I Tarocchi, secondo Gerard Van Rijnberk, sono un gioco di origine italiana nato verso la fine del Medioevo [1] e sul “finire del Trecento – scrive Giordano Berti – si giocava a carte nelle strade, nelle osterie e nelle corti principesche di tutto il continente”. [2]

L’invenzione del gioco dei Trionfi, successivamente denominati Tarocchi, si deve in gran parte alla passione per il gioco delle carte del duca di Milano Filippo Maria Visconti, per il quale fu realizzato il mazzo Visconti tra 1442 e 1447, i cui semi sono: Coppe, Spade, Denari e Lance (al posto dei successivi bastoni). La presenza delle lance costituisce un interessante indizio, al fine di stabilire, come è nell’intento di questo articolo, una connessione con i “doni” dei Tuatha Dé Danann e, conseguentemente, con la tradizione druidica.

Il Mazzo Brambilla (Pinacoteca di Brera), coevo a quello del Visconti, alimenta la possibilità di una connessione simbolica con i quattro “doni” dei Tuatha Dé Danann. I Tarocchi Brambilla, infatti, stando all’accurata ricostruzione storica di Giordano Berti, così come quelli del Visconti, hanno il loro autore nel pittore bresciano Bonifacio Bembo (anche se alcune carte, forse danneggiate o perdute sono state sostituite da quelle dipinte dal cremonese Antonio Cicognara), identificato come tale per le notevoli somiglianze con le illustrazioni dello stesso Bembo del romanzo Historia di Lancillotto del Lago (altro interessante indizio).

Il Mazzo denominato Mantegna, realizzato a Ferrara o in una città del Veneto nel 1465, rappresenta una sintesi dell’enciclopedismo tardo medievale e, al contempo, un gioco di memoria.

Alla stessa epoca appartengono i Tarocchi Grigonneur, dal nome dell’incisore a cui li commissionò Carlo VI di Francia.

I Tarocchi Goldsmith, mazzo misterioso, contengono figure dal simbolismo interessante in relazione alle possibili connessioni delle quali ci occupiamo. Un trionfo “raffigura un uomo, in piedi su un pavimento a scacchi bianchi e neri, con un cagnolino che gli morde il vestito, un falco sul braccio destro e un cerchio che gli circonda la vita”. [3] “L’Asso di spade è arricchito da un teschio incatenato alla lama di un grosso pugnale e da due tibie incrociate sull’impugnatura”. [4] L’Asso di coppe è come un fonte battesimale con il fusto avvolto da un serpente che si morde la coda, l’Uroboro.

I Tarocchi Sola-Busca (datazione tra il 1470 e gli inizi del Cinquecento), recentemente acquisiti dalla Pinacoteca di Brera, costituiscono un interessante spaccato della cultura ermetico-alchemica tra Marche e Veneto alla fine del Quattrocento. Dipinti da Nicola di maestro Antonio, figlio del pittore fiorentino Antonio di Domenico, i Tarocchi Sola-Busca offrono un’iconografia ermetica testimone di un interesse risvegliato dai codici attribuiti a Ermete Trismegisto (nel 1458 in possesso del cardinal Bessarione e nel 1459 in possesso di Cosimo de Medici), tradotti da Marsilio Ficino e di una mai del tutto obnubilata cultura alchemica, come del resto dimostrano gli scritti di Alessandro Magno, Tommaso d’Aquino, Ruggero Bacone e di molti alchimisti minori, tra i quali alcuni di grande interesse nell’area lombardo-veneta, con un punto significativo di incontro sul Lago di Iseo.

Nei Tarocchi un cammino iniziatico

In un tale contesto di secoli di fervore di studi alchimistici, con particolare riferimento al cenacolo iseano, non sorprende che le carte del bresciano Bembo possano contenere messaggi arcani.

Louis Charpentier [5] a proposito del Tarocco scrive: “Mi pare soprattutto che abbia un aspetto simbolico appartenente ad un animismo molto evoluto. Il che è normale per persone la cui Sovrana Gran Madre è la natura”.

