di guerra costituiti da bestiame e da schiavi, i risultati delle attività minerarie, la lavorazione delle materie prime, i rapporti commerciali intrattenuti con le popolazioni con cui si rapportavano in amicizia.

Dalle annotazioni sulla “Pietra di Palermo” si ha notizia delle avanzate tecniche di lavorazione dei metalli e che gli antichi egizi produssero opere d’arte con il metodo della “cera persa”, tecnica già conosciuta allora ed ancora oggi impiegata nella produzione di opere d’arte.

Da queste notizie, e da altre definibili avveniristiche rispetto all’epoca cui sono riferite, possiamo costatare che la civiltà dell’antico Egitto era tutt’altro che primordiale, anzi la “Pietra di Palermo” testimonia un’organizzazione della società sapientemente suddivisa per compiti e mansioni che ha garantito la sopravvivenza del regno per secoli con una perfetta organizzazione sociale.

Dall’interpretazione dei geroglifici incisi nel frammento di stele emerge anche la notizia di possibili antiche migrazioni dei Faraoni e che, quindi, questi fossero provenienti da altre regioni e non proprio originari dalla terra d’Egitto che conquistarono e sottomisero.

Ad avvalorare questa ipotesi sarebbero i prevalenti tratti somatici dei regnanti e della classe sacerdotale: pelle chiara, occhi chiari, forma cranica dolicocefala (presente anche nella civiltà presumerica). Caratteristiche notevolmente differenti dalla tipologia morfogenetica della popolazione autoctona nordafricana che, conquistata e sottomessa, divenne la classe egiziana degli schiavi.

In conclusione, l’inestimabile rilevanza storica della “Pietra di Palermo” è indiscutibile perché fa luce sul periodo remoto poco conosciuto dell’Antico Regno e sollecita riflessioni sull’effettiva origine della civiltà egizia.