Tim Wallace Murphy (Il codice segreto dei Templari, Newton Compton), sostiene che i Tarocchi “furono inventati e realizzati non per gioco, ma per altre finalità: il diffondersi di un messaggio scomodo, eretico”, in quanto indicano un cammino iniziatico, la “rappresentazione simbolica di una forma di ricerca del Graal”.

Margarete Starbird, teologa cattolico-romana [6] scrive : “Solo quando le autorità della Chiesa cattolica condannarono i tarocchi non come carte immorali, o corrotte, bensì come eretiche, ci si rese conto appieno del loro significato. Credo che le trompes (trombe, arcani) del mazzo di Carlo VI siano un catechismo palese dell’eresia del Graal”.

“Per interpretare con una certa precisione il simbolismo iniziatico del Medio Evo e del Rinascimento – scrive Oswald Wirth -, nulla può aiutare quanto le 22 chiavi cabalistiche dei Tarocchi. Essi costituiscono l’autentico Alfabeto degli iniziati”. [7]

Comunque sia, il filo conduttore di un possibile rapporto dei Tarocchi con antiche sapienze risiede, ben oltre le possibili storiche connessioni, nella ricchezza dei simboli che essi propongono all’attenzione di chi li frequenta.

“Simbolicamente – scrive Jodorowsky – gli Arcani dei Tarocchi sono una cassa dove è stato depositato un tesoro spirituale. L’apertura della cassa equivale a una rivelazione. L’impegno iniziatico consiste nell’unire tutti i frammenti fino a ricostruire l’unità”. [8]

La potenzialità degli archetipi si esprime e declina per il tramite dei simboli (sym-ballein), i quali, quando fissati in un particolare significato, da questo evadono rinviando all’ulteriorità e per questo motivo sono più sintonici alla sensibilità e all’intuizione che all’interpretazione razionale.

Ogni arcano agisce sull’inconscio come archetipo, ossia, come direbbe Jung, come una struttura presente nella mente di ogni individuo sin dalla nascita e che ogni individuo condivide con tutti gli altri esseri umani: archetipi dell’inconscio collettivo. L’intera “concezione degli archetipi della psiche umana – scrive Campbell – si basa sulla nozione che nel cervello umano, nel sistema nervoso simpatico, ci siano strutture che creano la predisposizione a rispondere a certi segnali. Sono strutture condivise da tutta l’umanità, con variazioni individuali ma essenzialmente allineate”. [9] “Ognuno – prosegue Campbell – ha i propri favoriti; ognuno è pronto a un’esperienza diversa rispetto a chiunque altro. I simboli, per cui siamo già pronti, evocano in noi la risposta”. [10]

Gli archetipi sono, dunque, un’esperienza.

Il Bagatto e il Maestro

DA SINISTRA: TAROCCHI MARSIGLIESI, TAROCCHI DI JODOROWSKY E TAROCCHI VISCONTI

Analizziamo ora la carta del Bagatto, detto anche Bateleur. Bateleur è il costruttore. “La parola proviene da batel, bat, che ha dato il bastone, ma anche il battello, batiment (edificio) e la batisse (costruzione)”. [11]

Nella mano sinistra il Bagatto ha un bastone. La mano destra indica i denari. Sul tavolo troviamo la spada e la coppa. Il tavolo ha tre gambe (vita, scienza e forza). La quarta gamba è nascosta, come il quarto pilastro del Tempio massonico.

Nella terza Triade bardica è scritto: “Duw (il divino, ndr) è necessariamente tre cose, vale a dire: la più gran parte della vita, la più gran parte della scienza e la più gran parte della forza; e non ci può essere che una sola gran parte di ciascuna cosa”. [12]

Jodorowky sostiene che gli Arcani minori obbediscono a questa legge: “Di quattro parti, tre sono quasi uguali e una è diversa. E delle tre uguali, due sono più simili”. [13]

Abbiamo la regola del ¾ e ¼, dove ¼ è nascosto.

Il Trimundio vedico e gli schemi dei Bardass

 Riccardo Taraglio, nel suo “Il vischio e la quercia”[14] propone uno schema della manifestazione, desunto dalle Triadi bardiche, che comprende tre cerchi concentrici.

Al Centro il Ceugant, “il Cerchio Vuoto, il piano divino della manifestazione, la sede di Dio, irraggiungibile dall’uomo, il “luogo” dove nulla esiste e tutto è, l’Oiw assoluto”.[15] Il secondo cerchio è “il Gwynvyd, il Mondo Bianco, il cerchio dell’immortalità, il “luogo” della coscienza spirituale, dimora di Doue”. [16] Il terzo cerchio è “l’Abred, il mondo materiale, l’universo fisico … il Mondo della Necessità e della Prova”. [17] Oltre il terzo cerchio c’è “l’Annwun, l’Abisso, la Sorgente del materiale primordiale, il mondo degli elementi allo stato primitivo, della materia inanimata come principio bruto……. L’Annuwn, dimora di Cytraul, è il Cerchio di partenza dell’evoluzione … “. [18]

La vita ordinata ebbe inizio con il Verbo: Dio pronunciò il suo nome ineffabile e i Manred, ovvero le Scintille Fiammeggianti, i germi di luce, presero forma.

La dimora di Dio è un cerchio vuoto, lo Zero. Un cerchio vuoto è un punto.

Oiw si differenzia in Dove (Dio) e Cytraul (potenza del male, una sorta di caos primordiale), la Materia dove il Manred è più distante dall’Oiw.

Esiste un altro schema, sempre desunto dalla Triadi bardiche, in questo caso proposto da Rollenstone[19], dove Dio, principio dell’energia che tende alla vita e Cytrauwl, principio della distruzione che tende al nulla, interagiscono. Riecheggia la lotta tra l’indoeuropeo Indra e il serpente Vrtra, che tiene nelle tenebre il mondo.

Abbiamo così Abred, dove da Annuwn scaturì la vita, lo stadio di evoluzione, dov’è la lotta della vita contro Cytraul e Gwynfyd, la purezza, dove la vita si manifesta come una forza pura ed esultante che ha trionfato sul male e Ceugant, l’infinito, abitato solo da Oiw.

In una cosmogonia tradotta dal monaco Isidoro di Siviglia (VI-VII secolo dopo Cristo), Taliesin propone uno schema nel quale il cielo viene suddiviso in tre parti. Il cielo stellare abitato dagli angeli, un cielo aereo abitato da demoni e posto al di sotto delle stelle, ma al di sopra della luna; un cielo sub lunare abitato da falsi demoni.

Gli schemi che abbiamo elencato sono desunti dai Bardass, le Triadi bardiche, una raccolta di testi compilata con il materiale in suo possesso da un bardo e studioso gallese Llewellyn Sion di Glamorgan (fine XVI secolo) e tradotta da J.A. Williamsag Ithel e presentano delle evidenti somiglianze con il Trimundio vedico.

Quello vedico è il Trimundio di un quaternio, ossia i ¾ dell’intero, dove ¼ rimane sconosciuto ed è uguale al tutto.

Riecheggia quanto affermava Maria Prophetissa, detta la Copta: “L’Uno diventa il Due, i Due diventano Tre e per mezzo del Terzo, il Quarto compie l’Unità”.

Nel Trimundio 33 sono gli dèi della realtà manifesta, ossia i ¾ e sono espressione dei nama-rupa (nomi-forme). Gli dei-princìpi si trovano all’incrocio del Trimundio (Trivarga). Essi sono i “Guardiani dell’Ordine” e senza di loro tutto precipiterebbe nel caos; sono gli intermediari, come gli angeli.

Troviamo un concetto simile anche in Egitto, laddove Isha Swaller de Lubicz definisce i Neter poteri causali, cioè le cause primarie e secondarie di tutto ciò che si manifesta nell’universo: sono i principi, gli agenti e le funzioni di queste manifestazioni.

Nel Trimundio, dunque, la trinità è l’aspetto dinamico, in manifestazione, ¾ di un quaternio, ossia di un intero dove ¼ è il dio sconosciuto che rimane tuttavia nella sua interezza anche quando distingue da sé la sua parte manifesta.

Accade così che la manifestazione non avvenga per divisione dell’uno in due, ma nella distinzione di ¾ e ¼ dove ¼ rimane l’intero, ossia ancora 4/4: evidente paradosso.

Il Para(primo)-Brahman (nirguna, senza attributi) si manifesta nel Brahman (raguna, con attributi).

“Il ciclo cosmogonico passa ritmicamente nella manifestazione e ritorna nella non manifestazione in mezzo al silenzio dell’ignoto. Gli indù rappresentano questo mistero della santa sillaba Aum. Il suono A rappresenta la coscienza sveglia, U la coscienza del sogno, M il sonno profondo. Il silenzio che circonda la sillaba è l’ignoto: è chiamato semplicemente “Il Quarto”. La sillaba in se stessa è Dio che crea, preserva, distrugge, ma il silenzio è Dio eterno, assolutamente estraneo ai passaggi del ciclo”. [20]

Abbiamo pertanto il seguente schema vedico: ¾ manifestazione Aum, la santa sillaba, la parola; ¼ il silenzio, al quale potremmo ragionevolmente accostare lo schema druidico: ¾ Oiw (pronuncia Oiun, molto simile al suono Aum); ¼ il silenzio.

Riccardo Taraglio propone: Karantez (amore, creatività, produttività, fede mistica); Nerz (forza, volontà, potere); Skiant (conoscenza, sapienza, saggezza, ragione). E’ la trinità i ¾ (Oiw -Oiun, come Aum) del silenzio (¼), ossia dell’Indicibile, che rimane nascosto (l’Oiw assoluto).

In chiave massonica: Venere, Ercole, Minerva (3/4) del Tutto (1/4). Anche in questo caso prevale la paradossalità, non certamente lo schema della ragione.

Interessante il collegamento iconico con il giullare o Jolly, dove il 3 e il 4 sembrano intrecciarsi in un gioco simbolico.

FILIGRANE CON RAPPRESENTAZIONI DEL JOLLY (da Margaret Stabird, Maria Maddalena e il Santo Graal, Mondadori)

Il Jolly, Giullare di Dio, è Hermes, Mercurio ed evoca la figura dei «Buffoni sacri» o «Clown divini» o «Giullari sacri» presenti in molte culture e che in Europa si chiamano «Trikster».

Dioniso, l’eterno bambino, come un trikster o, possiamo dire, come un goliarda, insegnava a sintonizzarsi con la gioia e a giocare con la vita. Inoltre il «Buffone sacro» può dire solo la verità.

Una particolare focalizzazione del trikster viene dal mondo celtico e segnatamente dall’Irlanda. Alen Harrison, autore del saggio “The Irish Trikster”, citato da Leda Berné, “analizza i diversi tipi di buffoni e menestrelli, mitici o realmente esistiti, attraverso l’antica letteratura ed i documenti storici. Le caratteristiche di queste figure in Irlanda sono significativamente le stesse dei diversi trikster già incontrati, divinità della soglia, prive di limiti, psicopompi di anime, gioiosi ed irriverenti, legati ad una sessualità libera e incoercibile, non riproduttiva. Uno dei nomi con cui venivano designati era per esempio quello di “Drúth” che significa letteralmente allegro, gaio, pazzerello, impudico, immorale, selvaggio, lussureggiante, lascivo, libidinoso”. [21] I «Buffoni», i «Giullari» erano dei «privilegiati», ossia dei privi di leggi e in quanto tali, capaci di andare all’essenza oltre gli schemi e di essere «specchio» dell’illusoria realtà.

A questo punto della nostra analisi è possiamo considerare più da vicino il rapporto tra i quattro semi dei Tarocchi e i quattro doni dei Tuatha De Danann.

 I 4 doni e Betach, prototipo del Maestro massone

Seguendo il Libro delle conquiste d’Irlanda, VII, § 304 e 305, (testo del XII secolo) apprendiamo che i Tuatha Dé Danann sono venuti da quattro isole: «Poi i bambini di Betach, figlio di Jarbonel il divino, figlio di Nemed, furono nelle isole a nord del mondo, per apprendere il druidismo, la scienza, la divinazione e la magia fino a quando essi fossero esperti nelle arti e nelle scienze pagane». [22]

Betach è, come ho scritto nel mio: “La massoneria del ‘700, nido invaso dai cuculi” (al quale rimandono per chi volesse approfondire l’argomento), nome che rimanda al Makbenak del rituale massonico e al Macbeth shakespiriano, dietro al quale si nasconde un eroe celtico realmente vissuto, ma anche un eroe della mitologia relativa al Tuatha De Danann.

Nel mitico Betach c’è il nucleo mitologico autentico del Maestro massone, ben celato dal neodruida Ashmole nella figura leggendaria di Hiram, che non è, nella Bibbia, architetto e, pertanto è figura senza fondamento storico e mitologico.

Nelle tradizioni mitologiche irlandesi, i Tuatha Dé Danann furono il quinto dei sei popoli preistorici che invasero e colonizzarono l’Irlanda prima dei Gaeli. Si ritiene che essi vadano identificati – in tutto o in parte – con gli dèi adorati dagli stessi Gaeli, opportunamente evemerizzati e collocati in un contesto storico a opera dei cronisti medievali, i quali appartenevano perlopiù all’ambiente monastico. Le molte leggende che li riguardano, tramandate dai manoscritti irlandesi, permettono di intravedervi alla base i residui di antiche teogonie e teomachie. Le leggende riguardanti i Tuatha Dé Danann, inscrivibili nel “ciclo mitologico” o “ciclo delle invasioni”, sono riportate da un certo numero di narrazioni in medioirlandese, a loro volta contenute nelle grandi raccolte manoscritte medievali irlandesi.

Il testo più antico citante i Tuatha Dé Danann è la “Storia del figlio di Cairell” (IX secolo). Segue la “La battaglia di Mag Tuired (XI secolo), una narrazione completamente incentrata sui Tuatha Dé Danann, che narra il loro arrivo in Irlanda, le storie dei loro membri principali e la grande battaglia che li oppose ai Fomor.

Il “Libro delle invasioni d’Irlanda” (XII secolo), che tratta estesamente di tutti i popoli invasori d’Irlanda, riporta in dettaglio tutte le tradizioni genealogiche sui Tuatha Dé Danann.

Un breve poemetto, dal titolo “La tribù della dea Dana” narra delle quattro città scandinave nelle quali essi ottennero la sapienza nelle cose antiche e profonde, dei quattro saggi druidi che si trovavano in queste città e dei quattro magici tesori che i Tuatha portarono in Irlanda da ciascuno di esse.

Le città, o isole, sono: Falias (di Fal – siepe e sovranità); Gorias (di Gor – fuoco); Findias (di Fin – bianco); Murias (di Mur – acqua).

Da Falias proviene la Pietra di Fal, che riconosce la sovranità del re; da Gorias la lancia di Lug; da Findias la spada di Nuada e da Murias il Calderone del Dagda.

Nelle quattro città i Tuatha De Danann sono stati educati da quattro druidi o uomini saggi: Morias, Urias, Arias, Senias (in altre versioni: Morfesa a Falias, Esras a Gorias, Senias a Murias e Uiscias a Findias).

La coppa, il Calderone di Ceridwen e lo Zero origine del Tutto

Il Calderone di Ceridwen è la fonte primaria del cammino iniziatico verso la Sapienza, che si esplicita nell’iniziazione dei quattro elementi.

In ambito celtico è il Rito di Karidwen (Ceridwen) che fa del nano Gwyon Bach il Grande Iniziato Taliesin, “fronte luminosa”, bardo primordiale. Karidwen è la Minerva gallica, ed è colei che dà la sapienza. Karidwen riassume in sé anche Cibele, Diana e Proserpina e può essere considerata come simile a Iside; è, in buona sostanza, la Dèa Madre ed è legata a Gwyon (Gwyddyon o Gwyddon), il dio dello Spirito che ha insegnato agli uomini l’arte divina della poesia.

Nel mito di Karidwen e del Gwyon Bach, che sottende un rito di iniziazione, il nano è messo a guardia di un calderone nel quale bolle una pozione che darà la Sapienza al figlio della Dèa. Il nano, nel cui nome è racchiuso quello del dio Gwyon, fa traballare il calderone dal quale escono tre gocce che si posano sul suo pollice. Il nano succhia il pollice (come farebbe un bambino) e acquisisce la Sapienza. Il resto della pozione diventa inutilizzabile. La Sapienza è stata ormai trasferita. La Dèa è infuriata e insegue il nano per punirlo e Gwyon Bach si trasforma in un uccello (aria), un un pesce (acqua) e in una lepre (terra), inseguito dalla Dèa che a sua volta si trasforma nel corrispondente animale predatore. Infine il nano si trasforma in un chicco di grano (il colore dorato ricorda il sole e il fuoco) e la Dèa in una gallina nera che inghiotte il chicco e rimane gravida. Nascerà così Taliesin, “fronte luminosa”, il grande bardo primordiale, associato al Dio cervo, al Dio Cornuto.

Karidwen è la grande iniziatrice che dà la Sapienza.

Jean Raimond [23] ricorda come i Misteri di Ceridwen, segnalati da Artemidoro, siano simili a quelli di Cerere, i quali, trasformati dal bardismo, “conservano ancora i loro fedeli nel periodo di Taliesin (VI secolo).

“Il re, esso stesso, come si vede nei canti di Hoël o Hywell, re del Galles, morto nel 1171 era onorato di esservi ammesso. Esiste una sua preghiera curiosa, nella quale, ammesso già ai gradi inferiori dell’iniziazione, sollecita il collegio di Ceridwen con espressioni di fervente pietà, il favore dell’iniziazione superiore”. [24]

Il caledrone di Ceridwen evoca il concetto di zero e introduce un possibile ponte tra la sapienzialità antica e la fisica moderna. Il calderone è un vuoto che contiene tutto il possibile, l’immaginabile e ciò che appare impossibile e inimmaginabile: uno zero che è l’origine del Tutto. “Uno zero – scrive Sri Aurobindo – che è Tutto o infinito indefinibile che alla mente appare come un vuoto poiché la mente afferra solo costruzioni limitate, ma che è in realtà la sola vera Esistenza”.[25]

Gli scienziati, in assonanza con i saggi dell’antichità, sospettano, infatti, che sia l’informazione a far comparire ciò che percepiamo come realtà.

L’informazione, alle scale minime dell’universo, vive sotto forma di bit. Lo spazio stesso è quantistico: emerge da bit discreti, quantizzati, alla scala di Plank e alla scala di Plank si annidano paradossi.

“Se l’universo si sta espandendo – scrive l’astronoma Margherita Hack [26] – deve avere avuto un passato in cui era sempre più piccolo e denso fino ad arrivare ad un «inizio» in cui tutta la materia che osserviamo oggi doveva essere concentrata in un punto a temperature e densità infinite. Zero dimensioni, infinite temperature e densità costituiscono ciò che in matematica si chiama «singolarità», un luogo cioè in cui le leggi della fisica che noi conosciamo attraverso l’esperimento non valgono più”.

Lo zero richiama il concetto di Tao, che come Ceugant è ni-ente, non ente, ossia essere (éinai, ciò che entifica l’ente (tò ón). “Guardate lo zero, e vedrete niente; guardate attraverso lo zero, e vedrete il mondo. (…). Sempre più prossimo, quasi a portata di mano, ma mai realmente afferrabile: è questa, forse, la definizione meno inadeguata dell’intima natura dello zero”. [27]

Nella filosofia indù lo zero è definito come kha, ossia posto (posizione vuota tra due pieni), cerchietto vuoto. Kha viene da una radice connessa con la cavità (come cau-ceu-cavo da cui ceugant, cerchio vuoto).

“Che cosa può essere niente, e un momento dopo qualcosa, per tornare ad essere niente in presenza di qualsiasi cosa? Sembra uno di quegli indovinelli tanto apprezzati dalle persone nervose durante i ricevimenti, ma in realtà è il cuore del concetto indiano di sunya [vuoto come ricettività, ndr] (…). Un altro modo d’illustrare questa concezione è immaginare, dietro le apparenze, un livello fondamentale privo di qualità proprie che continuamente assume quelle di ciò che gli è prossimo e quelle che noi stessi gli attribuiamo…”. [28]

Lo zero, arché del numero e sua origine, scrive Brian Rotman (Semeiotica dello zero, Spirali) “è intimanente connesso con l’idea di niente, di vacuità, di vuoto” e “si presenta come l’assenza di ogni cosa, come «niente»”.

Un niente che ritroviamo anche nella cultura ebraica cabalistica (Zoahar) laddove dietro Kether (il luogo in cui qualcosa viene ad esistere dal «niente»), troviamo l’ain soph aur (luce illimitata senza fine), dietro al quale c’è l’ain soph (il velo dell’infinito o dell’illimitatezza) e dietro all’ain soph c’è l’ain (il vuoto, il niente, la vacuità, l’assoluto dove si manifesta Dio come pura presenza dichiarativa).

Interessante è seguire le vicende dello zero nel calcolo matematico. Se dividiamo lo zero per un numero qualsiasi, positivo o negativo, otteniamo zero (0/a=0). Lo zero elevato a qualsiasi potenza diversa da zero da zero (0a=0). La radice quadrata di zero è zero. Lo zero, dunque, non si lascia modificare da alcun numero, mentre modifica i numeri ripotandoli a sé o all’unità.

Così un qualsiasi numero moltiplicato per zero diventa zero. Un qualsiasi numero diviso per zero dà ∞ (infinito).

Un qualsiasi numero elevato alla zero dà uno.

Ma cosa accade quando lo zero opera su se stesso?

Lo zero moltiplicato per se stesso dà zero. Se aggiungiamo zero allo zero otteniamo zero. La radice di zero è zero. Le cose si complicano quando dividiamo zero con lo zero. Il calcolo diventa impossibile. Lo zero è indivisibile da parte di qualsiasi numero (rimane se stesso) e non è divisibile per se stesso.

Cosa accade quando eleviamo lo zero a se stesso?

00 è uguale a 0, ma è anche uguale a 1. (vedi nota[29]).

“Che cosa ne dobbiamo concludere? – scrive Robert Kaplan – Che 00 è uguale a 0 oppure che è uguale a 1, o a entrambi, o a nessuno?”.

Siamo di fronte ad un paradosso, ad un koan.

Anche un campo quantistico è paradossale. “Un «campo quantistico» – scrive Gary Zukav – è una giustapposizione di due concetti inconciliabili. In altre parole, è un paradosso. E’ una sfida al nostro imperativo categorico che qualcosa sia o questo o quello, ma non entrambi”. [30]

Qui la forma mentis razionale vacilla, ma non quella intuitiva, che del paradosso si nutre: la sintassi deve lasciare il campo al simbolo.

Lo zero è cifra, dall’arabo cifr, che esprime il vuoto, ordinariamente espresso con un punto.

Il calderone di Ceridwen, ossia il Graal, il vas venerabilis della Dèa, è assimilabile alla coppa che sta sul tavolo del Bagatto. La coppa è l’origine del Tutto; è l’Arché nascosta, la Tenebra (gallina nera) che dà vita a “fronte luminosa”.

La stella a cinque punte, simbolo della pietra: realtà formata.

 La pietra è assimilata, in tutti gli studi simbolici riguardanti i tarocchi, al seme dei denari che, inscritta in un cerchio, presenta la stella a cinque punte, contenente in sé la proporzione aurea e il numero aureo (irrazionale). Dall’informazione informale si passa all’informazione formale, ossia all’espressione del codice morfogenetico che presiede a tutte le forme della vita, comprese le pietre, che rappresentano l’aspetto più denso della Dèa, le ossa di Gea: quelle pietre che lanciate da Deucalione e Pirra diedero vita agli esseri umani. La stella inscritta nel cerchio è l’arché.

Siamo nel campo di forma, dal quale il Bagatto, con la mano destra posata sul disco contenente la stella a cinque punte (volgarmente denominato denaro), estrae il codice, che attua con il bastone (bacchetta magica) che ha nella mano sinistra.

 

Il bastone

Il bastone, o bacchetta, è lo strumento simbolico proprio dei supremi comandanti e dei magistrati in segno di autorità. La bacchetta magica è indice di supremo comando magico. Il bastone è lo strumento realizzativo del Bagatto demiurgo, assimilabile alla lancia di Lug, la Lancia Lúin (da Luisne, fiammeggiante, sfolgorante), connessa, non a caso, con il calderone di Ceridwen (o del Dagda), nel quale doveva essere immersa a causa del suo eccessivo calore. I due simboli ricordano le nozze dell’acqua e del fuoco. Lug, il demiurgo luminoso, ha il suo strumento di potere immerso nel calderone-coppa, nel quale trova riposo e alimento per poi attivarsi nella creazione dei mondi.

La spada

La spada, in quanto strumento tagliente, capace di dividere, presiede al diaballo, dia ballein , gettare, e al contempo è una croce, simbolo della crocifissione dello spirito (informazione) nello spazio tempo, ossia nella materia, laddove nell’indoeuropeo la radice *M significa limite. La materialità è dunque l’entrare dell’illimitato nel limite rimanendo, tuttavia, come insegna la legge dei ¾ e dell’1/4 che rimane il Tutto, illimitato e onnicomprensivo

Conclusione

I Tarocchi, visti in questa chiave, sono in effetti carte da gioco, ma del gioco dell’Archè, che con la propria azione (Logos) dà forma alla vita.

Il tavolo del Bagatto, Maestro del gioco della vita, nasconde il grande segreto dei ¾ manifesti e del ¼ che è 4/4.

Il paradosso è la grande regola.

 

© Silvano Danesi

 

[1] Le Tarot, histoire, iconographie, ésotérisme (Lione, 1947) citato in Introduzione, Giordano Berti, Storia dei Tarocchi, Mondadori

[2] Giordano Berti, Storia dei Tarocchi, Mondadori

[3] Giordano Berti, Storia dei Tarocchi, Mondadori

[4] Giordano Berti, Storia dei Tarocchi, Mondadori

[5] Il mistero di Compostella, Ed. Età dell’Acquario.

[6] Maria Maddalena e il Santo Graal, Mondadori.

[7] Oswald Wirth, Il simbolismo ermetico, Ed. Mediterranee

[8] Alejandro Jodorowsky, Marianne Costa, La via dei tarocchi, Feltrinelli

[9] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[10] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[11] Louis Charpentier , Il mistero di Compostella, Ed. Età dell’Acquario

[12] Vedi Adolphe Pictet, Il mistero dei bardi dell’isola britannica, Ginevra, Joel Cherbulieza, libreria editrice

[13] Alejandro Jodorowsky, Marianne Costa, La via dei tarocchi, Feltrinelli

[14] Riccardo Taraglio, Il vischio e la quercia, EdizioniL’Età dell’Acquario

[15] Riccardo Taraglio, Il vischio e la quercia, EdizioniL’Età dell’Acquario

[16] Riccardo Taraglio, Il vischio e la quercia, EdizioniL’Età dell’Acquario

[17] Riccardo Taraglio, Il vischio e la quercia, EdizioniL’Età dell’Acquario

[18] Riccardo Taraglio, Il vischio e la quercia, EdizioniL’Età dell’Acquario

[19] Rollenstone, I miti celtici, Longanesi

[20] Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti, Guanda

[21] Leda Berné, Dioniso e le donne, Edizioni della Terra di Mezzo

[22] Philippe Joüet, Études de symbolique celtique, Éditions Label.

[23] L’ésprite de la Gaule, Firne, Paris, 1864.

[24] Jean Raimond, L’ésprite de la Gaule, Firne, Paris, 1864

[25] Sri Aurobindo, La vita divina,

[26] Margherita Hack, Il mio infinito, Mondadori.

[27] Robert Kaplan, Zero, storia di una cifra, Bur.

[28] Robert Kaplan, Zero, Storia di una cifra, Bur.

[29] Robert Kaplan, attraverso un percorso di approssimazione successiva, evidenzia come si possa arrivare al paradosso che 00 possa dare come risultato sia 0, sia 1. Per la dimostrazione rinviamo al testo citato.

[30] Robert Kaplan, Zero, Storia di una cifra, Bur.